Ma quale “sostenibilità”?

“Lasciamo riposare l’ambiente e sosteniamolo concedendogli il recupero delle energie che la natura permette…”.

Ma quale “sostenibilità”?
di Consuelo Bonaldi
(pubblicato su Annuario del CAI Bergamo, 2022)

L’espressione “sostenibilità” la troviamo in ogni contesto, sempre più abusata e relativamente comprensibile per chi vorrebbe saperne di più. In ogni settore, in ogni pratica di vita si promuove la sostenibilità con aspettative e traguardi da raggiungere, per adesso teorici, senza segnali di partenza che possano indicare una via da percorrere. In sostanza, ci si trova alle prese tra consapevolezza e attesa per meglio conoscere ed agire. Non è perdita di fiducia e volontà di comprendere, quanto di prendere atto della realtà: il modello umano non è attualmente sostenibile per l’ambiente. Il corrente nostro comportamento, da padroni e registi di ogni cosa, è in contrapposizione con l’ambiente, le sue leggi e il suo equilibrio.

Punta Giordani (Monte Rosa). Foto: E. Nava.

La partenza del percorso a supporto della sostenibilità (ambientale) è quanto mai soggettiva e impone regole educative profonde e sacrifici. Prima fra tutte “la rinuncia” in nome della salvaguardia ambientale. Stefano Mancuso, studioso, docente ordinario all’Università di Firenze, dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale e sostiene che 300.000 anni di presenza dell’uomo – dichiaratosi padrone e conduttore del mondo — hanno devastato l’equilibrio costruito in milioni di anni. Spostandoci nel delicato ambiente della montagna tutto ciò è ancora più evidente: possiamo essere discreti e limitare i danni con profonda educazione di comportamento ma non

rendere nullo l’impatto. La propaganda evidente che non costa grandi sacrifici “porta a valle i tuoi rifiuti”, “non raccogliere fiori e piante”, “non transitare con mezzi fuoristrada se non per necessità di economia rurale” è recepita da buona parte degli utenti. Un po’ meno la sensibilità verso l’edilizia selvaggia (ancora ben presente nelle nostre valli) e la riorganizzazione delle stazioni sciistiche.

Ma ci sono anche gli effetti nascosti che stravolgono l’ecosistema e meritano attenzione. Ricerche e studi di giovani scienziati dell’Università Bicocca di Milano hanno riportato presenze di microplastiche su ghiacciai (anche quelli più remoti e meno frequentati) pari a quelli dei mari a noi più vicini e, con sorpresa, si è notato che il deterioramento e l’usura dell’equipaggiamento di gitanti (scarpe, attrezzatura, abbigliamento) lasciano segni non subito cancellabili sulla neve, come nel terreno.

Dobbiamo, in sostanza, prendere atto che l’affollamento delle nostre montagne nei picchi stagionali o nei fine settimana non è compatibile con quanto l’ambiente è in grado di assorbire e non crea continuità e benessere per chi nel territorio ci vive da sempre.

Ai locali, senza strutture adeguate ed in continuo confronto con l’ambiente severo della montagna, si deve permettere di vivere con qualità di vita e di servizi almeno simili a quella di un cittadino.

Sono loro i guardiani del territorio e a loro si deve concedere di vivere organizzando un turismo consapevole, come di sviluppare attività alternative compatibili con l’ambiente. Con attenzione seguo l’iniziativa di corso post laurea rivolto ai giovani da parte dell’Università di Bergamo sulla valorizzazione dei beni ambientali e culturali della montagna con attenzione al modello sostenibile. Nei giovani si riscontra maggior consapevolezza e attenzione e l’adesione al corso ne è la prova. Che questo appello “accademico” non rimanga fine a se stesso: i lavori e le iniziative che ne usciranno dovranno essere promossi e valorizzati dalle istituzioni e dalle aziende che veramente credono nell’apporto unico che l’ambiente di montagna può dare. Rimane la provocazione finale che nasce dalla partenza e dal nebuloso concetto di sostenibilità: lasciamo riposare l’ambiente e sosteniamolo concedendogli il recupero delle energie che la natura permette.

Il pensiero ed il benessere dell’uomo possono essere profondi e costruttivi anche senza sfruttare l’ambiente (in particolare di montagna) secondo propri egoistici interessi di libertà e fuga dallo stress cittadino.

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1 Comment

  1. says: bruno telleschi

    Il concetto di montanaro è forse più ambiguo della stessa sostenibilità. L’idea che i montanari storici siano innocenti non ha un fondamento razionale, ma nasce per tutelare un privilegio tribale: essere i soli a sfruttare i benefíci della montagna. Se vogliono vivere in montagna come cittadini possono emigrare in città!

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