Il prodotto outdoor trasformato in merce.
Tanta roba
a cura di Marrano
Fra le tante locuzioni del tempo moderno che fanno a gara per insterilire il linguaggio e urtare i nervi del sottoscritto, “Tanta roba!” è forse una delle più performanti.
La si usa, come noto, in alternativa ad altre perle del giovanilismo tipo “strabello” o “straforte” e senza limiti di contesto, riferendosi a cose o persone. Il paesaggio stesso, un bel panorama, un lago alpino o il mare scosso da una forte burrasca possono essere tradotti con disinvoltura in tanta roba. Infine ci si affaccia all’universo delle cose e allora è tanta roba un’auto sportiva, un accessorio moda, una casa di lusso o, più semplicemente, la nuova edizione dello smartphone con la mela. Bene, tutto questo cosa c’entra? Niente, solo per dire quanto urticanti siano certe degenerazioni del linguaggio che però, a ben vedere, scava, scava, lasciano emergere qualcosa in più della sola perversione semantica.
“Tanta roba” potrebbe essere infatti il titolo del racconto di ciò che sta accadendo alla cultura produttiva tecnica e manifatturiera globale, outdoor compreso ovviamente, dove il termine roba esprime un significato di degrado dal livello superiore, denominato prodotto. Storicamente caratterizzato dai valori dell’autenticità e della funzionalità, finanche in totale discordanza con l’estetica, il prodotto outdoor sta facendo i conti, ormai da tempo, con un prima strisciante e poi palese processo di contaminazione indotto dal lifestyle. Non serve essere un premio Nobel o un fine osservatore seduto nei grandi centri di ricerca per capirlo. Un fenomeno che, se da una parte ha avuto il merito di brasare anche il solo ricordo di certi deprimenti outfit anglosassoni, dall’altra ha progressivamente contribuito a mortificare lo spirito di ricerca e innovazione tecnica tipico dei migliori marchi del nostro amato mondo. Dentro e fuori i confini biancorossoverdi, beninteso.
Perché, a voler essere precisi, il processo non è cominciato in Italia, patria dello stile e dell’eccellenza di prodotto, dove virtuose sacche di resistenza ancora presidiano la trincea dell’innovazione tecnica unita alla ricerca stilistica. L’attivazione del fenomeno ha origine nei luoghi in cui, per ragioni diverse, si è andata concentrando l’attenzione dei grandi operatori finanziari (i mitici investitori che fanno l’alto e il basso sui mercati a seconda di come sono andati di corpo la mattina…). Mercati in cui il sistema industriale conosce poco la cultura manifatturiera di eccellenza, fonte d’ispirazione per l’innovazione, mentre conosce molto bene il sistema dei fondi di investimento, che ragionano per numeri su un tabulato più che per cuciture rese da mani esperte, fresature, materie prime di alta qualità e tecniche di assemblaggio. Una cultura che ragiona più per astuzia ed econometria che per passione nella ricerca e nell’utilizzo del prodotto in un ambito ostile, come solo la natura vera sa essere in determinate condizioni.
Così, combinando con sapienza il lavoro delle più raffinate teste di marketing con quello della nuova generazione dei designer da apericena, le fiere di settore e le vetrine dei negozi specializzati outdoor si stanno via via riempiendo di tanta roba sempre più difficile da decodificare nel suo reale valore tecnico e funzionale, mascherata dietro la seducente patina dell’advertising che tutto crea e tutto distrugge, a partire dalla competenza tecnica di chi dovrebbe sapere proporre, scegliere e valutare. Prodotti che esprimono come unica certezza la stratosfericità del prezzo al pubblico, che infatti non viene quasi mai applicato dalla maggior parte dei negozianti, un po’ per pudore un po’ per la consapevolezza che sarebbe un’opzione di acquisto a vantaggio davvero di pochi.
Fanno eccezione e lasciano aperta una nota di speranza, alcuni piccoli marchi virtuosi nelle nicchie più tecniche del mercato, dove si parla sul serio di sicurezza e funzionalità. Marchi per i quali un errore o un ritardo nell’innovazione possono significare l’espulsione certa dal mercato. Ma per il resto, viene proprio da dire: “Tanta roba!”.


Se valgono le leggi del mercato, anche le cose utili (outdoor) o belle (moda) diventano merce!
Si ma di cosa sta parlando?
Non si capisce niente.
“a voler essere precisi, il processo non è cominciato in Italia”
Proprio sicuro?
A me viene in mente un marchio italiano anni ’80 per arrampicatori, decisamente tecnico ma fortemente connotato stilisticamente, sponsor di diverse stelle dell’epoca, che poi è evoluto ben presto in marchio fighetto e decisamente caro (per finire quasi estinto, peraltro)