Napoleone Leumann, che i suoi operai chiamavano «papalotto»

«Chi meglio sta, meno si ribella» era il suo motto. A raccontarci la sua storia è la sua pronipote Carla Gütermann, autrice di diversi libri sulla sua famiglia e sul celebre villaggio modello a Torino progettato da Fenoglio.

Napoleone Leumann, l’imprenditore svizzero che gli operai chiamavano «papalotto»
di Dario Basile
(pubblicato su torino.corriere.it il 28 maggio 2023)

Ci sono imprenditori illuminati che al solo obiettivo del profitto aziendale hanno affiancato quello del benessere dei dipendenti e dei loro famigliari. Uno di questi è Napoleone Leumann un piccolo uomo taciturno dall’apparenza dimessa che ha realizzato grandi cose. A raccontarci la sua storia è la sua pronipote Carla Gütermann, autrice di diversi libri sulla sua famiglia e sul celebre villaggio modello torinese.

Tutto ha inizio quando Isacco, papà di Napoleone, decide nel 1833 di lasciare la Svizzera per trasferirsi in Lombardia dove fonda un’azienda di filatura.

Gli affari procedono bene ma gli abitanti di Voghera non gradiscono il rumore di quegli stabilimenti. E così Isacco, approfittando delle agevolazioni che Torino offriva agli imprenditori che spostavano la loro attività nella città sabauda, decide di trasferirsi.

Il Villaggio Leumann

L’imprenditore svizzero compra nel 1874 un terreno a Collegno, comune posto a Nord di Torino (oggi confinante con la metropoli, NdR). È un posto strategico perché si trova nei pressi di corsi d’acqua ed è ben collegato dalla ferrovia. 

Leumann porta con sé tutta la manovalanza che, essendo in prevalenza svizzera, necessitava di abitazioni. Per questo progetta un villaggio a trapezio dove al centro c’è il cotonificio e intorno le case per i dipendenti.

Durante la prima fase di costruzioneIsacco muore: gli subentra suo figlio Napoleone e quest’ultimo non si accontenta di edificare delle semplici case operaie, ha in mente un piano ben più ambizioso.

Napoleone Leumann contatta Pietro Fenoglio, ingegnere e architetto della Torino Libertye interprete delle «teorie igieniste» che si stavano diffondendo all’epoca. 

Gli igienisti erano architetti convinti che si dovessero costruire edifici capaci di tutelare l’igienee il benessere degli operai. 

L’attenzione era rivolta a quelle masse di persone, spesso con poche risorse, che con la rivoluzione industriale si stavano riversando in massa nelle grandi città creando dei problemi sociosanitari.

A Londra e a Parigi i lavoratori si ammassavano in casermoni simili ad alveari.Fenoglio propone un modello alternativo e riceve prestigiosi riconoscimenti internazionali per la sua idea innovativa di edilizia popolare. 

Napoleone Leumann decide quindi di affidare a Fenogliola progettazione del suo villaggio modello.

Napoleone Leumann

È una sorta di esperimento sociale quello che l’imprenditore e l’architetto realizzano a cavallo tra Ottocento e Novecento. «Chi meglio sta, meno si ribella» era solito dire l’imprenditore svizzero.

Avere una casa propria, un orticello da coltivare, un asilo per i figli e un’assistenza medica erano buone ragioni per non lamentarsi e per considerarsi componenti di una «grande famiglia», di cui il «padre» era il proprietario che i dipendenti chiamavano «papalotto».

Vengono costruite delle casette a due piani, ciascuna dotata di acqua calda, bagno e di un piccolo giardino per permettere agli operai, in gran parte ex contadini, di coltivare il loro pezzetto di terra.

Le finestre degli alloggi sono esposte verso la val di Susa in modo da poter assicurare un continuo ricambio d’aria e ogni villetta è decorata da artisti in modo diverso.

Per le giovane operaie che non avevano una famiglia viene costruito un convitto gestito dalle suore. Oltre agli appartamenti nel villaggio c’erano una serie di servizi quali i bagni, una biblioteca, un albergo, un teatro e un refettorio.

Gli abitanti della borgata potevano anche contare su un ambulatorio dove si alternavano medici e infermieri ospedalieri. I residenti curavano il loro corpo, nella palestra, e il loro spirito nella chiesa del villaggio (l’unica in stile Liberty d’Italia).

C’erano poi i servizi educativi, l’asilo e la scuola elementare per i più piccoli e le scuole serali per i dipendenti che intendevano continuare gli studi. La moglie dell’imprenditore, Amalia Cerutti, aveva istituito i «corsi della buona massaia».

All’interno del villaggio c’era poi uno spaccio dove si pagava con degli appositi gettoni ed esisteva persino una piccola stazione ferroviaria che permetteva di raggiungere comodamente Torino

Non mancavano i servizi sociali come la cassa per gli ammalati, per le puerpere, quella nuziale e quella per le pensioni e un premio per i neosposi.

L’azienda nel suo massimo splendore arriva ad avere 1.500 dipendenti, molti piemontesi ma anche veneti. Era un posto parecchio ambitoperché, oltre ai servizi, gli operai potevano contare su uno stipendio doppio rispetto alle altre industrie.

Napoleone muore nel 1930 e l’impresa viene portata avanti dalla sua famiglia fino al 1972 quando, a seguito della crisi del tessile, chiude.

Gli appartamenti, su volere del fondatore, diventano alloggi di edilizia sociale.

Il ricordo del villaggio modello è portato avanti dall’associazione «Amici della Scuola Leumann» e fondi del Pnrr permetteranno di ristrutturarlo.

Il progetto di Leumann non era solo filantropico, aveva una sua precisa sostenibilità economica, esempio della vicinanza dell’impresa al territorio.

Oggi, che sempre più spesso i capitali si trovano in un Paese e gli stabilimenti in un altro, le idee di Leumann ci appaiono come un sogno utopico.

Il Villaggio Leumann

Il commento
di Carlo Crovella

Dopo la spostamento della Capitale d’Italia da Torino a Firenze (1865), la popolazione subalpina insorse animatamente, per una questione di prestigio politico, ma anche per la perdita dell’annesso “giro d’affari” (Parlamento, Ministeri, funzionari, ecc). Nella centralissima Piazza San Carlo, una lapide ricorda la severa repressione contro i manifestanti, con diversi morti, compresi alcuni ragazzi.

Come parziale compensazione, vennero riconosciute delle agevolazioni fiscali a fronte di nuove iniziative economiche, specie nel nascente settore industriale. Le iniziative industriali erano inoltre favorite dalla costruzioni di canali che, dalla Dora Riparia sfruttavano la naturale discesa fino a confluire nel Po. L’acqua che scorreva in costante (seppur moderata) discesa fra i due fiumi forniva energia gratuita e (oggi diremmo) “pulita”.

Per questo motivo in quella zona si riscontrava una particolare abbondanza di mulini, le cui pale erano mosse dalla corrente dei canali. L’attuale ospedale torinese delle Molinette, il più esteso della città, si chiama così proprio perché si trova nell’area di confluenza dei canali nel Po.

Questo insieme di elementi ha attirato molti imprenditori stranieri verso la città sabauda, la cui propensione industriale, poi accentuatasi all’esasperazione nel Novecento, si è concretizzata sulla base di queste caratteristiche.

Fra gli arrivi di fine Ottocento, numerosi sono quelli di imprenditori svizzeri. A quel periodo risalgono molti cognomi di fonia germanica o similari, che si ritrovano ancor oggi, poiché si sono inseriti armonicamente nella comunità cittadina.

Fra i nomi più noti si possono ricordare quello di Caffarel nel settore del cioccolato e, per noi appassionati di montagna, quello di Adolfo Kind, il quale come imprenditore (nella produzione di candele e lumini) ha lasciato una traccia meno rilevante rispetto a quella segnata nella storia dello sci torinese e italiano (è il principale fondatore dello Ski Club Torino).

Il corposo afflusso di svizzeri (e, per estensione, di nord europei, specie tedeschi e polacchi) ha portato con sé un taglio molto particolare nella visione imprenditoriale. Un taglio calvinista o luterano, cioè serio e severo, ma estremamente comprensivo verso i valori umani. Un taglio che si è inserito alla perfezione nei preesistenti standard sabaudi, che erano già di quel tipo e che coinvolgevano trasversalmente tutta la società, dalla borghesia intellettuale ai ruoli più operativi e pratici.

L’attività industriale torinese è quindi nata con questo taglio come nota caratteristica di fondo. Non si vuole sostenere che gli imprenditori fossero dei filantropi capaci di anteporre completamente il benessere dei loro operai al profitto aziendale. Si vuole invece avanzare una tesi diversa: nell’ambito del legittimo perseguimento del profitto, gli imprenditori erano genuinamente attenti al benessere delle loro maestranze (compresi i rispettivi parenti), considerando l’azienda come un’unica grande famiglia. Se la barca procede bene, tutti traggono beneficio, sia imprenditori che operai. Invece, se si entra in conflitto, la barca sbanda o addirittura affonda, a danno di tutti.

Ecco perché a Torino non si sono registrati quei fenomeni degradanti della prima industrializzazione come invece è avvenuto a Londra o a Parigi. A Torino, infatti, molti imprenditori si sono sistematicamente preoccupati dello stile di vita dei loro collaboratori, fornendo abitazioni, servizi e perfino studi e vacanze per i figli. L’affetto è ricambiato: mai un dipendente avrebbe creato un danno all’imprenditore che gli esprimeva un atteggiamento simil-paterno.

Questa impostazione, accentuata dall’afflusso di imprenditori nordici, si è profondamente consolidata nell’esperienza torinese. Leggende metropolitane sostengono che Giovanni Agnelli (non l’Avvocato, ma suo nonno, il fondatore della FIAT) conoscesse di persona i principali capireparto: li salutava chiamandoli per nome (o addirittura con il soprannome) e chiedeva sempre notizie di moglie e figli.

Seppur già deteriorata rispetto alla primissima fase, l’atmosfera è rimasta simile anche negli anni del boom economico: Mamma FIAT ha letteralmente educato e sfamato (direttamente o indirettamente) intere generazioni di torinesi, fornendo case, scuole, attività ludico-sportive e poi colonie estive e invernali per i figli dei dipendenti.

Anche nei successivi anni, sempre più difficili, l’imprinting industriale torinese non è cambiato del tutto. Si narra che l’Avvocato abbia preferito allontanare l’ing. De Benedetti (forse troppo frettolosamente nominato Amministratore Delegato della FIAT), piuttosto che lasciargli la possibilità di concretizzare il piano di licenziamenti degli operai di Mirafiori. L’Avvocato preferì rinunciare all’ottimizzazione dei costi aziendali in nome del senso di comunità che legava tutti coloro che lavoravano sotto il grande tetto della FIAT.

Tempi andati. Specie all’inizio si trattava di un capitalismo “umano” e “illuminato”, come confermato, in una realtà più piccola, anche dall’esperienza di Leumann.

Oggi invece il capitalismo è diventato predatorio: arraffa il più possibile nel minor tempo possibile, poi fugge alla ricerca di altre condizioni attraenti e sposta con nonchalance le residenze individuali o aziendali là dove si pagano meno tasse (o addirittura non se ne pagano affatto).

Tutta la società del terzo millennio è diventata predatoria e vorace. Senza remore si asfalterebbero per intero le coste o si costruirebbero milioni di impianti sciistici, devastando meravigliosi valloni intonsi. Non c’è più rispetto, non c’è più affetto. Né per gli esseri umani, né per l’ambiente in cui viviamo. Quindi, alla fin fine, non c’è più rispetto per se stessi.

Per questi motivi, il Villaggio Leumann, retaggio di un tempo che fu, dovrebbe invitare tutti a fermarsi un attimo per pensare. Pur senza la tecnologia di oggi, allora si viveva “meglio”, più sereni e meno stressati. Forse vale la pena riflettere se non convenga recuperare, almeno in parte, le tematiche di fondo di quel modo di essere.

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