Neve rossa fenomeno positivo?

Come un fenomeno naturale noto dall’antichità sui social diventa fonte di bizzarre fake news.

Neve rossa fenomeno positivo?
(in quelle polveri ci sono veleni, come le Pm10 inquinano l’aria)
di Fulvio Romano
(pubblicato su lastampa.it/cuneo l’8 aprile 2024)

La «neve rossa» e la «polvere gialla» lasciate dalle nevi e dalle piogge di Pasqua hanno innescato – c’era da giurarlo – polemiche vivaci sui social. I tempi sono questi e ai contributi della scienza si sovrappongono in rete per ogni evento le interpretazioni più strampalate, espresse in genere in linguaggi tribali.

C’è da dire che per fortuna oggi abbiamo almeno superato le superstizioni del Medioevo. Allora la comparsa sulla Bisalta o sul Monviso di un «faôdal di matton pisto», di un «grembiule rosso» di neve primaverile, scatenava i cronisti dell’epoca nei più trucidi annunci di qualche prossima guerra locale con relativi bagni di sangue.

Lo faceva il Corvo che nella sua cronaca cuneese cita queste nevi rosse per aver l’8 aprile del 1585 «coperto di sangue» le strade di Pancalieri. Ne troviamo anche traccia, ma dopo la «pulizia» dell’Illuminismo e del Positivismo, nella storia della moderna meteorologia che in Piemonte ebbe culla nel movimento di padre Denza del Real Collegio di Moncalieri.

Il 15 gennaio 1866 don Carlo Bruno docente di fisica nel Seminario di Mondovì scrivendo della nevicata che nella notte aveva «arrossato» la val Tanaro ricordava il detto popolare per cui «D’invèrn a quita nen ‘d fiôché fin-a che a-riva nen la fiòca rôssa». «D’inverno non smette di nevicare finché non arriva la neve rossa» provocata dall’arrivo delle polveri desertiche del Sahara.

Era già un popolo, quello di allora, tutto sommato più istruito di certi campioni dei social attuali. Non solo sapeva ormai cos’era quella neve di «matton pisto», di mattone pestato, ma la collocava correttamente in un periodo preciso dell’anno.

È nel transito tra inverno e primavera che la polvere del Sahara viene sollevata dai poderosi venti innescati da depressioni da Nord che alitano poi fino alla Spagna e poi, via Francia, finoin Piemonte per scendere a terra con le piogge o le nevi.

Polveri che però possono arrivare anche con i flussi caldi che gli anticicloni marocchini spingono in su oltre le Baleari e la Provenza e che valicano le nostre Alpi, proprio come sta avvenendo in queste ore. Non piove, e l’effetto della polvere sahariana è meno percepibile del fango giallastro che abbiamo invece trovato a Pasqua con la «pioggia rossa» sulle auto. Meno visibile ma la polvere c’è e basta la colorazione giallastra del cielo per accorgersene.

Il fatto di essere sahariane e quindi «esotiche» non le salva dall’essere anch’esse «polveri sottili»: sono Pm10 che inquinano l’aria e intaccano le nostre capacità respiratorie. Non solo perché spargono oltre che argilla quarzi, feldspati, carbonati ma anche nitrati, solfati, fosforo, ammonio pur se in quantità minime.

Tanto è però bastato al «complottismo populista» che domina in certi social per sfornare un’altra fake news secondo cui le polveri sarebbero provocate ad arte – chissà – da Soros o qualcun altro, desideroso di far male al genere umano e così via, inquinando sempre più l’informazione.

In realtà senza svelare trame oscure segrete l’Organizzazione meteorologica mondiale (in sigla Omm) considera queste polveri «una seria minaccia per la salute» anche per i microorganismi, funghi, pollini, muffe che possono trasportare così come i pesticidi delle coltivazioni africane.

Senza poi contare gli eventuali residui, come il cesio-137, degli esperimenti nucleari francesi a cielo aperto in Algeria degli anni ’60: nella nevicata del 6 febbraio 2021 (che anche a Cuneo arrossò le Alpi, come descrisse La Stampa) si riscontrarono nello Jura francese tracce del Cesio-137. Non c’è bisogno di complotti per capire quante possano essere le «nostre» fonti dell’inquinamento.

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