Una salita a Punta Giordani
di Salvatore Tore Wild Addis
Sono le otto in punto del 2 agosto 2025 quando arrivo ai parcheggi di Stafal, frazione e ultimo centro abitato della valle di Gressoney-La-Trinité.
Ad aspettarmi, un cielo poco nuvoloso che fa da sfondo alle verdi vallate fiorite che portano alle vette più alte delle Alpi Pennine. Mentre muovo i primi passi verso il parchimetro, attraverso il ponte pedonale sul torrente Lys. Ne seguo il corso fino alle nuvole, fino all’omonimo ghiacciaio da cui si forma e prende il nome. Quella strana vista però mi preoccupa: nuvole nere non previste dalle previsioni meteo, si fanno sempre più minacciose.
Preso lo zaino e fatti i biglietti, salgo sulla prima funivia che mi porta allo snodo di Gabiet dove le nuvole bianche si fanno più numerose del solito. Da qui salgo sulla seconda funivia in direzione Passo dei Salati dove piove dirotto. Mi trovo dentro le nuvole e la pioggia mista a neve è veramente forte.
Alla terza e ultima funivia, quella per Punta Indren, incontro numerose persone, come me, titubanti e dubbiose sul da farsi, soprattutto mentre, salendo il crinale, le fitte nubi ormai nere ci avvolgono senza consentirci di vedere oltre un palmo dal naso.
Il ghiacciaio di Indren è ricoperto da grandine, quella morbida tipica dell’inverno o comunque dell’alta quota. La visibilità si è ridotta ad appena venti metri e, anche se non dovrebbe, qualcosa dentro me inizia a cambiare.
Mi muovo di inerzia salendo il pendio e lasciandomi alle spalle la traccia che mi porterebbe prima al rifugio Città di Mantova e poi alla capanna Gnifetti. Passo dopo passo risalgo il pendio che da dolce passa via via ad essere più ripido ma, oltre al suono dei miei ramponi sulla neve, inizio a sentire delle voci in lontananza, fino a vederne le sagome poco distanti dai miei passi.
La traccia che sto seguendo è quella diretta alla Punta Giordani e, trovarmi in compagnia di altre persone, viste le condizioni meteo poco favorevoli, non è male. Peccato che, una volta raggiunte mi dicono che puntano alla via delle Roccette, quindi la direttissima per raggiungere il rifugio capanna Gnifetti dove, tra qualche ora, ci sarà la celebrazione della messa in suffragio alla Madonna dei ghiacciai. La coppia di cinquantenni viene presto raggiunta da un’alta coppia: padre, di circa cinquant’anni e figlio di sedici, anche loro alla ricerca della stessa via, per essere presenti alla messa che, credo non avranno modo di vedere, vista l’enorme perdita di tempo nel vagare lungo il ghiacciaio. Ma quando gli dico che l’attacco per la via delle Roccette è più giù di almeno duecento metri da dove ci troviamo – non pochi su un ghiacciaio – con la scusa di essere “esperti” e di conoscere queste nevi come la loro casa, mi snobbano ridendomi in faccia molto sicuri di sé.
Non fidandosi di me e non contenti dell’altitudine raggiunta, decidono di proseguire fino a circa cinquanta metri dal grande seracco, a circa 3710 metri di quota, proprio il punto nel quale il pendio inizia ad essere decisamente più ripido. Da qui, tra borbottii vari, dopo essersi fermati per qualche secondo, decidono di fare dietrofront per tornare a valle, senza nemmeno salutare.
La fitta nebbia mi accompagna dal momento in cui ho messo piede sul ghiacciaio e, come se non bastasse, la leggera grandine iniziale diventa una vera e propria bufera. Da lì a poco mi ritrovo a fare i conti con il tanto temuto whiteout e con il ripido pendio reso pericolosamente instabile dalla continua e abbondante grandinata.
Il freddo aumenta e ogni parte scoperta del mio viso inizia lentamente a ghiacciarsi. La barba, i capelli e addirittura i peli del naso.
Sono bardato con maschera e scalda collo indossato come passamontagna ma, il tessuto davanti alla bocca, a causa della condensa ghiacciata, non mi consente di respirare bene quindi, vista anche la quota, preferisco avere bocca e naso scoperti e ghiacciati ma respirare come si deve.
La pelle brucia mentre il piccolo termometro legato allo spallaccio dello zaino segna ben -19° e, mentre la bufera imperversa, non avendo nessun punto di riferimento, non riesco a capire l’effettiva distanza tra me e la vetta.
La nebbia, il vento e la grandine, diventano sempre più violenti. Mi fermo completamente imbiancato, penso di rientrare ma la voce dentro me mi incita a continuare la salita: “Manca poco” sento dire dentro di me… “ci sei quasi!”.
Ascolto la voce e, dopo qualche attimo, inizio a muovere i lenti passi lungo il ripido pendio, procedendo a zigzag fino al muro di roccia che mi separa dalla madonnina di vetta. Un muro quasi completamente ricoperto da grandine che si affaccia verticalmente sulla vallata valsesiana. In equilibrio precario e in mezzo alla tormenta, arrivo finalmente alla madonnina di vetta.
Il panorama è praticamente inesistente ma sono comunque arrivato in cima alla Punta Giordani, 4046 metri di quota ma non da solo. Infatti, appena salita la prima parte di roccia, noto due sagome sedute poco dietro la statua, sono due alpinisti arrivati in vetta qualche minuto prima di me ma di cui lungo tutta la salita né ignoravo l’esistenza. Io però non sosto per troppo tempo, infatti una volta scattate le foto di rito e salutati i due, disarrampico la delicata parete rocciosa e discendo velocemente il pendio fino alla base del Ghiacciaio di Indren, mentre la bufera prosegue senza sosta.
Di tanto in tanto, tra le nubi trasportate dal forte vento, fa capolino un cielo terso di un colore azzurro vivace, piacevole da osservare ma che, appena qualche istante più tardi, viene nascosto nuovamente dalle imponenti nuvole scure. Così come il cielo, viene nascosto anche il ripido pendio ghiacciato che scricchiola sotto i miei ramponi, mentre il vento continua imperterrito a lanciarmi addosso vere e proprie schegge di ghiaccio che arrivano da ogni direzione come fossero proiettili.
Le parti del viso esposte alle intemperie sono completamente anestetizzate, e bruciano ad ogni minimo contatto, soprattutto nel momento in cui mi strofino con i guanti per ripulirmi dal ghiaccio in eccesso.
Solo ora che la pendenza è quasi nulla, capisco di essere arrivato alla base del ghiacciaio.
Finalmente vento e grandine si placano, la visibilità aumenta di una decina di metri scarsi e le tracce iniziano ad essere visibili.
Rallento il passo mentre osservo le nubi che a velocità sostenuta prendono quota liberando così le vette più alte della bellissima valle di Gressoney.
Davanti a questo spettacolo, non mi rimane che perdere quota fino gli impianti di Punta Indren.
La vita di tutti i giorni ricomincerà domani stesso e, come in ogni rientro, non sento di esserne pronto.
Possiamo amare tanto la nostra vita da restarne ogni giorno di più meravigliati e soddisfatti, ma tutto cambia nel momento in cui la routine si avvicina e prende il sopravvento; nel momento in cui la maledettissima sveglia dei doveri suona per farci ricordare che è finito il tempo di sognare e sta iniziando per l’ennesima volta quello di lottare…








