Davide Spaccasassi e Giuseppe Di Bella raccontano il Sinai oltre stereotipi e confini, usando la slackline come strumento per connettere paesaggi estremi e persone
di Sara Canali

Un progetto che unisce esplorazione, estetica e sfida tecnica. È da questa idea che nasce l’ultimo progetto che ha visto protagonisti i due atleti di slackline Davide Spaccasassi e Giuseppe Di Bella e il fixer tedesco Timo Elony che, in Egitto e in particolare nella penisola di Sinari, hanno inanellato una serie di imprese ad alta quota nel cuore di uno dei territori più estremi e simbolici del pianeta, tra canyon dimenticati, miniere abbandonate e dune del deserto. Il Sinai, spesso associato a immaginari spirituali e storici, diventa qui il palcoscenico di una narrazione completamente nuova, fatta di linee sospese nel vuoto e visioni quasi irreali.
Il progetto
“L’idea è nata dal deisderio di raccontare lo sport in modo diverso, non solo come performance, ma come qualcosa legato al luogo e alla cultura”, dice Alice Rosano, director & producer di Planet TV Productions, che si è occupata delle riprese nel deserto del Sinai, alla scoperta delle sue montagne. “Il Sinai ci è sembrato subito interessante. È un posto spesso raccontato solo dal punto di vista politico o religioso, ma in realtà è un punto d’incontro tra culture diverse. Il Monte Sinai, in particolare, ha un forte valore simbolico per più religioni”, continua Alice. La base di partenza è stata Dahab, piccolo rifugio sul Mar Rosso diventato punto operativo e luogo di condivisione per il team. La spedizione si è poi spinta nel cuore più selvaggio della penisola. Dal remoto Wadi Shellal, con le sue pareti fragili e la memoria del passato coloniale, fino all’atmosfera sospesa e metallica delle miniere di Um Bogma. Ogni location ha rappresentato una sfida diversa, tanto tecnica quanto visiva. “Il team principale era composto da sei persone: io come regista, due operatori (Laura e Ramy), due atleti italiani (Giuseppe e Davide) e un atleta/fixer tedesco (Timo). Durante il viaggio abbiamo incontrato slackliner locali e atleti internazionali con cui abbiamo condiviso parte dell’esperienza”, racconta la regista. Il progetto ha poi alzato ulteriormente l’asticella tra le dune e le rocce friabili di Matameer, dove l’idea di installare highline sopra la sabbia ha spinto il team verso territori inesplorati. Fino all’atto finale, nella zona protetta di Saint Catherine, ai piedi del leggendario Monte Sinai, dove altitudine, freddo e sacralità del luogo hanno ridefinito completamente le regole del gioco.
L’intervista
Abbiamo chiesto a Davide e Giuseppe di raccontarci qualcosa di più sull’avventura nel Sinai.
Quanto c’è stato di sperimentazione pura e quanto di rischio calcolato in questa scelta?
Davide: “Il confine tra sperimentazione pura e rischio calcolato, in questi ambienti dove non esiste un vero e proprio soccorso, dove nessuno mai ha testato questa roccia e il primo villaggio è ad almeno un’ora di sabbia, diciamo che è molto labile. Il rischio è una variabile sempre presente, soprattutto in questo genere di spedizioni, ma poi sta a noi, sperimentando e valutando insieme, cercare di ridurlo al minimo”.

Cosa avete voluto “raccontare” con queste nuove linee?
Davide: “L’idea iniziale era raccontare l’Egitto, e in particolare il Sinai, sotto una luce diversa, con un linguaggio più outdoor e meno legato a resort e piramidi. Grazie a questo territorio, alle comunità beduine locali e alla slackline, più che una ricerca è stata una vera scoperta. A livello metaforico, la slackline connette, unisce due punti distanti, riempie un vuoto. Volevamo capire se fosse possibile leggere l’Egitto attraverso questo linguaggio. Conoscendo luoghi e persone, è emerso un desiderio ancora più profondo: non solo collegare spazi, ma creare connessioni umane”.
Che tipo di impatto emotivo ha avuto lavorare in un luogo così carico di significato e in un territorio che, in questo momento, è geopoliticamente così caldo?
Giuseppe: “Non avevo idea di cosa ci aspettasse, ma di sicuro stavamo entrando in un luogo con una stratificazione di significati profondissima dal punto di vista religioso, politico, sociale e storico. Tutto questo era in forte contrasto con quella che sarebbe diventata la nostra quotidianità, fatta di gesti semplici come camminare, montare le linee, condividere tempo e spazio con gli altri. Credo che proprio questo sia stato l’aspetto più forte e caratteristico dell’esperienza. Non ci siamo mai trovati in un pericolo diretto, ma a tratti ne abbiamo percepito la possibilità. Abbiamo capito subito che la nostra libertà di movimento non era affatto scontata, ma dipendeva sempre da qualcuno o da qualcosa. A livello emotivo, tutto questo ci ha portati a ridimensionare il nostro approccio, compresa la visione dell’highline, non più uno strumento per “dominare” un luogo, ma per entrarci in relazione”.

Cosa vi hanno lasciato le persone incontrate durante questo viaggio?
Giuseppe: “I beduini che ci hanno accompagnato ci hanno insegnato un rapporto con l’ambiente essenziale, così come i ragazzi egiziani che ci hanno affiancati nella realizzazione di alcune linee ci hanno dimostrato che quello che per noi è difficile, per loro può essere quasi inimmaginabile, nonostante la motivazione sia la stessa. Da qui nasce la consapevolezza che siamo tutti estremamente diversi, ma è proprio questa diversità, se riconosciuta, a metterci sullo stesso piano e a diventare un punto di partenza per costruire, non per dividere”.
Quali brand o partner vi hanno supportato e in che modo hanno contribuito alla riuscita della spedizione?
Giuseppe: “Non è stato un progetto semplice, né dal punto di vista logistico né economico. Per fortuna non eravamo completamente soli. Alcuni sponsor come Ande Outdoor, Out Of Optics, Brazz, Spider Slacklines e Slackhouse hanno creduto in noi fin dall’inizio, supportandoci con materiali tecnici di alta qualità, fondamentali per la realizzazione del progetto. A loro va un grande grazie”.

Giustificare il fascino dell’ambiente con l’esibizione dello sport? Inutile e dannoso!