Grandi imprese sul Cervino – 3
di Giuseppe Bepi Mazzotti
(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/grandi-imprese-sul-cervino-2/)
Parte terza
I
Scendendo dal Teodulo al Breil, Guido Rey aveva incontrato un signore “dallo sguardo chiaro e dai capelli bianchissimi” che saliva lentamente, con passo fermo. Lo aveva salutato senza conoscerlo. La sua guida e la guida di quel signore si erano fermate un momento a parlare insieme, e Rey aveva così potuto sapere di aver incontrato e salutato Edward Whymper.
L’uomo che trent’anni prima era riuscito a vincere il Cervino, guardava adesso dalla morena la grande montagna. Rey avrebbe voluto dirgli tante cose, di quello che aveva letto, del bene che ne aveva avuto, e di quello che provava vedendolo; dei tentativi che aveva fatto per trovare una nuova via fra le rocce del monte, e della speranza che aveva di poter conquistare anche lui “un suo Cervino”… Ma Whymper aveva ripreso a salire. Il “Cervino di Rey” era la Cresta di Furggen.
È la più breve e la più ripida cresta del monte. Si alza dal colle del Breil con una curva armoniosa e potente, s’impenna altissima, e raggiunge d’un balzo la vetta. Qualcuno aveva già provato a percorrerla, e Guido Rey aveva risalito due o tre volte i pendii della parete est, presso la cresta, per tentar di superare l’ultima torre, che sotto la vetta strapiomba, ma aveva poi detto e stampato che non vi sarebbe tornato mai più. Vi doveva tornare invece nel 1899, con Antoine e Aimé Maquignaz.
Tutti sanno come finì quell’impresa. Rey aveva mandato sulla vetta, per la via solita, Daniel Maquignaz, “con due uomini e molte corde.” Dalla vetta essi sarebbero dovuti scendere fino all’orlo dello strapiombo di Furggen, e di là avrebbero dovuto calare una corda lunga quasi cento metri a Rey, Antoine e Aimé, che avrebbero intanto raggiunto la “Spalla” direttamente dal Colle del Breil. Con l’aiuto della corda, essi avrebbero poi tentato di superare lo strapiombo.
Alle dieci della mattina del 21 agosto, Rey e le sue guide giungevano sulla Spalla. Dopo due ore, era sceso a raggiungerli il capo della corda calata da Daniel. Per quattro ore si erano arrampicati su per la roccia e_la corda, giungendo a pochi metri dai compagni che attendevano in alto: avevano potuto vederli e parlare con loro. Antoine aveva provato a salire per la corda che oscillava nell’aria, ma era dovuto discendere. Daniel aveva allora ritirato la lunga corda, aveva preparato con quella una doppia corda a nodi, e l’aveva calata ai tre che attendevano sotto lo strapiombo. Antoine aveva provato di nuovo a salire per la corda, ma dopo un poco si era fermato. Aveva cercato di aggrapparsi alla roccia, si era sostenuto per un momento a un nodo, e poi era disceso: “Ci vorrebbe una scala” aveva detto. Erano dovuti scendere per dove erano saliti.
Tre giorni dopo, Guido Rey saliva il Cervino per la via solita. Erano con lui Antoine, Aimé e Daniel Maquignaz: portavano due scalette di corda. Dalla vetta scendevano per la Cresta di Furggen e sì fermavano attorno al ferro che Daniele aveva piantato nella roccia per legarvi la grande corda del primo tentativo. Poco più in basso fissavano una scaletta alle rupi, lasciandola pendere dallo strapiombo: gli ultimi gradini si trascinavano sulle rocce, proprio nel posto da dove Antoine aveva cercato di innalzarsi tre giorni prima. Egli poteva adesso scendere per la scaletta fino a toccare di nuovo quelle rocce. Prima Antoine e poi Rey, scendevano così e risalivano l’ultimo strapiombo della Cresta di Furggen.
La scala è rimasta lassù. L’altra è stata disfatta, e gli scalini di legno buttati nella nebbia. Rey si è fatto costruire una piccola casa nella conca del Breil, e vi ritorna ogni anno nella buona stagione.
Fin dal giorno che aveva incontrato Whymper sotto il Teodulo, aveva pensato di ritornare nei suoi vecchi anni ai piedi del Cervino, “a confortarsi nella contemplazione delle vette familiari, e a godere degli ultimi piccoli piaceri della vita alpestre…” Adesso i giovani passano davanti alla sua casa per salire il Cervino. Talvolta egli li ospita, li consiglia e li segue poi col cannocchiale. Li ascolta attento quando ritornano, e racconta lontane avventure serenamente. Per loro ha scritto un libro che durerà quanto le rupi della sua montagna. Essi vorrebbero dirgli tante cose; le stesse che Rey avrebbe voluto dire a Whymper: del bene che hanno avuto leggendo quel libro, e di quello che provano quando sentono Guido Rey che parla a loro come un buon padre.
Perché egli vuol bene ai giovani. “Sarò contento – si legge nel suo libro – se rivedrò in essi l’emozione ch’io provai la prima volta che vidi il Cervino.” Da allora egli deve aver provato molte volte tale contentezza.
II
La Cresta di Furggen era stata esplorata, ma non ancora del tutto salita. E forse, proprio su per lo spigolo, senza l’aiuto di corde dall’alto o dal basso, non riuscirà mai a salire nessuno (1).
Dodici anni dopo l’impresa di Rey, tre italiani superavano la Cresta e la parete di Furggen: Mario Piacenza e le sue guide Giovan Giuseppe Carrel, padre di Luigi, e Giuseppe Gaspard. Per diversi anni avevano cercato un passaggio sul versante sud della cresta, dalla parte che guarda l’Italia. Era con loro Giambattista Pellissier, entusiasta e convinto: Moi, j’ai dans la tête qu’on peut trouver un passage… – e indicando le piccole chiazze di neve sotto la vetta, aggiungeva: C’est là qu’il faut passer; où il reste la neige on peut tojours passer. Partivano di notte dalla capanna della Gran Torre, e salivano al Pic Tyndall e al Col Felicité portando una grossa macchina fotografica che nascondevano sotto una roccia. Di là traversavano nelle prime luci del giorno la parete sud, sotto la Testa del Cervino, fin presso la Cresta di Furggen, in un punto più alto della “Spalla”, e si calavano poi con le corde in cerca del “passaggio”.
Quando veniva il sole e cominciavano a cadere le pietre, lasciavano sulle rocce le corde per il giorno dopo, e ritornavano alla cresta italiana a riprendere la macchina fotografica. Volevano far credere alle comitive partite dopo di loro, che essi restavano per tanti giorni sul Cervino e si alzavano così presto alla mattina solo per fare fotografie. Pellissier gioiva: “l’ultima cresta del Cervino doveva restare a quei di Valtournenche! Se gli italiani non erano giunti per primi sul Cervino, vi sarebbero giunti per la via più difficile, sans se casser le cou“.
Alle 13 e 30 del 4 settembre 1911, “quei di Valtournenche” giungevano sulla vetta dalla Cresta di Furggen. Essi erano riusciti a salire per la “via più difficile”, sans se casser le cou, come voleva Pellissier; ma Pellissier non c’era. Riposava da un anno nel cimitero del piccolo villaggio di Urusbievo, fra i monti del Caucaso. Era andato laggiù con Mario Piacenza, per salire l’Elbruz.
Durante la salita della Cresta di Furggen, mentre ancora si trovavano sulla parete est, un masso aveva travolto Gaspard, trascinandolo per due o tre metri. Egli aveva voluto continuare lo stesso, benché avesse un dito schiacciato e un ginocchio contuso. Aveva soltanto fasciato il dito. Quella ferita non poteva fermarlo, come non lo fermarono le ferite toccategli in guerra. A impedirgli di salire in montagna doveva essere un fulmine.
Giuseppe Gaspard era uscito di pattuglia col suo ufficiale Ugo di Vallepiana. Un temporale li aveva costretti a rifugiarsi in un piccolo posto abbandonato sulla parete nord della Tofana di Roces, sopra Val Travenanzes. Un fulmine aveva colpito il ricovero, abbattendo Gaspard che era rinvenuto soltanto dopo due ore di respirazione artificiale. Oh, ma pauvre femme, mes pauvres enfants! Vallepiana avrebbe voluto andar subito a chiedere aiuto, ma Gaspard gli aveva detto di aspettare, chiamandolo per nome come un fratello: Hugo! N’allez pas! Oh, n’allez pas! Il est trop dangereux; il y a trop de neige: attendez le jour.
Egli è tornato a casa con due medaglie d’argento al valor militare, ma da quel giorno non ha più potuto fare la guida. Il fulmine gli aveva paralizzato le gambe. Perché Gaspard aveva cinque bambini a casa. Uno di questi si chiamava Antonio, ed era un bambinetto piccolo, di cinque anni appena.
III
Emile R. Blanchet e Kaspar Mooser stanno salendo sulla Cresta dell’Hörnli. E’ con loro Pollinger che porta un grande sacco con dentro una lunghissima corda e molti chiodi.
Blanchet e Mooser vogliono salire sulla vetta, per calarsi con la corda dagli strapiombi di Furggen. Per calarsi da uno strapiombo, si guarda prima di tutto se c’è uno spuntone che possa sostenere la corda. Se non c’è, si pianta un chiodo in una fessura della roccia, si mette un anello di cordino attorno allo spuntone o al chiodo, si infila la corda nell’anello fino a metà, si buttano i due capi di uguale lunghezza nel vuoto, si guarda se arrivano in un posto dove ci si possa fermare, e si scende lungo la corda doppia.
Arrivati in fondo, per ricuperare la corda basta tirarne un capo. La corda comincia a scorrere in alto, nell’anello, come in una carrucola; e continua a scorrere fin che l’altro capo arriva all’altezza dell’anello, e vi sfugge. Allora tutta la corda cade. Lo strapiombo di Furggen, da sotto la vetta alla Spalla, è di cento metri; la corda che Blanchet e Mooser fanno portare a Pollinger è lunga 82 metri. Possono dunque compiere con quella corda discese di 41 metri. Per discendere lo strapiombo di Furggen dovranno ripetere tre volte quella manovra.
Salgono piano piano, perché Mooser sta male e deve sporgersi ogni tanto dalla cresta “come dalla murata di un bastimento.” Il sacco di Pollinger, poi, con tutta quella ferraglia, è molto pesante. Giungono così alla capanna Solvay, e vi trovano tre austriaci: una bella ragazza e due uomini dal colore della carta oleata. Pare che Mooser, adesso, si senta meglio. Alle 10 riposano al sole, seduti sulle rocce tiepide della vetta. L’aria è calma e il cielo senza nubi. Sono tranquilli.
Pollinger toglie la corda dal suo sacco e la mette in quello di Mooser. Poi ritorna giù per la cresta dell’Hörnli. Mooser e Blanchet si alzano e cominciano a discendere per la Cresta di Furggen. Camminano su un tetto, e vanno verso la grondaia.
Da Zermatt si vede la Cresta di Furggen scendere dolcemente dalla vetta per un breve tratto, poi diventare più ripida, e precipitare di colpo fino alla Spalla. Essi sono giunti sul tratto più ripido, e scendono ancora. Da una parte hanno il grande salto della parete est; dall’altro quello della parete sud. Là in basso, su una stretta cornice, Blanchet vede un mucchietto d’ossa: gli scalmi di legno dell’antica scaletta disfatta da Rey.
“Dépechons nous, monsieur – dice Mooser – c’est ici seulement que cela commence“. Egli vuol dire che da quel punto soltanto comincia il vero strapiombo della Cresta di Furggen. Però non è proprio vero. Lo strapiombo comincia ancora un poco più in basso. Sono fermi su una cengia. Mooser tira fuori dal sacco la corda e il martello. Poi cerca un chiodo. Uno dei tanti chiodi che hanno comperato apposta a Zermatt, e che Pollinger ha portato sulla cima con tanta fatica. Ma i chiodi stanno adesso scendendo dalla cresta dell’ Hörnli, sulle spalle di Pollinger che li ha dimenticati nel suo sacco.
Mooser ne trova due in una tasca del suo, assieme a un anello di cordino. Sono rimasti là, per caso, dopo la salita dell’Aletschhorn: due chiodi e un anello di cordino. Non hanno altro. Mooser pianta uno di quei chiodi in una fessura, e fa passare la corda nell’anello di ferro che pende dal chiodo. E poi comincia a discendere verso l’orlo dello strapiombo.
Blanchet lo vede dall’alto, mentre discende appoggiato alla roccia. Dopo un poco lo vede fermo sull’orlo. Mooser punta i piedi alla roccia, e resta seduto sulla corda, con la schiena verso la valle, perché in quelle grandi discese si fa passare la doppia corda sotto la coscia e sopra la spalla, lasciandola poi ricadere dietro la schiena. Così si scende senza fatica, per il grande attrito della corda che scorre sui vestiti. Delle volte, anzi, per poter scendere, bisogna tirar su di peso tutta la corda che ciondola dietro la schiena.
Mooser è sempre fermo, ma adesso si sporge, tenendosi con una mano alla corda che lo sostiene. Si sporge ancora di più. E quasi orizzontale e guarda in basso. Vuol vedere se la corda tocca qualche cengia o qualche sporgenza dove possano fermarsi per ritirarla. Dopo un poco si rialza, piega le ginocchia, fa scivolare i piedi sotto l’orlo e discende. La rupe lo nasconde.
Blanchet è rimasto vicino al chiodo e alla doppia corda che discende per quindici metri fino all’orlo dello strapiombo e sparisce. Vede che si muove e trema ogni tanto. Gli pare che Mooser dovrebbe già essere arrivato in fondo alla corda, perché è scomparso da tanto tempo. Lo chiama. Non risponde. La corda vibra sempre tesa. Mooser sta ancora scendendo. Un poco di nebbia nasconde il sole. Un fiocco si sfilaccia vicino a Blanchet che guarda sempre la corda, dove sparisce. Vede là in fondo, oltre l’orlo, il ghiacciaio, come se non ci fosse più la montagna sotto di lui. E vede anche salir dal Teodulo una nebbia che prima non c’era. Da qualche giorno si formava una nuvola sulla parete est, e si scioglieva alla sera. Ma ogni giorno era più oscura.
“Venite!” La voce di Mooser arriva diafana dal basso. Pare che venga da un luogo chiuso, molto lontano. Blanchet afferra la doppia corda che non è più tesa, la passa fra le gambe, la gira sotto la coscia, la solleva davanti al petto, la butta sopra la spalla dietro la schiena: come è pesante! Discende. Giunge all’orlo. Discende ancora. La montagna rientra ed egli resta per aria. Vede la roccia, ancora vicina, che si muove, si allontana, gira da una parte, scompare. Al suo posto vi è il cielo sereno; e poi la nebbia, e il Monte Rosa, e la valle, e di nuovo la roccia vicina, che si muove ancora nello stesso senso, si allontana sempre più in fretta: al suo posto tornano il cielo, la nebbia, il Monte Rosa, la valle e di nuovo la roccia, un poco più in basso. Blanchet gira nell’aria. Dopo un poco si trova con Mooser su un terrazzino. Sentono una voce: Pollinger sulla cresta dell’Hörnli.
Adesso debbono ritirare la corda. Ne afferrano un capo e tirano insieme. La corda non scorre in alto e non scende. Non possono vedere dove si sia impigliata. Non possono muoversi fuori dal piccolo terrazzino. Senza corda non possono scendere, e non possono in nessun modo risalire. È mezzogiorno. Tirano furiosamente. La corda comincia a scorrere a un tratto: si sfila dall’anello e cade di colpo, scrosciando. Non c’è più niente ormai che li unisca alla vetta. Adesso debbono scendere fino alla Spalla. La parete est è nascosta da una nuvola grigia e pesante.
Mooser fa saltar via col martello qualche scheggia da uno spuntone, vi mette intorno l’anello di cordino. Fa passare nell’anello la lunga corda, e discende così fino a un altro terrazzino, 25 metri più in basso. Quando anche Blanchet è disceso, egli pianta nella roccia il secondo chiodo, e si cala un’altra volta nel vuoto. Blanchet resta di nuovo solo. E poi scende anche lui. Si trova per aria e ricomincia a girare: il Cervino, il cielo, le nebbie, il Monte Rosa, il Cervino s’inseguono. E intanto, in quella giostra, cominciano ad apparire Mooser e una macchia di neve. Blanchet gira e oscilla. Si sente trascinare lontano. Poi si ferma di colpo. La corda che scorreva sui vestiti è diventata dura e tagliente. Non scorre più. Gli sta segnando la coscia. Lo soffoca… che cosa fa Mooser? Tiene i due capi in mano. E’ lui che non la lascia scorrere perché vuol impedire a Blanchet di venir lanciato, dalla corda che oscilla, sull’altro versante, in Italia, come è toccato a lui. Finalmente Blanchet può scendere. La corda si lascia ritirare docilmente.
Scendono ancora insieme, senza corda adesso, e si fermano sull’orlo del precipizio da cui vengono nebbie sempre più dense. Ad un tratto scoprono un camino e altre rocce rotte che scendono un poco più a destra fino a una striscia di neve sospesa fra le nebbie. Sono le 14 e 30, ed hanno finito. Perché quelle rocce conducono -alla neve della Spalla di Furggen.
Parte quarta
I
Dalla parete orientale, nessuno era ancora salito. È liscia e pare molto ripida. Whymper ne aveva percorso l’orlo a destra, presso la cresta dell’Hörnli, nella sua prima salita, e adesso tutti passano da quella parte. Mummery ne aveva percorso l’orlo a sinistra, presso la Cresta di Furggen, fino alla Spalla, e per quel tratto di parete, abbastanza facile, erano passati anche Rey, Young, Piacenza e Benedetti con le loro guide. Tre studenti ne avevano percorso un tratto d’inverno, ma nessuno era ancora riuscito a raggiungere la vetta senza toccare le creste di Furggen o dell’Hörnli. Forse si pensava che l’ultima parte, che si alza a picco per trecento metri, fosse impossibile. Tale si mostra da lontano, e dalla cresta dell’Hörnli. “Dalla capanna Solvay fa spavento” mi ha poi detto Carrel. “Si vede, sulla parete che sporge a strapiombo, quel becco dove abbiamo fatto il pendolo con la corda. Si vede tutta la strada e pare impossibile”. A me pare un sogno.
Eravamo in sei. Con Benedetti, Carrel e Bich, c’erano anche Antonio Gaspard e Luciano Carrel, fratello di Luigi. Conoscevo Gaspard da un anno. Lo avevo visto la prima volta davanti al suo piccolo albergo delle Cime Bianche al Giomein. Parlava con Enzo, sorridendo, e mi era parso ancora un bambino: ”Ha diciannove anni, e fa il portatore: un ragazzo in gamba. È figlio di Giuseppe, quello della Cresta di Furggen e della Tofana. Diventerà una brava guida, come suo padre”. Fui tanto contento quando seppi che sarebbe venuto con noi. Non conoscevo Luciano.
Avevo visto la parete salendo al Teodulo nell’agosto del 1931. Accompagnavamo al rifugio, a 3350 metri, il figlioletto di Enzo, il piccolo Cici che compiva in quel giorno 3 anni (2) e ci voltavamo spesso a guardare la grande parete sud, bianca, come d’inverno. Lassù passava la strada che non era ancora stata percorsa: da quel canale, su quelle placche, per quei camini, fino alla cengia… A poco a poco, dalla Cresta di Furggen, era apparso il versante orientale, aperto e roseo nel sole della mattina. Dal Breithorn avevamo guardato di nuovo il monte immenso al chiaro di luna. Qualcuno aveva anche pensato di salirlo di notte.
“Saliremo d’inverno quando il ghiaccio tiene ferme le pietre” mi scriveva Benedetti. E poi in primavera, a maggio, nel giorno dell’Ascensione, data simbolica. E poi in estate…: pessimo periodo per le valanghe. “Tienti pronto”. “Piove”.
Avevamo studiato certe fotografie prese dall’aeroplano, e ci pareva si potesse passare. Bastava superare in fretta la parte più bassa, sopra i seracchi del ghiacciaio, e poi dirigersi verso la Spalla di Furggen. C’è, da quella parte, sulla “Testa” del Cervino, una cengia che comincia sopra alla Spalla di Furggen e sale verso la cresta dell’Hörnli. Dove finisce la cengia, si vede sulla fotografia un segno scuro: un camino. Per il camino si sarebbe potuto raggiungere la cresta dell’Hörnli e la vetta… Ma che cosa si aspettava, adesso che il cielo era sereno? Il 16 settembre nebbie basse nascondevano i monti della Valle d’Aosta: aria grigia. Avevamo aspettato troppo.
A Valtournenche si vide un poco d’azzurro nel pomeriggio, ma Carrel ci assicurò che il tempo era eccellente. Alle due della mattina, quando partimmo da Valtournenche, le nebbie si erano abbassate fin quasi al paese. Andavamo in fila per l’erba. Al Breil vedemmo che il cielo, sopra alle nebbie, era tutto sereno. Salimmo nella luce dell’alba sui prati del Giomein, e presto Carrel e Gaspard, che erano stati a prendere un’altra corda, ci raggiunsero in silenzio, come due ombre. Già si vedevano grandi macigni bagnati sull’erba; e, camminando adagio e senza fatica, ci trovammo sulle morene, e poi sulla neve. Al colle il sole ci accolse radioso.
I monti della Svizzera, ancora un poco velati dall’aria vaporosa della mattina, sembravano quasi disciolti nella luce. E respirando quell’aria, che era passata sui grandi ghiacciai, mi pareva di bere un’acqua fresca e schietta.
Carrel correva al sole, e mi trascinava correndo sotto i seracchi scintillanti della parete est, verso il rifugio dell’Hörnli che si vedeva dall’altra parte del ghiacciaio, sopra un monticello verdastro: “Presto, presto!”. Passavamo fra grandi blocchi di ghiaccio crollati da poco. Le scarpe mordevano bene la neve: “Presto, presto! Vede?”. Una pietra era rotolata dal monte fra quei blocchi.
Al rifugio trovammo un mucchio di grandi zoccoli, foderati di panno bianco e spesso, che mi fecero pensare a noci di cocco. Ci divertimmo a infilarli, ma fuori dal rifugio non si poteva camminare perché scivolavano sulle pietre. Il pomeriggio passò pigramente. Prima di sera giunse qualcuno. Guardavo i ghiacciai del Monte Rosa, il Gorner e quello di Furggen, su cui si allungava l’ombra del Cervino. Vedevo la parete sopra di me, e non mi pareva ripida. Non sentivo cadere nessuna pietra. Carrel fumava la pipa seduto sul muricciolo davanti al rifugio: “La parete non mi pare molto difficile”. Egli mi guardava e non diceva niente. ”E poi non deve neanche essere tanto pericolosa…”.
“Ma sa che lei mi fa ridere?” disse, togliendosi piano piano la pipa dalle labbra: “Guardi”. Avevo già visto lassù, sotto la Spalla dell’Hörnli, qualche cosa di scuro che si muoveva: un masso enorme, e due, e tre. Scendevano frantumandosi, strepitando e rombando: un treno. Precipitarono per tutta la parete sollevando una scia di neve e di polvere bianca che rimase immobile per molto tempo. Erano le 6 di sera. “Adesso il Cervino starà tranquillo fino a domani”. L’aria era calma. Due nuvole erano ferme sui Mischabel.
Qualcuno è già sveglio. Forse sono tutti svegli, benché nessuno parli: la candela è accesa. Degli uomini si muovono con gesti pigri nell’aria densa. Sono già le tre e mezzo. Carrel aveva caricato la sveglia e poi aveva messo il fermo alla suoneria. Siamo seduti sui materassi con le gambe ancora sepolte nelle coperte. I piccoli cuscini, a quadretti rossi e bianchi, un poco sudici e unti, restano abbandonati con pesantezza, uno accanto all’altro, nell’ombra. Le coperte chiudono nelle loro pieghe l’odor greve della notte. Pendono, ripiegate, dall’asse sotto il soffitto, tiepide e pesanti.
Carrel spiega una lunga fascia rossa, e l’avvolge attorno alle reni: così deve sentirsi ben disposto. Il Cervino è ancora lontano. Siamo in un ambiente chiuso, con un’altra atmosfera: marinai nel sottomarino. Bisogna aprire la porta per sentire l’aria della montagna cruda e tagliente. Sulle pietre, davanti al rifugio, non c’è polvere: tutto diventa rigido al chiaro di luna. Solo dentro al rifugio è la vita: un volto acceso dalla fiamma davanti al fornello della cucina: due mani, controluce, asciugano con uno straccio una scodella, nervose e veloci come quelle di un vasaio. Una voce vien da sotto un tavolo: qualcuno ha dormito su un giornale disteso per terra. Tonfi di scarpe sul soffitto di legno. Un cesto dondola dal soffitto: vien tolto. Alla luce della candela il pane si rovescia sul tavolo, ma è duro e pesante, come di pietra. Vi sono mele lucide e prugne. “Di chi è questa piccozza?”. Il ferro ricade sugli altri, nell’angolo buio. Bisognerà pur dire che saliremo il Cervino per la parete! Carrel non ha ancora detto niente. Sono gli altri che chiedono: “Allez vous descendre du côté italien?“.
”Oui. Maintenant nous allons gravir la paroi”.
“Nord?”.
“Est”.
“Ah!”.
“On va essayer”.
Nessuno domanda più niente. La luce delle stelle è ferma, e ferme sono le due piccole nuvole distese sui Mischabel: il sole le scioglierà.
Qualche vapore sale dal Colle del Furggen, trasparente e luminoso nel buio del cielo sereno. Tre uomini legati alla stessa corda ci passano davanti e salutano appena: si vede la corda bianca dondolare fra l’uno e l’altro contro l’ombra. Spariscono. Si sente il rumore di una piccozza sulle pietre.
Altri due se ne vanno. Quelli che erano quassù ieri, o altri arrivati stanotte? “Bonne chance!”.
“Bonne chance“.
Siamo tutti sul piazzaletto. Carrel ha preparato i nodi: “Chi si lega con me?”. Gaspard è con lui, e poi Enzo. Maurizio si lega a Luciano, e mi porge il nodo in fondo alla corda. Carrel si è già mosso.
Scendiamo verso il ghiacciaio, tutto sparso di pietre e di terriccio. Si cammina senza parlare in una luce azzurra da cinematografo. Mi pare che ieri, salendo, abbia dovuto sostenermi con le mani per passare in un certo posto: così farò adesso, purché gli altri non corrano; ma arrivo sul ghiacciaio senza aver trovato quel posto. Il piede è sicuro fra le pietruzze cadute dal monte nella neve dura. Si respira un’aria che sa di ghiaccio e di rupe fredda. Il pendio mi pare molto ripido, ma Carrel va su in fretta. Si ferma davanti a un crepaccio, fa due passi a sinistra e lo salta. Siamo tutti sul pendio sotto la parete: l’ascensione è cominciata.
Si va a zig-zag, fra canali sporchi di terra, scavati dalle valanghe nella neve dura. Alcuni pezzi, fatti saltare dalla piccozza di Carrel, mi colpiscono alle gambe, e uno, più grosso, a un braccio. Le rupi, ormai vicine, e oscure, sono orlate di luce dalla luna. Continuiamo a salire nell’ombra, e ci fermiamo in una nicchia sotto la parete. Si potrebbe anche continuare al chiaro di luna, ma Carrel vuole attendere la luce del sole: “Adesso non si vedono le pietre che cadono”. Tutto è fermo. Si vede per un momento un lume sulla cresta dell’Hörnli; si sentono delle voci e ancora un rumore di piccozze.
Quando la luce del sole viene a scaldarci, siamo già alti sulla parete. Dalla nicchia eravamo passati su una crestina di neve gelata e sottile come una lama: da una parte un crepaccio oscuro, fra la neve e la roccia; dall’altra il pendio verso la valle, sopra i grandi seracchi. La luce era allora verde. Vedevo Bich vicino, mentre Carrel e gli altri, confusi e incerti nel crepuscolo, correvano sulla neve, come per stare in equilibrio: attraversavano il ghiacciaio, e mi pareva che invece di salire scendessero. La luce si fece viola; e poi rosea; e gialla infine e tiepida, ma senza sapere in quale momento, perché voltavamo le spalle al sole. Proprio prima di toccare le rocce, un poco a sinistra del punto dove il ghiacciaio arriva più in alto sulla parete, avevamo scavalcato il crepaccio passando sopra una cascatella gelata, orlata di frange. Con l’impressione di camminare sul vuoto sopra qualche cosa di fragile, ci eravamo trovati sulla parete in un piccolo canale di neve intatta. A questo punto la luce era già rosea.
La roccia è colore del piombo, con venature verdi. Prima vedevo ogni tanto il fazzoletto rosso sul capo di Carrel, oppure la corda, o una giacca fra i macigni. Adesso mi trovo vicino e Enzo. Si sale un poco insieme, come per una gara, poi Carrel ci precede di nuovo, ma non tanto: lo vedo passare sicuro e svelto fra grandi blocchi grigi e verdi.
Nessun rumore. L’aria è ferma, e pare che tocchi appena la rupe. Ma ecco qualche cosa che passa vicino frullando e si perde in un sibilo. Poi un colpo rabbioso: una pietra a destra; e ancora un sibilo alto sul capo. Nessuno parla. Solo Maurizio ha un moto vivace, come di sorpresa. Porta la mano alla nuca, ma continua a salire. A poco a poco il suo passamontagna bianco si arrossa, il sangue fa grumo fra i capelli e gli scende sul collo. Dietro una torre della cresta dell’Hörnli spunta un tetto rosso: la capanna Solvay, quattromila metri!
“A momenti siamo all’altezza della capanna, mi pare…”.
“Oh, no!”. Bisogna chinarsi ancora; e guardare ancora la roccia grigia, verdastra, plumbea. Più in alto diventa cupa e fulva; e poi gialla. “Ci si può fermare un momento?”. “‘No”.
Siamo in mezzo alla parete, dove passano tutte le pietre che cadono. Si va quasi di corsa. Il pendio è sempre uniforme e l’ascensione continua monotona. Abbiamo risalito gli sdruccioli di neve a metà parete e siamo alti come la capanna, finalmente! La parete diventa più ripida, e si gonfia qua e là come il mare alla prima raffica. Più in alto si rompe, formando tre nervature parallele. Saliamo diritti verso la nervatura di sinistra, che si stacca in alto quasi come una torre: la roccia è compatta e tiepida, colore del bronzo.
Carrel non vuole ancora fermarsi, e attraversa in due salti il canale di ghiaccio che ci separa dalla nervatura di mezzo. Tre o quattro pietre volano nel canale prima che passi Gaspard, e altre appena passato. Esse vanno per l’aria elastiche e leggere; rimbalzano e si frantumano sulle rocce più in basso. Anche Enzo è di là.
Carrel, dall’alto, ci grida di passare. Maurizio sale svelto e si ripara dietro un masso, mentre una valanga di pietre e ghiaccio irrompe nel canale. Stiamo attraversando la parte inferiore di un enorme imbuto che raccoglie tutto quello che si stacca più in alto. Anche Luciano è passato. Finalmente siamo tutti al sicuro. Al sicuro e seduti.
La parete sfugge sotto i piedi fino al ghiacciaio, e la topografia dei monti si rivela come dall’aeroplano. Nebbie salgono dal Colle di Furggen, rovesciate dal vento. Altre, più dense, pesano sulle valli in Italia: golfi di vapori giallastri fra i dorsi dei monti più alti: penisole e isole cupe. Noi godiamo la luce del sole.
Davanti a noi si stendono i nevai abbacinanti del Monte Rosa, e, di là dalla valle profonda, i monti della Svizzera sorgono aspri e decisi nelle loro creste di roccia. Una voce ci giunge dalla Spalla dell’Hörnli, dove due figurette, dal bianco della neve, si profilano sul cielo azzurro cupo.
La nervatura su cui saliamo è enorme. Si comincia a comprendere la grandezza della montagna. Mi sorprendo a canticchiare:
Marlborough s’en va-t-en-guerre,
Mironton, mironton, mirontaine…
Il ritornello si ripete, automatico: non è possibile sorvegliarlo. Guido Rey, sulla Cresta di Furggen, fu assillato da un ritornello simile:
Marlborough s’en va-t-en guerre…
Chi ricordava più questa canzone?
La nervatura è unita in alto alla parete da una sottile cresta di neve: vien voglia di passarla a cavalcioni. Al secondo passo la neve cede sotto il piede e barcollo; poi avanzo di corsa, con le braccia aperte. Siamo su rocce sanguigne: quattromila e cento metri.
Alcune pietre scivolano sulla neve, compiendo una curva perfetta, come slittini nella loro pista, e guizzano via, con velocità sorprendente, nel canale che abbiamo attraversato più in basso. Le rocce della vetta si alzano vicine, quasi a picco: a un tratto ci si trova contro il muro e si comincia a salire.
Carrel trova delle cenge fra quelle rocce che parevano lisce, e si arrampica diritto e sicuro, come se conoscesse la strada. Ma è possibile che la salita sia proprio tutta così facile? Dovevamo raggiungere la cengia che taglia la “Testa” del Cervino, dalla spalla di Furggen, e la raggiungiamo invece, quasi senza saperlo, a metà. Abbiamo così superato un terzo della “Testa” del Cervino, e sono appena le 9 e mezzo. Già vedo il principio del camino che sale verso la cresta dell’Hörnli: fra un’ora saremo sulla vetta! Non eravamo d’accordo di passare per quel camino? Carrel non è più di questo parere: vuol provare prima a superare la muraglia sopra la cengia. Intanto mangia della cioccolata.
Eravamo ancora fermi quando mi accorsi che i nostri corpi non mandavano più ombra. Il vento si era stancato di respingere la nebbia dal Colle di Furggen, ed essa era salita, a poco a poco, a nascondere il sole; e già avvolgeva la vetta del Cervino.
Sopra la cengia, un lastrone di roccia rossa s’appoggia alla parete. Carrel si fermò a metà del lastrone. Dalla nebbia, in alto, si vedeva sporgere ogni tanto una rupe oscura. Carrel salì ancora un poco, e, sostenendosi con un piede su una stretta sporgenza, tastò l’orlo del lastrone: nessuna presa. Aderiva al lastrone con una gamba piegata, l’altra diritta e tesa: il piede appoggiato di fianco. Soltanto due o tre chiodi del tacco mordevano la roccia.
Provò a salire inarcandosi tutto, ma dopo un momento ritornò ad appoggiare la scarpa alla piccola sporgenza. Da sotto si vedeva bene tutta la suola. Rocce e canaloni apparivano e scomparivano in alto. Mi mossi sulla cengia, e spinsi col piede una pietra che scivolò sulla neve e sparì nella nebbia. Mi sedetti su un sasso, e poi mi alzai perché il sasso si muoveva. Guardai il camino che avrebbe potuto condurci alla cresta dell’Hörnli, e tornai a sedermi. Infine rimasi rannicchiato, appoggiando la schiena alla roccia.
Ecco un tintinnìo incerto di ferri: Carrel ha introdotto un chiodo in una fessura, e vibra il primo colpo di martello. Dopo un poco, picchia selvaggiamente, fischiando. Il chiodo è saldo: vi fa girare attorno la corda, lo afferra con la mano destra, e si butta a sinistra, oltre l’orlo del lastrone: è passato.
Ma la corda è di nuovo ferma fra le nostre mani: poi scorre con una lentezza estrema. Le rocce sembrano facili, e Carrel è fermo; che cosa aspetta? Non canticchio più, e non me ne accorgo nemmeno: sono annoiato. Spingo col piede un’altra pietra nel vuoto che l’inghiotte senza rumore. Carrel pianta un secondo chiodo, e poi un terzo. Una pietra passa frullando sopra di noi. Mangio una zolletta di zucchero.
Si vedono in alto le spalle di Carrel e le cocche del suo fazzolettone rosso sulla nuca: sento che pianta un chiodo con colpi misurati e precisi, sbuffando e fischiando ritmicamente, come per gioco. Gaspard supera il lastrone rosso, e si ferma poco più in là; mette un piede su un orlo sfuggente, afferra un chiodo con la mano, e sale: la piccozza sbatacchia sulle rocce. Qualche cosa rimbalza sul lastrone, e piroetta elastico nell’aria: il martello, uscito dalla tasca di Carrel. Adesso dobbiamo mandargli il nostro: “purché non perda anche questo!”.
Attendevo da quasi quattro ore. Ero infastidito, e non mi curavo neanche più di sapere che cosa stessero facendo i miei compagni. Essi avevano impiegato tutto quel tempo per superare un tratto di parete alto poco più di venti metri, e adesso dovevo salire io. Non capivo ancora come avessero potuto perdere tanto tempo. Mi preoccupava un poco il fatto di non avere le mie solite pedule ma ero sicuro di poter salire lo stesso: “Vedranno” pensavo.
Dopo il lastrone c’era una parete di roccia guasta, che più in alto diventava salda, ma ripida e liscia. Non sapevo dove appoggiare i grossi scarponi. Potei salire dieci, dodici, quindici metri. La parete diventava sempre più difficile. Ad un certo punto mi trovai a palpare il muro in alto e in basso, come un cieco. Eccomi con le braccia distese, e la corda che mi trascina a destra: “Se arrivo a mettere il piede su quell’orlo, mi riposo”, penso. L’afferro, vi metto il ginocchio, ma la rupe che sporge mi butta in fuori mentre mi rizzo: la palpo ancora su e giù, febbrilmente, al limite dell’equilibrio. Vedo Carrel e Bich che si sporgono: sono vicini ormai, ma sulla roccia le mani non trovano proprio niente: è tutta liscia e inafferrabile. Come ha fatto Carrel a passare di qua? E perché Maurizio ha tolto tutti i chiodi? Come faccio adesso a salire senza chiodi? “Hallo! Come va?” mi chiede Carrel ridendo. Respiro affannosamente e non rispondo. Essi sono poco più in alto: due o tre metri soltanto, ma non posso più salire.
Non posso più nemmeno sostenermi, poiché le dita si irrigidiscono: “Si fidi della corda” mi dicono; e mentre sto per cadere, sento che la corda si tende, mi sostiene e mi solleva. Per un istante sono contento. Subito dopo vorrei ribellarmi: “Basta, dunque, basta!” e già una mano ha trovato qualche cosa da afferrare più in alto. I miei compagni, uno sopra l’altro nel camino, hanno visto spuntare dalla nebbia, sull’orlo del sasso, quella mano, poi i miei capelli, e l’altra mano, e la piccozza, e le mie spalle. Mi guardano e sorridono. Penso che abbiano voluto farmi uno scherzo cattivo. Adesso sono sospeso nel camino: con la schiena su una parete, e i piedi puntellati sull’altra, mi riposo come in una poltrona.
Sono le 13 e 30. Dopo tanto tempo mi trovo accanto a Enzo ma non ci diciamo niente. Sono scontento, come se avessi commesso una cattiva azione: ”Però non è colpa mia. Del resto, nessuno lo saprà”.
Sopra di noi sporge un tetto di rocce verdi. Carrel è già salito fin sotto il tetto, ha piantato un chiodo, ed è scomparso a sinistra, dietro una costola di roccia. Abbiamo freddo e non ci si può muovere. Vedo la mano di Enzo che trema, accostando la sigaretta alle labbra. Più in alto, forse, si starebbe meglio: ci spostiamo un poco alla volta. La schiena, premuta contro il sasso, comincia a dolere. Anche le ginocchia si stancano, e il piede non è più sicuro e fermo. Non sarebbe meglio passare a destra, su quelle rocce biancastre? La Cresta dell’Hörnli non dovrebbe essere lontana, e in un’ora o due si potrebbe raggiungere la vetta… Ma sentiamo la voce di Carrel. Egli domanda qualche cosa a Gaspard che sale fino al chiodo e scompare. “Come va?”. “Eh! Ancora due passi”. Un urlo. Si sente il rumore di un corpo che precipita, e poi un tonfo. Carrel era salito sopra un masso per vedere se si poteva passare. Era dovuto discendere tenendo una mano in una fessura fra la parete e il masso; e, mentre scendeva, aveva sentito che la fessura si allargava, e che il masso si staccava dal monte. Egli aveva cercato di trattenerlo e di guidarlo per un momento, ma il masso aveva finito per crollargli addosso, strappandogli in tante parti la stoffa dei calzoni, e ferendolo a un piede.
Si è appena sentito il primo tonfo del masso che continua a precipitare ululando, e già Carrel si è voltato per dirci con voce ferma: “Ho buttato via un masso”. Anche Bich è adesso con Carrel e Gaspard: vediamo le loro teste ogni tanto, e poi una corda sottile per aria. Contro la nebbia si profila uno spuntone, arrotondato in alto, che assume a un tratto l’aspetto di profilo umano: il mento, le labbra, il naso, la fronte alta, la capigliatura scomposta: una testa romantica. Il cordino torna a muoversi nell’aria: si vede che è doppio, che è stato lanciato sopra quella roccia. Sapremo poi che Gaspard si è calato nel vuoto, dondolandosi in modo da raggiungere i capi del cordino pendenti dall’altra parte. Uno dei due capi passa fra le labbra e l’altro sopra il mento di quel profilo.
Mettetevi a trenta centimetri da un muro, e provate a guardare per dieci minuti le rugosità dell’intonaco. Da tre ore osservo la stessa roccia davanti a me. Fra le ginocchia vedo l’orlo delle rupi vicine, sul precipizio da cui siamo venuti, e che adesso è nascosto dalla nebbia. Tutto è ugualmente lattiginoso e uniforme sotto di noi. Il tetto di rocce verdi sporge sul nostro capo, enorme e pesante. La mia giacca a vento…? Ecco: la mia giacca è nel sacco di Gaspard.
Cosa stanno facendo lassù? Carrel è in piedi sul capo di quella strana figura. Gaspard gira nel vuoto, sospeso a una corda: vedo il suo sacco, la piccozza, un piede contro il cielo. Sbatte contro la roccia, la risale; si afferra all’orlo, è accanto a Carrel. Anche gli altri passano, uno alla volta: li vedo in strani scorci. Finalmente posso muovermi.
Quando arrivo sotto il tetto, dove credevo ci fosse una cengia, trovo una cornice orizzontale, liscia e inclinata. Mi stendo sulla cornice, ma non oso sfilare la corda dal moschettone, e toglierlo dal chiodo: Carrel tiene la corda tesa orizzontalmente, dieci metri più in là: se scivolo, essa mi farà descrivere un grande arco per aria, conducendomi a sbattere contro una quinta di roccia.
Mi decido e avanzo strisciando: tutto il corpo aderisce alla pietra; le mani cercano qualche asperità, e le dita vorrebbero penetrare la rupe. Avanzo trattenendo con le unghie il corpo che sta sempre per scivolare: mi sento solo sulla montagna che mi respinge e mi rovescia di fianco… Bisogna resistere, e afferrarsi a qualche cosa…: ecco, più avanti, ancora un poco più avanti, una piccola sporgenza. La cornice si interrompe.
Due o tre massi sporgono più in là, come denti dalla gengiva: afferro l’orlo del primo, e mi abbandono. I piedi si fermano non so dove, poiché il masso strapiomba. Procedo tenendomi ben afferrato con le mani all’orlo sottile e sporgente. Dopo il masso c’è un buco come se vi fosse stato un altro masso: forse quello che è crollato addosso a Carrel. E dopo il buco c’è un chiodo da cui dovrò calarmi con la corda, per afferrare un’altra corda a nodi, facendo un piccolo pendolo per aria, come hanno fatto gli altri. Mi sporgo: l’orlo del masso cede e si sfalda sotto la mano sinistra.
Mi tengo sospeso con la destra, e lascio cadere i frantumi di roccia che mi sono rimasti in mano; poi mi volto lentamente: il chiodo, da cui mi sarei dovuto calare, è uscito dalla sua fessura e pende dal moschettone infilato alla corda. Dondola: tintinna sulla pietra, scende a poco a poco e si ferma sul mio petto. Nello stesso momento, sotto la mano destra si rompe e si sbriciola la parte rimasta dell’orlo sporgente. Resto in equilibrio premendo con forza le mani sulla pietra piana. I miei compagni sono sei metri più in là.
“Mandatemi il martello: torno a piantare il chiodo”. “No. E’ meglio così. Aspetti”. Vedo che stanno facendo un nodo al capo di un’altra corda. Attendo calmo: “Bisogna però che facciano presto, perché non posso restar fermo tanto tempo così!”. I miei compagni mi buttano il capo della corda col laccio preparato: “Si leghi”. M’infilo nel laccio facendo aderire al masso prima una mano e poi l’altra. “Benissimo: così. Si butti!”. Sotto di me la nebbia sfiora la montagna.
Lascio scivolare le dita sulla pietra sparsa di frammenti e di polvere: sono per aria, sbatto sulla rupe con tutto il fianco sinistro: maledetta piccozza! Afferro la corda a nodi: un metro, due metri… la corda oscilla. Dio, com’è faticoso! La mano è costretta fra la corda e la roccia. Un metro ancora… La suola di una scarpa spunta sopra la mia testa: mi afferro alla scarpa; ansimo… una mano mi serra il polso: affioro come il nuotatore alla riva. Mi raggomitolo in un ultimo sforzo…: sono arrivato.
Siamo di nuovo tutti assieme sopra quello strano profilo che si vedeva dal basso: un foglio di roccia che sostiene poche pietre vacillanti: fra l’una e l’altra si scorge il bianco della nebbia. Il cielo è tutto chiuso e cupo. Mi accorgo cli rivoltolare in bocca l’osso di una prugna.
Bich e Carrel disfano i nodi della corda, senza fretta: “Adesso è finito” dice Carrel, guardando in alto, dove si vedono soltanto rocce, e poi altre rocce ancora. Altissima appare confusamente una forma d’arbusto: è un masso che sporge dalla cresta, nascosto in parte da grandi di frange di ghiaccio. Ore diciotto.
Abbiamo aggirato il tetto a sinistra, passando sopra un lastrone inclinato, coperto da una crosta di ghiaccio e neve dura. Così siamo giunti a un camino. La roccia è bagnata: piove? Nevica. Appena appena, ma nevica. Carrel martella furiosamente in alto, sulla roccia lucente: gli altri sono tutti nel camino. Intanto la neve scende adagio, si scioglie sulla roccia ancora tiepida, si ferma nelle pieghe del vestito, entra nel bavero. La roccia diventa fredda, e la neve non si scioglie più. I polpastrelli cercano la pietra sotto la neve, e a poco a poco diventano insensibili, come la pietra e il ghiaccio. Un bagliore accende la nebbia, e la sensazione di una scarica elettrica mi corre dal gomito al polso destro, simile a quella che si avverte quando si riceve un colpo fra le ossa del gomito; ma non ho urtato da nessuna parte. La neve scende uguale e fina, senza vento.
Nel fondo del camino è incastrata una pietra sottile che sembra solida, però si muove a toccarla. Bisogna stare con un piede per parte sulle due pareti, ma ci si stanca. Appoggio un piede alla pietra, senza premere troppo: pare che resista. Mi sostengo intanto appoggiando le mani a due sporgenze, come a due braccioli. Ad un tratto la mano destra viene staccata violentemente dalla roccia. Un lampo. Il rumore del tuono si ripercuote sulle rupi e si perde lontano.
Provo a sedermi sulla pietra incastrata, ma non è possibile riposare in nessun modo. Mi arrampico un paio di metri: “gli altri devono aver trovato un posto migliore” penso. Una luce giallastra scivola ancora sulle rocce: a poco a poco diventa grigia e plumbea. Enzo è ancora con noi, poi anch’egli segue Carrel e Gaspard. Scompare. Vedo in alto un bastone che si muove contro il cielo nella nebbia: forse è la piccozza che esce dal sacco di Carrel. E adesso non vedo più neanche quella.
La neve ha coperto tutte le sporgenze. Per dove è passato Carrel, quando la roccia era ancora asciutta, ormai non si può più passare. Maurizio parla con Luciano, poi chiama forte. Si sente la voce di Gaspard, e anche quella di Carrel, lontana; ma che cosa dice? Il cordino? Maurizio deve proprio avergli chiesto il cordino. Si sente che Carrel sta piantando un altro chiodo. Mancano pochi minuti alle 19. Certo non si potrà più arrivare in cima prima di notte. Un bivacco sul Cervino, così, senza giacca a vento, senza niente per coprirmi, sotto la neve? Una cosa assurda! Mi ero fatto prestare a Milano un bel sacco da bivacco, ma Carrel non ha voluto che lo portassi: “Non occorre, non occorre: c’è chiaro di luna. Scenderemo alla capanna italiana al chiaro di luna”. L’ho lasciato a Valtournenche, ed ecco che bel chiaro di luna! E poi, occorreva proprio passare di qua? A quest’ora si potrebbe già essere alla capanna… E invece debbo attendere fermo. Se potessi almeno scaldarmi! I fornelletti? Sei piccoli fornelli comperati in un luminoso negozio; leggeri leggeri, di lamiera sottile, rivestiti di panno; ci si può bruciar dentro un carboncino. Anche quelli sono rimasti nella valigia. E adesso nevica.
Sento una voce, e poi qualche cosa che scroscia e sibila per aria: il cordino. Si ferma nella nebbia, due metri lontano dalla parete, verso la Cresta di Furggen. Maurizio lo guarda: “Vada a prendere il cordino” mi dice. La parete, per dove siamo saliti, strapiomba. Sui pochi appigli si è fermata la neve. Dovrei discendere, togliendo la neve dalle sporgenze, traversare la parete per dieci o dodici metri, e sporgermi sul vuoto per afferrare il cordino. C’è un gradino in principio, e, per qualche metro, una cornice larga forse cinque centimetri. Ci sono ancora due altre sporgenze più avanti, e poi non c’è più niente: si vede solo la roccia oscura e bagnata. Per di là non si passa, e la corda, così di traverso, non mi potrebbe aiutare.
“Ma non si può, Bich!”. “Vada pure. La tengo io”. Adesso gli mostro che cosa può tenere lui! Provo, scivolo, e resto per aria, attaccato alla corda tutta la notte, vedrà. E intanto sono già uscito dal camino. Le dita frugano nella neve, mentre le scarpe rimuovono quella che si trova sulla cornice, e la fanno cadere a pezzi, pigiata, sudicia e acquosa. Mi sposto tenendo i piedi di fianco. Maurizio è in alto, cinque o sei metri più a destra, nel camino.
La cornice diventa sempre più stretta e sparisce. Mi reggo con le dita nella neve. Sono sulla prima sporgenza, e con l’altro piede sulla seconda. Tasto con le dita il muro liscio. Il cordino è ancora tre metri più in là. Tutti e due i piedi sono sull’ultima sporgenza. Le dita hanno trovato nella roccia un piccolo buco per due polpastrelli. Mi sporgo. Il cordino è lontano ancora due metri. Ritorno al posto di prima, e mi volto verso Maurizio.
“Si sporga di più, e lo prenda con la piccozza” mi dice. Libero la piccozza dal polso, faccio scorrere l’anello della cinghietta lungo il manico, l’afferro così, e mi sporgo: manca ancora quasi un metro. “Vada più in là” mi dice Maurizio.
Afferro la piccozza proprio per la punta, mi distendo tutto in fuori: mancano trenta centimetri, venti, dieci. Lascio scivolare le dita dal loro piccolo buco. Adesso mi regge solo un piede, e la corda per traverso. La mano scivola sul muro mentre il becco della piccozza si avvicina al cordino e quasi lo tocca. Un poco di vento lo muove, e poi lo lascia ricadere: benissimo! Basta ritornare indietro piano piano per non fare una giravolta per aria. La mano tocca di nuovo la roccia; le dita ritrovano il piccolo buco; la piccozza riconduce il cordino. Lo stringo fra i denti: ecco fatto! La neve ha già ricoperto la cornice.
Adesso è buio. Come si sta bene nel camino! La pietra incastrata nel fondo è abbastanza sicura. Sono le 19 e 30. Maurizio ha in mano il cordino, e si muove. Ma dove vuol andare? Ormai bisogna trovare un posto un po’ riparato per passare la notte. Non sarebbe meglio restare nel camino? Qui, almeno, non nevica.
Ma ormai Maurizio è salito; e anche Luciano. Mancano cinque minuti alle venti. Sono solo, e il camino non mi pare più tanto comodo. L’orlo della pietra è così sottile che potrebbe anche sfaldarsi. Però, seduto, potrei stare benissimo. Ed ecco invece la voce di Maurizio: “Venga”. “Ma io resto qui. Sto bene qui. Non vorrà mica continuare tutta la notte! Come vuole che faccia a salire se non vedo più niente?”. “Venga”. Questa è la volta che scivolo di sicuro. Avanzo al buio, tastando la roccia con dita estranee sopra il precipizio di Furggen. Sento il vuoto sotto di me. Nevica sempre. Le dita si fermano su una piccola gobba. Va bene… No. Se il piede scivola, la mano qui non resiste. Ma su che cosa appoggia il piede? La mano cerca più in alto, più in basso; si ferma nel posto di prima. Non sono ancora scivolato, però.
Mi pare di vedere qualche cosa di bianco sopra di me. Una cengia? Le mani affondano nella neve e la rovesciano sul mio petto, fin dentro la camicia. Devo mettere un ginocchio su quella cengia, ma le mani scivolano sotto la neve. La corda mi trascina a sinistra: “Non tirare, se no mi rovescio! Non tirare” grido, e poi, invece, penso di lasciarmi trascinar via dalla corda. Così Maurizio impara. Ma intanto ho messo un ginocchio sulla cengia, e poi l’altro. Davanti al mio volto ci sono le scarpe e le gambe di Luciano.
Spero che basti, finalmente! Ma non vedo Maurizio: sarà andato a cercare un posto ancora più brutto. Dopo un poco sento che ritorna: aveva provato a salire, e ridiscendere. Vedo i suoi piedi e le sue gambe. È vicino, e si volta verso di me: “Sarà meglio fermarci qui” mi dice.
Eravamo su una cengia di ghiaccio, larga forse trenta centimetri, e lunga qualche metro, proprio sotto l’orlo del grande strapiombo. Carrel, Gaspard e Benedetti erano più in alto, e non si vedevano.
Cercammo una fessura al lume di una candela, e piantammo un chiodo nella roccia con la piccozza, perché il nostro martello lo aveva Carrel. Egli aveva già piantato un chiodo in un’altra fessura, ma si muoveva. Ci legammo a quei chiodi. Un richiamo ci giunse dall’alto; e poi più nulla. Era come se fossimo soli sulla montagna.
Su quella cornice passammo undici ore. Non si poteva stare seduti sul ghiaccio, e non si poteva neanche stare in piedi, perché la roccia sporgeva. Nevicò tutta la notte. Solo dopo le 22, una breve schiarita ci mostrò il Monte Rosa sotto un tetto di nuvole nere, illuminate a tratti da grandi alberi di fuoco che si accendevano fra le nubi e le creste dei monti. Lontani bagliori sfuggivano rapidi sotto altre nuvole ferme sulla valle d’Aosta. Un lume brillava in direzione della scarpa sinistra: Zermatt, tremila metri più in basso.
Rare nebbie velavano qua e là il ghiaccio di Furggen, grigio e lucente, con due piccoli laghi dove si specchiava la luna; perché il vento sospingeva le nebbie sotto di noi contro la parete che non si vedeva, ci pareva che fosse la montagna che si muovesse contro le nebbie. Navigavamo in silenzio. In qualche momento pareva proprio che una enorme falda di roccia, e forse tutta intera la parete, si fosse staccata senza rumore dal monte e stesse per precipitare sul ghiacciaio. La neve, sollevata dal vento, scrosciava improvvisa sul volto e sui vestiti, da cui ricadeva con un rumorino di sabbia sparsa su foglie secche. Eravamo fermi e duri come le rocce.
La luna si velò di nuovo, e apparve diafana e vicina nei vapori. Alle 23 l’ultima stella era scomparsa. La neve ricominciò a cadere fina fina sugli abiti rigidi: si scioglieva soltanto sulle ginocchia, dove la stoffa aderiva alla pelle. Ero persuaso che non avrei più veduto la luce del sole, e attendevo stupidamente immobile.
Mentre attendo così, mi accorgo che Maurizio si muove. Non capisco bene, ma poi vedo che ha fatto un anello col cordino, lo ha legato al chiodo, e si è infilato nell’anello: resterà così per tutta la notte, sospeso e seduto.
Scaldiamo un poco di vino: la fiamma della candela, tenuta fra le dita, vive nella conca del palmo. La candela si è spenta; la mano è scomparsa nel buio. Nessuno parla. I miei compagni si confondono con la montagna. Mezzo seduto su un groviglio di corde, comincio a darmi pugni sulle gambe, e faccio saltar via la neve dalle pieghe del vestito. Quando resto fermo, ascolto cadere la neve. Se non c’è vento, scende senza rumore e senza fretta. Mi copre le scarpe.
Certi grandi cartelli, sui muri delle città, mostrano un cane San Bernardo in mezzo alla neve, con la botticella al collo. Luciano ha i calzoni strappati sopra il ginocchio, e la neve si scioglie sulla pelle nuda…: perché non chiude lo strappo? Anch’egli è come istupidito. Allungo una gamba: la scarpa butta nel vuoto un poco di neve, e rimane senza sostegno. Torno a piegare la gamba. Luciano non si muove, ma adesso parla: “Le corde gelate diventano fragili” dice. Poi sento di nuovo il rumorino della neve sui vestiti.
Camminando sull’argine di un fiume, un amico mi dà improvvisamente uno spintone, e mi trattiene per le spalle: che scherzi idioti! Mi sveglio con le braccia ciondoloni, chinato sul vuoto e sorretto dalla corda. Allungo l’altra gamba nel vuoto: le ginocchia non possono più restare piegate e ferme. Dopo tanti anni, sotto la neve, fra i ghiacci del Polo, sono stati trovati i resti di Andrée: ossa bianche, corde, strumenti, un diario. Mi sveglio ancora, di colpo, con gli occhi spalancati nel buio. Nevica.
I fiocchi di neve si muovono nell’aria come piccole farfalle. Ali leggere discendono, risalgono a onde. Guardate: tanti colombi bianchi avanzano insieme, uno stormo. Sono anzi velivoli che passano, ritornano e ripassano nel cielo. Dopo un poco di tempo, tanti puntini si staccano da quei velivoli; e ogni punto diventa un fiore bianco che sboccia improvviso, e si ferma, quasi, nell’aria. I paracadute si disperdono e scendono, portati dal vento. Solo uno non si è aperto: un uomo precipita velocissimo, e ingrandisce. Cade proprio sopra di voi. E poi siete voi che precipitate così, a capofitto, in quel sogno.
Luciano è sempre fermo, e mi pare che guardi davanti a sé, mentre forse ha gli occhi chiusi. Maurizio è sospeso al suo cordino. Credo che dorma. Mi trovo solo ad attendere, legato a una roccia senza poter dormire. Le ore più fredde sono quelle dell’alba. Purché si possa resistere.
Mezzanotte. A Milano saranno ancora alzati. Lo zio avrà spento la radio, e leggerà il giornale sotto il grande paralume rosso. Sentirà il rumore del tram che ferma soffiando all’angolo della strada, e riprende subito a correre. Lo specchio, nell’ombra, rifletterà l’orlo acceso del paralume, e il campanellino rosso, piccolo come una ghianda. Sull’altra parete, una giovane donna continuerà a tenere le mani ferme su un pezzo di tela, fingendo di cucire entro la cornice del quadro.
Se ritorneremo, Enzo non dirà niente, ma io racconterò qualche cosa. Sdraiati? Provate a piegar le ginocchia, appoggiando la schiena al muro. E state poi fermi, con le ginocchia piegate, per cinque minuti. Immaginate di dovervi restare per otto, dieci, dodici ore; e di dover passare un’intera notte così legati a una guglia del Duomo, mentre nevica! Lo zio alzerà il capo dal giornale, ascolterà un poco corrugando la fronte, toglierà il bocchino dalle labbra, farà cadere la cenere dalla sigaretta, e dirà che simili cose sono un “insulto alla vita.” Io ed Enzo ci guarderemo sorridendo, e scuoteremo il capo per dire di no.
Enzo. E gli altri? Non si sono più sentiti. Si erano fermati sotto un muro di neve, che al chiarore della lampada elettrica pareva altissimo. Carrel si era accomodato su un piccolo ripiano, sotto quel muro. Enzo si trovava in un canalino, un poco più in basso. Gaspard si era accovacciato a sinistra.
Non avevano niente da bere. Enzo aveva mangiato mezza mela gelata: e, dopo un poco, anche l’altra mezza. Si era coperto con la mia giacca, e aveva dato la sua, di grosso fustagno, a Gaspard, che l’aveva distesa sulle ginocchia. Carrel fumava la sua pipa, e poi la passava a Gaspard. Anche Benedetti aveva voluto provare a fumare in quella pipa, ma era riuscito soltanto a tossire. Stava battendo i piedi su un gradino di neve, quando aveva cominciato a sentire che Carrel russava. Allora aveva provato a dormire anche lui. Si svegliava ogni tanto, scuoteva la neve dai vestiti, e guardava se la sua giacca fosse sempre sulle ginocchia di Gaspard.
Carrel avrebbe continuato a dormire se il vento non gli avesse buttato della neve sulla faccia. Erano da poco passate le 22: si era svegliato, e poiché proprio allora il vento aveva portato via la nebbia, aveva visto un ghiacciaio, e dei lumi lontani: dov’era? Quella cima bianca doveva essere la Dent d’Hérens, quel ghiacciaio la vedretta del Leone, e quei lumi i lumi del Breil. Poi si era accorto che erano invece il Monte Rosa, il ghiacciaio di Furggen, e i lumi di Zermatt.
Dopo le cinque si vide una piccola luce sui Mischabel: un bivacco? Era uno spiraglio di luce fra due punte, sotto le nuvole. Il nuovo giorno era venuto, e noi eravamo ancora legati alla roccia con le nostre corde, in pose dolorose, come quelle dei martiri nelle pale d’altare. L’aria sapeva di neve disciolta. Come avrebbero potuto le nostre mani gelate affondare nella neve e aggrapparsi alla roccia? Non nevicava più. La valle immensa era fredda e senza vita. Nella luce dell’alba non si sapeva se il cielo fosse livido o sereno. Udimmo un richiamo incerto, come per prova. Una torre nera sprofondava verticale e paurosa a sinistra, orlata da strisce di neve e frange di ghiaccio: nessuno, forse, toccherà mai quelle rocce.
Con la prima luce, Enzo aveva visto che il gradino di neve su cui era appoggiato per tutta la notte era scomparso: sotto i suoi piedi vi era soltanto una pietra in bilico, che non doveva più toccare per non farla cadere su di noi. Aveva puntellato i gomiti alle pareti del canalino, e, sorreggendosi così, aveva potuto dormire un altro poco.
Un corvo passò nell’aria con le ali ferme, tuffandosi in un velo di nebbia dietro la torre nera. La luce era sempre grigia e fredda. Dopo due ore sentimmo un altro richiamo, lieto ed agile come quelli che all’alba gli uccelli si mandano dagli alberi.
Alle sette e mezza superammo la roccia che sporgeva sulla cengia del nostro bivacco: i piedi di Maurizio fecero cadere molta neve e scomparvero. Le nostre corde, rigide, non volevano più uscire dai moschettoni. Sopra il chiodo, la roccia era stata affumicata dalla candela che avevamo tenuta accesa per piantarlo. Assieme al chiodo rimase in quel luogo uno zolfanello mezzo bruciato, e niente altro. Vedemmo subito la Cresta di Furggen, vicina; e anche quella dell’Hörnli. Quaranta metri più in alto si riunivano. Le rocce erano color verde chiaro, e la neve le faceva apparire come grossi blocchi di vetro. La nebbia era leggera e azzurra: il sole la sciolse presto, e il cielo apparve tutto sereno.
I nostri compagni, ancora fermi sotto il muro di neve, che era poi la cornice della vetta, ci calarono una corda nell’ultimo tratto che durante la notte si era coperto di neve e di ghiaccio. Quando li raggiungemmo, Carrel aveva già rotto con la piccozza la cornice di neve. Vi passava il vento. Ogni cosa appariva contenta e giovane sotto il sole, come nei giorni di festa. Si sentivano voci nell’aria, e pareva che sulla vetta vi fosse altra gente. Sopra la cornice vi era un breve pendio di neve. Ci trovammo subito in cima. Erano le 8 e 30 del diciannove settembre.
La sera stessa eravamo al Breil. Sulla vetta eravamo dovuti rimanere carponi per resistere al vento che sollevava la neve. Poi ci eravamo potuti sedere al sole, sotto la cresta, dalla parte d’Italia. Avevamo qualche biscotto. Enzo ne aveva messo in bocca uno, ma non aveva potuto mangiarlo, perché non aveva più saliva. C’era molta luce, ma ricordo d’aver visto solo per un momento grandi montagne bianche. Eravamo discesi piano piano affondando nella neve e aggrappandoci alle rupi e alle corde gelate sulla cresta dell’Hörnli. Per di là era passato Whymper! Tornavamo contenti. Si parlerà molto di me, pensavo. Era una cosa sciocca, ma pensavo così. La discesa per quelle corde era stata lunga e faticosa. Molta neve nascondeva le piccole torri sulla cresta. Il pendio sfuggiva a nord, nell’ombra, e si vedevano solo le morene lontane, in fondo: onde gonfie di ghiaccio e di pietre al sole. Da quella parte erano saliti i fratelli Schmid.
Sopra la capanna Solvay, avevamo sentito altre voci. Qualcuno saliva. Ero impaziente di far sapere che avevamo salito l’ultima parete del Cervino.
“Comment? Vous descendez!”. “Nous avons bivouaqué là haut”. “De quel côté êtes vous montés?”. “Par la face est”. “Ah! voilà! jusqu’à l’épaule, et aprés par l’Arête de Furggen”. “Mais non! Tout droit, jusqu’au sommet!”. “Pas possible!”. Impossibile! Quella parola ci aveva fatto molto piacere. La nebbia nascondeva l’ultimo tratto della parete che avevano salito. Alla capanna ero giunto stanchissimo. Mi ero disteso sul tavolato ammucchiando le coperte sui vestiti ancora bagnati. Dopo due ore eravamo discesi dalla capanna quasi di corsa. Si vedeva il rifugio dell’Hörnli in fondo alla cresta. Pareva vicino sul suo monticello verdastro, ed era invece sempre tanto lontano. La cresta uniforme mi faceva pensare al mare. Si vedeva soltanto la parte bassa della parete bianca e distesa nella luce grigia. Avrei voluto slegarmi, era ridicolo farci vedere legati. Ma poi avevamo trovato, proprio dove finisce la cresta, sopra la neve, una gobba liscia e bagnata: “Vede? Qui ci si potrebbe ancora ammazzare”. All’Hörnli, una comitiva di svizzeri molto gentili ci aveva preparato un secchiello di tè. Ne avevano bevuto ciascuno una tazza, e il recipiente era rimasto fra noi per terra: “Ne prendano ancora, prego”. Nessuno ne voleva. Ma quando Maurizio era incespicato nel secchiello rovesciando il tè, avevamo protestato tutti in coro.
Mi sarei voluto fermare al rifugio per godermi il Cervino senza fretta, ma essi avevano voluto tornare subito: “Non c’è più niente da mangiare, e poi qui si dorme male”. Avevo pensato di lasciarli andare. Il giorno dopo mi sarei disteso su una pietra sopra il Colle di Furggen, e sarei rimasto ad ascoltare il silenzio e a guardare la parete coi suoi sdruccioli di neve, e l’alta torre sotto la vetta, fra le nuvole. Sarebbe stato come guardare scorrere l’acqua di un grande fiume.
Nessuno s’era voluto fermare. Passando sotto i seracchi della parete est, avevo guardato spesso in alto, timoroso: speriamo non ci capiti una pietra sulla testa proprio adesso, pensavo. Alle 18 eravamo al Colle del Breil, fra rocce confuse da una nebbiolina leggera; e nel crepuscolo eravamo discesi, per ghiacci e morene, fino all’erba dei pascoli. Continuando al buio eravamo passati vicino a una malga. Incespicavo spesso, ed ero stizzito coi miei compagni che avevano voluto scendere ad ogni costo. Mi pareva di vedere per terra lunghe strisce fosforescenti. Ci eravamo trovati ad un tratto fra grandi ombre: bestie, buoi, tori. “Perdio, Carrel!”. Erano vacche che tornavano dal pascolo.
Le luci del Giomein erano apparse di colpo, vicine e splendenti. Avevamo dovuto attraversare ancora tutto il piano del Breil sparso di lumi e ci eravamo fermati all’albergo di Bich. Da due giorni non s’eran stese le gambe sotto un tavolo: le tenemmo quella notte fino alle quattro della mattina. Enzo, Carrel e Gaspard rimediavano al digiuno della notte precedente. Ci accusarono d’aver vuotato una fiaschetta di cognac e d’altre gravi colpe.
Per quattro notti il riposo era stato messo accanto a tante altre buone intenzioni: fu così anche quella sera. La salita non poteva essere finita così, e noi continuavamo a bere e a cantare, eccitati dalla stanchezza. Quello che avevamo fatto mi appariva semplice e chiaro, nella forma definitiva di un racconto, come se fosse passato molto tempo.
Alla mattina il Cervino si mostrava alto e lontano, sopra veli di nebbie. Ero proprio stato lassù. Giravamo davanti all’albergo ben riposati. Del resto tutte le cose apparivano riposate, anche l’albergo, col suo ballatoio di legno e le grosse pietre squadrate, nell’aria fresca e un poco umida. La prima volta, di notte, mi era parso sordo. Ieri sera era lieto. Oggi sereno. Le fogliuzze sui rami sono quasi sospese nell’aria. Viene un poco di sole, e ci troviamo in fila davanti a una macchina fotografica: “Prenda la sua piccozza!”. Carrel è già in posa, con la sua pipetta; e anche gli altri: Maurizio, Enzo, Gaspard, Luciano.
Al Gouffre des Bousserailles ci si ferma, si ordina un vermut. Vi è un’aria giuliva. Si sente il rumore dell’acqua che ha scavato la roccia e continua a lisciarla. Il ponte, davanti alla piccola casa, deve essere antichissimo, tutto di pietre rozze e scheggiate che si confondono con le rocce del monte. Dal basso la casa appare rosa fra il verde e leggera, come se fosse di carta dipinta.
Si sta bene a Valtournenche, seduti in pesanti seggioloni di ferro, sotto la tenda, davanti al caffè. Adesso che si son scritte tante cartoline, non c’è proprio più niente da fare. Si sentono canti allegri: coscritti che tornano dalla visita. Ci sono anche Luciano e Gaspard: vent’anni! Si leggono le lapidi delle grandi guide intorno alla piazzetta, si guardano i bambini che corrono, giocando, fin sotto il portico della chiesa; il mulo che passa col basto vuoto, la palla di gomma che rotola giù per la strada; e si resta fermi senza far niente.
Viaggio in corriera con un carabiniere, una ragazza, due ceste, qualche valigia. Piove. Fra i ruscelletti della pioggia sui vetri, si vedono prati e alberi. Terriccio franato alla svolta. Il torrente sotto il grande arco di un ponte, in fondo alla valle. Una siepe: qualche goccerella riga ancora i vetri obliquamente.
Ad una svolta appare un giovane con un fazzoletto al collo. Si vede per un momento, attraverso il vetro, contro l’erba oscura. Penso alle sue scarpe nel fango. Sorride: Gaspard! Antonio Gaspard: “Addio, addio!”. Mi volto, ma è già lontano. Forse non ha nemmeno sentito.
Note
(1) Luigi Carrel ha smentito questa previsione il 22 settembre del 1942 (v. Appendice, pag. 135).
(2) Nino Benedetti, scomparso a 20 anni sulle Grandes Murailles (settembre 1948).
(continua in https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/grandi-imprese-sul-cervino-4/)

