Paola Mazzarelli ha lavorato con le maggiori case editrici e fondato la scuola “tuttoEuropa”.
Tradurre è come arrampicare
(occorre pensare ogni gesto e non perdere mai di vista l’insieme)
Intervista a Paola Mazzarelli
di Francesca Bolino
(pubblicato su torino.repubblica.it il 6 giugno 2021)
Conosco Paola da così tanto tempo che non so quantificarlo. Sciatrice, scialpinista, arrampicatrice. Lettrice, traduttrice, autrice di articoli di montagna (e non solo) e, soprattutto, “torinese”. Molto torinese, mi verrebbe da dire, se non temessi di dare un’immagine imprecisa di lei, specie agli occhi dei lettori non torinesi. Allora dirò: torinese, nonostante lo spirito cosmopolita e una certa vita da giramondo. Con Paola abbiamo condiviso anni ed anni nella Scuola di scialpinismo SUCAI, compresi i comuni periodi in Direzione, lavorando gomito a gomito. L’esperienza in Inghilterra ha marcato la sua successiva evoluzione, non solo sul fronte della traduzione (come racconta direttamente), ma anche in quello dell’arrampicata. Erano gli anni in cui noi, un po’ provincialotti rispetto alle tendenze internazionali, cercavamo affannosamente informazioni sul clean climbing britannico. Paola l’ha provato di persona, quando viveva lassù. E, tornata nella felpata Torino, per noi è stata un vettore diretto dei nuovi standard. Legarsi con lei non era cosa semplice, nonostante la sua simpatia e il sorriso sempre accattivante: sulla roccia bisognava saper andare e alla svelta. Grande conoscitrice di libri, è vero quello che sostiene: che muoversi sulla carta bianca, nell’ottica di una tradizione o di una prima stesura poco importa, è come muoversi in montagna. Il passo imminente va sempre inserito nella progressione totale: tattica e strategia si fondono continuamente l’una nell’altra. E’ un po’ che non ci vediamo: le vicende della vita ci hanno portato su sentieri diversi, senza un motivo preciso. Torino è così: un salotto ovattato con i divani di velluto, non un chiassoso porto di mare. Ma lo spirito comune non si perderà mai e non mancheranno le occasioni per incontrarsi di nuovo (Carlo Crovella).

Una vita con le parole, passo dopo passo, come una scalata in montagna. È questo il paragone che usa Paola Mazzarelli per raccontare la sua vita che si incrocia così profondamente con la cultura torinese e non solo. Ha molto tradotto e insegnato a tradurre.
E nel 2007 ha dato vita alla Scuola di Traduzione che ogni anno forma generazioni di traduttori, oggi presenti nelle più prestigiose casa editrici.
“Ho settant’anni e sono nata a Torino. Mio padre Gianluigi, ingegnere, si occupava di management per diverse aziende. Mia mamma Anna si prendeva cura della famiglia. Io sono la prima di cinque tra fratelli e sorelle”.
Una famiglia numerosa! Dove abitavate?
(sorride) “Eh già, c’era un gran movimento in casa. Sono cresciuta nello stesso palazzo dove siamo noi oggi, in corso Alberto Picco. Eravamo in un appartamento piano terra, con un bel giardino che era appartenuto a mio nonno. Ho fatto le elementari dalle suore tedesche in via Moncalvo, le medie alla Olivetti e il classico al Gioberti”.
Come è stata la sua infanzia?
“Molto serena. A mia madre, che era di origine bresciana, piaceva avere gente intorno ed era contenta quando noi bambini invitavamo gli amici. La nostra casa era aperta a tutti e questa è stata un’esperienza educativa importante, di socializzazione. Ma anche la montagna è stata fondamentale per la mia formazione. Sin da bambina andavamo a Sauze d’Oulx dove trascorrevamo l’intera estate: giocavamo a guardie e ladri, scorrazzando su e giù per le valli, uscivamo al mattino e ritornavamo a casa la sera. Ricordo l’immensa felicità per questi momenti di pura libertà e spensieratezza”.
Il liceo Gioberti che mondo era?
“Rispetto al D’Azeglio e al Cavour, era meno frequentata dalla Torino bene ma più da quella intellettuale. C’erano Paolo Hutter, Stefania Bertola, Andrea Gobetti, nipote di Piero, Walter Barberis e Lidia Ravera. Tra i professori ricordo Clelia Casavecchia, una donna straordinaria. E poi il Gioberti è stato uno dei centri della contestazione torinese. I miei compagni, tra cui Nino Vento, ripetevano spesso che per fare la rivoluzione bisognava saperne di più dei docenti. Insomma l’aria del Sessantotto si respirava eccome…”.

Lei ha preso parte alla contestazione?
“Sì e no. Ero certamente attratta dal mondo che si stava per capovolgere, ma alcuni aspetti erano per me complicati da affrontare. Venivo proprio da quell’universo borghese che era stato messo in discussione. E si era prodotta dentro di me una sorta di lacerazione. Allora tutto era estremo e per me è sempre stato difficile aderire a qualsiasi posizione totalizzante”.
E poi si è iscritta all’università.
“Avrei voluto fare medicina o architettura… ma alla fine ho scelto Lingue e Letterature Straniere e Moderne e ho studiato inglese e tedesco. Tra i professori c’era Claudio Magris. Quando si usciva dalle sue lezioni potevi aver riempito un quaderno intero di appunti e avere un gran caos in testa, volava altissimo. E Claudio Gorlier, un vero affabulatore, poi Barbara Lanati con cui mi sono poi laureata, nel ’75, in americanistica. In quel periodo facevo anche molte gare di sci. Mio fratello aveva fondato, anni prima, con gli amici e compagni del liceo Segrè, un gruppo di appassionati. Mi piaceva l’agonismo, l’adrenalina che si scatenava prima delle gare. Un’altra esperienza fondamentale degli anni universitari è stata l’Einaudi”.
Di che cosa si occupava?
“Catalogavo i libri che c’erano nella libreria interna all’Einaudi, testi che servivano poi a fare le quarte di copertina. È stata Stefania Bertola, mia cara amica del liceo, oggi scrittrice, che lavorava all’ufficio stampa della casa editrice, a introdurmi e a cercarmi”.
Ha conosciuto qualche scrittore?
“Ahimè li ho solo visti passare… Elsa Morante, Italo Calvino. Io ero rinchiusa in uno stanzino a catalogare i libri. Pensi che mi ero comprata un grembiulino e uno spolverino perché c’era una grande quantità di polvere lì dentro. Mi avranno scambiata per la signora delle pulizie…”. (sorride)
Ma si sarà fatta qualche amicizia…
“Certo, ho conosciuto Carla Sacchi, moglie di Ernesto Ferrero, che era appena arrivata a Torino. Sono due persone a cui sono molto legata e che mi sono state vicine anche in momenti difficili, molto tragici. Purtroppo ho perso due grandi amori. Il primo era Giovanni Bosio, un ingegnere che avevo conosciuto in montagna ma che è poi tragicamente mancato nell’85. Il secondo… è molto doloroso parlarne. Magari più tardi”.
D’accordo. Mi racconti della vita professionale. Cosa ha fatto dopo la laurea?
“Avevo capito che all’università non c’erano posti disponibili e non volevo aspettare anni finché se ne liberasse qualcuno. E così ho iniziato a insegnare nei licei linguistici privati, e poiché avevo il sabato libero, ho potuto dedicarmi allo sci alpinismo e tramite il Cai e la famosa scuola Sucai di Torino sono andata, oltre che in Piemonte, anche nelle Dolomiti. Dopo qualche anno, di insegnamento, nell’80 ho deciso di andare in Inghilterra all’Università di Warwick dove sono rimasta per due anni ed è qui che ho incontrato “la traduzione” grazie a Susan Bassnett, una della principali protagoniste dei Translation Studies. Mi sono iscritta ad uno dei suoi master in Comparative Literature e mi si è aperto un mondo”.

Tornata in Italia, che cosa è successo?
“Ho lavorato al liceo linguistico Cadorna e al Vittoria, dove ho conosciuto Marcella e Guido Bodo, che saranno più in là due persone fondamentali per la creazione della scuola di traduzione. Oramai, però, la finestra su quell’universo si era spalancata e dopo qualche anno, nell’84, mi sono licenziata, ho lasciato l’insegnamento e mi sono completamente dedicata a quello che sarebbe diventato il mio mestiere: la traduttrice”.
Una decisione coraggiosa!
“Eh sì, ma oramai quell’universo mi era scoppiato dentro, l’incontro con Susan Bassnett, il master. Tradurre significa scrivere in italiano ciò che altri hanno scritto in altre lingue. Se non si è dentro il cuore di uno scrittore o una scrittrice, la traduzione non riesce. Ho sempre amato scrivere. E così per coronare il mio sogno, sono andata a trovare tutti gli amici che lavoravano nell’editoria: prima a Mondadori, poi da Agnese Incisa a Bollati Boringhieri… e così via. Tra gli autori che ho tradotto negli anni ci sono Simon Schama, Chesterton, Wodehouse, Stevenson, Jane Bowles, Doris Lessing, Edna O’Brien, Saul Bellow, Spalding Gray e Catherine Dunne”.
Ed è iniziato un altro capitolo della sua vita.
“Esattamente. Ma, mentre mi stavo inoltrando pian piano nel mondo della traduzione, un giorno ho ricevuto una telefonata dall’ostello della gioventù di Milano dove anni prima, durante l’università, avevo lavorato per farmi qualche soldino. Mi chiedevano di andare per un breve periodo ad aiutarli alla reception. E sono partita. Lì ho incontrato il secondo amore della mia vita di cui le ho accennato prima. Era un ragazzo sardo appena arrivato a Milano. Si chiamava Sergio Atzeni. Era il 1985”.
Lo scrittore che, con i suoi romanzi, ha cambiato il modo di raccontare la sua terra, la Sardegna…
“Proprio lui. La prima volta che l’ho visto mi ha detto che aveva appena pubblicato un libro per Sellerio, Apologo del giudice bandito, che aveva lasciato la sua terra, un lavoro all’Enel che non lo interessava e la famiglia. Era a Milano per cambiare vita e aveva appena trovato un lavoro: scrivere le voci di un vocabolario. Non è passato molto tempo che ci siamo innamorati. E siamo venuti a Torino per vivere insieme. Abitavamo in una piccola dépendance della mia casa di famiglia, sempre qui, in corso Alberto Picco”.
Sono arrivati figli?
“No, oramai per me era troppo tardi. Avrei potuto averne con il mio primo amore Giovanni, ma è andata come è andata. E purtroppo è morto anche Sergio nel ’95”.
Mi dispiace. Un altro trauma…
(si commuove) “Sì. È scomparso in un modo assurdo… Eravamo a Carloforte in vacanza. C’era una forte mareggiata e stavamo facendo una passeggiata. Sergio stava guardando uno scoglio e mi ha detto che sarebbe stato bello raggiungerlo. Ma io l’ho messo in guardia, perché il mare era davvero agitato. Poi ho chiuso gli occhi e mi sono quasi addormentata. Dopo poco, mi sono svegliata e lui non era vicino a me. Mi sono guardata intorno e l’ho visto sullo scoglio. È arrivata un’onda enorme e lo ha portato via. Non era esperto di mare, nonostante fosse sardo. Diceva sempre che lui a Cagliari andava alla spiaggia del Poetto, con l’acqua bassa che arriva alle caviglie. Si definiva “un uomo di palude”. Vivendo con lui ho capito che cosa significa fare lo scrittore. Aveva tradotto dal francese molti libri, tra cui I ventitrè privilegi di Stendhal (Mondadori) e il capolavoro di Patrick Chamoiseau Texaco (Einaudi)”.

Bellissimo articolo
Paola Mazzarelli la conoscevo solo in SUCAI ma non abbastanza come adesso attraverso le sue dichiarazioni.
Era ed è sicuramente una donna vulcanica piena di energie e idee innovative che durante la sua vita le sta sviluppando.
Sicuramente e’ un buon esempio per tutti .