Grandi imprese sul Cervino – 4

Grandi imprese sul Cervino – 4
di Giuseppe Bepi Mazzotti
(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/grandi-imprese-sul-cervino-3/)

Parte sesta
Il Pic Tyndall

I
La parete sud del Cervino si vede dal Breil, aperta al sole. Dalle punte dei Jumeaux e dei Cors, la Grande Muraille si abbassa verso il Col Tournenche, la Testa e il Colle del Leone, per risalire al Pic Tyndall e alla vetta del Cervino.

Nei giorni sereni, dopo le burrasche di neve, si vedono, dietro la Punta Bianca, le rocce e i nevai candidi della Dent d’Hérens. Qualche volta il vento muove adagio una nuvoletta fra le creste. Si sente che l’aria è fresca là in alto, e si guarda la piccola nuvola che pare tanto lontana nel silenzio del cielo. Si vede che si allunga, si distende a poco a poco, diventa diafana e leggera, sempre più trasparente, fin che il cielo resta tutto limpido. Le montagne in quei giorni tornano nuove.

Bepi Mazzotti

Il sole penetra le pieghe delle rupi, e mostra i canali, i nevai, le creste nette nell’aria. Sopra la Gran Torre si vede la neve del Lenzuolo, e, più in alto, la fascia bianca della cengia che passa come un collare sotto la vetta del Pic Tyndall: la “Cravate”. Dalla vetta del Pic Tyndall, una enorme cresta scende come uno sprone fino alle morene, limitando la parete che sotto il picco si apre inclinata e regolare come quella di una piramide. Guardando il monte dal Breil, si crede di poter salire per quella cresta al Pic Tyndall e alla vetta. Pare una cosa facile.

Una mattina del 1905, quattro alpinisti erano saliti dalle morene alle grandissime rupi della cresta, e avevano poi continuato ad arrampicarsi vicino alla cresta, sulla parete che guarda il Colle del Leone. Si chiamavano Ettore Canzio, Giuseppe Gugliermina, Giuseppe Lampugnani e Battista Gugliermina.

A mezzogiorno si erano fermati per mangiare un poco. Nel cielo vi erano due nuvolette bianche e rosee, sopra i nevai lontani della Grivola e della Tersiva. La Testa del Leone si mostrava vicina e geometrica, a picco sul Colle. Sulla cresta che dal Colle sale al Pic Tyndall, la capanna appariva piccola sotto le rocce della Gran Torre. Erano fermi in un posto bello e ampio. Sopra di loro una cengia, riparata da massi sporgenti, piegava sul versante di Furggen. Il suono del torrente saliva ogni tanto dalla valle; restava sospeso per un momento nell’aria, e ricadeva in fondo alla conca del Breil.

Le due nuvolette non erano più sulla Tersiva, si erano mosse per venire sopra la Valtournenche. Un’altra nuvola avanzava verso i Jumeaux. Era cupa. Dal lontano ghiaccio di Ferpécle avevano cominciato a salire nebbie pesanti. Spuntavano dalle creste, e il vento le arruffava. Una nuvola era comparsa sui fianchi della Dent d’Hérens, era salita fino alla vetta, e l’aveva nascosta. Altre nuvole si erano formate accanto a quella. Altre ancora. Un fiocco si era staccato da quelle nuvole, ed era venuto a posarsi sul Pic Tyndall. Quando il vento aveva cominciato a disperdere le nuvole, i quattro alpinisti erano già scesi un bel pezzo.

Erano risaliti allora fino alla cengia dai massi sporgenti che avevano visto più in alto, per passarvi la notte e finire l’ascensione il giorno dopo. Ma prima di sera altre nebbie erano state sospinte dal vento attraverso il Colle del Leone, e più tardi era venuto il temporale. Il Cervino avvampava nella notte.

All’alba avevano costruito sulla cengia un ometto di sassi, ed erano scesi nella nebbia grassa. Il temporale era tornato. Brandelli di nubi venivano ancora dal ghiacciaio di Tiefenmatten, passando per il Colle del Leone. L’acqua scrosciava dalle rupi trascinando pietre. Il ghiacciaio che il giorno prima pareva vicino, biancheggiava lontanissimo, in fondo, attraverso la nebbia.

Ad un tratto si erano trovati al sole. La rupe era asciutta e l’aria luminosa. Una gran quiete. Poco più in alto il vento sconvolgeva le nuvole. Dal ghiacciaio, per le morene e i pascoli, erano scesi all’Alpe dell’Eura. La cresta, tutta bagnata, riluceva al sole. Le vacche muggivano pigre in quella pace.

Erano tornati l’anno dopo, e si erano messi d’accordo per ritentare nella seconda metà del mese di agosto. Ma intanto qualche altro aveva pensato di salire per quella cresta.

Nel pomeriggio del 10 agosto, due amici erano passati dai casolari dell’Eura, erano saliti fino al principio della cresta e avevano bivaccato fra le rocce. Alla mattina avevano trovato l’ometto di pietre costruito sulla cengia dai quattro alpinisti. I due amici erano saliti più in alto, e avevano continuato ad arrampicarsi per la parete e per la cresta fino alla “Cravate”.

Uno dei due, che era poi Ugo De Amicis, figlio di Edmondo, aveva già provato una volta, nel 1904, a scendere dalla vetta del Pic Tyndall per quella cresta, ed era stato costretto a fermarsi 50 metri sopra la “Cravate”. Adesso avrebbe voluto salire fino a quel punto, ma guardando la muraglia a picco sulla “Cravate”, e l’altra parete, dietro la cresta, tutta coperta di ghiaccioli, aveva visto subito che la salita non era possibile. Invece di scendere da dove erano venuti, i due amici avevano percorso allora la “Cravate”, erano passati davanti alla grotta dell’antica capanna, e per la Cresta del Leone erano scesi al rifugio della Gran Torre. Da quel giorno la cresta che dal Pic Tyndall scende verso il Breil si chiama Cresta De Amicis.

Il 26 agosto avevano riprovato insieme. Erano in 6: Ettore Canzio, Giuseppe e Battista Gugliermina, Giuseppe Lampugnani, Ugo De Amicis e Giacomo Dumontel. Mancava solo Augusto Ferraris, il compagno di De Amicis.

Avevano passato un’altra notte sulla cresta, vicino al vecchio ometto di sassi, e alla mattina erano saliti insieme fino alla “Cravate”, dove si erano dovuti fermare. L’ultimo tratto della cresta De Amicis doveva essere superato da tre valdostani, ma tanti anni più tardi. Nel 1906 quei tre non erano ancora nati.

II
Non si sapeva dove fossero andati. Al Cervino forse; ma da che parte? Erano saliti al Breil giovedì sera; avevano dormito al rifugio dell’Oriondé, e poi non se ne era saputo più niente.

Fu il vice parroco di Valtournenche, Barmasse, che scoprì col cannocchiale tre macchie oscure sulla neve dei ghiacciai sotto il Pic Tyndall. Anche Guido Rey, dal Breil, aveva visto quelle tre macchie sotto il crepaccio del ghiacciaio del Leone, ma col suo grande cannocchiale si vedevano meglio: erano immobili. Si vedevano delle peste sulla neve sotto il canale che scende dal Colle del Leone, e altre peste, in alto, proprio sotto la vetta del Pic Tyndall. E poi soltanto il segno di una slavina fra il “Lenzuolo” e la Gran Torre.

A Valtournenche qualcuno sperava che quelle macchie fossero tre pietre. Amilcare Crétier, Basilio Ollietti e Antonio Gaspard sarebbero dovuti tornare domenica, e al lunedì non erano ancora tornati, ma potevano essere a Zermatt. Non aveva detto Ollietti che sarebbero scesi a Zermatt?

Li trovarono all’alba del mercoledì, sotto la parete del Pic Tyndall, ancora legati. Da una parte Ollietti, poi Crétier e Gaspard. Più in alto, sopra il crepaccio, c’era un sacco. Si seppe dopo che cosa avevano fatto. Gaspard non aveva detto niente neanche a suo padre. Crétier lo aveva invitato a salire il Pic Tyndall dalla cresta De Amicis. Era forse l’unica cosa che restava da compiere sulla montagna, ed essi l’avrebbero compiuta per primi.

Sul Cervino c’era ancora molta neve, ma avevano pensato che fosse meno pericoloso salirlo così, perché la neve avrebbe trattenuto le pietre sulla parete.

Nel sacco di Crétier fu trovata la macchina fotografica, con una pellicola impressionata. Cinque fotografie erano state scattate durante la salita. Nella prima si vede la parete del Pic Tyndall da sotto, in scorcio, quasi dal punto stesso dove fu trovato il sacco. Nella seconda la Testa e il Colle del Leone, dalla Cresta De Amicis. Nella terza le rocce del Gran Torre, e la capanna italiana. Nella quarta la Cresta di Furggen. Nell’ultima si vedono Gaspard e Crétier addossati a un mucchio di neve. È mossa e sfocata. Gaspard, seduto, e un poco chinato, ha in una mano un temperino, e nell’altra, pare, una fetta di pane. I suoi occhiali neri, col bordo d’alluminio, sono tirati sul berretto. Ha le guance scavate e un aspetto di grande stanchezza. Davanti a lui si vede un sacco gonfio.

Crétier è in piedi, dietro Gaspard. Anche lui appare stanco. Appoggia il gomito sinistro alla neve, sopra un altro sacco. Tiene una sigaretta fra le dita. Si scorgono chiazze di neve e rocce lontane, confuse. Ogni cosa è avvolta da un’aria che ricorda certe albe grige dopo qualche bivacco. Forse avevano bivaccato in quel posto. Sulla pellicola non c’era altro.

In certe sue carte, Crétier aveva scritto che dal Pic Tyndall sarebbero andati sul Cervino, sarebbero discesi alla capanna Solvay, e avrebbero poi girato attorno alla “Testa” del Cervino. Ne aveva parlato una volta per scherzo Benedetti a Milano: “Adesso che il Cervino è stato salito da tutte le parti, non resta che salirlo a spirale, facendo il giro delle pareti…” “Perché no?” aveva detto Crétier. Dall’Oriondé erano saliti su per le morene e i nevai sotto le rocce della Testa del Leone. Avevano attraversato il ghiacciaio, verso la Cresta De Amicis, e si erano arrampicati alla “Cravate”. Di là erano riusciti a raggiungere per primi la vetta del Pic Tyndall. Ma forse avevano trovato troppa neve, e invece di continuare a salire, erano discesi per la via solita, sulla cresta del Leone, fino al “Lenzuolo”; e ancora più in basso, verso la capanna.

Vi è fra quelle rocce uno spiazzo dove Whymper drizzava la sua tenda, e, più in alto, sotto il “mauvais pas”, un lastrone liscio. Vi era del ghiaccio su quel lastrone, e della neve sopra il ghiaccio. Di neve era coperto anche lo spiazzo della tenda.

Essi erano discesi fino al lastrone. Qualcuno trovò lassù, dopo pochi giorni, le loro peste. Sul terrazzino della tenda, la neve era invece ancora intatta. Forse la neve era scivolata via sotto i loro piedi mentre passavano sul lastrone; certo erano caduti da quel posto, precipitando per settecento metri. Alcuni frammenti di vetro tenevano ferme le lancette dell’orologio di Ollietti. Segnava le cinque e mezzo.

Vennero sepolti uno accanto all’altro, nel piccolo cimitero di Valtournenche, il giorno di venerdì, 14 luglio 1933. Il Cervino era stato salito per la prima volta da Whymper, proprio in quel giorno di venerdì, 14 luglio del 1865. Erano passati 68 anni. Adesso la storia del Cervino era proprio finita.

III
La sorella di Crétier mi ha fatto leggere a Valtournenche qualche pagina di un libriccino di Amilcare: ricordi di ascensioni, di bivacchi, di ore angosciose e serene passate fra i monti. “Vorrei ordinare questi appunti. Senta che cosa scrive”:

Leggo per la prima volta l’articolo di Hermann sulla parete ovest del Cervino… È vero alpinismo il suo? Forse no. Differisce molto da quello di Lammer, di Rey, di Schmid, e dal mio. La sua è una vera palestra di suicidio. C’è però, assoluto, l’amore per la montagna. Evoluzione dell’alpinismo? Dubito. Mi fa pensare ai mistici del medioevo, ai flagellanti, a Jacopone da Todi e ai frati umbri. Considerare bene prima di giudicare. È morto pochi mesi dopo la sua meravigliosa impresa sul Cervino. E’ certo la fine che doveva fare. Io, valdostano, dal sangue misto tra nordico e latino, credo di essere più temperato. Bisogna essere coraggiosissimi, osare molto, ardire, essere testardi, ma pur sempre prudenti. Si muore una volta sola, purtroppo”.

Essa era andata incontro al fratello che scendeva per l’ultima volta dai monti, lo aveva composto con le sue mani, senza piangere, e poi era andata in montagna. “Amilcare avrebbe voluto essere lasciato in un crepaccio” mi diceva, salendo verso il Breil. “Adesso andrò in montagna per lui”.

Il sentiero sale fra grandi massi, sul fianco della valle; e quando il torrente, che si sentiva in fondo, appariva fra quei massi tutto verde e bianco di spuma, ci fermavamo a guardarlo senza parlare. Sopra il Gouffre des Bousserailles c’è un piccolo piano verde, con una casuccia dal tetto di pietra, che pare un macigno caduto dal monte. Vicino alla casa una scheggia di pietra esce dall’erba:

“Vede? Somiglia al Cervino.” Mi accorsi allora che sulla scheggia vi era una piccola croce, simile a quella che si trova sulla vetta della montagna. Forse vi era stata messa dai bambini di quella casa per “giocare al Cervino.”

Passando davanti alla cappelletta di Nôtre Dame de La Garde, pensai a Gaspard. Gli avevo fatto una fotografia il giorno dopo la nostra salita, e lo ricordai così sorridente e sicuro. Dal Breil scendeva un vento sano. Presto vedemmo il Cervino tutto lavato nel cielo sereno. Una nuvola bianca nascondeva la Gran Torre e le rocce più alte del Pic Tyndall, ma la Cresta De Amicis si mostrava dorata dall’ultimo sole. Era nevicato da poco, e il vento veniva crudo da quei ghiacci e da quelle rocce alte e scure sotto la neve.

Eravamo giunti al piano del Breil, e si vedeva un ponticello sul Marmore. Si sentiva solo il rumore del torrente. Di là dal prato, i casolari di Avouil parevano deserti. Il giorno era quasi finito, e nell’aria non passava più nessun suono. Si vedevano i torrenti nell’ombra sotto la Grande Muraille, ma parevano fermi. Il cielo, così alto e limpido, diventava fragile. La nuvola s’era sciolta sopra la Gran Torre, e il Cervino si mostrava rigido e netto in quel gran vento: la Testa del Leone, il Lenzuolo, la “Cravate”, e il ghiacciaio disteso sotto la parete del Pic Tyndall.

Sulla neve non c’era ormai più nessun segno.

Appendice
Dopo che questo libro venne pubblicato la prima volta (1934) sono state compiute sul Cervino diverse altre importanti salite. In particolare, nel 1940 (15 agosto) Luigi Carrel, Marcello Carrel e Alfredo Perino raggiungevano per primi la vetta dalla Cresta De Amicis: nel 1941 (22 settembre) lo stesso Carrel, con lo stesso Perino e Giacomo Chiara da Alagna, superava direttamente per lo spigolo, senza mezzi artificiali, il pauroso strapiombo della Cresta di Furggen (quello dei tentativi Rey) smentendo così fra l’altro ogni contraria profezia. Tre giorni dopo conduceva Alberto Deffeyes e Pierre Maquignaz a compiere il giro della “Testa” del Cervino attraverso le quattro pareti, traducendo in realtà la vecchia idea di Amilcare Crétier. Nel 1942 (13 agosto), accompagnando l’alpinista Elvira Gianotti, apriva una nuova via alla vetta per la Cresta De Amicis, con difficilissima variante diretta, all’inizio della cresta. Il giorno dopo, con Alfredo Perino, ripeteva la stessa via in salita e discesa (prima discesa integrale). Il 6 settembre, con Mario Piacenza, attraversava l’intera parete del Pic Tyndall sotto la “Cravate”; e l’11 dello stesso mese, con Alberto Deffeyes, apriva una nuova via sulla parete sud del Cervino, a destra della Cresta De Amicis.

Tutte queste salite sono state compiute dalla guida Luigi Carrel di Cheneil come capocordata. Se ad esse si aggiungono le sue precedenti vittorie (variante alla via Piacenza sul versante sud della Cresta di Furggen nel 1929; la prima ascensione della parete sud nel 1931, e della parete est nel 1932) si vedrà come la figura di questa guida giganteggi nella più recente storia del Cervino.

Di tali nuove salite forse taluno penserà che si sarebbe dovuto dare più ampia notizia nelle successive edizioni di questo libro. Si tenga tuttavia presente che esso non è una guida, né intende avere carattere informativo, ma puramente letterario. Il libro, così com’è, ha una sua unità, una ragion d’essere di ordine stilistico, e diciamo pure artistico; perciò l’autore non ha ritenuto di doverlo mutare, né tanto meno di aumentarlo. Il compito informativo spetta ad altro genere di pubblicazioni. Ciò non toglie che qui esprima la più profonda ammirazione per le imprese compiute successivamente, e per gli uomini che hanno saputo compierle. In modo particolare per Luigi Carrel, animatore e capo indiscusso di tali imprese che hanno riconfermato la supremazia dell’alpinismo italiano su tutta la parte del Cervino che è scaldata dal sole.

Una sola cosa l’autore sente il dovere di compiere: ricordare gli amici nel frattempo scomparsi, Guido Rey e Maurizio Bich.

Guido Rey ha chiuso la sua giornata terrena poco prima che la nuova strada carrozzabile consentisse alle distratte e clamorose folle delle città di raggiungere il Breil. La sua casa, che ne era come il cuore vigilante, ricercata da chi saliva, come da chi, raggiunta la vetta, guardava nel verde della conca, è ora sommersa dalla trionfante banalità delle nuove costruzioni. Vicino ad esse, il monumento che gli è stato eretto si trova a disagio come l’umile chiesa, le povere baite, gli antichi e ormai spaesati edifici rimasti, in questi tempi di civiltà e di progresso, a ricordare con l’eloquenza della loro modestia l’epoca eroica dei primi conquistatori del Cervino.

Guido Rey ha potuto portare con sé quasi intatta la visione di quel mondo che egli stesso aveva rivelato, credendo di poter essere inteso e seguito disinteressatamente da tutti nel suo candido modo di intendere la montagna. Dolce illusione! Quanto più la sua figura si allontana nel tempo, tanto più appare come quella di un uomo venuto fra cieca gente, con l’esempio della sua affettuosa bontà e del suo sereno intelletto, a confortare ancora una volta la speranza, eternamente delusa, in un’umanità migliore.

Come quella di Rey, sebbene per altri motivi, la memoria di Maurizio Bich da Valtournenche – compagno indivisibile di Carrel e Benedetti nelle loro ascensioni sul Cervino – non può essere rievocata dall’autore se non con un senso di commossa gratitudine. La penosa impressione da lui provata quando seppe che una valanga lo aveva travolto su un sentiero della sua valle, non era dovuta solo al dolore per la perdita di un così caro compagno. Vi era in essa l’origine di un disagio morale, divenuto col tempo quasi un rimorso: quello di non aver saputo esprimere abbastanza alla sua brava e buona guida, al taciturno amico, la propria riconoscenza per averlo condotto a vivere sul Cervino alcune fra le più intense ore della sua vita. E di non poterglielo più dire.

G.M.
Le Colombère, giugno 1944.

Nota bibliografica
Le notizie relative a quest’opera sono in parte dovute a informazioni private, e in parte desunte dalle seguenti pubblicazioni:

Baumeister Hans, L’ultima ascensione di Toni SchmidÖsterreichische Alpenzeitung, luglio 1932.
Benedetti Enzo, La parete sud del Cervino, Rivista Mensile del CAI, 1932, n. 1.
Blanchet Émile Robert, in Alpinisme, 1929 – Les Alpes, dicembre 1930, e scritti vari.
Crétier Amilcare, in Secolo XX, 1° luglio 1933.
De Amicis Ugo, in Rivista Mensile del CAI, 1907.
Di Vallepiana Ugo, Nostalgie di penna nera, L’Alpino.
Hermann Fritz, Matterhorn Westwand. 40 – jährige Jubilaumsscrift des Oesterreichischen Gebirgsvereins.
Young Geoffrey Winthrop, On High Hills, Methuen, Londra.
Lammer Eugen Guido, Fontana di Giovinezza, L’Eroica, Milano.
Lampugnani Giuseppe, in Vette, Montes, Torino.
Mummery Albert Frederick, Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso, Montes, Torino.
Oesterreichische Alpenzeitung, 1924, n. 1021-22-23.
Piacenza Mario, in “Rivista Mensile del CAI”, XXX, 1911.
Rey Guido, Il Monte Cervino, Hoepli; Alpinismo a quattro mani, Lattes, Rivista Mensile del CAI, 1891, pag. 210.
Schmid Toni, La parete nord del Cervino.
Sinigaglia Leone, in Rivista Mensile del CAI, 1980, pag. 293.
The Alpine Journal, voll. IX, XXXI, XXXVII.
Tyndall John, Dans les montagnes ecc., Jullien, Géneve, 1904.
Whymper Edward, Scalate nelle Alpi, Montes.
Wundt Theodore, Il Cervino e la sua storia, S.E.I., Torino.

Cervino: un mito senza tempo
di Pietro Giglio

Dopo la morte di Amilcare Crétier nel 1933 la storia alpinistica del Cervino non ha conosciuto momenti di tregua, tuttavia si è registrata una diluizione nel tempo delle novità. Questo fenomeno è dovuto al fatto che malgrado questa montagna-simbolo ricopra un posto importante nell’immaginario degli alpinisti, e non solo, essa è pur sempre una sola struttura, ancorché complessa, e per di più con una qualità della roccia non particolarmente apprezzata dagli arrampicatori delle ultime generazioni e quindi non più in linea con la tendenza a evitare i terreni di gioco con pericoli oggettivi.

La grande notorietà del Cervino – un suo simulacro è presente a Disneyland – ha creato negli ultimi decenni un quadro perfetto dove ambientare exploit di sci estremo, deltaplano, parapendio, piolet-traction, concatenamenti, spot pubblicitari, ecc. Celebri personaggi del mondo dello spettacolo hanno approfittato della sua notorietà per promuovere la propria immagine e prodotti commerciali. Ma anche grandi industrie lo hanno “usato” per le loro campagne promozionali. Tuttavia il Cervino non ha perso il suo fascino e ancora oggi, malgrado che in estate la sua cima sia quasi diventata un ritrovo mondano, tanto che le guide di Zermatt hanno problemi di “traffico” lungo la via normale dell’Hörnli, la montagna conserva il suo carattere severo, quello che il 14 luglio 1865 ha fatto pagare alla comitiva di Whymper un caro prezzo per la prima salita.

Il Cervino non è diventato banale neppure dopo che lo skyrunner Bruno Brunod nel 1995 lo ha salito e sceso in 3h 14’ 44”, con partenza e arrivo sulla piazza di Breuil-Cervinia. È sufficiente una “spruzzata” di neve per rendere le sue rocce insidiose, al limite della percorribilità, tanto che in alcune estati solo una manciata di cordate ne ha potuto calcare la sommità. A molti l’aver “ridotto” il Cervino a terreno di gara in velocità non è risultato gradito. Il ciclo iniziato da Valerio Bertoglio, il guardaparco “imparentato” con gli stambecchi del Gran Paradiso che aveva per primo realizzato il percorso Cervinia-vetta-Cervinia nel 1990 in 4h 16’ 26”, è figlio del nostro tempo e come tale dovrebbe essere accettato. Le critiche più severe sono state rivolte da chi sostiene che simili esempi “profanano” la montagna e l’alpinismo. A costoro non resta che analizzare l’evoluzione dell’alpinismo stesso. C’è da aggiungere che già nel 1946 la cordata composta dalle guide Jean Pellissier e Camillo Hérin aveva fatto “registrare” il proprio record, sempre con partenza e arrivo a Cervinia, di 8h 40’. Inoltre delle attrezzature usate dai pionieri non è rimasto nulla e così si può dire per i limiti delle difficoltà via via affrontate e superate, così come dell’organizzazione di soccorso, oggi in grado di recuperare ovunque alpinisti in pericolo.

Qual è dunque il limite di questa evoluzione? Non potrebbe forse passare attraverso gli exploit di Bertoglio e Brunod? Una cosa hanno certamente insegnato questi atleti: che la montagna va affrontata con un’adeguata preparazione. E la loro preparazione non ha presentato lati difettosi. Come non è stata carente di preparazione la discesa in sci del maggio 1974 di Toni Valeruz lungo la parete est, impresa ripetuta recentemente anche con lo snowboard.

La preparazione tecnica ha poi permesso a Valeruz di scendere con gli sci anche il canalone Penhall della parete ovest nel maggio 1976.

Bepi Mazzotti

Il dopo Crétier
La morte di Amilcare Crétier fu il tragico epilogo di una serie di lutti che in precedenza aveva funestato l’alpinismo valdostano, dai tre fratelli Charrey a Cino Norat. Questi eventi portarono in Valle d’Aosta una profonda riflessione sui pericoli dell’alpinismo, che frenò considerabilmente l’aumento delle fila degli appassionati. I preparativi del secondo conflitto mondiale – la gioventù era prevalentemente sotto le armi – ma soprattutto la corsa alle pareti nord di Eiger e Jorasses, distolsero poi gli alpinisti di punta dal Cervino. E fu solo il 22 settembre 1941 che, in pieno periodo bellico, la cordata composta dalla guida Luigi Carrel, “il piccolo”, e Albert Deffeyes salì il crestone poi identificato come Deffeyes-Carrel, di cui non esiste la relazione. Si tratta di un crestone che ha origine nei pressi dell’Enjambée, tra il Pic Tyndall e la sommità, e si abbassa tra la Cresta De Amicis e il settore centrale della Sud. Qualche giorno più tardi, il 23 settembre, la cordata di Alfredo Perino, e le guide Luigi Carrel e Giacomo Chiara, superò direttamente gli strapiombi di Furggen, realizzando un percorso che presenta difficoltà fino al V+, rettificando così la classica via Piacenza.

Occorre attendere fino al 1947 perché il Cervino si affacci alla ribalta della cronaca alpinistica. In quel tempo era la parete ovest ad attirare l’attenzione degli alpinisti e infatti tra il 20 e il 22 agosto la cordata composta dalla guida Luigi Carrel “il piccolo” e dall’alpinista Carlo Taddei aprì un itinerario di circa 1100 metri di dislivello che però non raggiunge la vetta, bensì la spalla del Pic Tyndall. La via presenta difficoltà fino al V+, però non risolse il problema della Ovest. Seguì poi all’incirca questa via la cordata di Jean Fuchs e Raymond Monney nel 1949, che nell’ultimo tratto deviò verso sinistra raggiungendo la via Penhall e la Cresta di Zmutt. Per dieci anni il Cervino rimase nell’oblio, poi, il 21 luglio 1959, Dietrich Marchart superò in prima solitaria la via Schmid sulla parete nord.

La prima cordata italiana ad affrontare la Nord si presentò nel 1961, composta dalle guide di Valtournenche Jean Bich e Pierino Pession e dall’alpinista Piero Nava. La parete nord fu teatro della prima invernale della via Schmid nel 1962: il 3 e 4 febbraio Paul Etter e Hilti von Allmen risolsero il problema, che ebbe un epico finale a causa del maltempo che ostacolò notevolmente il rientro lungo la Cresta dell’Hörnli. Sempre nel 1962 si risolse finalmente uno dei maggiori problemi del Cervino: quello di una via diretta sulla parete ovest. Fu la cordata composta dalla guida Giovanni Ottin di Valtournenche e dall’alpinista valdostano Renato Daguin a forzare la muraglia, sbucando in vetta e realizzando un itinerario che nel tratto superiore presenta difficoltà fino al V+. Daguin trovò poi la morte nel 1963 durante un tentativo invernale alla parete nord della Dent d’Hérens insieme a Guido Bosco e Romano Merendi.

Giovanni Ottin fu poi protagonista, il 17 marzo 1964, insieme all’alpinista torinese Luciano Ratto, della prima salita invernale della Cresta De Amicis.

Bonatti sul Cervino
Nel 1965 si è conclusa la carriera di uno dei maggiori alpinisti in assoluto: Walter Bonatti. La sua nuova via sulla parete nord percorsa tra il 12 e il 22 febbraio ha segnato la conclusione di un periodo, nonché, in apertura, il culmine delle celebrazioni del centenario della prima salita della montagna che, come è noto, fu salita per la prima volta nel 1865. Ma Bonatti si era già presentato su questa montagna qualche anno prima, precisamente nell’inverno del 1953. Il 20 e il 21 marzo di quell’anno superò in compagnia di Roberto Bignami la via diretta degli strapiombi di Furggen. Nel successivo 1954 Bignami fu poi vittima di un incidente mortale nel corso di una spedizione al Monte Api in Nepal.

Ma, come è stato detto, fu la nuova via tracciata da Bonatti sulla parete nord a rinverdire l’attenzione degli alpinisti per questo versante. L’itinerario fu portato a termine dal 18 al 22 febbraio e ha un dislivello di circa 1200 metri, con una classificazione ED+.

Seconda metà degli anni Sessanta
La seconda metà del decennio si presenta ancora fervida di imprese sul Cervino. Nell’estate del 1965 è il versante sud a essere preso di mira dalla cordata delle guide di Lecco Giuseppe Lafranconi e Annibale Zucchi, che supera la parete sud-est sbucando sulla spalla 4191 m (quota Igm), detta Picco Muzio. Viene così realizzata la via dei Ragni, un itinerario con difficoltà fino al VI. In quel periodo l’attenzione per il Cervino si spostò sul Naso di Zmutt, un severo pilastro che divide le pareti nord e ovest. Esso presenta tre sezioni: una di 500 metri composta di roccia e ghiaccio, una di 500 metri di roccia e infine una di 200 metri sulla parete nord.

Sul pilastro, Alessandro Gogna e Leo Cerruti tracciarono tra il 14 e il 17 luglio 1969 un itinerario classificato ED+, il cui superamento richiede ancora attualmente più giorni. Si tratta di una via che ha segnato una tappa nella storia dell’alpinismo per la sua concezione ardita, che non consente il ritorno e che ha introdotto una dimensione dell’avventura poi ripresa negli anni successivi per risolvere i grandi problemi sulle pareti himalayane.

Si affacciano in quegli anni sul Cervino i concatenamenti, come dimostra la scalata delle quattro creste del 27 settembre 1966, realizzata in 18 ore dalla cordata composta da René Arnold e Sepp Graven, che evitò però gli strapiombi della cresta di Furggen passando per la via Piacenza.

Questa stessa impresa fu poi ripetuta l’11 settembre 1985 da Marco Barmasse, che la risolse in 15 ore con la scalata in prima solitaria degli strapiombi.

La parete sud
L’attenzione degli alpinisti italiani si è concentrata prevalentemente sulle pareti ovest e sud, e in particolare è la solare Sud che ha catalizzato i loro desideri. Tuttavia il periodo di tempo trascorso tra la prima realizzazione e le successive è alquanto lungo. Dopo la via del 1931 di Carrel, Bich e Benedetti si è dovuto aspettare fino al 1965 perché vi fosse tracciata la via dei Ragni, precisamente sulla Sud-est del Picco Muzio.

La successiva impresa sulla parete sud è datata 1970, quando Gianni Calcagno, Leo Cerruti, Guido Machetto e Carmelo Di Pietro, tracciarono sul Picco Muzio la via dei Fiori, un percorso con difficoltà fino al V.

Nel 1971 la Sud del Cervino fu teatro di una prima invernale di notevole importanza, quella della via del 1931. Gli anni Settanta si presentano come l’epoca delle salite invernali condotte in équipe e con uso di pesante equipaggiamento. Fu infatti una squadra di guide valdostane a portare a termine l’impresa il 23 dicembre. Giunsero in vetta Ettore Bich e Innocenzo Menabreaz di Valtournenche e Arturo e Oreste Squinobal di Gressoney, mentre Rolando Albertini, Giovanni Hérin e Pino Cheney attraversarono sotto la Testa del Cervino per ricollegarsi sulla Cresta del Leone con i compagni che scendevano dalla cima.

Il Cervino non poteva non interessare anche alpinisti innovativi come Renato Casarotto e Giancarlo Grassi e infatti il 28 settembre del 1983 li ritroviamo insieme a concludere un itinerario sulla parete sud del Pic Tyndall che offre difficoltà fino al V+. La via, conosciuta come Casarotto-Grassi, termina alla Cravate. In quel periodo tra le guide di Valtournenche si distinse ancora Marco Barmasse che, con Vittorio De Tuoni, aprì in settembre una nuova via sul Picco Muzio, che passa a destra della via Carrel e prende in prestito la via dei Ragni negli ultimi due tiri. Il 4 ottobre successivo, sul Pic Tyndall, Marco Barmasse e Walter Cazzanelli, con l’alpinista Giovanna De Tuoni, aprirono un nuovo itinerario che inizia a quota 4000 circa nei pressi del Pic Tyndall, con difficoltà fino al IV+. Circa un mese dopo, precisamente il 13 novembre, Marco Barmasse e Walter Cazzanelli, con l’alpinista Vittorio De Tuoni, portarono a termine una nuova via, la Diretta sud, che termina alla base della Testa del Cervino e che presenta difficoltà fino al IV+. L’uscita in vetta non fu realizzata a causa del maltempo che, dopo un bivacco della cordata, aveva trasformato la montagna in un inferno, rendendo problematico il ritorno a valle.

Sul Pic Tyndall la Casarotto-Grassi era un evidente problema da risolvere in invernale e furono le guide di Valtournenche Marco Barmasse, Walter Cazzanelli e Augusto Tamone a portarlo a termine il 17 marzo 1984.

Il roccioso versante sud del Cervino presenta alcuni canaloni che nel periodo invernale e primaverile si intasano di ghiaccio e di neve, e che tuttavia mai avrebbero solleticato i desideri di un ghiacciatore a causa della loro esposizione al sole. Invece, proprio su questa muraglia, Marco Barmasse e Walter Cazzanelli nel 1985 individuarono un percorso possibile nel canalone che scende dall’Enjambée. Un tentativo fu condotto dai due il 20 marzo 1985, ma si arenò a 80-90 metri dall’uscita, a causa della presenza di un grosso accumulo di neve che rendeva estremamente pericolosa la prosecuzione. Il ritorno avvenne per la stessa via, parte in corda doppia e parte in arrampicata.

Il ciclo delle invernali sulla parete sud trovò il suo epilogo nel 1987, quando, il giorno di Natale, l’onnipresente Marco Barmasse, con Nicola Corradi e Walter Cazzanelli, realizzò la prima invernale della via dei Fiori al Picco Muzio.

La storia continua
Gli anni Settanta, come si è visto, sono stati caratterizzati, e non solo sul Cervino, da importanti prime invernali. Nel 1975 (28 febbraio) fu la volta della parete est, che fu risolta dalla cordata di René Arnold, Guido Bumann e Candide Pracong. Alcune di queste invernali furono condotte da squadre organizzate. A questa tipologia di imprese appartiene anche la prima invernale della via Ottin sulla parete ovest, portata a termine l’11 gennaio 1978 dalle guide valdostane Marco Barmasse, Innocenzo Menabreaz, Leo Pession, Augusto Tamone di Valtournenche e Arturo e Oreste Squinobal di Gressoney. Iniziata con una competizione tra le due compagini, l’ascensione si concluse con l’unione delle forze e, purtroppo, con la morte di Rolando Albertini, caduto durante la discesa in corda doppia poco prima dell’Enjambée.

I problemi del Cervino, malgrado tutte le pareti e le creste siano state percorse, sembrano non avere fine e infatti la cronaca continua a registrare novità. Nel 1972 la parete nord tornò alla ribalta della cronaca in due occasioni. Dal 29 giugno al 6 luglio gli alpinisti giapponesi Masahiro Furukawa, Masaru Miyagawa e Yoshinori Okitsu scalarono inizialmente la via Gogna-Cerruti per poi obliquare a sinistra e raggiungere la Nord sul suo bordo occidentale; poi (11-13 agosto) ecco una Direttissima cecoslovacca di destra da parte di Zdislav Drlik, Leos Horka, Bohumil Kadlcik e Vaclav Prokes.

Due anni dopo, nel 1974, fu il Naso di Zmutt a tornare alla ribalta. La severa via Cerruti-Gogna fu salita in prima invernale dalla cordata di Edgar Oberson e Thomas Gross. Il Naso fu poi affrontato dalla fortissima cordata di Michel Piola e Pierre-Alain Steiner, che dal 29 luglio al 1° agosto 1981 portò a termine un difficile nuovo itinerario. Questo tracciato fu poi superato in prima invernale nel 1982 dalla cordata di Daniel Anker e Thomas Wuschner.

Sempre alla ricerca di novità, gli alpinisti parevano essersi dimenticati di una grande classica, che non era stata ancora percorsa in inverno: la via Piacenza sulla Cresta del Furggen.

Così il 10 febbraio 1989 le guide di Valtournenche Andrea Perron e Augusto Tamone, con Giorgio Carrozza realizzarono anche questa prima.

Dagli anni Novanta al 2000
Apparentemente sul Cervino è stato fatto tutto: creste, pareti, spigoli, speroni, canaloni. A detta di molti nessun anfratto della grande montagna riserverebbe più novità per gli alpinisti. Ma gli esperti sanno che così non è, e infatti un autentico figlio del Cervino come la guida Marco Barmasse ha individuato alcuni problemi insoluti. Certo, alcune ripetizioni restano ancora da fare e una delle ultime portate a termine è stata quella del giro della Testa del Cervino. Realizzata il 25 settembre 1941 da Albert Deffeyes con le guide Luigi Carrel “il piccolo” e Pietro Maquignaz, è stata ripetuta solo il 20 agosto 1991 da Marco Barmasse con l’alpinista Enrico Tessera, seguendo un percorso diverso dall’originale che prese avvio dalla spalla dell’Hörnli, attraverso la parete est lungo la cengia Mummery, la Spalla di Furggen, la parete sud fino al Col Felicité, la parete ovest lungo la Galerie Carrel fino alla Cresta di Zmutt e, in ultimo, la parete nord fino a tornare alla Cresta dell’Hörnli. Barmasse e Tessera superarono invece per primi gli strapiombi di Furggen, per traversare le vette svizzera e italiana, scesero al Col Felicité, attraversarono la Galerie Carrel, poi le pareti nord, est e sud fino al Col Felicité, per scendere infine la Cresta del Leone.

Sempre a detta di Barmasse, i problemi “veri” non mancano, e durante un interessante giro d’orizzonte sulle pareti del Cervino condotto attraverso le fotografie, Marco ha evidenziato uno spigolo qua, un pilastro là, che attendono la soluzione. Certo non si tratta più di itinerari con sviluppi degni della mole del Cervino, ma certamente le difficoltà che presentano saranno degne degli attuali livelli in arrampicata (1).

Ringrazio Marco Barmasse, guida alpina e protagonista di molte imprese sul Cervino, senza l’aiuto del quale questo aggiornamento non sarebbe stato possibile.

Bepi Mazzotti alpinista
di Italo Zandonella Callegher

Mentre sono ben noti e riconosciuti alcuni settori specifici dell’eterogenea ed entusiastica attività di Bepi Mazzotti (salvatore e “Robinson” delle ville venete, direttore dell’Ente Provinciale per il Turismo, scrittore, saggista, editorialista, responsabile delle mostre d’arte trevigiana, fotografo, consigliere del Touring Club Italiano, rotariano attivo, delegato dell’Accademia della Cucina Italiana, presidente della sezione di Treviso di Italia Nostra, Ispettore Onorario ai Monumenti – per citare solo le sue principali occupazioni e incarichi), meno nota e divulgata è la sua attività di alpinista e di scrittore di libri di montagna che pure fu l’inizio e il perno storico della sua attività.

Nella bibliografia che lo riguarda troviamo 152 titoli fra volumi, monografie, studi, presentazioni e articoli dedicati alle Prealpi Venete, alle Dolomiti e alla Valle d’Aosta e per questo motivo Bepi Pellegrinon – alpinista, scrittore ed editore legato a Mazzotti da vent’anni di filiale e fedele amicizia – lo definisce “un classico della letteratura alpina”.

Quella che segue è un’esauriente ricostruzione storico-alpinistica del “personaggio Mazzotti”, fedelmente riportata dalle guide del settore e frutto di ricerche personali, concentrata comunque solo sulle prime salite assolute a cime o pareti (Cervino e Dolomiti) senza tener conto delle pur numerose ripetizioni.

Giuseppe Bepi Mazzotti nasce a Treviso il 18 marzo 1907 da padre romagnolo, impiegato al distretto militare, e da madre trevigiana, una Benedetti, titolare dell’albergo ristorante Al Cuor. La passione per la montagna lo prende fin da giovanissimo. È il settembre 1917 quando raggiunge – immaginiamo non senza problemi, nell’infuriare della Grande Guerra – la cima del Monte Grappa, la montagna ben visibile da Treviso che lo aveva stregato. Non la dimenticherà mai. Nel 1926 effettua un avventuroso viaggio a piedi che lo porta da Treviso a Cortina d’Ampezzo, naturalmente attraverso i monti, trascurando le strade e scavalcando come primo ostacolo proprio il “suo” Grappa. In seguito si dedica con passione all’arrampicata e alcune sue salite sono da considerare ancor oggi delle vere e proprie imprese, come la parete est del Cervino, l’ultima ancora inviolata della superba montagna, che Bepi Mazzotti sale nei giorni 18 e 19 settembre 1932 in cordata con le guide Maurizio Bich e Luciano Carrel. Nella compagnia c’è anche il cugino Enzo Benedetti, che è legato alle guide Luigi Carrel “il piccolo” e ad Antonio Gaspard.

In Valle d’Aosta Bepi conosce Nerina Crétier (sorella di Amilcare, il valente e sfortunato alpinista morto a soli 23 anni durante il tentativo di aprire una nuova via sulla parete sud del Cervino) che diventerà, dal 1937, la sua inseparabile e fedelissima compagna.

Come ufficiale della Scuola di Alpinismo del Battaglione Duca degli Abruzzi, sale il Monte Bianco per i Rochers, il Dente del Gigante, la Becca di Cian e altre vie. In Dolomiti arrampica quasi sempre senza guida, tranne che su alcune vie salite con Tita Piaz, per il quale nutre una profonda stima e amicizia.

Scrive il suo fedele ed eclettico compagno di cordata Cino Boccazzi (personaggio che dell’alpinismo, delle esplorazioni e della scrittura ha fatto la sua ragione di essere): “Bepi Mazzotti non aveva nulla dell’alpinista: non sportivo, un po’ lento. Ma lo animava uno spirito indomito che gli faceva superare certe grosse difficoltà con calma brontolona, e molte cose fatte da lui, in quei tempi bellissimi in cui si affrontava la montagna con rispetto e con le sole proprie forze, sono ancora difficili oggi per chi abbia il coraggio morale di salirle pulito, da solo a solo con la montagna”.

Ed eccolo sul Campanile di Val Montanaia, sulle Torri del Vajolet, in Lavaredo, sul Sass Pordoi, al Sassolungo, sulle Torri di Sella, al Sass Beccé, sulle Pale di San Martino – dove realizza, il 31 agosto 1935, assieme al concittadino Arturo Cappelletto, la sua impresa tecnicamente più difficile: un nuovo itinerario sulla parete ovest della Cima Canali (650 metri di V e VI grado). Sempre nelle Pale aveva già aperto, nel 1932, una breve ma interessante via nuova sulla Cima dell’Orsa con i compagni Gino Verzegnassi e Giuseppe Pippo Abbiati. Degna di nota è anche la traversata invernale da Sappada a Ortisei, compiuta nel 1929 attraverso i passi dolomitici allora chiusi per neve e senza nessuna cognizione di tecnica sciatoria. Nel 1937 compie la seconda salita invernale del Cimon della Pala con Cino Boccazzi. Di questa impresa è rimasto un documento bellissimo: la storica fotografia che ritrae la corda che li unisce sollevata in un ampio semicerchio dall’impetuoso vento della vetta.

In veste più di cronista che di alpinista (era inviato speciale del Resto del Carlino), Mazzotti partecipa nel 1934 alla spedizione italiana al Cerro Aconcagua, il gigante di pietra delle Ande, assieme agli accademici del CAI e mostri sacri dell’alpinismo di allora: Aldo Bonacossa (Presidente CAAI e capo spedizione), Gabriele Boccalatte, Renato Chabod, Giusto Gervasutti, Piero Zanetti, Luigi Binaghi, Piero Ghiglione, Giorgio Brunner e i fratelli ingegneri – non accademici – Stefano e Paolo Ceresa. In quell’occasione invia parecchie relazioni interessanti e incisive sull’andamento della spedizione, oltre che al Resto del Carlino, anche a Il Mattino, Il Lavoro e La Provincia di Bolzano.

Ma è nel gruppo del Popèra – l’ultima dolomia a nord-est, appena oltre il quale corre il confine con l’Austria – che Mazzotti scrive le più belle pagine di ardimento e di scoperta. E’ con lui un gruppo di amici trevigiani, attirati lassù dalla bellezza primordiale del luogo e dalle infinite possibilità alpinistiche, che condividono la passione e la gioia dell’arrampicata. La “compagnia Mazzotti” ci andrà per 18 anni, con il solo intervallo della seconda guerra mondiale.

Nel 1932 Mazzotti e Alberto Bertuzzi, preceduti da uno sfortunato tentativo di Alberto Raho e Corrado Spellanzon (conclusosi tragicamente con la morte di quest’ultimo durante la ritirata in doppia, a pochi metri ormai dalla base), tracciano una nuova via sull’immensa bastionata orientale della Cima Bagni, il colosso del Comélico. È la sua “grande parete”, come la definirà Mazzotti in un suo libro bellissimo. Con questa esperienza egli inizia l’esplorazione sistematica del gruppo. Nel 1934, con Cappelletto, compie due capolavori: la prima ascensione del Campanile di Valgrande – candela rocciosa affilata ed elegante che si erge miracolosamente addossata alla Cima Bagni – e la prima al Campanile di Selvapiana, straordinario obelisco che sovrasta l’omonima e incantevole conca alpestre. Nello stesso anno, con Cappelletto e i fratelli Alione e Duino Gerotto, sale lo spigolo est del Dente di Popèra e nel 1935, con Bertuzzi, traccia un nuovo itinerario sulla Seconda Guglia di Stallata. Nel 1936, dopo la traversata del Ghiacciaio Pensile con Boccazzi, tocca per primo l’esile puntina del Fulmine Nord-est di Popèra. Gli è compagno Arturo Dalmartello (che nel 1938 vincerà, assieme al grande Emilio Comici, la parete nord-est del Secondo Campanile di Popèra). Per chiudere in bellezza quella fortunata stagione, Mazzotti e Boccazzi tracciano una nuova via sulla Prima Guglia di Stallata.

Nel 1937 partecipa alla “campagna” in Popèra anche la moglie di Bepi, la brava Nerina Crétier, che sale coraggiosamente la famigerata e friabilissima parete est della Cima Popèra. Con loro ci sono anche Boccazzi e Umberto Calosci.

Sul Passo della Sentinella, famoso per i fatti d’arme del 1916 fra italiani e austriaci, svetta un ardito ago di roccia che i comeliani chiamano “Dito della Madonna” e i pusteresi “Betendes Moidl” (bambina che prega). Bepi e Nerina Mazzotti, con Cino Boccazzi, lo salgono nel 1938. Sul Campanile Colesèi, lungo la cresta sud-est, Mazzotti giunge nel 1939 con Dalmartello e Carlo Tomsig per una via non difficile ma logica.

Poi la guerra riporta il silenzio anche fra i rudi bastioni dolomitici e solo nel 1948 Mazzotti ritorna a respirare l’aria pura e amica del Popèra. Attacca subito e prosegue con successo assieme a Dalmartello, Tomsig e Bruno Brancati, sulla filiforme e bifida Sentinella. Naturalmente lungo una nuova via. Nel 1950, con Boccazzi, sale il Fulmine di Popèra per lo spigolo nord-est. Poi il ciclo delle belle scalate nell’incantato mondo delle Dolomiti si chiude, forse troppo presto. Mazzotti ha 43 anni.

Giuseppe Bepi Mazzotti viene ammesso al Club Alpino Accademico Italiano nel 1954, grazie anche alla sua attività culturale di eccezionale rilievo. A Furio Bianchet che lo ha proposto, scrive: “… mi accorgo da questo elenco di aver fatto ben poco, specie se lo confronto a quello che fanno i giovani d’oggi. Certo quel poco lo ho fatto con grande passione (e grande sforzo fisico e morale)… Per me l’alpinismo è stato, fra l’altro se non soprattutto, un modo di superare me stesso, con tutte le mie debolezze e difetti di uomo”. Pur felice di questo traguardo, gli duole l’esclusione dal CAAI di Dino Buzzati e Arturo Tanesini.

Quindi la “compagnia Mazzotti” si scioglie e ognuno cerca per proprio conto altre emozioni e altri interessi nell’immenso caleidoscopio della vita.
Mazzotti si dedicherà a quello che Orio Vergani definì “il capolavoro della sua vita”: la salvezza di quel gigantesco patrimonio d’arte che sono le ville venete.

Giuseppe Mazzotti, Bepi Fini, Gino Borsato e Sante Cancian. Foto: Giuseppe Fini.

Bepi Mazzotti scrittore di montagna
Scriveva Bepi Pellegrinon, profondo conoscitore degli scritti di Mazzotti sulla montagna: “La sua felice verve di scrittore brillante e sempre rigoroso nel controllo, la sua cultura umanistica, la sua umana bonomia, il suo immenso, pudico amore per la montagna, lo han collocato, fin dagli anni Trenta, fra i più fecondi e autorevoli scrittori che si siano mai occupati di alpinismo. Nei suoi scritti si respira l’animo autentico della montagna, dei suoi incanti, della sua gente. Chiunque voglia compiere una qualsiasi indagine storica e culturale sulla montagna in genere o su quella dolomitica e valdostana – i grandi amori di Mazzotti – in particolare, non potrà prescindere dalle sue opere. È un vero peccato che il suo multiforme ingegno abbia rubato tempo e idee all’impegno per la montagna. Ma forse stanno proprio qui la grandezza e la peculiarità di Bepi Mazzotti: aver saputo cioè alzare lo sguardo anche oltre il profilo, talvolta angusto e soffocante, delle montagne”.

La sua opera prima di letteratura alpina (ma aveva già scritto fin dal 1926 diversi articoli sullo stesso soggetto per La Voce Fascista, L’Illustrazione della Marca Trevisana, Il Resto del Carlino, il Bollettino della Sezione CAI di Treviso, L’Illustrazione Veneta e il Corriere Padano), fu un libretto intitolato Il Grappa – montagna che veramente amò, nonostante la semplicità delle sue forme e la mancanza assoluta di strutture architettoniche dolomitiche – uscito nel 1928 (Edizioni Cattedra Italiana) a cui seguì, nel 1931, il primo vero e proprio libro di montagna col romantico titolo Il giardino delle rose. Guida spirituale delle Dolomiti (Montes) dedicato “A tutti quelli che hanno bevuto alla mia borraccia”, corredato di belle fotografie dell’autore e presentato da Guido Rey. Il volume, uscito nella collana “La piccozza e la penna” diretta da Adolfo Balliano, risente un po’ della prosa ridondante e retorica tipica dell’epoca, ma è pur sempre un delicato inno d’amore al silenzio e alla solitudine delle altezze.

Nello stesso anno esce La montagna presa in giro per i tipi de L’Eroica di Milano. Qui Mazzotti, novello e inimmaginabile Nostradamus, entra nelle vesti del profeta e prevede con mezzo secolo di anticipo le gravi offese, le ferite, le dissacrazioni e gli sconvolgimenti che un turismo di massa maleducato e travolgente avrebbe arrecato alla fragile natura alpina. Aveva visto tutto e, ahimè, aveva anche visto giusto! Illustrato da “sollazzevoli disegni” firmati dall’artista Sante Cancian, si presenta così: “Questo libro non pretende di passare per il galateo dell’alpinista, ma soltanto di essere un panorama pessimistico dei frequentatori della montagna; anzi altro titolo non dovrebbe avere, se fosse possibile dare a un libro tanto svelto un titolo così lungo e pesante. Chi dovesse sentirsi offeso o mortificato dalle considerazioni espresse in queste pagine, si consoli: esse sono in gran parte frutto dell’esperienza personale, cioè fatte dall’autore su sé medesimo, in corpore vili”.

Per capire l’essenza dell’opera e il tono provocatoriamente canzonatorio, basti citare le dediche che aprono le quattro parti in cui è suddiviso il libro: “Ai giovanotti eleganti e alle signorine delicate che nell’ombra dei boschi colgono fragole e fiorellini di facili e bonarie maldicenze”; “Ai canori e spiritosi intonarumori, delizia dei rifugi e delle autocorriere”; “Ai protagonisti di questi racconti tanto veri da parer favole”; “Agli esaltatori delle virtù prensili pervenuteci dai nostri progenitori”. Il libro è uscito in cinque edizioni italiane (1931, 1933, 1936, 1945 per L’Eroica e 1983 per Nuovi Sentieri) e una francese (Lire, 1948) a conferma della bontà del suo contenuto. Quale altra realtà editoriale italiana può vantare una simile accoglienza da parte del pubblico?

Grandi imprese sul Cervino esce nel 1934 (L’Eroica) con riedizioni italiane nel 1944 e 1950 (sempre presso L’Eroica), francesi nel 1934 e 1951 (Attinger) e tedesca (Union Deutsche Verlag) nel 1935. Opera raffinata, di facile e coinvolgente lettura, così come dovrebbero essere scritte tutte le storie che hanno come soggetto il mondo alpino.

Treviso Piave Grappa Montello del 1938 (De Agostini) non è un vero e proprio libro di montagna, ma piuttosto un tentativo ben riuscito di divulgazione artistico-turistica. “Dalle mura della città di Treviso si vede un lontano profilo di monti azzurri: le Prealpi Venete, dal Grappa al Cansiglio. Fra la pianura e i monti si scorge un basso dorso scuro, con qualche casetta illuminata dal sole: il Montello, dietro il quale il Piave, che divide in due parti la provincia”. Il seguito è la relazione sentimental-geografico-storica di tutte queste meraviglie.

Sempre nel 1938 appare La grande parete (L’Eroica) che personalmente, forse viziato da motivi affettivi e geografici, considero il miglior libro di montagna di Bepi Mazzotti. La grande parete è la Est della Cima Bagni di Popèra, ciclope roccioso che cade verticale e severo sulle foreste e le praterie di Valgrande in Comélico. In questo libro si racconta, in modo magistrale e distaccato, lo sfortunato tentativo degli alpinisti che precedettero la salita dello stesso Mazzotti. Altre edizioni italiane uscirono nel 1954 (L’Eroica) e nel 1984 (Nuovi Sentieri) e una francese (Lire) nel 1948.

Del 1946 sono gli ottimi Alpinismo e non alpinismo e Introduzione alla montagna (Canova) – quest’ultimo anche in edizione spagnola nel 1952 (Juventud). Nel primo l’autore si addentra in disquisizioni psicologiche che non tutti afferrarono nel giusto senso, ma che tutti rispettarono perché Mazzotti era Mazzotti e se scriveva così c’era una buona ragione. Il secondo è un grazioso breviario per coloro che si accingevano allora alla “lotta con l’Alpe”.

Il 1951 è l’anno di Montagnes Valdótaines, vous étes mes amours. Storia di una vocazione (Canova). Si potrebbe ben dire che questo è “il libro della Val d’Aosta” tant’è pregno di storia, paesaggi e montagne, ambienti grandiosi, genti e costumi della grande valle alpina. Il racconto ha due protagonisti: la montagna e un giovanotto valdostano che sente impellente il bisogno di salire sulle cime più alte, ma resta affascinato dalla più bella, il Cervino, che dominerà la sua vita dal principio alla fine. Altre edizioni italiane escono nel 1952 (Canova) e nel 1991 (Nuovi Sentieri). Nel 1952 questo libro vince il prestigioso Premio Saint-Vincent.

Invito al Cansiglio vede la luce nel 1965 (Canova) e potrebbe apparire la pubblicazione di montagna più modesta di Bepi Mazzotti, ma non è così. In realtà, in sole 74 pagine egli riesce a presentare il boscoso e storico Cansiglio, montagna di Vittorio Veneto per eccellenza, e bosco da reme della Serenissima, in modo esauriente e, come sempre, trascinante.

Fruttuosa è stata anche la sua collaborazione, in tema di montagna, con giornali e riviste. Suoi scritti, sempre accuratamente documentati, si trovano in La Voce Fascista (anni 1927-28-29-30); Alpinismo (anni 1929 e 1931); La Montagna (anni 1931 e 1932); Rivista Mensile del CAI e Lo Scarpone (anni 1931-32-33-38-39-50-51-54-68); Illustrazione Veneta (anni 1927-28-29-30-31); Il Resto del Carlino (dodici articoli nel 1934, al seguito della spedizione italiana all’Aconcagua); Le Alpi Venete (anni 1947-48-63-67-70-81). Altri contributi sono apparsi nel corso degli anni in Deutsche Alpenzeitung, La Montagne, Die Alpen, Unione Ligure Escursionisti, Ministero della Guerra, Le Tre Venezie, Veneto Sport, Itinerari, Le Dolomiti, Il Gazzettino, Il Tempo, Il Touring, Le Vie d’Italia, Tuttitalia, Il Giorno, Alpinismus

Così scriveva Piero Rossi nella presentazione dell’edizione 1983 de La montagna presa in giro: “Quello di Bepi Mazzotti per la montagna è stato certamente un amore intenso, appassionato, ma non egoistico, perché egli ha largamente contribuito a far conoscere la montagna e a stimolare il prossimo a frequentarla… La montagna di Bepi Mazzotti non è solo una costruzione intellettuale, un po’ astratta e idealizzata, ma è la montagna vera e viva, in tutti i suoi contenuti naturali e umani”.

Il 28 marzo 1981 Giuseppe Bepi Mazzotti abbandona le montagne della terra e si trasferisce per sempre su quelle molto più eteree e lucenti dell’aldilà. Dove, ne siamo certi, starà salendo sereno e felice, assieme alla sua Nerina, in un ambiente perfetto e incontaminato, senza montagne e ville da salvare.

Naturalmente con “calma brontolona”.

Nota (a cura della Redazione)
(1) Sul Naso di Zmutt sono state aperte altre vie: da Patrick Gabarrou e Lionel Daudet, Aux amis disparus, dal 5 al 6 luglio 1992); da Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto, Free Tibet, dal 31 luglio al 2 agosto 2001); da Robert Jasper e Rainer Treppte, Freedom, dal 22 al 26 agosto 2001). Nella primavera del 2008, Samuel e Simon Anthamatten aprirono la Via Anthamatten, che consiste essenzialmente in una salita completa del grande strapiombo che caratterizza il Naso di Zmutt e si congiunge alla Via Giapponese del 1972 nella parte superiore della parete. Alexander Huber, Dani Arnold e Thomas Senf hanno aperto la via Schweizernase tra il 15 e il 16 marzo 2017, scalando in modo simile alla cordata giapponese del 1972, ma deviando dalla via Gogna-Cerruti leggermente al di sotto della via giapponese, attraverso un terreno fortemente strapiombante.

Notevole pure la salita in solitaria più veloce della Via Schmid di Dani Arnold in 1h 46′, il 22 aprile 2015.

More from Alessandro Gogna
La comunicazione digitale – 1
La comunicazione digitale – 1 (ha contribuito a modificare la percezione soggettiva...
Read More
Join the Conversation

1 Comment

  1. says: Fabio Bertoncelli

    Grazie di questi articoli di storia dell’alpinismo.
    Sono interessantissimi.

Leave a comment
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *