Cerro Torre – 06 – La montagna svelata

Cerro Torre – 06 – La montagna svelata
(titolo originale: A Mountain Unveiled)
di Rolando Garibotti
(pubblicato in The American Alpine Journal, 2004, pagine 138-155)

Se qualcuno vi dicesse di avere appena corso 100 metri in 20 secondi, scrollereste le spalle e direste: “e allora?” Invece, se qualcuno vi dicesse di avere impiegato 9 secondi sareste esterrefatti e scettici, e vi verrebbe naturale chiederne le prove. I racconti di alpinismo a volte rientrano nell’ultima categoria, e se le prove non sono sufficienti, ci si ritrova a dover fare i conti con lo scottante problema di come valutare le varie rivendicazioni.

Non è compito dei giornalisti dubitare delle parole degli alpinisti, ma quello che possono e che dovrebbero fare è ottenere dei resoconti convincenti delle scalate prima di riconoscerne il valore effettivo. E’ indispensabile che i redattori di giornali e riviste non siano dei creduloni, dal momento che tutti facciamo affidamento sull’accuratezza dei loro dati.

Uno dei casi più noti nei tempi moderni è l’affermazione di Cesare Maestri di aver portato a termine, in soli 7 giorni, la prima ascensione del Cerro Torre, nel 1959, compiuta con l’austriaco Toni Egger che, secondo il racconto di Maestri, cadde e morì durante la discesa portandosi dietro l’unica macchina fotografica. Mentre questa supposta scalata fu inizialmente creduta sulla parola, gli alpinisti cominciarono gradualmente a volerci vedere più chiaro. La presunta impresa di Maestri ha chiaramente sorpassato i traguardi più alti del suo tempo in termini di difficoltà, velocità e stile. Il grande alpinista francese Lionel Terray l’ha definita “la più grande impresa alpinistica di tutti i tempi”, una definizione che potrebbe andar bene ancora oggi considerando che la via rivendicata da Maestri non è ancora stata ripetuta, nonostante i numerosi tentativi di alcuni tra il più grandi alpinisti del mondo.

Rolando Rolo Garibotti

Il verticale Cerro Torre è situato nel massiccio di El Chaltén, nella Patagonia meridionale, in un gruppo di cime spettacolari che include il ben noto Cerro Fitz Roy. Il Cerro Torre è una delle montagne più stupefacenti del mondo e sarebbe anche tra le più difficili se non ci fosse la Via del Compressore della cresta sud-est. Maestri era quasi riuscito a scalare questa via nel 1970 quando, usando un compressore, piazzò circa 400 chiodi a pressione per arrivare ad un punto circa 35 metri sotto la vetta, scalata che lui considerò come valida.

A partire dalla fine degli anni ’60, si cominciò a dubitare seriamente della supposta scalata del 1959. Tali dubbi nacquero inizialmente in Italia da gente come Carlo Mauri, un rispettato alpinista di Lecco che aveva tentato la scalata al versante ovest del Torre nel 1958. Successivamente furono i britannici a mandare avanti l’indagine, in particolare Ken Wilson, redattore della rinomata rivista Mountain. Più tardi, la questione era destinata a diventare sui giornali un argomento fisso di innumerevoli articoli. Maestri ha avuto numerose opportunità di presentare uno scenario credibile in conferenze, interviste e articoli sulle riviste, ma invece ha continuamente fallito nel fornire una descrizione convincente. Ancora oggi la controversia rimane irrisolta.

Visto che nel 2004 si commemora il trentesimo anniversario della prima scalata indiscutibile del Cerro Torre (portata a termine dalla numerosa squadra dei Ragni di Lecco guidati da Casimiro Ferrari attraverso il versante ovest), sembrerebbe opportuno arrivare a una conclusione sull’argomento. Questa bella salita rimane oscurata dalle rivendicazioni del 1959 e dall’incompleta ascensione del 1970 fatta con l’aiuto dei chiodi a pressione.

Cresciuto nella Patagonia del nord, ho avuto l’opportunità di scalare nel gruppo di El Chaltén innumerevoli volte, di salire molte torri della zona, compresa la prima scalata completa del versante nord del Fitz Roy nel 1996, e la prima ascensione in stile alpino del versante sud-ovest del Fitz Roy nel 1999. Cominciai a interessarmi all’episodio di Egger e Maestri dopo aver incontrato molti tra coloro che erano legati alla storia di questa zona, compresi, tra gli altri, Folco Doro Altan, Walter Bonatti, Cesarino Fava, Casimiro Ferrari, John Bragg, e Jim Donini. Avendo capito che c’erano seri dubbi sulle rivendicazioni di Maestri, e che c’erano diversi aspetti chiave non risolti in precedenza, decisi di fare delle ricerche in materia nella speranza di far luce sull’argomento.

I primi tentativi di convalidare le tesi di Maestri fallirono nel tentativo di tener conto di tutto il materiale disponibile: una delle maggiori difficoltà apparentemente era la varietà di linguaggi in cui le informazioni rilevanti erano disponibili. La mia conoscenza delle lingue in questione è stata fondamentale durante le ricerche per quest’articolo. La mia analisi è basata innanzitutto sui vari resoconti scritti da Cesare Maestri e Cesarino Fava, molti dei quali ho tradotto personalmente dagli originali in italiano. I resoconti di Fava sono importanti, considerando la rivendicazione di aver scalato insieme a Egger e Maestri fino al Colle della Conquista (il colle tra Torre Egger e CerroTorre) durante la presunta prima scalata. Siccome nessuna traccia del passaggio del trio è mai stata trovata oltre i 300 metri della prima parte della parete e le relazioni di Maestri oltre quel punto sono vaghe e contraddittorie le descrizioni di Fava meritano un’attenta ispezione.

Il diedro inferiore
Nel gennaio 1959 Egger, Fava e Maestri cominciano a salire i 1200 metri della parete est che inizia con un diedro di 300 metri. Fava lo descrive così: “Più giorni di lavoro estenuante è costato il superamento del diedro strapiombante alto circa 300 metri; tre giorni durante i quali Cesare, tra corde, staffe e chiodi a espansione ha ballato una tarantella agghiacciante (1.1)”. Maestri continua: “Questo diedro che presenta difficoltà di quinto e sesto grado con lunghissimi tratti di sesto grado artificiale e artificiale a espansione, e stato attrezzato con corde fisse fino al suo termine dove abbiamo posto un piccolo magazzino depositando tutto il materiale rimasto (2.1)”. Più avanti descrive le corde fissate come corde di canapa di 12 millimetri.

Nel suo libro Arrampicare è il mio Mestiere (3) Maestri descrive i 4 giorni necessari a salire e fissare le corde nel diedro inferiore. Nel racconto Maestri parla delle difficoltà incontrate e dell’impegno psicologico necessario. Alla voce 12 gennaio ha annotato: “E’ stata una grossa fatica… […] Oggi sono riuscito a salire solo trenta metri (3.1)”. Il giorno dopo: “Ogni metro quassù costa fatica, la parete è molto difficile, liscia e strapiombante, ma mi alzo, lentamente, un metro dopo l’altro (3.2)” e prosegue – “sono molto stanco (3.3)”. Dopo un giorno in cui non sono stati in grado di arrampicare per il maltempo, il 15 gennaio scrive: “Sono sfinito, ed è solo l’inizio della giornata (3.4)”. Più tardi quello stesso giorno descrive l’arrivo a una piccola cornice sotto un nevaio triangolare sopra la fine del diedro: “Sotto di me 300 metri di dura parete sono fatti, un altro ostacolo è superato, ma a questo punto sono veramente sfinito. […] Ho continui crampi alle braccia e le mani rovinate … (3.5)”. Dopo questi giorni di attività Maestri si ammalò e dovette rimanere a riposo per diversi giorni prima di poter scendere dalla truna che avevano scavato vicino alla base della parete – chiamato da loro “terzo campo” – fino al secondo campo, situato ai piedi della formazione nota come El Mocho.

Questo diedro iniziale di 300 metri presenta difficoltà meno impegnative del tratto superiore del loro supposto tragitto, e considerando lo sforzo che Maestri descrive nel salire il diedro inferiore, non si può fare a meno di chiedersi come nel giro di due settimane siano riusciti ad acquisire quel surplus di prestanza fisica e abilità necessarie a completare la fantastica scalata che successivamente avrebbero reclamato.

Verso il Colle della Conquista
Nei successivi dieci giorni ci furono tempeste continue, perciò Egger, Fava e Maestri, insieme alla loro squadra di supporto – quattro giovani studenti universitari argentini (tre di origini italiane), Augusto e Gianni Dalbagni, Juan Pedro Spickerman e Angelo Vincitorio – scesero al campo base poi all’Estancia Madsen per riposarsi.

Alla fine il tempo migliorò, e il 28 gennaio diedero inizio all’assalto finale. Maestri scrive: “Arriva cosi il 28 gennaio quando in silenzio Fava, Egger ed io ci leghiamo alla base della parete est (2.2)”. Fava, che era lì per aiutare a portare l’attrezzatura, descrive la scalata con le corde fisse lasciate sul posto dieci giorni prima: “… a braccia saliamo su per le corde del gran diedro assicurati con un prusik (1.2)”. Maestri illustra una tecnica un po’ più complicata: “Saliamo insieme fino alla base del diedro poi, sempre usufruendo delle corde fisse, lo superiamo. Io salgo, assicuro Cesarino, il quale assicura Toni, mentre io salgo lungo le corde fisse per poi ripetere le operazioni precedenti (3.6)”. Queste due descrizioni rendono bene l’idea dell’attrezzatura e delle tecniche laboriose che i tre uomini avevano a disposizione nel 1959 – le corde di canapa da 12 mm, le sfiancanti e lente tecniche del prusik, e le manovre di assicurazione durante la risalita – e quindi indicano un processo molto lento.

Maestri riferisce che arrivati al nevaio triangolare alla sommità del diedro inferiore, “lo tagliamo e ci portiamo con una traversata diagonale alla base di quella serie di fessure che partono dal bordo del nevaio e portano fino sotto ad un gran diedro strapiombante… Fin qui, dal nevaio, sono circa 150 metri di quarto e quinto grado (chiodi usati 15-20) (2.3)”. La descrizione riportata, per quanto vaga, indica chiaramente che il trio presumibilmente ha scalato la roccia sopra il nevaio triangolare, e non l’ovvia gola centrale. Le cordate che fino ad allora avevano scalato questa parte, compresi Bragg/Donini/Wilson, Wyvill/Campbell-Kelly e Proctor/Burke avevano notato che il terreno in questa zona centrale è molto più difficile di come lo descrive Maestri.

Dalla base del grande diedro sovrastante del versante est fino al Colle della Conquista, Maestri dice di essere salito su tratti di “… quarto, quinto e un tratto di sesto grado (2.4)”. In un altro resoconto dice di questi tratti: “Ora la parete si fa sensibilmente più difficile e ogni tanto presenta passaggi di sesto grado (3.7)”. Entrambe le citazioni, una volta confrontate con la sua descrizione del paragrafo precedente, indicano chiaramente che Maestri ha trovato il terreno tra la base del grande diedro est e il colle più difficile della parte subito sotto. Ancora una volta ciò contraddice le impressioni di quelli che finora hanno scalato fino al Colle della Conquista per la stessa via. Le difficoltà tecniche sono molto più pronunciate nella sezione direttamente al di sopra del nevaio triangolare, mentre la cosiddetta “traversata” dalla base del grande diedro est fino al colle, che Maestri descrive come difficile, è in realtà molto facile. John Bragg, Jim Donini e Jay Wilson hanno scalato il tratto rivendicato da Maestri fino al Colle della Conquista durante la loro prima scalata della Torre Egger del 1976. Tempo dopo Donini commentò, “guardi dietro il bordo del diedro e c’è una serie di pendii che vanno verso il colle lunghi circa 120 metri, e lì è il punto che Maestri aveva descritto come molto difficile per traversare, da sotto sembra un muro liscio, mentre in realtà giri a destra e c’è una rampa facile, non è affatto difficile… da sotto non puoi vedere la rampa (4)”. Fava e Maestri sostengono di aver scalato a velocità supersonica i 700 metri fino al Colle. Maestri dice: “Verso le tre di pomeriggio arriviamo sul colle”(5.1)”. Così sarebbero state 11 ore (2.1) da quando hanno cominciato a salire. Tenendo conto delle tecniche e dell’attrezzatura usata nel 1959, sarebbe senza precedenti se fossero riusciti a muoversi così velocemente. Le contemporanee scalate del Fitz Roy e delle Torri del Paine suggeriscono che tempi così veloci con attrezzi degli anni Cinquanta erano virtualmente impossibili.

A dispetto della grandezza del compito da affrontare e nonostante fosse ancora presto, Egger e Maestri presumibilmente decisero di passare la notte al Colle, mentre Fava, che aveva fatto la sua parte portando il carico fino a quel punto, ritornò alla base. Considerando che Fava doveva trasportare una corda in più – di 200 metri secondo la loro descrizione – e in più ulteriori attrezzi per scendere, viene da chiedersi che altro avrebbe potuto portarsi dietro per conferire valore alla sua scalata fino al colle. La corda da 200 metri da sola avrebbe avuto un peso di almeno 16 chilogrammi.

Fava racconta di come Egger lo abbia incoraggiato a scendere immediatamente, cosa che presumibilmente fece. Dopo essere disceso attraverso la “grande traversata” che, come descritto prima, è in realtà una diagonale inclinata che taglia di traverso la base del versante nord, Fava recuperò una delle corde da 200 metri, che probabilmente era stata lasciata fissa, e cominciò a scendere da solo “… alla Dülfer, tenendo le corde divise a monte con la piccozza infilata nel mezzo (1.3)”.

Dopo la sua incredibile lunga e veloce scalata in giornata al colle della Conquista, Fava, nonostante usasse un sistema rudimentale e lento, riuscì a scendere molto velocemente e “giunsi sul ghiacciaio che era notte; tuttavia l’estrema punta del Fitz Roy era ancora dorata dagli raggi riflessi del sol cadente (1.4)” fatto confermato da Maestri, che scrive, “A sera, quando il sole illumina solamente la punta del Fitz Roy, (Cesarino) è sul ghiacciaio (3.8)”.

La supposta velocità di salita della cordata al Colle e la discesa solitaria di Fava sono veramente sconcertanti. Fava sostiene di aver salito e disceso 700 metri di terreno difficile in appena 16 ore. Questa sarebbe stata un’impresa poco probabile nel 1959, ma la questione si infittisce. Nel 1999 Fava revisionò completamente il suo resoconto nel suo libro Patagonia: Terra di sogni infranti (6)”.Qui Fava scrive “La notte mi sorprese sul bordo superiore del nevaio pensile. Assicurato alle corde scavai nella neve per farmi una truna… (6.1)”. Più avanti descrive come ha passato la notte e come è arrivato alle corde fisse ed è sceso alla truna il mattino seguente (6.2, 7). Inoltre accenna al fatto dicendo di essere sceso usando una tecnica di doppio prusik (6.3) inusuale e potenzialmente pericolosa (a causa dello sfregamento delle corde), usandone uno da freno e uno di sicurezza, l’opposto della sua precedente descrizione della tecnica di discesa alla Dülfer (1.3)”. In nessun resoconto Fava presenta una descrizione accurata della sua discesa dal colle o di come ha fatto a portarla a termine così velocemente.

Mentre Egger e Maestri continuavano verso l’alto, Fava presumibilmente passò i sei giorni successivi alla base della montagna aspettando il ritorno dei suoi compagni. La sua descrizione di questi giorni è importante e viene riferita più avanti.

Le incrostazioni di ghiaccio
Sopra il Colle della Conquista, Maestri sostiene di essere stato in grado di salire grazie a una incrostazione di ghiaccio che ricopriva tutta la cresta e la parete nord. Maestri dice: “… attacchiamo una crosta di neve e ghiaccio dello spessore variabile da venti centimetri a un metro, portata dal vento e appiccicata sulle placche lisce dello spigolo nord. Per trecento metri saliamo arrampicandoci nell’aria (8.1)”. Ovviamente questa descrizione è troppo vaga per essere seriamente presa in considerazione, ed è un altro buon esempio della mancanza di dettagli dati da Maestri riguardanti la parte superiore della loro ipotetica scalata (mentre invece i 300 metri iniziali sono descritti con dovizia di particolari). Spesso, durante e subito dopo grandi tempeste il Cerro Torre è ricoperto di un sottile velo di ghiaccio, che all’occhio poco esperto può sembrare ghiaccio scalabile. Tuttavia, questo velo è soltanto uno strato di umidità condensata, che non è attaccato solidamente alla roccia, e non potrebbe fornire un punto d’appoggio allo scalatore e che facilmente si staccherebbe. Nessuno ha mai trovato le condizioni di ghiaccio che Maestri ha descritto e non ci sono scalate paragonabili rivelatesi possibili in cui il soffiare del vento ha incrostato del ghiaccio una cresta granitica liscia e quasi verticale. Maestri successivamente fece commenti curiosi riguardo al ghiaccio sulla sua ipotetica traiettoria. Riferendosi al tentativo sul versante ovest di Carlo Mauri del 1970, e paragonandolo alla sua presunta scalata del 1959, disse, “Ho visto degli spezzoni del loro film in televisione – un solido muro di ghiaccio. Ma per quanto ci riguarda, noi non abbiamo mai incontrato un muro di ghiaccio (9)”.

Toni Egger e Cesare Maestri erano scalatori raffinati. Egger, una guida alpina, era uno dei migliori scalatori dei suoi tempi, con alle spalle molte belle scalate sulle Dolomiti e sulle Alpi Occidentali, in Turchia e in Perù. Tra le sue scalate migliori possiamo annoverare il versante nord del Piz Badile, innumerevoli scalate nelle Dolomiti (compresa una scalata in solitaria di 95 minuti allo Spigolo Giallo sulla Cima Piccola), e la prima scalata del Nevado Jirishanca nelle Ande peruviane. Maestri ha compiuto innumerevoli belle scalate in solitaria nelle Dolomiti, compresa la prima scalata da solo della via Solleder sul versante nord-ovest del Civetta e la prima solitaria della via Soldà-Conforto sul versante sud della Marmolada. Contrariamente ad Egger, Maestri aveva scalato poco fuori dalla sua zona natia, le Dolomiti. Una delle rare eccezioni fu nel 1955, quando effettuò una scalata solitaria invernale della cresta sud-ovest del Cervino. Nonostante le loro ottime credenziali, le difficoltà che hanno affrontato sul Cerro Torre sono di livello completamente diverso, visto che sorpassano di molto quelle incontrate nelle loro precedenti scalate.

Al di sopra del Colle, Egger e Maestri probabilmente portavano pesi notevoli mentre “saliamo arrampicandoci nell’aria (8.1)”. Maestri scrive: “Portiamo una corda di duecento metri, alla quale ci leghiamo tenendola doppia, dieci staffe, trenta chiodi da roccia, cento chiodi a espansione, trenta chiodi da ghiaccio, cunei di legno, trenta metri di cordini, viveri per tre-quattro giorni ed equipaggiamento vario per bivacchi. Gli zaini sono pesantissimi, venticinque chili circa (3.9)”. Considerando il peso dell’attrezzatura di quei tempi, avrebbero potuto portarsi dietro tutto in una scalata così ardua?

Maestri riferisce che piazzarono 30 chiodi ad espansione e usarono 15 chiodi da ghiaccio durante la seconda giornata sul Torre (2.5). Riguardo ai chiodi ad espansione, nota: “… per fare un buco di due centimetri e mezzo di profondità, bisogna picchiare col martello più di cinquecento colpi (8.2)” e questo richiede “circa 35 a 40 minuti (3.10) l’uno”. E ciò non sorprende considerando la durezza del granito e l’attrezzatura del tempo. Trenta chiodi a espansione a 35 minuti per chiodo vuol dire più di 17 ore, un lasso di tempo straordinario considerando la velocità con cui sostengono di aver scalato la parte superiore della montagna. Inoltre, le piccozze dalla becca dritta e i ramponi dalle punte spesse di quel periodo erano del tutto inadeguati ad arrampicarsi velocemente sul ghiaccio quasi verticale, per non parlare delle manovre di sicurezza necessarie durante la chiodatura.

Riguardo alla loro supposta salita sopra il colle, Maestri scrive: “Da qui si presentano due soluzioni: tagliare per cenge e canali tutta la parete ovest per entrare in un gran camino…, oppure usufruendo di una particolare condizione di innevamento che ricopre il tratto di parete nord per circa 300 metri […]. Preferiamo questa seconda soluzione essendo la parete nord leggermente più riparata dal vento (2.6)”. Poi afferma: “Abbiamo scalato la parete nord e non lo spigolo sopra il colle. Non è così ripido come ci si potrebbe aspettare. La nostra linea di salita era a circa 100 metri a sinistra dello spigolo (10.1)”. Riguardo al terreno che hanno trovato quel giorno, continua dicendo: “La pendenza era circa la stessa di quella dei canali tra le torri di ghiaccio sullo spigolo sud-est… (via del Compressore) circa 45-50 gradi, suppongo. Comunque lo stesso genere di cose e le stesse condizioni generali (10)”. Queste due affermazioni confermano che le descrizioni di Maestri sono inattendibili. La parte inferiore della parete nord è quasi verticale, non un terreno di 50 gradi. Jim Donini lo descrive come “un tipico big-wall di granito, senza sporgenze orizzontali o cenge trasversali (11)”. Ulteriori dubbi nascono dal fatto che le due cordate che hanno scalato il primo e unico sistema di fessure a sinistra dello spigolo non hanno trovato segni del passaggio di Maestri. Su questo punto torneremo più avanti.

Durante il secondo giorno al di sopra del Colle della Conquista, Maestri riferisce: “Saliamo ora quasi sempre verso il versante ovest essendo quello nord troppo ripido e difficilissimo (2.7)”. Dice che hanno percorso 250 metri usando 20 chiodi, e hanno trovato “terreno con una pendenza variabile tra i 50 e 60 gradi… (2.8)”. Ancora una volta, questa descrizione differisce sostanzialmente con quella del terreno incontrato più tardi da altri scalatori (visto da una certa distanza, l’inclinazione di quel fianco della montagna è abbastanza uniforme, quasi 80 gradi).

Il 31 gennaio, probabilmente il loro quarto giorno in parete, Egger e Maestri, che hanno bivaccato 150 metri sotto la vetta, sono presumibilmente saliti sopra i funghi ghiacciati senza grandi difficoltà, raggiungendo la vetta, e poi hanno cominciato a ridiscendere. Il fatto che Maestri non dia una descrizione precisa di come hanno superato i funghi ghiacciati, notoriamente difficili, che strapiombano sui versanti nord e nord-ovest, è piuttosto significativo. L’inglese Phil Burke che assieme a Tom Proctor scalò il diedro est e la parte alta della parete nord, passando ad appena 50 metri sulla sinistra della linea di Maestri scrive: “Il ghiaccio sopra di noi era nevischio, impossibile da scalare. Scavavo con le piccozze che erano completamente inutili, mettevo dentro le braccia, ma non c’era nessun appiglio o punto di leva (4)”.

La discesa
Maestri dice che in cima il tempo cominciava a peggiorare: “Assicurati con le piccozze piantate fonde nella neve per non essere strappati dal vento… (2.9)”. Le prime corde doppie dalla vetta sono state apparentemente fatte su funghi di neve o su chiodi da ghiaccio, a eccezione delle ultime due della giornata, che “sono state fatte su chiodi ad espansione avendo superato il limite del ghiaccio… (2.10)”. Dopo aver trascorso la notte presumibilmente nello stesso posto della notte precedente, hanno ripreso la discesa. “Il 1 febbraio scendiamo continuamente, il vento caldo rende la neve come una poltiglia che si stacca e precipita rumorosa. […] Nessuna possibilità di piantare chiodi normali. Ogni corda doppia dobbiamo piantare due chiodi ad espansione sotto il continuo cadere di grosse slavine (2.11)”.

Maestri continua: “Abbiamo deciso di non scendere alla forcella, ma di tagliare diagonalmente tutta la parete nord per poi poterci calare al termine inferiore della attraversata, che dopo il ricupero, da parte di Fava della corda fissa sarebbe diventato per noi un ostacolo maggiore (12.1)”. Anche in questo caso Maestri sembra suggerire che la traversata dalla base del diedro est fino al Colle fosse difficile, mentre in realtà tutte le cordate successive l’hanno trovata semplice. Una discesa diagonale attraverso il liscio e molto ripido versante nord è chiaramente più difficile che scendere lungo la linea di salita usufruendo dei chiodi e delle soste utilizzate per la salita, anche se dopo avrebbero dovuto fare qualche corda doppia sulla rampa diagonale alla base della stessa parete, da dove Fava aveva tolto la corda fissa.

Maestri dice di aver impiegato due giorni per scendere nelle vicinanze delle corde fisse che arrivavano all’estremità del diedro inferiore. “… verso le diciannove del 2 febbraio a circa 100 metri dalle corde fisse decidiamo di passare la notte sul bordo destro del piccolo nevaio pensile. Pianto dei chiodi ad espansione e cominciamo a scavare il buco per passare la notte (2.12)”. Maestri sostiene di aver piazzato tre chiodi ad espansione in questo posto (che non sono mai stati trovati nonostante il passaggio di numerose cordate in questa zona), e dice di essere stato troppo stanco per continuare (3.11). A quanto pare Egger non era convinto di bivaccare in questo punto e decise di dare un’occhiata più sotto. Maestri probabilmente lo stava calando giù quando Egger fu colpito da una valanga che pare abbia tagliato la sua corda scaraventandolo giù insieme alla loro unica macchina fotografica e alla maggior parte dell’attrezzatura. Considerando che era il loro terzo giorno di discesa, e che probabilmente erano arrivati vicini alle corde fisse, la voglia di Egger di andare avanti risulta piuttosto comprensibile.

Una volta ripresosi dalla perdita del compagno, Maestri dice di aver passato la notte in quel punto e, “All’alba del 3 febbraio esco dal mio buco… Comincio a scendere a corda doppia con lo spezzone che mi rimane (2.13)”. E continua: “Passano ore e arrivo alle corde fisse: scendo lungo queste. La parete è un inferno; a pochi metri dal cono di deiezione, mi scivolano i piedi e non riesco a tenermi con le mani, volo… Lo spirito di conservazione mi porta attraverso il tormentato ghiacciaio a circa 300 metri dal campo 3 dove Cesarino è rimasto ad attenderci per 6 giorni da solo, ed è appunto Cesarino che, per caso, mi trova molte ore dopo… (2.14)”.

Tentativi successivi e osservazioni
Maestri descrive l’attrezzatura utilizzata come segue: “Chiodi da roccia usati circa 120, chiodi da ghiaccio 65, chiodi ad espansione circa 70, cunei di legno circa 20. Alla partenza il nostro equipaggiamento era di due corde de 200 metri, 10 staffe, 50 chiodi di roccia, 100 chiodi ad espansione, 30 chiodi di ghiaccio,… (2.15)”. Visto che gran parte di quest’attrezzatura sarebbe rimasta sul posto è stupefacente che niente sia mai stato rinvenuto sopra la fine del diedro inferiore, a 300 metri da terra. Negli ultimi trent’anni almeno dieci cordate diverse sono salite oltre quel punto, e sette sono arrivati al Colle della Conquista.

Durante la loro scalata alla Torre Egger, Bragg, Donini e Wilson furono i primi a seguire le tracce di Maestri verso il Colle della Conquista. Hanno trovato molta attrezzatura nel diedro inferiore, ma niente al di sopra. Inoltre particolarmente sospetto era un gran deposito di materiale visibilmente non utilizzato – che includeva corde, due zaini, molti chiodi e cunei di legno – che hanno trovato su una piccola cengia sulla sommità del diedro inferiore, 15 metri sotto il nevaio triangolare. Questa attrezzatura non avrebbe potuto essere portata più su nella scalata e lasciata nella discesa, perché Maestri sostiene che Egger cadde e si portò dietro quello che era rimasto del materiale usato nella salita alla cima. Maestri spiega che due giorni prima del tentativo finale avevano preso la decisione di scalare in stile alpino dal deposito del materiale in poi, usando perciò meno equipaggiamento di quanto avevano deciso in precedenza. Tuttavia Egger, Fava e Maestri avevano raggiunto questo punto solo una volta prima dell’attacco finale verso la vetta, perciò sarebbe stato poco probabile che i tre uomini fossero stati in grado di portarsi dietro tutto il materiale trovato in questo posto più tutto quello che avevano detto di aver usato per la scalata finale. Donini evidenzia anche che nell’ultimo tratto che conduceva al deposito hanno trovato una corda fissa bloccata in ogni chiodo con un barcaiolo per tutta la lunghezza. Perché Maestri se ne sarebbe andato senza ripulire quel tratto?

Bragg e Donini cominciarono la salita credendo al racconto di Maestri ma persero fiducia quando le loro constatazioni si rivelarono inconciliabili con la storia di Maestri. Bragg commentò che rimasero particolarmente stupiti di non trovare nessun chiodo lungo la diagonale che porta al colle, dove Egger, Fava e Maestri sostengono di aver fissato una corda: “Sembrava ci fosse solo una linea naturale che portava al colle, e dato che la scalata fu per lo più facile in questo tratto, sembra improbabile che avessero scelto una linea diversa. E ancora una volta non trovammo niente (13)”. Solleva delle questioni anche il fatto che le quattro cordate che sono riuscite a scalare sopra il Colle sui versanti nord e nord-ovest non abbiano trovato traccia dei 60 o più chiodi ad espansione che Maestri sostiene di avere piazzato, né hanno trovato traccia alcuna di passaggio sulla supposta linea di discesa di Maestri nel centro del versante nord.

Nel 1978 Ben Campbell-Kelly e Brian Wyvill scalarono i primi 450 metri della via di Maestri, compreso lo sperone in alto a destra del nevaio triangolare, dopo di che si sono spostati a sinistra per affrontare l’impressionante diedro est, alla base del quale posero un box che lasciarono fisso (14). Nel 1981, usando lo stesso box, gli inglesi Phil Burke e Tom Proctor, tra i più bravi scalatori inglesi del tempo, percorsero la via fino alla sommità del diedro est. Da quel punto effettuarono una traversata di 25 metri fino al bordo della parete nord, seguita da un’altra traversata orizzontale di 65 metri per raggiungere il sistema di fessure più grande della parete. Prima di rinunciare, hanno scalato altri 100 metri lungo queste fessure. Burke, scalatore molto competente, disse che il penultimo tiro fu il più difficile della sua vita e lo costrinse ad arrampicare su roccia con le piccozze, incastrando la becca nelle fessure. L’ultimo tiro, che non fu completato finiva a soli 30 metri sotto la cresta (15). Burke dice: “Il grado corrisponde più o meno a un ABO di oggi, con tratti di roccia di alta difficoltà e sezioni di ghiaccio particolarmente difficili dai 70° fino a strapiombante, e con tratti di misto. Alla fine sono volato facendo un lancio da uno sky-hook a un appiglio! L’angolo medio della parete è superiore a 70° (11.1)”. Proctor ha riferito che la parete e lo spigolo nord erano molto simili a El Capitan, ripidissimi e senza molti tratti arrampicabili. Le loro descrizioni stabiliscono chiaramente quanto è difficile questa parete, contraddicendo la descrizione di Maestri di un terreno di 45-50 gradi, e dimostrano quanto sarebbe improbabile che una parete del genere possa coprirsi di ghiaccio solido e scalabile formato dal vento come sostiene Maestri.

Nel 1999 gli austriaci Toni Ponholzer e Franz Steiger scalarono un ovvio sistema di fessure sulla parete nord, appena a sinistra dello spigolo nord, fino a circa 200 metri dalla cima (16). Nei 300 metri inferiori di questa parete, la loro linea coincise quasi del tutto con la linea che Maestri sostiene di aver scalato il primo giorno al di sopra del colle (10.1), dove dice di aver piazzato 30 chiodi ad espansione in un unico giorno. Gli austriaci trovarono la roccia asciutta e pulita, che permise loro una veduta più chiara. Comunque non hanno visto tracce di passaggio. (Due italiani, Maurizio Giarolli ed Elio Orlandi, hanno scalato 150 metri su per questa linea nel 1998 e anche loro non hanno trovato tracce di passaggio (17). Ponholzer, che a quanto dicono tutti è un alpinista e scalatore estremamente abile, ha provato sei volte a scalare oltre il colle. Soltanto durante uno dei suoi ultimi tentativi, totalmente familiare con il terreno, fu in grado di raggiungere la presunta velocità di Egger, Maestri e Fava, arrivando al colle in un giorno.

Tra i tentativi degli inglesi (Burke-Proctor) e quelli degli austriaci (Ponholzer- Steiger), venne esplorata quasi tutta la parete nord. Considerando che la traiettoria e le descrizioni di Maestri (8.3) indicano chiaramente due linee separate per la salita e la discesa, sulle quali Maestri sostiene di aver lasciato un gran quantità di materiale, è difficile spiegare perché non sia stato trovato niente.

Anche il versante nord-ovest, che si trova sul lato opposto dello spigolo nord, è stato in parte percorso da alcuni scalatori. Gli italiani Maurizio Giarolli, Elio Orlandi e Odoardo Ravizza scalarono fino allo spigolo nord da ovest, arrivando a un altezza di 300 metri dalla vetta (18). Gli austriaci Tommy Bonapace, Gerold Dunser e Ponholzer attraversarono il Colle della Conquista e si arrampicarono per il versante ovest fino a 100 metri sotto il punto più alto raggiunto dagli italiani (19). Nessuna delle due cordate trovò tracce di passaggio, sebbene Orlandi fosse disceso in verticale per 50 metri lungo lo spigolo nord dal punto che avevano raggiunto e avesse fatto diversi pendoli nella speranza di trovare qualcosa (Maestri sostiene che lui ed Egger si erano spostati sul versante nord-ovest durante il secondo giorno di scalata sopra il colle).

Nel 1998 a circa 500 metri dalla base, accanto al box degli inglesi, Giarolli e Orlandi trovarono un chiodo da ghiaccio che sostenevano fosse appartenuto alla cordata di Maestri. In un articolo di Mark Synnot sul numero di maggio del 1999 della rivista Climbing, questa tesi fu usata come una nuova prova per supportare il caso Maestri (20). Appena uscì l’articolo, il chiodo venne identificato da Phil Burke come uno dei suoi. Vicino allo stesso posto Giarolli e Orlandi sostengono di aver trovato un pezzo di corda di canapa che credono essere di Maestri. Ma ancora una volta queste sono più probabilmente attribuibili alla cordata inglese. Proctor evidenzia che in un’occasione nel tentativo di recuperare una corda di 200 metri questa s’impigliò dritto sotto il loro box e lo costrinse a scendere per andare a recuperarla. Proctor non scese lungo la sua via di salita, ma lungo la goulotte sopra il nevaio, dove pensa che possa essere salito Maestri invece che lungo lo sperone a destra. Anche qui non vide nessun segno di passaggio.

Fava dopo la discesa dal colle
Secondo il diario di Cesarino Fava, pubblicato nel 1959 (1), dopo essere saliti al colle, Fava tornò alla truna (Campo 3) ai piedi della montagna la sera del 28 di gennaio. Sostiene di aver passato i sei giorni seguenti aspettando i suoi compagni. E’ difficile capire perché dopo una così lunga scalata fino al colle e la successiva discesa in solitaria, non sia sceso al Campo 2, alla base del Mocho, dove la squadra di supporto lo stava aspettando. Sebbene qualcuno possa obiettare che Fava non voleva scendere il ghiacciaio da solo, a causa della natura rischiosa delle traversate solitarie dei ghiacciai, nascono fatti curiosi dai racconti originali. La squadra di supporto dei giovani argentini riferisce di essere stati alla truna il giorno dopo il ritorno di Fava, il 29 gennaio, e di non aver trovato nessuno (21.1). Quello stesso giorno Fava, nel suo racconto personale, descrive di aver sceso il ghiacciaio fino alle placche del Mocho, poco sopra il Campo 2. “Il 29 uscii all’aria con il sole già alto. […] Quando l’ombra del Torre invade le placche del Mocho dove ero sceso a trastullarmi al sole, torno su al campo (1.5)”. Evidentemente i pericoli della traversata solitaria del ghiacciaio non spaventavano Fava, e in qualche modo sembra che i due gruppi si siano incrociati senza incontrarsi sul tragitto. Dal momento che il ghiacciaio presenta una sola via ovvia e sicura, tutto ciò sarebbe stato impossibile. Inoltre, considerando che le placche del Mocho che Fava descrive nella discesa del 29 gennaio sono solo a mezz’ora di distanza dal Campo 2, ci si chiede come mai Fava abbia deciso di non continuare a scendere, specialmente quando, secondo il racconto di Maestri in Arrampicare è il mio mestiere, Fava era chiaramente ansioso di avere un po’ di compagnia (3.12). Nel suo libro del 1999, Patagonia, terra di sogni infranti, Fava racconta una storia completamente diversa: descrive che era alla base della parete est quando arrivarono su Dalbagni, Spickermann e Vincitorio (6.4). Tuttavia, visto che la truna era situata in orizzontale a soli 400 metri dalla parete, sembra improbabile che non si fossero visti o non avessero stabilito un contatto.

Il 3 febbraio Fava sostiene che, avendo perso ogni speranza, decide di scendere al Campo 2. Mentre si stava allontanando dalla truna, guardò verso la parete un’ultima volta e notò un curioso oggetto nero che si rivelò essere un Maestri molto stanco. Quello stesso giorno sostengono di essere scesi al Campo 2. Il giorno seguente Fava, insieme a Dalbagni e Spickermann tornò alla truna (Campo 3), nel tentativo di trovare Egger, ma le pessime condizioni del tempo li costrinsero ben presto ad abbandonare le ricerche (6.5).

Le contraddizioni di Fava e la mancanza di chiarezza gettano un dubbio sostanziale sull’affidabilità dei suoi racconti. In passato, gli scalatori accettavano il suo resoconto della parte di scalata in cui fu direttamente coinvolto. Qualcuno potrebbe facilmente obiettare che, compiendo la prima salita di una montagna così importante, Maestri aveva un incentivo notevole a voler inventarsi questa impresa; ma Fava sembra avesse ben poco da guadagnarci. Tuttavia, quando si tiene conto della profonda rivalità e competizione all’interno della comunità italiana di Buenos Aires in quegli anni, tra il veterano della Patagonia Folco Doro Altan e un gruppo di emigrati dalla provincia di Trento, compresi Tito Lucchini e lo stesso Fava, diventa chiaro che il peso di un fallimento o di un successo era gravoso per Fava quanto lo era per Maestri. Questa rivalità ha portato due spedizioni diverse a competere per la conquista della stessa vetta nel 1958, con la squadra di Altan, che comprendeva Walter Bonatti e Carlo Mauri, che attaccarono la montagna da ovest, e la squadra di Fava e Lucchini, che comprendeva Maestri e altri bravi scalatori di Trento, dal lato est.

Altri fatti curiosi provengono dal diario di Gianni Dalbagni. Dalbagni, come accennato prima, era uno dei quattro studenti che aiutavano a trasportare l’attrezzatura durante la spedizione di Maestri. Il suo diario fu pubblicato in una serie di 16 articoli, cominciando dal marzo 1959, in un giornale in lingua italiana che circolava a Buenos Aires (21). Riguardo alle condizioni meteorologiche Dalbagni fornisce le seguenti informazioni. Descrive la notte del 27 gennaio come una notte di pioggia torrenziale e riferisce i primi miglioramenti solo nelle prime ore del 29 gennaio. Ricordate che Egger, Fava e Maestri si suppone che abbiano iniziato la loro veloce scalata verso il Colle della Conquista nelle prime ore del giorno 28. Della loro salita alla truna (Campo 3) del 29 gennaio, Dalbagni dice che, nonostante il cielo terso, il vento era estremamente forte: “Il vento che, pur coi piedi piantati nei buchi e la piccozza fino al manico, ci fa retrocedere… Sulla ripida cresta la marcia contro vento è resa abbastanza emozionante dalle raffiche… (21.2)”. Quello stesso giorno, secondo Maestri, lui e Egger hanno scalato sopra il colle, sull’esposto spigolo nord. Ci si può soltanto immaginare quanto forte doveva essere il vento su in alto, considerando le condizioni alla base del versante est.

Il 30 gennaio, Dalbagni descrive un tempo perfetto, ma il giorno seguente porta con sé un po’ di nuvole, e verso mezzogiorno la pioggia lo inonda assieme ai suoi compagni mentre stanno girando per il ghiacciaio, costringendoli a un ritorno veloce al campo. In questo giorno Maestri sostiene di aver raggiunto la vetta. Dei primi due giorni di febbraio Dalbagni scrive: “Nuvole, vento, neve e pioggia, con una costanza imperturbabile (21.3)”, il 3 febbraio: “Tutta la notte a nevicare; col vento fortissimo la neve è anche portata dentro. Fuori, un caos biancheggiante (21.4)”. Le condizioni meteorologiche del Massiccio di El Chaltén sono sempre peggiori in alto, con vento molto più forte e precipitazioni più intense. Per quelli che hanno avuto la possibilità di scalare in questa zona, diventa chiaro che le informazioni sul tempo riportate da Dalbagni si accordano difficilmente con il tipo di clima a lungo sereno che una brillante, velocissima ed estremamente difficoltosa scalata alpina, come quella descritta da Maestri, richiederebbe per essere compiuta.

Primi dubbi
I dubbi sul racconto di Maestri sorsero immediatamente. Appena tornò a Buenos Aires uscì un articolo su un giornale locale che insinuava implicitamente che Maestri poteva essere responsabile della morte di Egger (22). Ciò portò alla richiesta da parte del consolato italiano a Buenos Aires, di un resoconto degli eventi da parte dei membri della spedizione, ma la questione venne presto dimenticata. (Ho cercato di individuare queste deposizioni a Buenos Aires, ma sono venuto a sapere che sono state mandate all’archivio nazionale italiano di Roma molti anni fa).

Fu solo nel 1970 che furono date alla stampa in Italia pubbliche dichiarazioni che gettavano dubbi sulla scalata di Maestri. Il rinomato alpinista Carlo Mauri, di ritorno da un tentativo fallito al Cerro Torre, commentò tramite telegramma alla stampa “… torniamo sani e salvi dall’impossibile Cerro Torre (23.1)”, implicando che la montagna non è mai stata scalata. Non molto tempo dopo, Franco Rho, un giornalista sportivo ben inserito nel circolo dell’alpinismo, descrive il tentativo di Mauri in uno dei maggiori quotidiani d’Italia: “non è riuscito a calpestare la vetta del Torre, di quel tremendo Cerro Torre dove mai arrivo piede d’uomo (24.1)”. In quello stesso periodo i media inglesi, in particolare Ken Wilson, redattore della rivista Mountain, sollevarono la questione. I sospetti di Wilson cominciarono dopo che Pete Crew, Martin Boysen, Mick Burke, José Luis Fonrouge e Dougal Haston fallirono la scalata allo spigolo sud-est nel 1968. Haston aveva scalato la diretta dell’Eiger durante l’inverno; Crew e Boysen avevano ripetuto la via Philipp/Flamm sul Civetta e Fonrouge aveva portato a termine la seconda scalata del Fitz Roy, attraverso la Supercanaleta. Questo era un gruppo estremamente forte, famoso per la velocità di scalata, e nonostante ciò fecero progressi lenti e laboriosi, esattamente gli stessi di ogni altra cordata sulla montagna, eccetto Maestri ed Egger. Quando tornarono, Crew disse a Wilson che l’intera squadra dubitava delle rivendicazioni di Maestri alla luce della dimensione, della difficoltà e del tempo sul Torre, e anche dalle approssimative descrizioni di Maestri. Nel 1976 quello che Bragg, Donini e Wilson trovarono e non trovarono, gettò ancora più legna sul fuoco.

La mancanza d’informazioni conclusive e le tante contraddizioni evidenziate in quest’articolo sono prove forti contro le rivendicazioni di Maestri. E’ piuttosto evidente che le descrizioni di Maestri non corrispondono al terreno che sostiene di aver scalato, terreno che ancora oggi, quasi cinquant’anni dopo e nonostante miglioramenti significativi nelle tecniche e nell’attrezzatura, continua a respingere tutti i tentativi. Maestri, come Fava, ha avuto innumerevoli occasioni per fornire prove adeguate e per rispondere in maniera soddisfacente alle numerose domande rivoltegli dai critici, ma in questo ha sempre fallito. In effetti è strano che Maestri fosse così contrario a fornire una descrizione completa e dettagliata di quella che sarebbe stata la più grande scalata di tutti i tempi.

In diverse occasioni, Maestri ha minimizzato le difficoltà della sua supposta scalata. Per esempio: “… Vorrei dire che, dal punto di vista tecnico, è stata una delle scalate più facili della mia vita. Fu sicuramente la più pericolosa, e l’unica mortale, ma tecnicamente fu una corsa, una corsa sopra incrostazioni di ghiaccio (25)”. Un altro esempio: “Per Toni Egger, Cerro Torre fu un niente – una passeggiata domenicale… Vedi, le vere difficoltà – i sesti gradi – sono nella parte inferiore, che Fava ci ha aiutato a munire di corde fisse (9)”. Tali commenti, compreso il suggerimento che il diedro inferiore fosse stata la parte più difficile della sua ipotetica via, contraddicono la realtà.

Conclusioni
Quale potrebbe essere la ragione per cui due persone hanno apparentemente cospirato per creare un tale racconto? Una spiegazione probabile, e questa è pura teoria, potrebbe riguardare il bisogno che hanno provato di dare un senso maggiore alla morte di Egger. E’ meno doloroso raccontare una storia che parli di gloria e trionfo, e non solo di una tragedia. Lo stesso Fava ci dà un indizio quando spiega, “Ma perché ci affliggiamo? Toni è scomparso dopo aver scalato in perfetto stile alpino la montagna più difficile del mondo. Un capolavoro. ‘La più grande impresa alpinistica della storia’ l’ha definita il grande alpinista francese Lionel Terray. Osservo, prima che scompaia definitivamente dietro una meseta, la più bella e lucente cripta del mondo che protegge l’indimenticabile Toni Egger. Non è importante solo come si vive, ma anche come si muore (6.6)”.

La dedizione e la devozione di Fava per Egger non fu mai messa in discussione. All’inizio del 1961, egli tornò nella zona, sperando di recuperare il corpo di Egger, ma fallì a causa di una forte nevicata. Durante quello stesso viaggio, Fava pose una placca commemorativa in onore dell’austriaco vicino alla base del versante est (26). Il corpo di Egger non fu scoperto fino al 1975, quando Bragg, Donini e Mick Coffey vi si imbatterono a un paio di chilometri dalla base del Cerro Torre. Non è chiaro se il ghiacciaio possa aver mosso il corpo di Egger così lontano in soli 16 anni, se veramente, come dice Maestri, era caduto dalla parete. All’inizio del 2003 altri resti di Egger furono trovati non lontano dalla postazione del 1975. La sua macchina fotografica non è mai stata ritrovata.

Speculare su che cosa potrebbe essere accaduto a Egger non è il proposito di quest’articolo. Tuttavia, l’area del nevaio triangolare è particolarmente pericolosa, visto che è esposta a ghiaccio che si stacca e cade, così come a valanghe che spazzano il canale alla sommità del diedro inferiore, appena sopra il deposito di materiale di Maestri. Fu in questo canale che nel 1976 John Bragg trovò un spuntone di roccia che fuoriusciva dal ghiaccio, con una corda annodata intorno. La corda lo colpì perché era molto simile a quella che avevano trovato con i resti di Egger l’anno prima. Un brivido freddo gli corse lungo la schiena quando notò che il capo della corda era rotto e sfilacciato, esattamente come quella trovata vicino ai resti di Egger. Per un breve istante ebbe una visione, che questo doveva essere stato il punto in cui Egger era morto, cadendo verso il ghiacciaio. Una settimana o due più tardi, mentre scendeva, Bragg staccò una valanga mostruosa dal nevaio triangolare che spazzò proprio il canale dove aveva trovato la corda spezzata. Descrive quel canale come “un ottimo punto per essere travolti da una valanga, con la corda che si incastra attorno allo spuntone e poi si rompe… Chi lo sa? (13)”. Sia Donini che Burke avevano le stesse sensazioni riguardo la morte di Egger. Burke scrive: “attorno al deposito la via è molto soggetta a valanghe che provengono dal nevaio, dove si incanalano tutte le scariche della parete. All’inizio pensavamo che Egger fosse in questo punto quando fu colpito, da qui il fatto che tutto il materiale fu abbandonato e il tiro lasciato completamente attrezzato con la corda fissata ad ogni chiodo. Io sono quasi stato preso dentro in questo punto e ho fatto appena in tempo a ripararmi sotto una roccia sporgente (11)”. Come ne deduce Burke, un incidente in questo punto sarebbe la spiegazione migliore del fatto che la cordata di Maestri abbia lasciato il tiro che porta al deposito tutto attrezzato.

Frustato dalle voci che mettevano in discussione le sue rivendicazioni, Maestri tornò su Cerro Torre nel 1970 (24.2). Come accennato prima, attaccò lo spigolo sud-est con un compressore, che usò per piazzare circa 400 chiodi a pressione, raggiungendo un punto a circa 35 metri dalla cima, da dove, ancora sulla roccia verticale, si ritirò. Dichiarò che il fungo di neve sovrastante non faceva parte della montagna e che sarebbe stato “soffiato via uno di questi giorni”. La quantità di attrezzatura e lo stile che utilizzò durante questo tentativo hanno fatto balenare ulteriori dubbi sulle sue rivendicazioni del 1959. Il contrasto tra queste due cosiddette “salite” era così evidente da farle apparire contraddittorie.

Tenendo conto di tutti i fattori, le descrizioni di Maestri e Fava di ciò che successe nel 1959 sono del tutto inattendibili. Tutto ciò che una persona ragionevole potrebbe concludere è che nel 1959 Maestri e compagni tentarono di scalare il versante est e arrivarono a un punto a 300 metri dalla base, nelle vicinanze del nevaio triangolare. I racconti di ulteriori avanzamenti sono così imprecisi e contraddittori che non dovrebbero essere tenuti in considerazione. Le prove mi convincono che gli italiani Daniele Chiappa, Mario Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri furono i primi a trovarsi sulla vetta del Cerro Torre quando, il 13 gennaio 1974, completarono la loro scalata del versante ovest. La storia deve ancora attribuire a questa salita il posto che merita.

Rolando Rolo Garibotti

Bibliografia completa
1. Cesarino Fava, Dal Diario di Cesarino Fava, in Bollettino Società Alpinisti Tridentini (marzo-aprile 1959): pp.22-31.

1.1. Ibid., p.27, “Più giorni di lavoro estenuante è costato il superamento del diedro strapiombante alto circa 300 metri; tre giorni durante i quali Cesare, tra corde, staffe e chiodi a espansione ha ballato una tarantella agghiacciante”.
1.2. Ibid., p.27, “… a braccia saliamo su per le corde del gran diedro assicurati con un prusik”.
1.3. Ibid., p.29, “… alla Dülfer, tenendo le corde divise a monte con la piccozza infilata nel mezzo”.
1.4. Ibid., p.29, “Giunsi sul ghiacciaio che era notte; tuttavia l’estrema punta del Fitz Roy era ancora dorata dai raggi riflessi del sol cadente”.
1.5. Ibid., p.29, “Il 29 uscii all’aria con il sole già alto. […] Quando l’ombra del Torre invade le placche del Mocho dove ero sceso a trastullarmi al sole, torno su al campo”.

2. Cesare Maestri, Il Cerro Torre, in Rivista Mensile del CAI, vol. LXXX (luglio-agosto 1961): pp.205-211.

2.1. Ibid., p.210, “Questo diedro che presenta difficoltà di quinto e sesto grado con lunghissimi tratti di sesto grado artificiale e artificiale a espansione, e stato attrezzato con corde fisse fino al suo termine dove abbiamo posto un piccolo magazzino depositando tutto il materiale rimasto”.
2.2. Ibid., p.205, “Arriva cosi il 28 gennaio quando in silenzio Fava, Egger ed io ci leghiamo alla base della parete est. […] arrivando dopo 11 ore alla piccola forcella a nord del Torre”.
2.3. Ibid., p.210, “Lo tagliamo e ci portiamo con una traversata diagonale alla base di quella serie di fessure che partono dal bordo del nevaio e portano fino sotto a un gran diedro strapiombante… Fin qui, dal nevaio, sono circa 150 metri di quarto e quinto grado (chiodi usati 15-20)“.
2.4. Ibid., p.210, “… quarto, quinto e un tratto di sesto grado”.
2.5. Ibid., p.210, “chiodi usati: 30 ad espansione, 15 da ghiaccio”.
2.6. Ibid., p.210, “Da qui si presentano due soluzioni: tagliare per cenge e canali tutta la parete ovest per entrare in un gran camino…, oppure usufruendo di una particolare condizione di innevamento che ricopre il tratto di parete nord per circa 300 metri… Preferiamo questa seconda soluzione essendo la parete nord leggermente più riparata dal vento”.
2.7. Ibid., p.211, “Saliamo ora quasi sempre verso il versante ovest essendo quello nord troppo ripido e difficilissimo”.
2.8. Ibid., p.211, “pendenza variabile tra i 50 e 60 gradi…”.
2.9. Ibid., p.205, “Assicurati con le piccozze piantate fonde nella neve per non essere strappati dal vento…”.
2.10. Ibid., p.211, “sono state fatte su chiodi ad espansione avendo superato il limite del ghiaccio…”.
2.11. Ibid., p.206, “Il 1 febbraio scendiamo continuamente, il vento caldo rende la neve come una poltiglia che si stacca e precipita rumorosa. […]. Nessuna possibilità di piantare chiodi normali. Ogni corda doppia dobbiamo piantare due chiodi ad espansione sotto il continuo cadere di grosse slavine”.
2.12. Ibid., p.207, “ … verso le diciannove del 2 febbraio a circa 100 metri dalle corde fisse decidiamo di passare la notte sul bordo destro del piccolo nevaio pensile. Pianto dei chiodi ad espansione e cominciamo a scavare il buco per passare la notte”.
2.13. Ibid., p.208, “All’alba del 3 febbraio esco dal mio buco… Comincio a scendere a corda doppia con lo spezzone che mi rimane”.
2.14. Ibid., p.208, “Passano ore e arrivano e corde fisse: scendo lungo queste. La parete è un inferno; a pochi metri dal cono di deiezione, mi scivolano i piedi e non riesco a tenermi con le mani, volo… Lo spirito di conservazione mi porta attraverso il tormentato ghiacciaio a circa 300 metri dal campo 3 dove Cesarino e rimasto ad attenderci per 6 giorni da solo, ed è appunto Cesarino che, per caso, mi trova molte ore dopo…”.
2.15. Ibid., p.211, “Circa 175 ore di permanenza in parete. Chiodi da roccia usati circa 120, chiodi da ghiaccio 65, chiodi ad espansione circa 70, cunei di legno circa 20. Alla partenza il nostro equipaggiamento era di due corde de 200 metri, 10 staffe, 50 chiodi di roccia, 100 chiodi ad espansione, 30 chiodi di ghiaccio…”.

3. Cesare Maestri, Arrampicare è il mio mestiere, (Milano, Garzanti, 1961): pp.109-171.

3.1. Ibid., p.137, “E stata una grossa fatica… […] Oggi sono riuscito a salirne solo trenta metri”.
3.2. Ibid., p.137, “Ogni metro quassù costa fatica, la parete e molto difficile, liscia e strapiombante, ma mi alzo, lentamente, un metro dopo l’altro”.
3.3. Ibid., p.139, “Sono molto stanco”.
3.4. Ibid., p.140, “Sono sfinito, ed è solo l’inizio della giornata”.
3.5. Ibid., p.141, “Sotto di me 300 metri di dura parete sono fatti, un altro ostacolo e superato, ma a questo punto sono veramente sfinito. […] Ho continui crampi alle braccia e le mani rovinate …”.
3.6. Ibid., p.149, “Saliamo insieme fino alla base del diedro poi, sempre usufruendo delle corde fisse, lo superiamo. Io salgo, assicuro Cesarino, il quale assicura Toni, mentre io salgo lungo le corde fisse per poi ripetere le operazioni precedenti”.
3.7. Ibid., p.150, “Ora la parete si fa sensibilmente più difficile e ogni tanto presenta passaggi di sesto grado”.
3.8. Ibid., p.166, “A sera, quando il sole illumina solamente la punta del Fitz Roy, (Cesarino) è sul ghiacciaio”.
3.9. Ibid., p.153, “Portiamo una corda di duecento metri, alla quale ci leghiamo tenendola doppia, dieci staffe, trenta chiodi da roccia, cento chiodi a espansione, trenta chiodi da ghiaccio, cunei di legno, trenta metri di cordini, viveri per tre-quattro giorni ed equipaggiamento vario per bivacchi. Gli zaini sono pesantissimi, venticinque chili circa”.
3.10. Ibid., p.138, “circa 35 a 40 minuti”.
3.11. Ibid., p.162.
3.12. Ibid., p.166, “… Fava spera che salga qualcuno a fargli un po’ di compagnia”.

4. Alan Kearney, Mountaineering in Patagonia (Seattle, Cloudcap, 1993.)

“The ice was just overhanging mush, impossible to climb. I flayed with the now useless tools, stuck my arms in, edged up, but there was no purchase or traction”.

5. Cesare Maestri, Il Ragno delle Dolomiti, (Milano, Rizzoli, 1981).

5.1. Ibid., p.112, “Verso le tre di pomeriggio arriviamo sul colle”.

6. Cesarino Fava, Patagonia, Terra di sogni infratti, (Torino, Centro Documentazione Alpina, 1999).

6.1. Ibid., p.140, “La notte mi sorprese sul bordo superiore del nevaio pensile. Assicurato alle corde scavai nella neve per farmi una truna…”.
6.2. Ibid., p.140-143.
6.3. Ibid., p.137.
6.4. Ibid., p.143.
6.5. Ibid., p.148.
6.6. Ibid., p.150, “Ma perché ci affliggiamo? Toni e scomparso dopo aver scalato in perfetto stile alpino la montagna più difficile del mondo. Un capolavoro. ‘La più grande impresa alpinistica della storia’ l’ha definita il grande alpinista francese Lionel Terray. Osservo, prima che scompaia definitivamente dietro una meseta, la più bella e lucente cripta del mondo che protegge l’indimenticabile Toni Egger. Non e importante solo come si vive, ma anche come si muore”.

7. Fabrizio Torchio, Cosi arrivarono sul Torre, in L’Adige (Trento) del 24 aprile 1999).

8. Cesare Maestri, E Venne la morte Bianca, in L’Europeo 704 (12 aprile 1959): pp.30-36.

8.1. Page 32, “… attacchiamo una crosta di neve e ghiaccio dello spessore variabile da venti centimetri a un metro, portata dal vento e appiccicata sulle placche lisce dello spigolo nord. Per trecento metri saliamo arrampicandoci nell’aria”.
8.2. Ibid., p.33, “… per fare un buco di due centimetri e mezzo di profondità, bisogna picchiare col martello più di cinquecento colpi”.
8.3. Ibid., p.33, “Per tutta la giornata lascio in testa Toni…”.
8.4. Ibid., p.34. Foto con la linea della via.

9. Guido Carretto, Cerro Torre Enigma: Maestri speaks, in Mountain 9 (maggio 1970): p.32.

“I watched parts of their film on television- a solid wall of ice. But on our side, we never encountered a wall of ice”.

“For Toni Egger, Cerro Torre was nothing – a Sunday stroll… You see, the serious difficulties-the grade 6 stuff – are in the lower part, which Fava had already helped us equip with fixed ropes”.

10. Ken Wilson et al. Cesare Maestri, in Mountain 23 (Sept. 1972): pp.30­-37. “The angle of the climbing was about the same as that of the gullies between the ice towers on the southeast ridge… about 45-50 degrees, I suppose. The same sort of thing anyway, and the same general conditions”.

10.1 Ibid., p.37, Maestri: “We climbed the face, not the ridge above the col itself. It is not as steep as you might expect. Our line was about 100 meters left of the ridge”.

11. Notizie private. “A typical granite big-wall, absent of horizontal ledges or traverse lines”.

11.1 Notizie private. “The grade would be modern ED 3/4, with high standard rock pitches and particularly difficult ice pitches from 70 degrees to overhanging, as well as dry tooling on one pitch, where I fell jumping from a shy-hook for a good hold! The average angle of the wall is more than 70 degrees”.

12. Cesare Maestri, La Conquista del Cerro Torre, in Bollettino Società Alpinisti Tridentini (marzo-aprile 1959): pp.1-9.

12.1. Pagina 7, “Abbiamo deciso di non scendere alla forcella, ma di tagliare diagonalmente tutta la parete nord per poi poterci calare al termine inferiore della attraversata, che dopo il ricupero, da parte di Fava della corda fissa sarebbe diventato per noi un ostacolo maggiore”.

13. John Bragg, lettera a Ken Wilson (2 ottobre 1978) “There seemed to be only one natural traverse line into the col, and as the climbing was mostly easy in this section, it seems unlikely that they would have gone a different way. Yet we found nothing”.

14. The American Alpine Journal 1979 p.256; Mountain 61 p.13.

15. Phil Burke, Cerro Torre: East Face in Mountain 79 (maggio-giugno 1981): pp.40-43; The American Alpine Club 1982 p.193-194.

16. The American Alpine Club 1999, p.333; High Mountain Sports 203 p.81-82.

17. Alp 172 p.108.

18. The American Alpine Club 1995 p.212-213; Alp 126 p.28-29.

19. Tommy Bonapace, Cara de Hielo, in Gipfelsturmer (Innsbruck, 1996): p.21.

20. Mark Synott, The Maestri Enigma, in Climbing 185 (maggio 1999): pp.72­81, 130-134.

21. Gianni Dalbagni, La dura conquista del Cerro Torre, in Corriere degli Italiani [Buenos Aires] (marzo-aprile 1959)”. 16 articoli che iniziano il 23 marzo 1959.

21.1. Ibid., Articolo 15.
21.2. Ibid., Articolo 15, “Il vento che, pur coi piedi piantati nei buchi e la piccozza fino al manico, ci fa retrocedere… Sulla ripida cresta la marcia contro vento e resa abbastanza emozionante dalle raffiche …”.
21.3. Ibid., articolo #16, “Nuvole, vento, neve e pioggia, con una costanza imperturbabile”.
21.4. Ibid., articolo #16, “Tutta la notte a nevicare; col vento fortissimo la neve e anche portata dentro. Fuori, un caos biancheggiante”.

22. Juan Roghi, La Tragica Noche sobre los Andes, El Hogar 2570 (Buenos Aires, 6 marzo 1970): pp.77-81.

23. Franco Rho, Carlo Mauri non ha chiuso con il Cerro Torre, in Rassegna Alpina 15 (March-April 1970): pp.84-91.

23.1. Ibid., p.86, “… torniamo sani e salvi dall’impossibile Cerro Torre”.

24. Cesare Maestri, 2000 metri della nostra vita, (Milano, Garzanti, 1972)

24.1. Ibid., p.10, “non è riuscito a calpestare la vetta del Torre, di quel tremendo Cerro Torre dove mai arrivo piede d’uomo”.
24.2. Ibid., p.10-12.

25. Conferenza di Malé (Trento, 1999), trascrizione registrata. Maestri a Malé: “I do not want to play the victim, but I wish to state that, from the technical point of view, it was one of the easiest climbs of my life. It was certainly the most dangerous, and the only deadly one, but technically it was just a race, a race over a snow sheet”.

26. “Tentativo di Cesarino Fava per il ricupero di Toni Egger, in Bollettino Società Alpinisti Tridentini (gennaio-febbraio 1961): p.15.

Bibliografia addizionale
In inglese
American Alpine Journal 1959 pp.317-318.
• Alan Heppenstall, Cerro Torre, in Mountain15 (maggio 1971): p.8.
• Alan Heppenstall, Further thoughts on the Cerro Torre problem, in Mountain 42 (aprile 1975): pp.38-43.
• Carlo Mauri, Cerro Torre: West Face, in Mountain 11 (settembre 1970): pp.17-23.
• Casimiro Ferrari, Cerro Torre Climbed, in Mountain 38 (settembre 1974): pp.26­-29.
• Cesare Maestri, The South-East Ridge of Cerro Torre, in Mountain 16 (luglio 1971): pp.23-24.
• Cesare Maestri, Cerro Torre, Maestri speaks again, in Mountain 18 (novembre 1971): pp.41-42.
• Douglas Tompkins, Second Thoughts on Cerro Torre, in Ascent vol. 1, n. 5 (luglio 1971): pp.46-47.
• Jim Donini, The Torre Egger Climb, in Mountain 51 (settembre-ottobre 1976): pp.19­-25.
• Jim Donini, The Torre Egger’s Icy Summit, in National Geographic Vol. 150 #6, (dicembre 1977): pp.812-823.
• Ken Wilson et al., Cerro Torre, a mountain desecrated, in Mountain 23 (settembre 1972) p.20-26.
• Ken Wilson and Michael Bearzi, Cerro Torre Revisited, in Mountain Review 9: pp.28-37.
• Leo Dickinson, Cerro Torre – The Eleventh Failure, in The American Alpine Journal (1973): p.328­-329.
Rock and Ice 3, p.12-15.
• Walter Bonatti, On the Heights (London, Hart-Davis, 1964 e Diadem, 1979).

In francese
• Alain de Chatellus, La Tour de Babel, in La Montagne et Alpinisme (1973): pp.22-26.
• Cesare Maestri, La conquête du Cerro Torre, in La Montagne et Alpinisme (aprile 1960): pp.206-213.
• Gilles Modica, Premiere au Cerro Torre, ou l’ascension d’un mensogne?, in Montagnes Magazine 221 (gennaio 1999): pp.20-23.

In italiano
Spedizione Trentina nelle Ande, in Bollettino Società Alpinisti Tridentini (maggio-giugno 1957): p.30.
• Alfred Thenius, Un ricordo di Toni Egger, in Bollettino Società Alpinisti Tridentini (marzo-aprile): pp.16-21.
• Carlo Colo, La Bellezza di un’impresa, in Bollettino Società Alpinisti Tridentini (gennaio-febbraio 1959): pp.2-3.
• Cesare Maestri, E se la vita continua (Milano, Baldini & Castoldi, 1996).
• Fabrizio Torchio, Maestri sul Cerro Torre, in L’Adige (23 aprile 1999): pp.44­-45.
• Giulio Gabrielli, L’aria è limpida sul Cerro Torre, in Bollettino Società Alpinisti Tridentini (marzo-aprile 1959): pp.10-15.
Cerro Torre 1959, L’Enigma Maestri, in Alp 126 (ottobre 1995): pp.38-44.
Lo Scarpone, 4/1959, p.1. (il primo telegramma di Maestri).
Rivista Mensile del CAI (1-2/1959): p.111-112.

In spagnolo
• D.A. Rodriguez Muñoz, El Desafio del Cerro Torre, in El Clarin [Bs. As.](17 febbraio 1970): p.24.
• Folco Doro Altan, El Asalto del Torre, in Mundo Argentino 2480 [Bs. As.](settembre 1958): pp.27-35.
• Folco Doro Altan, Algo mas sobre la tragedia del Cerro Torre, in El Hogar 2572 [Bs. As.](20 marzo 1959): p.76.
• Walter Bonatti, La gran avventura del Cerro Torre, in Leoplan 572 (Buenos Aires, giugno 1958): pp.3-7.
Cuadernos Patagonicos 3 (Buenos Aires, Techint): p.11.
La II Spedizione Italiana al Cerro Torre rinuncia per quest’anno al suo tentativo, in Corriere degli Italiani [Bs. As.] (26 gennaio 1959): p.3.
L’invencibile Cerro Torre conquistato da Cesare Maestri, in Corriere degli Italiani [Bs. As.](16 febbraio 1959): p.1.
Walter Bonatti e Carlo Mauri all’assalto del Cerro Torre, in Corriere degli Italiani [Bs. As.] (6 gennaio 1958): p.7.
La Montaña 11 [Bs. As.] (1960): p.77-80.
La Montaña 13 [Bs. As.] (1961): p.65-69.

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