Prima invernale della via Solleder alla Civetta

Quello del 1962-1963 è un inverno epico, in cui si svolgono tre grandi imprese. La prima in ordine di tempo è la spetta­colare dimostrazione di tenacia e resistenza offerta dai tre “Colibrì”, Peter Siegert, Gert Uhner, Reiner Kauschke, sulla super-direttis­sima alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo. Con 17 bivacchi consecutivi aprono una nuova via tutta in artificiale, in pieno inverno. La loro impresa è molto discussa dai critici, i quali riconoscono la meravigliosa prestazione atletica ma disconoscono il va­lore alpinistico dell’impresa. In effetti essa è di un genere tutto particolare, che si distacca dalla comune tradizione, anche estrema. Ma non si può rifiutarla. Ci si può limitare a non inquadrarla nel tradizionale svolgimento sto­rico, pur segnando sempre una tappa nella storia dell’alpinismo.

A fine gennaio è la volta della via Cassin alle Grandes Jorasses. Ma sempre rimanendo alle Dolomiti, la terza salita del 1963 è la verticale parete nord-ovest della Civetta per la via Solleder-­Lettenbauer. Dopo aver attaccato il 28 febbraio 1963, il 7 marzo, con otto giorni di scalata durissima, Ignazio Piussi, Giorgio Re­daelli e Toni Hiebeler arrivano in vetta. Anche qui tecnica alpina, nonostante le prime lunghezze di corda precedentemente attrezza­te. La parete è alta 1200 metri, con 1400 metri di sviluppo. L’arrampicata si svolge preva­lentemente in camini e fessure, pieni di neve perché non vi è molta attività di vento. Le difficoltà sono già estreme d’estate. La novità dell’impresa, oltre che dalle difficoltà, più pro­lungate che mai, è data dai nuovi ostacoli della neve, del ghiaccio e del vetrato. Si pensi a cosa doveva essere la famosa “cascata”, che già d’estate costituisce una dura prova, e in tempi in cui non esisteva la piolet-traction (Nota della Redazione).

La parete nord-ovest della Civetta

Otto giorni sulla Nord-ovest della Civetta in inverno
di Toni Hiebeler
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, novembre-dicembre 1963 a pag. 418)
Traduzione di Mario De Col Tana

«Questa dannata porcheria!». Così, mentre cala la seconda sera, impreco contro il caparbio fornello a benzina che non vuol assolutamente far udire il familiare, benigno brontolio, segno di regolare funzionamento.

«Questa miserabile porcheria!» impreco di nuovo. Sono dieci anni che mi affido a lui e non mi ha mai messo nei pasticci ed ora, proprio adesso, su questa pazzesca, interminabile, dura parete della Civetta… Gli è che proprio ora il fornello è stato riempito, sciaguratamente, con comune benzina da auto. Per fortuna, penso, abbiamo con noi una bottiglia di benzina raffinata! Restando in ginocchio, piegato come a proteggere la piccola fiamma, grido a Piussi e Redaelli: «Passatemi l’altra bottiglia!». Non si sente alcuna risposta e neppure l’armeggiare di qualcuno che cerchi qualcosa… «E allora? Vi volete muovere? Dov’è la bottiglia? Sì, la bottiglia della benzina buona?». «Benzina?» risponde Piussi, cadendo dalle nuvole.

La veste invernale della parete nord-ovest della Civetta nel febbraio 1963.

«Ja, sì, la seconda bottiglia!» replico con tutto il mio fiato, facendo appello a tutte le mie insufficienti cognizioni di lingua italiana.

«Flasche? Bottiglia di benzina?». Oh, no! Ora sento che non c’è una seconda bottiglia, perché, se ci fosse, dovrebbe trovarsi nel mio sacco! Nel mio sacco? Frugo dunque nel mio sacco, come se cercassi uno spillo, frugo ancora, ancora una volta… Nulla! Nient’altro che ferraglia e materiale da bivacco. «Madonna!» esclama uno dei miei due compagni, poi non si ode più nulla. E il freddo ed il buio inghiottono il lieve richiamo.

Abbiamo di tutto: l’equipaggiamento migliore, i migliori indumenti, viveri della miglior specie, bel tempo, anche freddo pungente… soltanto non abbiamo benzina del tipo necessario per il nostro fornello «Borde». E siamo trecento metri sopra l’attacco della parete.

Che fare? Ci attendono cinque, sei e anche più bivacchi, senza il conforto di una bevanda calda. E ciò, proprio in una salita dove, con simili sforzi, lo stomaco rifiuta tutto ciò che non consista in una tiepida bevanda! Perplessità.

Foto di gruppo prima della salita. Da sinistra, Toni Hiebeler, Ignazio Piussi, Roberto Sorgato e Giorgio Redaelli.

«Un gran casino!». Così Ignazio Piussi commenta la situazione. Il buon Ignazio, la cui figura e la cui calma ricordano quelle di un orso adulto, dice: «È un gran casino!» quando deve venire a capo di una situazione piuttosto scorbutica. Sono passate le sette di sera, della seconda sera. È l’ora convenuta per fare un segnale luminoso agli amici che si trovano al rifugio Tissi. A cosa dobbiamo dar fuoco? Ad un razzo rosso o ad uno verde, o non ne accendiamo, forse, nessuno? Prima della salita abbiamo convenuto che, se tutto va bene, non faremo alcun segnale; se le cose andranno «molto bene», spareremo un razzo rosso e se ci fosse qualche seria difficoltà, lanceremo un razzo verde (ne abbiamo solo uno di questo colore).

«Spariamo il razzo rosso!» è la decisione.

Così, pensiamo, gli amici al rifugio saranno tranquilli, ma per noi ciò ha un significato di pungente ironia. Va tutto «molto bene», anche se, a causa del fornello, la nostra situazione è davvero miserevole e ancora non abbiamo preso una decisione definitiva… Ma, per loro, vada per il razzo rosso!

La copertina del libro autobiografico di Ignazio Piussi.

E la luce rossa si accende. Durerà venti secondi. Il vertiginoso, selvaggio paesaggio innevato si illumina di una luce eccitante. Poi, di nuovo, la muta oscurità. Nessuno osa pronunziare verbo. Ma, almeno stando a quanto dice il razzo, tutto va «molto bene»!

Meditiamo sulla nostra situazione, compiamo tentativi e meditiamo di bel nuovo.

E intanto, riempiamo ancora una volta il fornello con la dannata benzina normale per auto. Per oggi, così potremo ancora, con un po’ di fortuna, preparare sulla fiamma gialla e fumigante un litro di estratto di frutta «Sanddorn».

Giorgio Redaelli (a sinistra) e Toni Hiebeler.

Fatto anche questo. Per un eventuale ritorno, avremo bisogno di un giorno. Per raggiungere la cima ce ne occorreranno almeno cinque o sei.

A questo punto, Piussi, il cui lessico non è composto solo di termini piuttosto… da angiporto, esprime esultante una sua geniale idea: «Potremo far fuoco con i cunei di legno!». Inghiotto la scarsa saliva e penso che Ignazio è un umorista un po’ singolare. Dunque, sulla parete nord-ovest della Civetta il signor Piussi pensa a gustare i pasti serali, come gli antichi Germani, allegramente seduto attorno ai crepitanti falò! Fra rocce a perpendicolo e pendii di neve polverosa! Certo, abbiamo diciotto cunei di legno, questo lo so… però… nessun però! Piussi assicura che senz’altro riuscirà ogni sera ad accendere un bel fuoco da campo (finché basteranno i cunei, si intende). Egli assicura che, quando va a caccia, si accontenta, per notti e notti di scarso fuoco di legna. La caccia è uno sport che egli pratica con passione (non mi è passato per la mente di chiedergli se sia in possesso della relativa licenza!) anche nel più crudo inverno. Che si rida pure di lui se non riuscirà a preparare un buon focherello anche qui in parete!

«Tutto è a posto!» assicura Piussi, con un tono come se stessimo per entrare, di lì a cinque minuti, nella calda stanza di un rifugio. Tutto a posto! Tutto in ordine! Come è rassicurante! «Buona notte!» dico. Ma solo per darmi coraggio, per non pormi la inquietante domanda su cosa ci attende nei prossimi giorni. Buona notte. Già, la notte è proprio buona. Le stelle brillano calme. Giù nella valle di Àlleghe brillano luci tranquille. Niente vento. Pace attorno a noi. Soltanto freddo polare, contro il quale siamo adeguatamente protetti. Ma io non riesco a dormire. I miei pensieri sono troppo intensi. Essi si collegano a ciò che mi ha spinto negli ultimi giorni.

Oggi, io dovrei essere a Belluno.

La cordata sui pendii di neve verso l’attacco della via Solleder alla Civetta.

A Belluno si svolge il «Congresso Internazionale sulla Problematica del Turismo nelle Stazioni Alpine Invernali». Dovrei svolgervi una conversazione su «L’Alta Baviera e i suoi problemi di sport invernali», per la quale ero stato invitato.

Penso che sono proprio un essere incorreggibile. Ancora pochi giorni fa l’idea di affrontare una simile parete non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello. In dicembre ero ancora a Firenze assieme a Roberto Sorgato. Dal luglio 1961 la parete nord-ovest della Civetta era il nostro comune obiettivo. Ci eravamo proposti di fare le cose senza alcuna precipitazione e di procedere con ogni cautela. Eravamo consapevoli, infatti, che ci apprestavamo ad affrontare il più difficile problema invernale delle Alpi (1).

Ma, lì a Firenze, avevo detto a Roberto che egli non poteva contare su di me. Ero troppo carente di allenamento. Tuttavia, gli avevo promesso che avrebbe potuto contare su di me per la preparazione dell’impresa e che, se fosse arrivato in cima con Piussi e Redaelli, sarei venuto loro incontro per la via normale. Solo per questo, venendo a Belluno per il Congresso, avevo portato con me tutto il mio equipaggiamento.

E poi… percorrendo la Valsugana, vedendo le montagne, mi aveva preso questo pazzo fuoco, questo desiderio ardente per l’incognita di un’eccitante avventura, soltanto per uscire ancora una volta da un mondo in cui la nostra esistenza minaccia di essere soffocata dalla fredda tecnica e dai valori misurabili. Un magnifico desiderio di gettare all’aria tutte le comodità e gli interessi del vivere «civile».

Ignazio Piussi alle prese con la fessura Lettenbauer.

E, contro questo fuoco non ho opposto difesa e mi sono lasciato trascinare da esso…

A Belluno, dove mi attendevano Furio Bianchet e il dott. Piero Rossi, amici cari e fidati, dissi che mi volevo portare almeno fino all’attacco della parete. Tutto era pronto. Redaelli e Sorgato si trovavano già al rifugio Tissi.

Presto arrivò a Belluno Piussi. Lo vedevo per la prima volta. Ma era come se ci fossimo conosciuti da anni. I suoi occhi da monello mi guardavano astuti, come se ci fossimo segretamente accordati per rubare le fragole di un vicino cattivo.

«Se domani non ti sentirai completamente sfiatato nella salita di sei ore al rifugio Tissi – pensavo – potrai partecipare ad una ricognizione alla parete. E se, durante la ricognizione ti sentirai bene, può anche darsi che potrai pensare seriamente a compiere la salita…».

Quando l’indomani arrivammo entrambi al rifugio Tissi, ci fu gran festa. Roberto Sorgato e Giorgio Redaelli ci vennero incontro. Conosco Sorgato da due anni e Redaelli da sette. Tutti e quattro siamo soci del Club Alpino Accademico Italiano C’era altra gente al rifugio: Natalino Menegus e Marcello Bonafede, giovani guide di San Vito di Cadore. Avevano in mente un loro problema: lo spigolo nord-ovest della cima Su Alto, ancora vergine. Cari e indomiti amici!

Ignazio Piussi alle prese con la fessura Lettenbauer.

Poi c’era anche il Barissa, un amico di Redaelli, ottimo ragazzo. Si era preso un po’ di ferie proprio per accompagnarci all’attacco e aiutarci. Infine, vi erano anche due deliziose fanciulle, Maria e Carole ed ancora due amici di Àlleghe che si occupavano della cucina e del rifornimento di materiali per il rifugio.

Avevamo attaccato lo zoccolo della parete, per attrezzare questo e i primi cento metri della salita. Dopo il terzo assaggio, Roberto Sorgato si era ammalato. Influenza. Si rivoltava nel sacco di piumino. Sudava copiosamente e sperava. Sperava ancora di compiere l’invernale della «Parete delle Pareti», che da anni era al vertice di ogni suo sogno. Di questa parete aveva un doloroso ricordo. Quattro anni prima, in estate, era stato sorpreso, assieme a Gianfranco Gech De Biasi, nella parte superiore, da una spaventosa tempesta con tormenta. Era stata una lotta fra la vita e la morte. E De Biasi non aveva potuto resistere. Era morto, di esaurimento e di disperazione. E Sorgato voleva forzare la parete in inverno, per rendere omaggio alla memoria del suo compagno caduto.

Ed ora, quando tutto era pronto, eccolo lì, a lottare con la febbre…

Due alpinisti sono usciti, il terzo sta uscendo in vetta.

Redaelli e Piussi cominciavano a innervosirsi. Il tempo! Era ancora buono, ma per quanto ancora? Era stato previsto che l’indomani sarebbe stato l’attacco definitivo. Ma senza Sorgato?

«Abbiamo detto di affrontare la parete in quattro – dissi, rivolto ai compagni – e se andiamo, dobbiamo essere in quattro!».

«Dieci giorni?», interruppe Redaelli.

«Andiamo con Roberto o niente!» conclusi io.

Che dannata impazienza, impastata di paura, attorno ad una parete ricolma di neve, pensavo. Come se non si potesse compiere il cammino terreno dell’esistenza anche senza questa pazzesca parete! E attendemmo.

Poi venne il medico. Dopo accurato esame, disse che Roberto doveva restare a letto per almeno sei giorni e poi ci sarebbero voluti ancora alcuni giorni di riposo per recuperare le forze. Era molto duro.

Ero seduto nella piccola stanza, presso il letto di Roberto, solo con lui.

Una candela guizzava nervosamente nella stanza, maleodorante di medicine, di sudore, di morbo.

«Toni, domani dovete andare!» diceva Roberto «Dovete andare senza di me. Senti: non sopporto più che stiate ad attendermi!».

Silenzio.

Ignazio Piussi in vetta.

«Senti – risposi – le mie idee sull’alpinismo non si esauriscono solo nel superamento di strapiombi e di oscure pareti nord. Tu mi hai messo in testa l’idea della Civetta. Occorre altro? Ed, ora, sono io che voglio che, se dobbiamo affrontare questa parete, lo si faccia assieme, io e te e gli altri!».

«Sì, ma questa impresa è una vera e propria spedizione, nella quale non si può aver riguardo ad un singolo componente. Voi dovete andare, altrimenti io mi sentirò colpevole. Dovete andare senza di me».

Dovete andare!

Foto di gruppo del dopo impresa: da sinistra, Toni Hiebeler, Giorgio Redaelli, Ignazio Piussi, Roberto Sorgato.

Povero, caro Roberto! Era irremovibile. Però, sul fatto che la nostra si dovesse considerare una vera e propria spedizione, aveva ragione.

Giù, nella stanza comune, c’era gran rumore. Fervevano gli ultimi preparativi. Poi la compagnia sedette attorno al fuoco. Si cantò e si bevve vino rosso e grappa. La Montanara e La Valsugana, le due belle canzoni di montagna, risuonarono malinconicamente.

E presto fu buio nel nuovo rifugio, al cui nome mi sento particolarmente legato: «Attilio Tissi». Uno dei maggiori alpinisti e pionieri delle Dolomiti. Tre anni prima era morto fra le mie braccia, ai piedi della Torre Lavaredo. Non si sarebbe certo potuto trovare luogo più idoneo a ricordare Tissi.

La chilometrica fuga delle muraglie della Civetta è perfettamente in vista dal rifugio.

Stavo per passare una notte agitata. La notte che precede una grande impresa, almeno per me, è sempre agitata e tormentosa: tutto deve essere sottoposto ad un ultimo, accurato esame di coscienza.

Cosa dirà mia moglie? Questo pensavo in quell’ultima notte al rifugio, poiché essa mi credeva al Congresso… Solo il giorno precedente l’inizio della salita le avevo scritto del mio proposito e che non si attendesse mia posta per almeno una settimana.

Foto di gruppo autografata del dopo impresa: Da sinistra, Toni Hiebeler, Giorgio Redaelli, Ignazio Piussi, Roberto Sorgato, Marcello Bonafede. Accosciato: Natalino Menegus.

Alle prime luci del giorno, all’orizzonte, verso ponente vi era un rosso mattutino che non prometteva nulla di buono. E quell’attacco per lo sci che non si trovava mi pareva di averlo visto poco prima. Tutto mi andava storto e mi pareva ostile quella mattina. Vi era stato l’opprimente congedo da Roberto; sensazione di peso allo stomaco, le mani restavano attaccate alle parti metalliche degli sci, tutto era spiacevole.

Piussi, Redaelli e Barissa, che doveva accompagnarci sino all’attacco, erano già scesi giù per la Val Civetta. Ed io ero ancora lì a tormentarmi con quel maledetto attacco. Tutti coloro che restavano erano lì davanti al rifugio. Brevi parole di commiato. Sacco pesante. Partenza in un soffio. Neve polverosa… E gli sci che si incrociano io e la neve diventiamo un’unica massa. Dannato tormento! Se mai dovessi cadere ancora una volta – mi ero detto – allora torno indietro, perché vuol proprio dire che non me ne andrà una dritta!

Ma non ero più caduto, benché non mi fossi certo raccomandato al Padreterno per non fare un secondo capitombolo. Al pensiero degli sforzi che mi attendevano e all’approssimarsi della gigantesca parete, tutte le preoccupazioni, i dubbi ed i dolori si erano dissolti.

«Ciao, Barissa, arrivederci fra otto giorni!».

«Ciao, Toni, in bocca al lupo». Così disse il candido Barissa, dalla faccia scura e barbuta.

«Sette giorni, non otto!» aveva vaticinato Piussi. Si era, così, giunti a una breve discussione: chi avesse perso la scommessa avrebbe poi dovuto pagare una bottiglia d whisky autentico «Ballantines», garantito di sette anni. Scommessa elegante.

Durante le precedenti ricognizioni, avevamo deposto il nostro materiale, prima dell’inizio delle maggiori difficoltà, in una grotta che ormai ci era divenuta familiare. A causa della rinunzia di Sorgato, dovemmo rifare i carichi e lasciare a Barissa, che aveva atteso ai piedi della parete, un sacco ricolmo.

Questo era il nostro ultimo legame con il mondo esterno. Da questo momento, non ci potevamo attendere alcun aiuto. Le corde fisse già piazzate ci resero possibile la salita con le staffe «Jumar». Issare i tre sacchi pieni di ferramenta fu un vero tormento: peggiore della stessa salita! Così era rapidamente trascorsa la prima giornata. Giungemmo all’inizio del gigantesco «camino bloccato», dove, attrezzati per l’indomani quaranta metri di parete, trascorremmo la seconda notte.

Eravamo appena pochi metri sotto quel camino dove nel 1932 l’indimenticabile Leo Maduschka aveva pagato con la vita il suo tributo ad una bufera. Pensieri opprimenti. Oggi, secondo giorno in parete, il poderoso balzo del «camino bloccato», ci aveva costretti a un duro cambiamento di programma. Avevamo dovuto utilizzare una difficilissima variante a sinistra, per aggirare la parete verticale. Il camino, infatti, era completamente ostruito da pericolose masse di neve. Tutto il giorno Piussi e Redaelli si erano affaticati lungo gli ottanta metri. E, quando la sera scivolò su dalla valle, mi trovavo ancora quaranta metri al di sotto dei miei compagni. Ero solo. Soltanto quaranta metri, ma parevano un’infinità.

Sono passati un po’ di anni: foto di gruppo delle due cordate. Da sinistra, Toni Hiebeler, Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli, Marcello Bonafede, Roberto Sorgato e Natalino Menegus.

Salivo, imprecavo a questa pazzesca variante e tremavo dal freddo. Presto ebbi sopra di me ancora una massa scura con macchie chiare: roccia, con neve. Ed ancora più in su, punti tremolanti: le stelle.

Le mani nude doloravano. Simili difficoltà non si possono più affrontare con la protezione dei guanti. Finalmente raggiunsi i miei compagni…

E ora, dopo la deprimente avventura del fornello, rumino i miei pensieri nella notte. Adottiamo un metodo di bivacco piuttosto inconsueto. Stiamo in una speciale, piccola tenda. Un’idea strana, ma talvolta si possono mettere in pratica anche le idee più strane. E se si è presa confidenza con la struttura della parete, anche la questione della tenda non appare, poi, così stravagante. Finora, almeno, non abbiamo provato alcuna delusione. Certo, se penso alla nostra assicurazione odierna, si insinua nel mio animo una molesta sensazione, perché a dire il vero, sicurezza non ne abbiamo affatto. Non c’è alcuna roccia nelle vicinanze, ma vi sono solo masse di neve polverosa, della cui stabilità non sappiamo gran che.

«No, Toni – mi martella un pensiero in testa – non pensare alla neve e alla sicurezza! Pensa solo che domani e posdomani e nei prossimi giorni dovrete lottare su per la parete!» «Guarda quei due – mi dico – loro dormono e russano. Sento il loro respiro profondo e il loro russare ritmico. E sento il calore dei loro corpi. Tutto ciò ha l’effetto di calmarmi. Credo che, ad esser soli in questo suggestivo e selvaggio paesaggio roccioso, si verrebbe presi dalla disperazione».

Ai mattino Piussi mi dice: «Dai Toni, attacca tu!». Oh, questo maledetto stato d’animo del mattino! Lo maledico ogni volta. Non è ancora giorno e non è più notte. Luce sinistra, grigia, opprimente. Come una foto di grana grossa, sottoesposta… Ma noi non possiamo attendere che il giorno sia sorto del tutto. Ogni ora è preziosa, fuori, nel freddo terribile! Un bel pasticcio: brividi, tremiti e batter di denti: tutto è freddo e rigido. Le nostre mani sono tagliuzzate e dolgono ad ogni appiglio. Colazione non ve n’è. Si divide un po’ di zucchero d’uva, che dovrà bastare fino a sera. Come «colazione alla forchetta» vi è un salto di roccia di una ventina di metri, assolutamente verticale. Poi, per così dire, come pranzo, una lunga traversata verso destra. Scoscese coste di roccia, sempre interrotte e traboccanti di neve. Redaelli ed io ci troviamo assieme su una di queste coste o, meglio, siamo appesi ad alcuni chiodi. La nostra attenzione è concentrata sullo scorrere della corda, poiché Piussi è scomparso a destra, dietro un angolo.

I francesi impegnati nella prima parte della salita. Foto: Max Bonniot.

Passano due ore. Il tempo scorre. Ma il nostro procedere è pervaso da timore. D’estate questo tratto è affare di pochi minuti.

«Cosa?».
«Quanta corda c’è ancora?» grida Piussi, che sentiamo appena.
«Sei metri!» grugnisce Redaelli.

Poi ancora silenzio, nessun movimento della corda, poi imprecazioni e ancora silenzio. Quest’oggi è un vero martirio per i nostri poveri nervi! Non vediamo nulla e non sappiamo cosa stia combinando Piussi.

Attesa monotona. E già si stendono le prime ombre della sera.

«Giorgio!» chiama Piussi con voce debole e stanca «Indietro! Non c’è posto per bivaccare!».
«Dio mio!» geme Redaelli deluso.

Noi tutti avevamo sperato in un bel bivacco nella grotta sovrastante. Ed ora, invece, indietro! Mentre Piussi fissa una corda e si appresta alla discesa, Redaelli comincia le sue elucubrazioni filosofiche: «Toni» dice «Siamo degli idioti! Abbiamo moglie e figli, una stanza calda e «dolce vita» e tutto ciò che possiamo desiderare, lo abbiamo! Ed ora, idioti che siamo, cosa abbiamo? Questa maledetta parete della Civetta, dovunque roccia e neve. Abbiamo freddo e fame e sete. Come vorrei essere ora da mia moglie, senza neve, senza roccia, senza freddo. Oh Dio mio!».

Io so che talvolta Giorgio fa volentieri il patetico. Ma so anche che il buon Giorgio dal cuore tenero, quando sarà nuovamente accanto a sua moglie, sarà orgoglioso e felice di quest’avventura e se la sognerà. E più tardi sarà riconoscente alla stella della sua vita per aver condotto a termine questa stupenda pazzia, questa cosa meravigliosamente inutile.

Lotta con la moderna strumentazione nel dry-tooling. Foto: Max Bonniot.

Dopo una discesa verticale con la corda e una breve risalita, raggiungemmo nuovamente il luogo del nostro ultimo bivacco.

Posto familiare. Le corde restano appese. Si rizza di nuovo la tenda e ancora una volta dobbiamo rinunziare ad ogni assicurazione. Ma oggi non mi scompongo per questo. Strano: a quante cose si può diventare refrattari! È la durezza degli eventi che obbliga a diventare tali. Ed è pericoloso. Un po’ di frutta secca e cacio parmigiano costituiscono la nostra cena. Come balsamo, ogni sera ci sono tavolette di «Ronicol» per attivare la circolazione sanguigna degli arti. Per togliere ogni pensiero, dovuto alle nostre manovre di oggi, ai nostri amici del rifugio, lanciamo ancora un razzo rosso: ci sta andando tutto «molto bene»! Questo era l’ultimo rosso. Quindi, d’ora in poi, ci potrà andare solo «bene».

Nella tenda stiamo a giacere, stretti come aringhe. Ma «Radio Roma», così chiamiamo la «mezzosoprano» Redaelli, non ne soffre granché: «Mamma, son tanto felice…!» si irradia nei più puri toni attraverso l’aria glaciale della tenda. La canta ogni sera. Per sua moglie, penso, poiché ogni volta che si infila nel saccopiuma Giorgio parla di sua moglie e, poco dopo, immancabilmente, si può sentire «Mamma!». Poi gli amici si interessano della «scienza» della birra.

Racconto loro che in Baviera ci sono almeno tante birrerie quante montagne nelle Dolomiti; che la temperatura della birra è molto importante per gustarla: non troppo fredda e non troppo calda e che un vero bevitore di birra fa caso anche alla spuma. Racconto delle birrerie di Monaco e delle cameriere, per lo più rotondette… Finché Piussi non protesta dicendo che è prossimo a impazzire. Inoltre, siamo tutti d’accordo che si deve decidere sulla scommessa del whisky.

L’alba del quarto giorno è uguale alle altre: fredda e ostile. Ci teniamo in equilibrio sulla neve grazie alle corde fisse. Oggi dobbiamo raggiungere la grotta. La salita lungo le corde penzolanti ci riscalda. Versa mezzogiorno raggiungiamo il punto più alto toccato il giorno prima. Redaelli, che viene per ultimo, impreca contro i ramponi, con i quali sembra avere un conflitto personale. Poi Giorgio ed io ci troviamo sotto una pioggia di neve, mossa dall’alto da Piussi. Spesso le masse di neve polverosa, precipitando, ci avvolgono in una buia coltre. Giunti da Piussi, questi si arrampica oltre e Redaelli segue. Debbo assicurare contemporaneamente entrambi, ma per fortuna i chiodi infissi sono buoni. Al punto di sosta successivo, siamo tutti riuniti.

Io rimorchio la corda di riserva, cui ho annodato la nostra terza e quarta corda. Arriva l’estremità della corda di riserva e… non credo ai miei occhi! Le altre corde si sono staccate, scomparse senza lasciare traccia. Il nodo si deve esser sciolto. Sconcertato mi irrigidisco sopra l’abisso e rifletto. Due corde di ottanta metri e la corda di riserva da cento metri le abbiamo ancora e deve essere ancora possibile ripiegare, anche senza corda doppia. Ci rimettiamo presto da questa brutta sorpresa.

Lotta con la moderna strumentazione nel dry-tooling. Foto: Max Bonniot.

A compensare questo inconveniente, c’è la sospirata grotta che, finalmente, raggiungiamo nel tardo pomeriggio. È un posto stupendo per bivaccare.

L’abbiamo appena raggiunto e già Piussi si dedica amorosamente all’accensione del fuoco. Contro il nostro, scetticismo, ci riesce! È un vero artista: due cunei di legno per due litri di estratto «Sanddorn», il nostro nutrimento principale. Due litri, che bellezza! Siamo contenti e felici… Il nostro umore non potrebbe essere migliore. Le speranze di riuscire sono notevolmente aumentate, ma nessuno osa dirlo.

Nei giorni seguenti dobbiamo procedere più veloci e, per guadagnar tempo, bisogna portare gli zaini sulle spalle. L’impresa è possibile solo se abbandoneremo una parte del materiale pesante. Faccio una scelta: fedeli chiodi da roccia e da ghiaccio, i ramponi, i moschettoni più vecchi, il piccozzino da ghiaccio restano nella grotta. Nella scelta del materiale avevamo previsto di incontrare molto ghiaccio. Finora, tuttavia, abbiamo trovato soprattutto molta neve. Mi auguro che continui così, altrimenti…

Sopra di noi incombe la metà superiore della parete, immersa nel cielo vespertino. Sappiamo che lì sopra ci attendono ancora grosse difficoltà, ma siamo tranquilli. Calma e sonno. Buon segno.

Al mattino del quinto giorno, lasciamo a malincuore quel luogo ospitale. Infatti sappiamo cosa ci porteranno le prossime ore: roccia estremamente difficile. Ma non possiamo aspettare qui la buona stagione e Piussi ha fretta. Sembra che sia la prospettiva della bottiglia di whisky a mettergli le ali ai piedi. Il primo pezzo della «diagonale» è autentico «sesto grado». Emil Solleder e Gustav Lettenbauer hanno dedicato a se stessi un monumento con la prima ascensione di questa parete e non si dimentichi che un simile colpo era riuscito loro nel 1925!

Perfino nei punti verticali vi è neve attaccata. E dobbiamo sempre rinunziare ai guanti. Dobbiamo veramente ammirare Ignazio Piussi che ogni giorno sale da primo e spazza via l’insidiosissima neve polverosa. Nessuno saprebbe far meglio di lui e pensare che il poveraccio è tormentato da una fastidiosa infiammazione agli occhi!

La «diagonale» è lunga centoventi metri. Impieghiamo più di metà del pomeriggio per essa. Poi un ripido catino di neve, una scabrosa traversata a sinistra e già dobbiamo pensare nuovamente al bivacco. Siamo ottanta metri sotto la grande gola centrale.

Oggi abbiamo avuto mezz’ora di sole. Redaelli lavora accanitamente su una piccola piattaforma, mentre Piussi fa a piccoli pezzi alcuni cunei di legno, accende il fuoco e provvede alla brodaglia di «Sanddorn». Il posto per la tenda è oggi paurosamente angusto. Nessuno può stendersi dalla parte della valle, perché il lato esterno della tenda è sospeso sopra il precipizio. Ma siamo bene assicurati. Ci stringiamo alla meglio di traverso e lì, sotto la tenda, troviamo una pace che ci ridà vigore.

All’alba del sesto giorno, io e Piussi mettiamo la testa fuori dell’apertura della tenda e già Redaelli domanda come va il tempo. Piussi, che non è alieno dal fare dello spirito malvagio, mi fa un cenno d’intesa e, risponde: «Nevica! Giorgio, nevica, è un grande casino!».

«Oh, Dio mio!» geme Giorgio. Ma subito lo tranquillizziamo, perché ci siamo resi conto che, per il poveretto, questo è stato un tabacco troppo forte.

“Buon compleanno! Geburstag!» mi grida Redaelli rincuorato ed egli e Piussi mi stringono la mano. Mi profondono tutti gli auguri di cui posso aver bisogno! Questo compleanno non lo dimenticherò di certo. A casa mia, ora, ci sarà un bel tavolo per la colazione, con la torta di compleanno guarnita da trentatré belle candeline… E intanto sto succhiando un pezzettino di zucchero d’uva.

I francesi navigano alla ricerca di una rotta plausibile. Foto: Max Bonniot.

«Come regalo di compleanno, ti prometto il superamento della «Cascata»! dice Piussi. È veramente un magnifico regalo, penso, poiché, quando la cascata famigerata sarà sotto di noi, saremo un bel po’ più vicini alla vetta ed avremo superato due terzi della parete.

Ma, per arrivare alla «cascata» si debbono vincere altri cento metri difficilissimi. Nessuno di noi ha compiuto la scalata in estate, però sappiamo esattamente cosa ci attende e come si svolge la via. Avevamo studiato la parete così accuratamente che possiamo anche fare a meno di una relazione.

La gola centrale, nella quale si trova la «cascata», è un unico baluardo di neve. Polvere nevosa pressata dal vento, senza alcun solido legame con la roccia.

La «cascata». È un balzo mostruoso che sbarra la gola.

Un possente balcone di neve sta attaccato alla roccia. E, per salire, la via passa di là! Piussi inizia il lavoro di sgombero. Alcuni metri cubi di neve rimbombano sopra di noi e poi precipitano nel baratro.

Instancabile, Piussi lavora sodo nella bianca massa. Poi si protende lentamente verso l’alto e sembra che debba spezzarsi in due, da un istante all’altro. Il mio regalo per il compleanno! Ora la «cascata» non ci darà più pensieri.

Piussi sogghigna, ben felice di aver potuto mantenere la promessa. Ma, ecco la delusione, i seguenti salti della gola non hanno nulla da invidiare alla cascata appena superata. Il primo, lo possiamo vincere ancora oggi. Veramente, ci eravamo proposti di arrivare più in alto, ma non ci è possibile, perché la sera si avvicina rapidamente. Ma abbiamo fortuna: una tipica stratificazione dolomitica coperta da un tetto, per l’accumularsi della neve si era trasformata in una vera stanza. Una stanza chiusa da tutti i lati: il posto ideale per la nostra tenda. Ma ci dobbiamo assicurare bene, perché la caverna di neve, che costituisce una buona metà della nostra stanza, è sospesa sul vuoto e, se la neve non regge il nostro peso – penso – per aria ci troveremo anche noi.

La cordata francese evita i fondi dei camini. Foto: Max Bonniot.

Piussi cucina sul fuoco di cunei di legno. Oggi c’è aria di festa: il menù comprenderà, oltre al consueto «Sanddorn», anche un brodo chiaro. Proprio un pranzo di compleanno! Intono la nenia di chi implora sigarette. Quaranta ne avevo portate con me. I miei compagni ci avevano pensato anch’essi, mi dicevo. Ma loro, invece, avevano fatto affidamento su di me, sicché finimmo per spartirci le mie. E ora, dopo questo pasto luculliano, non ne ho più nemmeno una. Ed ecco che qui Piussi mi fa il suo secondo regalo per il mio compleanno: durante la sua ultima escursione estiva, si rammenta di aver fumato una sigaretta solo a metà. La cicca dovrebbe essere ancora nella tasca della giubba a vento. Ed, infatti, il mozzicone salta fuori. Viene fatto asciugare ed acceso con solennità rituale. Meraviglioso!

Se tutto va bene, pensiamo, la vetta potrà essere raggiunta domani. Ma, secondo l’altimetro, mancano ancora quasi quattrocento metri. Ma certo, è l’altimetro che si sbaglia! Così pensiamo di comune accordo. Al massimo, ci potranno essere ancora duecento metri! E duecento metri li facciamo bene… È chiaro, domani in vetta? Che ci siano amici su in cima? Ciò vorrebbe dire bere, mangiare, sigarette; magnifico! Piussi fa presente che, avendo io perso la scommessa, dovrei forse prendere in considerazione seria qualche altra marca di whisky, ad esempio «Gold Label» o «White Horse». Il buon Ignazio è più che certo della cosa, come se avesse già doppiamente in tasca la vetta per l’indomani.

La sesta notte fu riposante e la stanza di neve resistette. Ora, nella prima luce del settimo giorno, domina l’incantesimo della cima. Questo ci sprona. Ma già il successivo salto con relativo balcone di neve manda in fumo la nostra gioia prematura. Il secondo salto del canalone, anch’esso con il suo bel davanzale di neve comincia a farci riflettere. Al terzo salto, che appare ancora più minaccioso e ornato da ben due davanzali nevosi, constatiamo che la faccenda si va facendo seria. Ma Piussi non sembra preoccuparsi troppo. Spinge a fondo, senza neppure attendere che Redaelli sia arrivato su. Vuol procedere verso la vetta, che vuole raggiungere ad ogni costo entro oggi.

Nell’immensità siderale della via Solleder. Foto: Max Bonniot.

Io assicuro Redaelli che arrampica dietro di me e Piussi che sale verso l’alto. C’è un chiodo nella roccia. È un chiodo che deve servire per tre persone. Lo provo. Si trova in una fessura trasversale. Molto bene! Ma è confitto solo a metà. Redaelli mi fa cenno dal basso che debbo fissare la sua corda, perché deve togliere un chiodo. Fisso la corda e Redaelli vi si appende di peso. Il chiodo si piega in modo preoccupante verso il basso, ma tiene. Sopra, Piussi è alle prese con il doppio davanzale di neve. Batte e lavora attorno con la sua piccozza come un dannato. Impreca e bestemmia contro la neve, contro le sue mani doloranti, contro la parete, contro il tempo che passa, contro tutto.

I miei occhi sono fissi sul chiodo. Uno schianto… uno schianto paurosamente cupo, come se si spaccassero le viscere del monte… Neve… e Piussi… Oscurità… I davanzali di neve…

«Attento… Giorgio… attento!» urlo disperatamente. Redaelli si lascia pendolare sotto il passaggio, per non essere investito dalla massa nevosa. Il chiodo si piega ancor più verso il basso…

E Piussi! Precipita sul fondo, ripido, pieno di neve del canalone… pazzesco! Rimbalza in fuori…
«Ancora qualche frammento di secondo – martella una voce nel cervello – e poi sarà lo strappo spaventoso!». Proprio ora, nel settimo e forse ultimo giorno, dopo tante privazioni…

Piussi! Mio Dio, no, non può esser vero!

Piussi si gira nella caduta, si getta di spalla, distende al massimo tutte le membra… e riesce ad aggrapparsi alla vertiginosa fenditura…

Il grande, il buon Ignazio Piussi… fermo tre metri sopra di me.

Non riesco a profferir motto. Il mio corpo trema orribilmente e il cuore minaccia di fermarsi. Piussi si scuote. Tutto è ancora intatto. Il suo sguardo rivolto a me dice che quel volo gli dispiace. Poi guarda in su e dice: «Che gran casino!». Ma subito vede anche che il pericoloso davanzale di neve non c’è più. «Ora andrà meglio!», esclama.

Ma prima deve venir su Redaelli e si deve piantare un altro chiodo per sicurezza. Piussi giura che, in avvenire, pianterà sempre almeno due chiodi nei posti di sicurezza.

Magistralmente si porta sopra il maligno passaggio. Vi è in lui un’energia inesauribile. La traversata della gola verso sinistra non è che una sola placca di ghiaccio. Ora sì che andrebbero bene i ramponi, che però si trovano giù, nella grotta. Ma bisogna farcela anche così.

Dopo una faticosa fessura, mi trovo seduto su un cucuzzolo. Piussi e Redaelli sono sopra, più in alto.

«Toni, hallò, Toni?! Come stai, Toni!?», sento gridare.
«Ehi! Cosa è successo? Perché chiamate?» chiedo.
«Ma chi chiama? Noi non chiamiamo affatto!» dice Redaelli di rimando.

Nel cuore della Solleder. Foto: Max Bonniot.

Dannazione! Che io sia già impazzito? Ho sentito pronunziare il mio nome chiarissimamente. No, ho ancora i miei sensi a posto, dico fra me e me, certamente ci sono degli amici, magari sulla Piccola Civetta. Il mio nome lo avranno gridato loro. Guardo verso la Piccola Civetta, ma non vedo nulla, nemmeno una traccia (2).

Poi di nuovo: «Toni, Toni, hallò, Toni!». Non è un’allucinazione. Ho sentito chiaramente. Sono contento di potermene andar via da questo posto. La parete non finisce mai. Duecento metri, sempre difficili – molta neve e sempre più ghiaccio abbiamo superato oggi. E sempre la roccia si erge nel cielo invernale di un cupo azzurro, sopra di noi.

Ci lasciamo indietro lunghezza di corda su lunghezza di corda.

Ad un tratto, dopo aver lasciato uno dei punti di sosta, sento… l’alato piacere dell’arrampicata. Non so perché, ma non ho più bisogno di afferrare con veemenza gli appigli… No, non può essere… Bestia che sono… o sto davvero diventando matto? Adesso capisco: il mio sacco… il mio pesante sacco. L’ho dimenticato! Indietro. Ed ecco di nuovo la consueta faticosa sensazione nell’arrampicare. Piussi e Redaelli se la ridono. Come si può dimenticare il sacco? È come se un autista partisse dalla stazione di rifornimento sull’autostrada e, solo dopo un buon chilometro, si accorgesse… di aver dimenticato l’automobile! Meno male che non me ne sono accorto solo alla sera!

E la sera arriva, troppo velocemente. Lotto ancora con uno stretto camino e già intorno a me è notte. E Redaelli dice che mancano ancora cento metri alla cima. Ancora una lunghezza di corda nella notte, poi si bivacca. Senza tenda, su una angusta cornice di neve e senza assicurazione. Ma siamo stanchi e ci accontentiamo di questo posto. Oggi abbiamo fatto dodici lunghezze di corda. La scommessa del whisky l’ho vinta io!

Malgrado la pesante stanchezza, non riesco a prender sonno. I sette giorni già trascorsi in parete mi agitano troppo. Penso a domani, alla vita che verrà, che, dopo questa folle avventura sarà molto più bella. Penso che, forse proprio qui, Roberto Sorgato ha vissuto l’agonia del suo amico…

Nella luce lunare che illumina il mondo della montagna circostante si ridestano vecchi ricordi. Mi pare che mi scorra dinnanzi agli occhi un film affascinante, variopinto ed avventuroso. Ora per ora, per tutta la notte.

Al mattino mi sento le ossa rotte per la mancanza di sonno. Ma sopra, nelle prime luci del sole, brilla la cornice di neve della vetta. Sembra argento, di uno splendore seducente. È lassù che vogliamo arrivare. Ancora quattro lunghezze di corda, 110 metri…

La cima! Ci abbracciamo. Non si ode verbo. Mi sento un nodo alla gola e non riesco a dir nulla. Sono semplicemente felice. E tale volevo essere. Strapazzi, inutili tormenti, lotta, fraternità sconfinata, paura e gioia, per questa felicità che ora è in me. E non è poco…

Nei pressi del Cristallo. Foto: Max Bonniot.

Note
(1)
Ho definito la scalata della Civetta «il più difficile problema invernale delle Alpi». Questo giudizio potrà meglio essere chiarito dal confronto tecnico con le altre imprese invernali più significative:

PARETE NORD DELL’EIGER: alta 1800 metri, con uno sviluppo di 3900 metri, dei quali 180 di IV grado e 30 di V grado. Solo pochi tratti in fessura. Per lo più terreno aperto, con cattive possibilità di assicurazione. Sei giorni e mezzo di scalata. Poco esposta al vento e, quindi, molta neve.

PARETE NORD DEL CERVINO: alta 1200 metri, con 1800 metri di sviluppo, di cui 150 di IV grado. Terreno aperto, con cattive possibilità di assicurazione. Due giorni e mezzo di scalata. Molto esposta al vento e, quindi, con poca neve.

PILASTRO WALKER DELLE GRANDES JORASSES: alto 1200 metri, con 1400 metri di sviluppo, di cui 120 di VI, 290 di V, 380 di IV. Pochi tratti in fessura e prevalentemente terreno aperto. Buone possibilità di sicurezza. Tre giorni e mezzo di arrampicata (con cinque bivacchi). Molto esposto al vento e, quindi, poca neve.

PARETE NORD-OVEST DELLA CIVETTA: alta 1160 metri, con 1400 di sviluppo, di cui 180 di VI inferiore, 280 di V e 420 di IV. Per 800 metri la via si svolge prevalentemente per camini o fessure. Possibilità di sicurezza buone. Sette giorni e mezzo di salita. Modesta attività di vento e, quindi, presenza di molta neve.

Non si possono, poi, fare raffronti con la nuova via diretta sulla PARETE NORD DELLA CIMA GRANDE DI LAVAREDO, dato che, in questa, le difficoltà sono state superate esclusivamente con tecnica artificiale mediante chiodi, con esclusione di vera e propria arrampicata.

Nel cuore della Solleder. Foto: Max Bonniot.

(2) Abbiamo raggiunto la deserta cima della Civetta alle ore 10.30 del 7 marzo 1963, ottavo giorno di arrampicata e siamo discesi a sud per l’innevatissima via ferrata Tissi, senza alcun aiuto esterno, siamo giunti a Listolade alle 22, ed ivi abbiamo incontrato alcuni amici.

È stato solo lì che abbiamo appreso che la voce misteriosa da me udita era quella di Roberto Sorgato. Infatti, Roberto Sorgato (ripresosi rapidamente e grazie anche a un prodigioso sforzo di volontà dalla sua infermità), assieme a Natalino Menegus e Marcello Bonafede ha, a sua volta, compiuto la scalata invernale, dal 4 al 7 marzo, senza che noi sapessimo che egli si trovava sulla nostra parete, giungendo in vetta alle 20.30 della stessa sera. Si tratta di una grandiosa impresa.

Il nostro equipaggiamento da arrampicata era normale. Le scarpe speciali «Lowa» (modello «EigerSpezial»), le stesse progettate per la scalata invernale dell’Eigerwand, ci hanno protetto dai congelamenti.

La nostra alimentazione era costituita prevalentemente da concentrato di frutta «Sanddorn», brodo concentrato, formaggio parmigiano (che non gela alle basse temperature), ovomaltina e glucosio.

Toni Hiebeler
Toni Hiebeler (Bludenz, 1930 – Alpi Giulie, in elicottero, 2 novembre 1984) è stato uno dei più autorevoli alpinisti degli anni Cinquanta e primi anni Sessanta, oltre che prolifico scrittore di montagna. Più di cinquanta sono le sue vie nuove. La sua ascensione più famosa rimane la prima invernale alla parete nord dell’Eiger (1961, con Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt e Walter Almberger), ma Hiebeler di certo si eguaglia quando realizza con Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli la prima invernale della via Solleder alla Civetta nel 1963. Dopo avere diretto per alcuni anni il quindicinale Der Bergkamerad (Rother, Monaco), dal 1964 è direttore della bellissima rivista Alpinismus, da lui ideata e concepita come moderno strumento d’informazione a carattere europeo. Un suo bellissimo libro è Eigerwand, der Tod klettert mit (Eiger parete nord, la morte arrampica accanto, Tamari, Bologna 1966). Altro suo libro importante è Zwischen Himmel und Hölle (Tra cielo e inferno, Tamari, Bologna 1970).

Alla ricerca notturna di un luogo ove bivaccare. Foto: Max Bonniot.

Natale in Civetta, ripetizione invernale della Solleder-Lettenbauer
(a cura della redazione di Alpinismi.com, pubblicato il 1° gennaio 2018)
Foto archivio Max Bonniot

Cosa c’è di meglio per iniziare il nuovo anno, se non raccontando per parole e immagini una splendida ripetizione invernale della via Solleder-Lettenbauer, sulla parete nord-ovest della Civetta? Ebbene eccoci, con la ricostruzione della salita realizzata da Léo Billon, Benjamin Védrines e Max Bonniot, rispettivamente 25, 25 e 29 anni. Sono tre dei dieci membri che compongono il Groupe Militaire de Haute Montagne (GMHM) di Chamonix, i quali pochi giorni dopo il solstizio d’inverno hanno attraversato le Alpi da ovest a est, fino ai piedi della Parete delle Pareti. Qui, il 22 dicembre 2017 hanno attaccato in punte di picche e ramponi la monumentale via aperta (in giornata e con appena 12 chiodi) il 7 agosto 1925 da Emil Solleder e Gustav Lettenbauer. «Abbiamo scelto la settimana di Natale perché non siamo degli amanti del tacchino alle castagne» scherza Max Bonniot, che ha condiviso con noi i quattro giorni di scalata in Civetta.

Non è un caso se gli alpinisti del GMHM hanno optato per questa via, salita in prima invernale nel 1963, ad opera di Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler, che furono impegnati nel gelo della Nord-ovest dal 28 febbraio al 7 marzo, costretti da un guasto al fornelletto a bruciare i cunei di legno per sciogliere la neve e riuscire a preparare da bere. Invernale bissata il giorno stesso da un’altra cordata a tre, composta da Natalino Menegus, Marcello Bonafede e da un indiavolato Roberto Sorgato, che uscì in vetta attorno alle 20, qualche ora dopo il gruppo di Piussi. Una vicenda d’altri tempi, che dice molto sul carattere degli alpinisti che si sono avventurati più di mezzo secolo fa tra le fessure e i camini di questa straordinaria parete. Esperienza ripetuta da un altro grande alpinista italiano, Marco Anghileri, il quale dal 14 al 18 gennaio 2000 salì la Solleder in inverno, ma per la prima volta in solitaria.

Marco Anghileri, primo ristoro dopo la sua epica prima solitaria invernale.

Ecco in breve il diario della ripetizione.
Gli alpinisti francesi sono arrivati ad Àlleghe il 22 dicembre. Con la funivia e poi con gli sci ai piedi si sono portati alla base della via… «la parte alta era ghiacciata». Hanno attaccato subito, salendo i primi 150 metri e quando si è messo a nevicare hanno predisposto il bivacco in un’entratura di roccia.

Il 23 dicembre, alle 7 è stato risolto quello che temevano fosse il passaggio più duro in questa stagione, la fessura Lettenbauer, un VI grado liscio e difficile da risolvere con i ramponi ai piedi. «Ci ha imposto una certa logistica». Il bivacco successivo è avvenuto in un’altra grotta.

Alle 5 della vigilia, con le pile frontali hanno salito la parete soprastante, arrivando nel pomeriggio al tiro della “cascata d’acqua” trovandolo intasato di neve. Sono stati così obbligati a scalarlo in artificiale sul lato destro, arrivando a bivaccare 200 metri sotto la vetta.

Il 25 dicembre la salita è ripresa, lungo i camini con roccia delicata, uscendo in vetta alle 10. Giusto il tempo di scendere sulla ferrata degli Àlleghesi, al pomeriggio erano alla stazione sciistica di Zoldo e in auto sono arrivati ad Àlleghe. Il giorno seguente hanno noleggiato sci e pelli, sono tornati alla base della Nord-ovest per recuperare del materiale, quindi nuovamente giù ad Àlleghe, per una birra con Walter Bellenzier, gestore del rifugio Tissi. «Sapeva della nostra salita, ci aveva lasciato un biglietto sul vetro dell’auto. Ci siamo incontrai “Al Fornal” per una birra. Qui ci ha raccontato le vicende della parete, è stato davvero un bel momento… bello vedere questa passione per la montagna».

Interessante il fatto che i tre alpinisti di Chamonix non fossero mai stati in Civetta. «Senza conoscere il gruppo avevamo qualche punto interrogativo, tipo da dove arrivare alla parete, dove lasciare gli sci, per dove scendere, il rischio di valanghe, i tempi necessari … quindi stimare le provviste e le attrezzature necessarie». Alla fine tutto è andato nel migliore dei modi… «è stato bello scalare sul calcare con i ramponi, dove in inverno è diverso, non ci sono lunghe fessure da seguire (come spesso accade su granito, NdR) per questo la scalata è stata spesso engagée».

Nel cuore della Solleder. Foto: Max Bonniot.

Come mai avete scelto proprio la Solleder-Lettenbauer?
«Il Civetta ha una parete nord interessante per altezza e severità. È il tipo di terreno che ci interessa per progredire nell’alpinismo su misto, nella gestione di bivacchi e nella lettura del terreno. C’è anche il fatto che il calcare è una motivazione in più, in quanto in inverno è molto meno intuitiva la scalata rispetto al granito, bisogna scalare perfettamente con le piccozze e perfettamente con le mani. Bisogna essere concentrati e sapersi “ingaggiare” in quanto non ci sono sempre delle linee di fessure da seguire, e anche le lunghezze di III o IV grado possono tranquillamente essere difficili con la neve e i ramponi! Non sono infatti le lunghezze di grado maggiore a essere poi le più dure, è una sorta di lotteria e bisogna assorbirsi al 100%… è stata anche un’avventura nuova visto che non conoscevamo il massiccio. Una bella scoperta e un motivo per tornare in estate a scalare sulle belle vie della Punta Tissi. … In quanto alla scelta della via Solleder… è perché è la più facile della parete. Dava l’idea di offrire diversi posti da bivacco, la scelta è giunta anche da questo. Anche il Philipp-Flamm ci interessava, ma credo avesse molti meno posti da bivacco, inoltre la scalata credo fosse più dura».

La cordata francese in vetta alla Civetta

Immagino sia stata la vostra prima esperienza invernale in Dolomiti?
«Sì, per noi è stata la prima volta in inverno. Non siamo affatto rimasti delusi, è stato interessante vedere la differenza di approccio tra l’estate e l’inverno, ed è per questo che abbiamo scelto questa stagione in Civetta».

Avete trovato temperature molto rigide?
«È andata bene tutto sommato. Leggermente sotto lo zero ma potevamo scalare a mani nude se necessario. L’isotermia oscillava tra i 2.000 e i 3.000 metri con venti tra i 20 e i 30 kmh da Nord».

Come mai avete scelto proprio la settimana di Natale?
«Perché non siamo degli amanti del tacchino alle castagne. Scherzi a parte, quello che vogliamo è scalare in inverno, ed è stata questa la prima finestra di tempo che si è presentata dopo il solstizio. Inoltre abbiamo dato un’occhiata al meteo dei 15 giorni precedenti ad Àlleghe e non c’erano state precipitazioni nevose, quindi le condizioni sembravano buone. Abbiamo guardato le webcam vedendo buone condizioni per l’attacco e la discesa… era quanto aspettavamo».

 

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