Zampe all’aria


di Sandro Neri
(terminato il 16 marzo 2011, poi pubblicato da IdeaMontagna)

A mio padre, poeta

‘Na cadena
di Ugo Neri                                                                          

Mi co’te vede, Sandro, rampegàr                                       Io quando ti vedo, Sandro, arrampicare

su par le gòrne come ‘na sghiràta,                                      su per le grondaie come uno scoiattolo,

co’i piè e le man che fràza par ciapàr                            con i piedi e le mani che tastano per prendere

an ciodo, ‘na fessura, an bus, ‘na grata;                             un chiodo, una fessura, un buco, una grata;

mi co’te vede in zima a sbaregàr                                         io quando ti vedo in cima a gridare

contènt sul quert  parché te ghe l’ha fata,                            contento sul tetto perché ce l’hai fatta,

no posse far de manco de pensar,                                          non posso far a meno di pensare,

che se l’è ‘n zogo ancòi la to scalata,                                  che se è un gioco oggi la tua scalata,

doman te partirà col sac in schena                                       domani partirai col sacco in schiena

par rampegar sul serio fin lassù.                                          per arrampicare sul serio fin lassù.

Te menerà in montagna ‘na cadena                                        Tirerai in montagna una catena

pì dura de la croda che se toca,                                              più dura della croda che si tocca,

che no ghe rivarò a spacarla su,                                               che non riuscirò a spezzare,

che me farà restàr col cor in boca.                                         che mi farà restare col cuore in bocca.

Rigraziamenti
Ringrazio il reparto di ortopedia dell’ospedale di Belluno, il centro di rieducazione funzionale di Lamon e la dottoressa Francesca Gambaro. Ringrazio di cuore mia moglie, mio padre, mia madre e mia sorella, che per 32 anni mi hanno lasciato libero di scalare. Sono grato agli alpinisti e ai climbers con i quali ho arrampicato, anche a quelli non menzionati in questo scritto. Per la correttura del testo, ringrazio Chiara Neri e Nerina Neri Battistin.

Un pensiero a chi non c’è più: Riccardo Bee, Checco Antonel, Roberto Bassi, Carlo Fabrizi, Gianluca Bonetta, Alessandro Gamba, Franco Mezzavilla, Luca Miorin, Giuliano De Marchi, Stenio Perin, Luca Illesi.

Prologo
16 giugno 2010; la giornata pare annunciarsi uggiosa, e le falesie in zona Belluno sono sicuramente umide e impraticabili, date le piogge persistenti dei giorni scorsi. Da climber deciso in estate a scalare all’aperto, su roccia e non in strutture artificiali, mi dirigo a Erto, luogo sicuramente asciutto per i suoi proverbiali strapiombi. L’entusiasmo non è alle stelle, considerando che frequento questo luogo da 30 anni… insomma è la falesia di casa dove ho trascorso una vita, salendo quasi tutte le vie. Le possibilità di provare una salita che mi possa offrire nuove motivazioni si riducono praticamente a zero… pazienza, sarà la volta dell’ennesima giornata di scalata ertana con ripetute su vie straconosciute; visto l’attuale stato di ottima forma prevedo un buon numero di tiri medio-duri, una seduta di allenamento intenso in vista della imminente vacanza in Liguria. E sorseggiando un caffè a Longarone, nella solita tappa mattutina sulla strada per Erto, penso felice a come saranno i boulders di Varazze, e se quel tratto di costa ligure piacerà a mia moglie, amante del mare.

Sandro Neri

In breve raggiungo la famosa falesia nei pressi della diga del Vajont, e con amici mi accingo a cambiarmi indossando imbrago e scarpette. Mi lego e parto da primo su Matha Ari, un 6 a/b che spesso salgo agevolmente come primo tiro di riscaldamento; a un passo dal chiodo di protezione, scivolo all’improvviso sulla roccia umida, con i piedi a circa 3 metri e mezzo da terra. Mi rendo conto che sto cadendo, e assumo una posizione eretta, per proteggere capo e schiena, con le gambe leggermente flesse, in attesa dell’impatto…. E in un istante mi ritrovo seduto al suolo in mezzo a ghiaia e pietre, fra gli amici attoniti; guardo i piedi e comprendo subito che mi sono schiantato. Penso subito: “Bene Sandro, adesso per un po’ starai fermo!… Adesso stop!… ”.

Dopo lo schianto
Scalzo le scarpe senza particolare dolore, e noto che i talloni cominciano a gonfiarsi; provo ad alzarmi in piedi, ma desisto immediatamente. Gli amici chiamano subito il 118, ma si rendono conto che ci troviamo in Friuli, e che l’ambulanza arriverebbe da questa regione, trasportandomi poi a Pordenone o Udine. Mi caricano di peso sul sedile posteriore di un’auto, e percorrono le gallerie del Vajont; raggiungendo in breve il territorio veneto, chiamano l’ospedale di Belluno, zona da cui provengo. Mentre attendo l’ambulanza, comincio ad avvertire i primi dolori ai piedi. I barellieri arrivano in pochi minuti e mi immobilizzano sulla lettiga; scendendo per i tornanti verso Codissago, i piccoli spostamenti nelle curve acuiscono le fitte. Giungo presto all’ospedale di Belluno. Temendo altri danni oltre ai piedi, mi spediscono in radiologia per raggi x in tutto il corpo. Un primo referto parla chiaro: fratture a entrambi i talloni. In presenza di mia moglie, l’operatore sanitario che mi trasporta nel lettino verso l’ortopedia soggiunge: “si tratta di fratture semplici, due piccole ingessature e ti spediscono a casa”…

Manco il tempo di tirare un respiro di sollievo, mi ritrovo dinanzi a una dottoressa ortopedico che osserva impressionata le mie lastre: “caro signor Neri, qui è un bel disastro: la ricoveriamo immediatamente e la operiamo, il tallone sinistro è scoppiato e il destro malamente rotto… forse la operiamo ad entrambi, e sicuramente ne avrà per dei mesi.” Lucido e calmo fisso bene la dottoressa negli occhi e le chiedo: “Potrò riprendere a camminare?” – “a camminare sì, non si preoccupi, ma ripeto che sarà lunga.”

Mi ritrovo a letto immobile con i piedi abbondantemente fasciati. Mi portano un pappagallo, ma non ho la più pallida idea di come utilizzarlo, perché ogni minimo spostamento mi procura dolori molto forti. Si avvicina la sera, e una prima notte di vero inferno, con alti dosaggi di antidolorifici in endovena. Nonostante i farmaci, le fitte nella notte si fanno insopportabili… Il sonno ha la meglio sul dolore nelle prime ore mattutine. Nella mia nuova condizione avverto subito una prima percezione: posso dormire!.. quando il dolore cala, posso finalmente vagare con la mente e addormentarmi. Nei primi giorni di ricovero, imparo a utilizzare il pappagallo e a mangiare minestre dal piatto sul vassoio appoggiato al petto. Altro non posso fare, completamente assistito dal personale ospedaliero in tutto e per tutto, compreso il lavarmi, sempre a letto.

In questi primi dieci giorni di ricovero non possono operarmi: i piedi sono troppo gonfi, e a osservarli quando li sfasciano mi prende il panico: sono due cotechini immensi, gialli e deformi, e mi pare impossibile che possano un giorno tornare ad essere i “miei” piedi. A ciascuna medicazione si aggiunge una forte manipolazione per mantenerli in posizione a 90 gradi, con relativi dolori acuti. Nei momenti liberi dalle fitte mi rifugio nel sonno, e mi colgono i ricordi di quando potevo camminare, fino dai miei primi passi…

Primi passi
Non avevo ancora quattro anni quando mio padre mi accompagnò sul Visentìn, il colle sopra Belluno, a 1600 metri. L’aspettativa era alta, perché i genitori mi avevano spiegato che in cima a quest’altura si ergeva la grande antenna della televisione… e poi “dall’altra parte” c’era la grande pianura che giungeva fino al mare. Ci eravamo incamminati dal Col Faverghèra, e passando per il rifugio Bristòt il papà mi raccontava che lì sotto si estendeva la vallata del Piave col paesino di Castiòn, dove abitavamo con la mamma e la sorellina di un anno, e la città di Belluno, con le case dei nonni e degli zii. In quella prima occasione appresi che le montagne erano percorse dai sentieri, lungo i quali bisognava camminare con una certa fatica; nel tratto finale in lieve salita, poco prima della “cima con la grande antenna”, ero esausto e il papà mi caricò sulle spalle: “Sei stato in gamba ad arrivare fin quassù, ma ricordati che in cima alle montagne dobbiamo giungere sempre con le nostre forze”….

Quando il tempo lo consentiva, nelle stagioni successive cominciai a frequentare i sentieri del Nevegàl, della Val Morèl e di altre zone montane bellunesi; mi abituai al vasto panorama sull’intero arco dolomitico che si gode dai colli elevati come il Visentìn; solamente anni più tardi mi resi conto che quella visuale offre un’estensione unica a 360 gradi, dal Cansiglio all’Alpago, Bosco Nero, Pelmo, Civetta e Marmolada, fino a giungere alle Pale di San Martino col Cimon, che svetta. Sempre grazie alla mia famiglia coi relativi amici, scoprivo a poco a poco la differenza fra un capriolo e un camoscio, un abete e un larice. Imparai a distinguere i funghi commestibili da quelli tossici, anche se il vagar per funghi non si rivelò una gran passione; casere, bivacchi e rifugi invece, mi attiravano in quanto mete ben definite, tappe d’arrivo a volte nuove, da scoprire. Girovagare con pazienza fra cespugli e arbusti in cerca di funghi spesso mi annoiava, assetato di nuovi panorami e orizzonti. Spesso ci recavamo nelle casere del Nevegàl, a Costa Legnér e alle Erte, ruderi che mio padre contribuì a ristrutturare. Lo seguivo nello sfalcio delle ortiche, ma l’uso del faldìn mi era vietato. Con la roncola invece avevo una certa (fortunata) dimestichezza, attrezzo indispensabile alla costruzione del giocattolo più mitico: la capanna sugli alberi. Tagliando rami di nocciolo, li fissavo a una certa altezza alle fitte abetaie che circondavano la casera, creando una specie di piazzola; allo stesso modo “costruivo” quella che nella mia immaginazione doveva essere la tettoia della capanna, e legando alla meglio cordoni di canapa o vecchi spezzoni di corde da roccia fissavo le “liane”, emulando Tarzan. Salivo sugli alberi con discreta agilità, che amici coetanei riconoscevano apertamente. Oltre a Tarzan, sognavo Zorro e Sandokan, oppure sognavo semplicemente di arrampicare; i racconti dei grandi alpinisti bellunesi amici del papà, come Bepi Caldart e Roberto Sorgato, erano per me leggenda mitica, ma inavvicinabile; la tanto desiderata roccia era tabù: “Forse un domani, quando sarai più grande”.

Eppure, col senno di poi, devo riconoscere che su tanti alberi da bimbo mi è andata bene, fra capanne precarie, sbilenche e liane fissate senza la minima cognizione di nodi corretti.

Zampe all’aria
Altro che le antiche scorribande sugli alberi, è proprio vero che si scivola sulle bucce di banana: a sistemarmi 47enne in un letto con le zampe all’aria son bastati tre metri e mezzo di croda, sulla via più facile, dopo 31 anni di scalate e salite scialpinistiche. E se riesco a sonnecchiare rimembrando i bei tempi in cui mi trovavo integro e in piedi, il merito è della robusta terapia antalgica che mi stanno somministrando: sopra il naso pende una scatoletta azzurra rotondeggiante, o meglio una pompa che inietta a cadenza programmata Toradol, Contramal e ranitidina, quest’ultima per la protezione gastrica: con tutti i farmaci che assumo, antibiotici compresi, lo stomaco rischia l’ulcera, o quanto meno la gastrite. A pochi giorni dal ricovero, ho preso un minimo di confidenza con i ritmi ospedalieri: sveglia alle sette, assunzione mattutina di farmaci, colazione con caffè d’orzo (ahimè), lavaggio sul letto con spugnature umide, giro di visita dei medici alle 11; pranzo alle dodici e cena alle 18, visite di parenti e amici dalla mattina alla sera, farmaci serali alle 20, sulle 20 e 30 circa mi addormento. Orino spesso nel pappagallo, che mi vuotano abbastanza puntualmente, ma non vado di corpo, zero stimoli. Cerco di rincuorarmi col vecchio proverbio dialettale: “se no te pìssi te morirà, se no te caghi te vivarà!..”, ma dopo 6 giorni mi sento ovviamente gonfio e oppresso. Chiedo il purgante la sera (ben 3 compresse). Il mattino del settimo giorno mi attende il clistere e la padella di ferro: il momento è catartico, perché le infermiere mi intimano di trattenermi il più possibile dopo un abbondante e profondo clistere, dopodiché mi ficcano sotto il sedere la scomodissima padella e se ne vanno, fuggono altrove indaffarate abbandonandomi al triste destino… In breve mi ritrovo con la padella stracolma, solo come un cane con le grandi finestre spalancate, e fuori un tempo da lupi: violenta perturbazione estiva con raffiche e abbassamento drastico di temperatura, zero termico a 800 metri… Ho il mio daffare ad attaccarmi disperatamente, inascoltato, al campanello: dopo minuti che sembrano eternità, finalmente giungono a cambiarmi la padella, che provvedo subito a ricolmare… Alla fine mi sento libero e leggero come un bimbo, spavento passato. Resta la curiosità di sapere chi è il geniale progettista della padella, che ai magri come me rischia di spezzare l’osso sacro… alla faccia di un minimo di confort anatomico.

Nei tre giorni a seguire mi prende la tensione crescente per l’intervento: solo all’ultimo momento, prima di essere trasportato in sala operatoria, mi informano che operano il solo piede sinistro, mentre il destro manterrà il gesso per 6 settimane. In quei tre giorni ne sento di tutti i colori da amici e parenti: “La ferita dell’operazione impiegherà mesi a guarire, rischierai infezioni, necrosi, dovrai andare in camera iperbarica a Mestre o a Padova”… “Non operarti qui, vai a Bologna, Abano, Bressanone” ecc. Insomma mi ritrovo in paranoia totale, ed entro in sala operatoria con una strizza micidiale.

Sotto i ferri
Esattamente come sotto esami a scuola, ti arrovelli nella tensione spasmodica fino all’ultimo momento; ma quando finalmente affronti il fatto compiuto ti calmi, determinato e concentrato a scuola, rassegnato sotto i ferri: “Buon lavoro!”, auguro con voce rauca ai medici bendati prima di piombare in anestesia totale. Apro gli occhi cinque ore dopo, mia moglie Doriana mi tiene la mano.

Noto la provvidenziale scatoletta azzurra sopra il naso (la pompa antalgica), restando stupito di non provare il minimo dolore. Dormo per tutta la notte successiva come un sasso, con Doriana al mio fianco, che mi segue anche la seconda notte. Stranamente ogni dolore viene sopito, e mi illudo che il peggio sia passato, ignaro che l’impressionante impianto metallico inserito nel piede sinistro si sveglierà fra un mese… ma non anticipo altro.

Ricevo molte visite, che di certo mi stancano ma al tempo stesso mi fanno molto piacere: fra i tanti amici della montagna compare spesso mio zio Mario, che resta per me la guida di tante camminate avvenute da adolescente. Sin dagli anni ‘50 mio padre soffriva di serie emorragie alla retina, e non poteva permettersi sforzi eccessivi per la vista. Verso i 13 anni non mi bastavano più i sentieri del Nevegàl; con lo zio Mario, mio cugino Dino ed altri amici, era cominciata una serie di sgroppate decisamente più impegnative su monti quali il Terne, la Pala Alta, il Coro ed altri. Percorrere quei sentieri negli ambienti aspri, impervi che contornano il gruppo della Schiara, costituì per me un’esperienza fondamentale, prima di affrontare l’arrampicata. Arrivavamo a sfiorare gli attacchi delle ferrate, ma certi passaggi su gradoni erano più ardui delle ferrate stesse. Conoscevo a poco a poco le difficoltà dell’orientamento nei diversi versanti montani, iniziando a comprendere le cartine topografiche. Raggiungendo quote e cime intorno ai 2000 metri, cominciavo ad apprezzare le nuove prospettive verticali di tante pareti, impressionato da quegli immensi spazi di vuoto. A poco a poco riconoscevo per nome le varie fisionomie dei gruppi montuosi, e apprendevo l’importanza di equipaggiarsi con vestiario, alimenti e bevande adatti. La conoscenza dei vari approcci alla montagna si stava decisamente affinando, anche se non me ne rendevo assolutamente conto, assorto nello spavaldo entusiasmo di ritrovarmi ogni domenica in ambienti nuovi, in compagnia di persone piacevoli e allegre. Mio padre in cuor suo andava fiero che frequentassi suo fratello più giovane, sicuro della sua assennatezza e prudenza. Impossibile dimenticare il temporale scoppiato in prossimità della cima del Monte Coro: nel mezzo di quei ripidi pendii erbosi (lòpe, in dialetto), cercavamo invano un riparo, immersi nella furia degli scrosci di acqua mista a tempesta, con fulmini mai visti così vicini; eravamo completamente inzuppati, lo zio decise di scendere al più presto, e solamente nei pressi del rifugio Bianchet l’”uragano” si calmò…

Corso di roccia
Il periodo delle ferrate mi prese fra i 14 e i 15 anni. I cugini Ezio e Chiara Etrari del CAI di Verona mi accompagnarono per la prima volta sull’anello delle ferrate della Schiara. La sera pernottammo al rifugio Settimo Alpini; non chiusi occhio per l’emozione, e il giorno dopo salimmo la ferrata Zacchi portandoci sotto la Gusèla del Vescovà, al bivacco Dalla Bernardina… la Gusèla, finalmente!… Era proprio un pilastro grigio verticale di circa 40 mt, come me l’aveva descritta mio padre, che l’aveva scalata in gioventù: peccato non potesse raggiungerci… non poteva più permettersi quelle fatiche. Raggiungemmo la cima della Schiara per la ferrata Berti, e per un paio di estati seguenti salii queste e le altre ferrate di questo splendido gruppo. Partivo anche da solo dalle Case Bortòt o dalla Muda, cercando poi di aggregarmi a chi incontravo, fidandomi di chi mi sembrava abile e prudente. Spesso mi assicuravo col moschettone al cavo metallico, sforzandomi di utilizzare appigli e appoggi per salire: immaginavo che la vera arrampicata somigliasse vagamente a quel modo di progredire. Già, la vera arrampicata! Chissà come si svolgeva, e quante cose dovevo ancora imparare… Finché il CAI di Belluno, nella primavera del 1979, organizzò il primo corso roccia. A furia di piantonare la sede in piazza Martiri ogni venerdì sera, convincendo alcuni istruttori per vero e proprio sfinimento, mi accettarono come allievo, nonostante l’età di sedici anni. Non stavo letteralmente nella pelle, persino le lezioni teoriche di nodi e manovre mi riempivano di entusiasmo. La prima arrampicata vera e propria si svolse in Val Gallina, la classica palestra dei bellunesi. Mi resi subito conto di essere troppo irruente, istintivo; sovente mi ripetevano: “Calma Neri, ché la croda la resta là, no’la scampa!..”. Portavo scarponi rigidi, casco, pantaloni alla zuava e imbrago doppio. Il “battesimo” in parete di montagna avvenne sullo spigolo sud della torre Piccola di Falzarego: c’era neve per raggiungere l’attacco, e rimasi stupito trovando poi la parete pulita e calda, illuminata dal sole primaverile con un panorama e colori indimenticabili… lo sguardo si perdeva fra le vicine Cinque Torri e l’immensa, incombente Tofana di Rozes.

La seconda salita di quel corso era programmata in Moiazza, una domenica che coincideva con 3 giorni di gita scolastica a Perugia. Frequentavo la quinta ginnasio: nonostante la prima importante “cotta” per una compagna di scuola, nonché il legame di amicizia per altri della classe, rinunciai a quei giorni a Perugia in favore della Moiazza, Torre Jolanda. Quel giorno il mio istruttore mi mandò avanti da primo, con uno zaino piuttosto ingombrante, senza chiodi né martello… Passavo rigorosamente il cordino doppio e moschettone in ciascun chiodo: dei rinvii con doppio moschettone, in quegli anni, non vedevamo nemmeno l’ombra. Verso la fine del corso il grado di usura inguardabile dei miei vecchi scarponi, dopo tante camminate e ferrate, impietosì i miei, che si decisero ad acquistarmi un paio di Asolo modello Colorado, nuovi fiammanti. Allora erano definiti il top su roccia, tanto che la suola semirigida mi consentì di sperimentare i primi appoggi in aderenza. La mia tecnica di allora, peraltro ancora rudimentale, guadagnò un piccolo passo avanti, oltre che per i Colorado, anche grazie alle traversate in Val Gallina, che a poco a poco imparavo a memoria; così su quei tratti mi muovevo sempre più veloce e fluido, acquisendo sicurezza. Molti anni dopo intuii che l’arrampicata su tratti straconosciuti, con sequenze imparate a memoria, non allena le qualità di improvvisazione e destrezza… ma questo è argomento del decennio successivo a quei primi anni. Ancora principiante, percepivo solamente che le frequenti uscite in Val Gallina mi aiutavano a scalare, poi la domenica, in montagna; subito dopo il corso roccia, Ezio Etrari mi accompagnò sulla normale della Torre Venezia, dove faticai sul camino Cozzi, a corto del minimo rudimento di come impostare la tecnica di opposizione in fessura/camino. E sempre con Ezio, salìì il Campanile di Val Montanaia, in cordata con una terza ragazza non proprio abilissima, tanto che impiegammo tante ore soprattutto per scendere: per convincerla a lasciarsi calare, ormai esausta e terrorizzata, nell’ultima corda doppia lungo i famosi strapiombi nord, ci volle una pazienza infinita. A sera inoltrata raggiungemmo il bivacco Perugini dove, finalmente rilassato, considerando l’esperienza appena trascorsa con questa giovane, mi ripromisi maggiore oculatezza nella scelta dei successivi compagni di cordata.

Viaggi in ambulanza
Mi dimettono dall’ospedale dopo venti giorni di ricovero; trovandomi ancora allettato, il rientro a casa è previsto in ambulanza. I barellieri devono trasportarmi sulle strette scale di casa con un apposita seggiola a maniglie, e da questa su un letto ospedaliero, con schienale alzabile, che mia moglie ha noleggiato. Munito anche di maniglia sopra lo schienale, questo letto troneggia in cucina-soggiorno al posto del tavolo da pranzo, spostato in terrazza. Il letto “vero” di casa si trova in mansarda ed è per me irraggiungibile, come pure il bagno: sempre a noleggio mi ritrovo una sedia a rotelle con tanto di sedile apribile e bacinella sottostante, stile “comoda”… Doriana ha pensato a tutto, e si presta ad assistermi veramente in tutto: dal caffè al mattino, al pranzo e cena, dalle bevande ai farmaci all’igiene personale, dipendo da lei esattamente come in ospedale dalle infermiere. Spesso deve impegnare ore di permessi lavorativi per potermi accudire. Si occupa persino di medicarmi la lunga ferita sul piede sinistro, disinfettandola con particolare attenzione alle bende sterili.

Trovarmi a casa mi solleva, l’ambiente domestico favorisce momenti e ritmi più intimi e liberi; comincio ad assaporare la cucina casalinga, un vero toccasana per la magrezza in cui mi ritrovo. Con gran sollievo vado di corpo giornalmente, passando dal letto alla sedia col buco sorreggendomi sulle sole braccia, rimaste per fortuna ancora toniche.

Dopo cinque soli giorni dal rientro a casa, mi aspetta un primo controllo in ospedale. Altro viaggio in ambulanza casa-ortopedia-casa, con relativi spostamenti su barelle e sedie a rotelle varie; la giornata è calda e serena, i raggi del sole estivo penetrano dagli alti finestrini dell’autolettiga, intravedo qualche scorcio di verde e di paesaggio… e poi fine della boccata d’aria, mi ritrovo nuovamente nella penombra del bunker, la mia camera/soggiorno, sempre a letto con la “comoda” vicina: mi coglie lo sconforto, un senso assillante di ansia e depressione, una sorta di rifiuto, misto a paura, di accettare la mia condizione. Mi sollevo a stento da questo stato d’animo, grazie a Doriana e alle frequenti visite di altri amici: tutti mi ripetono di pazientare, ché la situazione è momentanea e migliorerò.

Prime classiche in Dolomiti
I venerdì sera di quei primissimi anni 80 trascorrevano puntuali alla sede del CAI in piazza dei Martiri; il ritrovo intorno alle 20 e 30 raggruppava una serie di istruttori e appassionati. L’accordo per scalare la domenica non scattava affatto facilmente, e spesso il mio esuberante entusiasmo andava a cozzare su di un muro di mugugni omertosi:… “bisogna vedere il tempo, forse sì, un giretto da qualche parte… chissà, vedremo… ”. Questo lasciarmi in “forse” mi teneva sulle spine.

Gianni Sitta, già a quel tempo istruttore nazionale del CAI, non stava a menare il can per l’aia; timido, assolutamente umile e discreto, se poteva liberarsi per una via in montagna era sempre presente e puntuale. Talento puro, magro e longilineo, arrampicava con stile impeccabile. Indossavamo l’attrezzatura fuori dai rifugi, eludendo domande indiscrete. Con Gianni scalai principalmente in Schiara, Civetta e Tofana di Rozes; dopo le prime vie mi accorsi che non era affatto musone o silenzioso. Sotto quell’apparente ritrosia emergeva una profonda passione e conoscenza della montagna, tanto che negli anni a seguire divenne guida alpina; con lui imparai a riflettere maggiormente, individuando con calma attacchi, linee di salita e discese.

Senza Gianni, in compagnia di inesperti come me, commettevo errori di orientamento non da poco. Nella penombra del mattino presto, sicuro di attaccare la Navasa in Bosco Nero, mi ritrovai sullo spigolo Strobel: dopo dodici ore di scalata, in cordata da tre, con due corde pesantissime da 11mm, rientrai a quello che era ancora il bivacco Bosco Nero (oggi rifugio) la sera tardi…

Un altro errore d’attacco mi costò caro. In due con due motorini, il sottoscritto col fedelissimo Benelli 3 marce, da Belluno superammo Malga Pioda, fermando i mezzi poco sotto gli ultimi gradoni del rifugio Coldai, in Civetta. Decisi a salire la via delle Guide alla Torre di Valgrande, attaccai in piena nebbia un diedro umido, e dopo 40mt circa mi appesi a un vecchio cuneo di legno, che mi sembrava ben piantato in una fessura fradicia: iniziai a volare col cuneo in mano, sentendo il rumore d’uscita del primo chiodo, che non tenne lo strappo. Mi fermai a pochi metri dal ghiaione di base: convinto di ritentare provai a risalire, ma una stilettata al gomito destro mi fermò, e mi calai a terra. La nebbia si diradò per pochi istanti, quel che bastò a farmi capire che eravamo sulla Bellenzier, non sulla via delle Guide. Dopo un rapido rientro al Coldai e raggiunti i motorini, col braccio malconcio guidai fino all’ospedale: e col gomito incrinato e fasciato in una doccia di cartone, giunto a casa provai invano a convincere mia madre che avevo incastrato il braccio in una fessura…

Dopo circa tre settimane “testai” la tenuta del gomito in Val Gallina, sui soliti traversi e tetti vicini a terra. Evidentemente l’incrinatura non era poi così grave, ma un dubbio mi tormentava: come il trapezista che cade sulla rete deve subito riprovare l’esercizio, così anch’io dovevo “provare a far qualcosa”, per dissipare ogni paura; salìì la Gusela del Vescovà slegato, salita e discesa. In questa bravata mantenni lucidità e padronanza, senza che la paura mi sfiorasse nemmeno per un attimo; va comunque precisato che potevo contare su un ampio margine di sicurezza: la via presenta un tratto di quarto grado superiore, mentre all’epoca scalavo sul sesto. Comunque nei recenti anni 2000 ho accompagnato un amico sulla Gusèla, legato, naturalmente; mi ha colto un fremito, ripensando alla scalata di tanti anni prima senza corda: neanche per sogno l’avrei ripetuta slegato!…

Altre vie, con compagni indimenticabili
Sempre in sella al “Benellino”, a 17 anni con Nicola Balestra quindicenne (su altro ciclomotore), mi diressi in Civetta, meta la Carlesso alla Torre di Valgrande. Per Nicola, studente bellunese come me alle prime armi, si trattava della prima uscita in parete di un certo impegno, e l’esposizione lo paralizzò letteralmente raggiunta la prima nicchia; superai lo strapiombo sovrastante, ma dovemmo subito scendere in corda doppia. Il ragazzo però impiegò pochi mesi per ambientarsi, tanto che poco tempo dopo eravamo insieme sulla Carlesso alla Torre Trieste: progredimmo a tiri alterni, non ho la minima idea di quante ore impiegammo, ma ricordo che non eravamo affatto lenti. Ci trovammo letteralmente immersi nella grandiosità di quell’ambiente. Ci entusiasmò la qualità di roccia della parte alta della via. Per quanto giovani, conoscevamo che quel capolavoro di salita era stata aperta negli anni 30, quando non esisteva nemmeno il rifugio Vazzoler… Restammo sinceramente impressionati per l’ardimento dei primi salitori, specie nell’individuare una linea del genere in quegli anni e con i mezzi di allora. Quel giorno con Nicola nacque vera armonia; anche nelle salite successive, quali la Messner al Castello della Busazza e la Vinatzer in Marmolada, l’affiatamento si manteneva per la consapevolezza di essere su per giù alla pari, per esperienza e grinta. Nessuno dei due voleva prevalere, né si sentiva “eterno secondo”, e questo rapporto si consolidò nel tempo. Oggi Nicola scala da trent’anni come me, e quest’anno 2010 ha cercato più volte qualcuno per la via del Pesce in Marmolada, per giunta sfavorito nelle domeniche estive di maltempo. Giorni fa un brivido mi ha pervaso, quando questo amico ha accennato per telefono alla via del Pesce, dopo avermi chiesto come sto con i talloni…

Tornando a quei primi lontani anni, un’altra persona che mi regalò momenti indimenticabili in parete è Sandro Bortol, altro scalatore di Belluno, con qualche anno in più di me: aveva, ed ha tuttora, la montagna nel sangue. Un amore atavico, quasi ancestrale, per gli avvicinamenti veloci, e i tempi di permanenza in parete più brevi possibile… Scalammo la Navasa in Bosco Nero in tre ore e mezza, dopo una vera e propria corsa sul sentiero per giungere alla base. Sandro veniva dalla corsa in montagna; bloccati al rifugio Vazzoler da un forte acquazzone, un giorno d’estate dovemmo rinunciare alla Cassin alla Trieste; era talmente deluso, atterrito da quella giornata di scalata persa, che per farsi passare il rammarico corse fino al rif. Tissi e tornò in pochi minuti, fradicio sotto una pioggia implacabile. Spesso insistevo perché provasse in libera qualche passaggio più difficile, ma l’importante per lui era salire, salire rapido. Capii in breve che era inutile forzare quella sua dimensione, profondamente radicata in un amore sconfinato per i grandi ambienti. A stupirmi era l’affetto e la generosità che Sandro dimostrava per chi scalava con lui; una scena per tutte: stavo attentamente pulendo le suole delle scarpe, appeso in sosta con lui, concentrato prima di affrontare il passaggio chiave della Mefisto al Sass de la Crusch… “Te prego Cita (mi chiamava Cita), no sta morìr!”… e mentre parlava piangeva, con vere lacrime agli occhi, baciandomi i polpacci… naturalmente scoppiai a ridere e gli intimai di smetterla, ché dovevo concentrarmi. Sandro era così, non potevo passare per casa sua senza che mi abbracciasse, baciasse e offrisse da mangiare e da bere… Dopo vie “corse” insieme come la Buhl alla Roda di Vael e la stessa Philipp-Flamm in Civetta, smise di scalare tutto in un momento: sulle prime mi mancò moltissimo, ma col tempo compresi che Sandro aveva bisogno di altri spazi, tanto che divenne il primo forte atleta bellunese dell’allora emergente mountain bike.

Spesso in quel periodo, un altro amico di cordata era Flavio Appi, di Cordenons (Pn). Laureato in psicologia e in lettere, Flavio mi impressionò per la quantità di libri di montagna riposti in camera sua; dimesso e umilissimo nel comportarsi, possedeva una cultura generale, e di alpinismo in particolare, fuori dal comune. Ma l’aspetto che più lo caratterizzava (allora come oggi, del resto), consisteva nella profondità di spirito, nel saper coglire gli aspetti più intimi delle esperienze condivise insieme, dalla contemplazione dei panorami alle prestazioni tecniche nelle difficoltà che superavamo in libera: ogni salita e ogni viaggio di arrampicata condiviso con Flavio mi restano nell’anima. Memorabili i giorni trascorsi in Calanques, presso Marsiglia: stretti in 5 nella sua vecchia Fiat 124, con scarsi viveri e una tendina parcheggiammo al Parc de les Gardiole, poco distante dalla Calanque d’Envoe. A nessuno venne in mente, nel dirigerci a piedi in quel fantastico tratto di mare, di portarsi al seguito soldi e documenti, lasciati stupidamente in auto. Arrampicammo e sguazzammo in acqua spensierati in quel paradiso di calcare e mare, pernottando nella tendina montata in un punto di scogliera riparato. Ritornati all’automobile dopo tre o quattro giorni, la trovammo scassinata, con soldi e documenti ovviamente spariti, insieme ai pochi viveri che avevamo lasciato per la destinazione successiva, il Verdon… Flavio sprofondò in totale mutismo: a fatica lo convincemmo a cercare una stazione di polizia dove sporgere denuncia. Nessuno di noi spiccicava una parola di francese; per un’intera nottata vagammo inutilmente per Marsiglia da una “gendarmerie” all’altra, finché quello che mi sembrò un ufficiale impietosito capì quanto ci era accaduto e ci consegnò una sorta di verbale… Con questo nuovo “lasciapassare”, che nel nostro immaginario doveva sostituire patente e carta d’identità, partimmo alla volta del Verdon. A poco a poco Flavio si rianimò: sensibilmente ferito, il furto subito rappresentava un’ingiustizia troppo grave, tanto che solo verso la Palude, alla vista delle Gorges du Verdon si decise a comprare delle baguette. Impiegai un giorno intero a riprendermi dalla fame, dopodiché salii Pichenibule con questo amico, restando estasiato per la roccia, il vuoto e l’ambiente del Verdon; il sole batteva in pieno, estivo per giunta, proprio nel tratto finale più difficile, il famoso “Bombement”. Completamente disidratati e con la schiena ustionata, uscimmo felici sul belvedere sommitale, dimenticando la brutta avventura in Calanques. A rammentarci di colpo la nostra condizione di “clandestini”, furono le forze dell’ordine alla frontiera di Ventimiglia: Flavio portava il barbone e i capelli lunghi incolti, e la 124 scassinata non ispirava gran fiducia. Il solo foglio di denuncia di furto, senza il minimo documento, non rassicurò affatto polizia e carabinieri, e il rientro a Belluno non fu proprio facile…

Sempre legato con Appi, insieme all’altra cordata Sandro Bortol – Mauro Corona, a metà anni ‘80 attaccammo il diedro Philipp-Flamm alla nord-ovest della Civetta. Eravamo intimoriti da un eventuale cambiamento di tempo, consapevoli che il rientro dalla Philipp sotto il temporale sarebbe stato un inferno. Alla base dell’imponente parete, immersi nella profonda oscurità delle quattro del mattino, non riuscivamo a capire se il cielo fosse sereno; cadevano goccioloni da un colatoio più in alto, quasi a darci l’impressione che piovesse. Comunque decidemmo di salire. Più in alto, per buona parte del diedro, Flavio ed io rimanemmo alle calcagna dei primi due. Conoscevo la parete nord-ovest, avendo percorso la Andrich e Aste in Punta Civetta, oltre le altre classiche sulle torri Alleghe e Valgrande, ma i 1000 metri di dislivello della Philipp esigevano capacità maggiori di permanenza in parete; da metà via in su incominciai ad accusare stanchezza. Quell’estate lavoravo come disgaggiatore a Porretta Terme: i ritmi di lavoro erano decisamente faticosi, poiché eravamo impegnati per tre settimane consecutive, sabati e domeniche compresi, a una media di 12 ore al giorno, a disboscare e costruire paramassi nei pressi di una ferrovia. Dopo 21 giorni piuttosto massacranti, quel giorno sulla Philipp arrivai cotto a metà salita e cominciai a rallentare il ritmo della cordata. Raggiunti i camini sommitali, Flavio cercava di rincuorarmi, in quanto questi colatoi si presentavano fortunatamente asciutti; ma quegli ultimi 300 metri mi impegnarono allo stremo. Giunti sul tardi in cresta, non passammo nemmeno al rifugio Torrani, e scendemmo al Coldai dove Mauro e Sandro ci aspettavano da 3 ore… Correva voce, in quegli anni, che i disgaggi fossero il lavoro ideale per allenare gli arrampicatori: da quel giorno in Civetta iniziai a prospettarmi un futuro da impiegato!…

Fra le tante altre scalate, con Flavio mi ritrovai anche sulla Vinatzer con variante Messner in Marmolada: quasi mille metri di parete, proprio come la Philipp… ma quel giorno l’energia non mancò. Attaccare la Marmolada di Rocca mi tranquillizzava rispetto la nord-ovest in Civetta, consapevole delle possibilità di rientro più agevole in corda doppia nella prima parte di parete; per giunta la cengia mediana offre riparo da piogge e facoltà di ripiego per la variante Stenico, che porta velocemente in vetta a Punta Rocca. Conoscevo la prima metà della via (Vinatzer), avendola già percorsa. Era importante raggiungere la cengia prima delle 13, per poter disporre di ore di luce sufficienti alla variante Messner. I tempi risicati non ci impedirono di gustare i tiri delle rigole sulla Vinatzer: credo che la Marmolada sia unica per certi tratti di roccia, compatti come marmo e dalle forme più incredibili, come le rigole scavate dall’acqua. Iniziammo la storica variante nei tempi previsti; l’esposizione divenne subito più severa e ci trovammo in placca vera e propria, senza evidenti punti di riferimento. Solo più in alto si rendeva evidente la ben nota fessura strapiombante, che ci impegnò alquanto, nel passare in libera. Tanto di cappello a Reinhold Messner, da solo nel 1967, che anche in Dolomiti seppe guardare avanti, non solo sulle cime himalayàne. Nell’abbracciarci in cima a Punta Rocca notai che Flavio dava segni evidenti di stanchezza; dovevamo scendere a piedi per la pista di sci, ma il compagno insisteva per fermarci a dormire sui duri tavoli del rifugio (incustodito di notte), e attendere la prima corsa in funivia del mattino dopo. “Neanche per idea”, mi opposi, “scendiamo subito e andiamo a dormire a casa, su comodi materassi!”. Scrollai Flavio dal momento di crisi e ci incamminammo; in pochi minuti percorremmo la pista estiva, che segue il terzo troncone di funivia. In prossimità della stazione di Serauta proseguimmo per la pista, dove però la neve si fece dura, e ci trovammo in un tratto ghiacciato, naturalmente privi di ramponi. A quel punto toccò a me piombare in crisi, bloccato in aderenza su due pietruzze incastonate nel ghiaccio… Passando la corda sul pilone di uno skilift, Flavio mi venne incontro, superammo il pendio scivoloso e proseguimmo la discesa verso il passo Fedaia.

Mezzi di sintesi
Col passare di quei primi giorni a casa, immobile a letto nel bunker della cucina/soggiorno, il dolore al piede sinistro aumenta impercettibilmente: dapprima si tratta di fitte strane, saltuarie e lievi, una sorta di scarica elettrica che brucia per pochi istanti, e poi scompare. Il piede destro è ingessato fin sotto il ginocchio, non mi procura dolore alcuno e questo fatto mi rassicura: la guarigione del destro sarà indispensabile a riportarmi in piedi, guai che questo arto non si aggiusti. Il sinistro invece presenta una lunga ferita sul lato esterno; gli ortopedici garantiscono unanimi che tale ferita sarà una bestia nera da cicatrizzare, perché il piede in quella zona è scarsamente irrorato: mantengo il piede immobile e flesso a destra, in una posizione poco fisiologica ma favorevole alla cicatrizzazione (così mi consigliano). Nel giro di pochi giorni mi rendo conto che le fitte vanno crescendo, finché la notte non chiudo occhio. Trascorro ancora 48 ore con dolore continuo e acuto, soffrendo ancor più della prima notte dopo l’incidente. Mi ricoverano nuovamente in ortopedia, ma questa volta la solita terapia antalgica non funziona. Con una certa delicatezza, alcuni medici mi spiegano che il dolore è dovuto ai mezzi di sintesi inseriti nel piede, ai quali devo adattarmi; mi fanno osservare la radiografia della ferraglia inserita: al posto di quello che prima era il mio calcagno, conto nove viti e tre placche… sembra una piccola gru costruita con il “Meccano”, un vecchio gioco di quando ero bambino, pieno di viti, bulloni e pezzi metallici. Con maggiore brutalità, invece, altri luminari definiscono il mio stato “normale decorso clinico dopo un intervento di riduzione del tallone”… Il morale è a terra, perché tutti mi avevano parlato di ferita difficile da chiudere, non di dolori insopportabili al dorso del piede, in una zona peraltro distante dalla ferita.

Finalmente si decidono a richiedere la consulenza dello specialista antalgico, che individua una componente di dolore neuropatico e mi prescrive una terapia con oxicodone (un oppiaceo) e un altro farmaco attivo sulla soglia del dolore. I dosaggi vengono aumentati gradualmente, perciò passano ancora un paio di giorni prima che senta beneficio. Resto in ospedale altre due settimane; giorno dopo giorno i dolori calano; prendo confidenza con gli spostamenti dal letto alla sedia a rotelle, sempre impiegando le sole braccia e appoggiando le cosce. Vado in bagno da solo, finalmente! Doriana mi aiuta a lavarmi in doccia, seduto nel seggiolino coi piedi avvolti in sacchetti impermeabili.

Molte persone che passano a trovarmi, ipotizzano un intervento sbagliato al piede sinistro, insistendo perché mi rivolga ad altri medici di altri centri: ma finché sono trasportabile con la sola ambulanza, non me la sento di vagare per altri ospedali. Per giunta sono in lista al centro trasfusionale di Belluno, per medicazioni alla ferita con gel piastrinico, ossia applicazioni di un “brodo” a base di piastrine isolate dal mio stesso sangue prelevato; questa terapia si rivelerà incredibilmente efficace.

Così torno a casa, sempre con le zampe all’aria e in ambulanza, sollevato dal farmaco oppiaceo. La sera fatico ad addormentarmi, perché l’immobilità favorisce il dolore, finché non sopraggiunge il sonno. Mi trovo immerso in dubbi e preoccupazioni: la “gru” che ho nel piede mi farà sempre male? Per quanto tempo dovrò assumere questi medicinali? Come potrò affrontare le fisioterapie, muovendomi con la sola ambulanza? Solo un aspetto mi appare certo: ne avrò ancora per mesi, pazienza.. pazienza infinita.

L’andirivieni di tanti alpinisti e climbers non smette di sostenermi: dalle piacevoli chiacchierate con queste persone continuano ad emergere scorci del passato…

Bazar Gruppe
La Val Gallina, vecchia palestra di roccia dei bellunesi, si trova poco oltre il paese di Soverzene, percorrendo la Valle del Piave verso Longarone. Era il luogo di allenamento tipico degli arrampicatori locali; sul finire degli anni ’70 offriva sia percorsi di varia difficoltà attrezzati con chiodi cementati, sia traversi e passaggi da poter praticare slegati, essendo vicini al suolo ghiaioso formato dal greto del torrente. Oltre che luogo di arrampicata, la Val Gallina a quei tempi rappresentava un centro di ritrovo per appassionati.

Lì conobbi Gigi Dal Pozzo, detto “il folle”: raggiungeva la palestra a tutta velocità, con un Ktm maltrattato, che andava in moto per miracolo. Mi colpì subito il suo modo di porsi, non certo sbruffone, ma irriverente e scherzosamente canzonatorio a 360 gradi. Cominciò subito col prendermi in giro, perché non conoscevo dove fosse il Verdon, (non essendomi ancora mosso dalle zone vicine) e ignoravo la difficoltà di quelle vie. Quando però scalava, Gigi diventava improvvisamente serio, superando tratti per me impossibili con plasticità e naturalezza. Un altro aspetto che mi lasciò di stucco era la sua scioltezza: assumeva posizioni a gambe incredibilmente divaricate, oppure portava i piedi in punti altissimi, che non consideravo come appoggi. Intuii subito che quel modo di muoversi gli consentiva di superare passaggi molto difficili, e restai affascinato da quel continuo deridere ogni situazione con assoluta spontaneità, non appena giungeva coi piedi per terra, scherzando senza sosta… Un altro assiduo frequentatore della Val Gallina era Nanni De Biasi, che cominciò a scalare nel ’79 come me; e proprio come il sottoscritto formò subito combriccola con Gigi… Una delle prime volte in montagna, ci trovammo sulle 5 Torri: al termine di un inverno particolarmente nevoso, Nanni sul tratto di avvicinamento calpestò un grosso “barancio” che cedette all’improvviso, facendolo sprofondare fino al collo… Gigi, naturalmente sghignazzando, si mise a fotografarlo promettendogli di abbandonarlo dentro quella voragine in mezzo alla neve… “i denti d’oro che hai in bocca veniamo a prenderli quest’estate, adesso è troppo scomodo cavarteli, ciao Nanni!..”, e giù a ridere…

Il carattere di Gigi, fuori da ogni schema, dissacrante e spregiudicato, condizionava il clima tra noi: determinatissimi, e attenti osservatori della sua maggiore esperienza nei momenti in cui si trattava di arrampicare, in altre situazioni ci tramutavamo in autentici soggetti demenziali che si canzonavano l’un l’altro; riporto una scena più volte accaduta, rientrando a casa in auto:

Gigi (fissando Nanni, severo): “Sei un vero eunuco, una fetecchia priva di palle: non sei nemmeno capace di guadare il Cordevole con questa orribile auto… reagisci, dimostraci che sei un uomo!!”

Nanni (colpito nell’orgoglio, sterzando dalla statale agordina verso il Cordevole): “Adesso ti faccio vedere io!!!”

Diverse sere si rimaneva in mezzo al Piave o al Cordevole, ad asciugare il vecchio spinterogeno con la carta igienica…

Trovarmi in montagna con questa compagnia, mi aprì le soglie di un altro mondo. Frequentavo il liceo classico clericale “Lollino”, scuola dove nei momenti opportuni non era certo vietato ridere o scherzare. I docenti stessi di italiano, latino e greco, nella maggior parte sacerdoti, per quanto severe e impegnative fossero queste materie, non mancavano affatto di senso dell’umorismo. Anche la compagnia del ginnasio si distingueva per una spiccata vivacità: ci si trovava numerosi alle 18 in Piazza dei Martiri, percorrendo “vasche su e giù per il listòn”; oppure si sciava insieme in Nevegàl, o ci si scatenava in acerrime partite di pallavolo con le altre scolaresche cittadine. Ma trascorso il biennio, i successivi tre anni di liceo si distinsero per una certa apatia, o meglio per il ridursi marcato del precedente spirito di condivisione del gruppo: ognuno di noi, maturando, cominciava a dedicarsi ad attività personali. Intimamente soffrivo di questa nuova, improvvisa tendenza ad un certo individualismo collettivo; ritrovare una nuova compagnia, tra l’altro nell’attività alpinistica, che colmava i miei sogni quasi per intero, mi riempì di nuovo entusiasmo; mi affezionai profondamente a Gigi, Nanni, Nicola Balestra, Renato Pancera e altri compagni che frequentavano Bazar Gruppe: così ci chiamavamo, dal nome Bazar, rivista di annunci di cui Nanni stesso era editore.

Il nostro imperativo categorico era “trasgredire”: dimezzavamo i tempi canonici di avvicinamento e permanenza in parete, grazie ad ore di corsa nei giorni di “riposo” (non-arrampicata), o salite mozzafiato con le pelli di foca (schivando per fortuna tante valanghe). Salivamo in libera dove altri pubblicavano relazioni con tratti di progressione in artificiale, e il massimo della difficoltà superate, per noi, era sempre quinto più (alla faccia della scala dei gradi, aperta negli anni ’70). Qualsiasi passaggio duro era valutato quinto più, la domenica in parete, grazie alle serate dei giorni feriali trascorse sui traversi strapiombanti in Val Gallina, con i sassi nello zaino per lavorare in sovraccarico.

Si svalutava brutalmente qualsiasi tipo di relazione sensata e obiettiva; demolivamo sistematicamente qualsiasi mito: a fronte di vie e luoghi di montagna quali “Paolo Sesto, Maria, Dodici Apostoli”, Gigi apriva vie nuove durissime come “Lucifera, Satanasso e Belzebù”… tutte di quinto più… mio dio, poveri malcapitati ripetitori di quelle vie!… Questo nostro compagno allora si trovava ai primi esordi, in quanto apritore di nuove salite: il tenersi così dannatamente stretto con le valutazioni delle varie difficoltà derivava da una sorta di timidezza omertosa, una spiccata ritrosia dal voler apparire alla ribalta del pubblico alpinistico di allora. Eppure inconsapevolmente, Gigi si poneva già in quegli anni come caposcuola di un nuovo movimento, in ambito di vie nuove sulle Dolomiti; la sua ricerca si orientava generalmente sulle placche vergini da superare in libera, cercando di evitare linee ben evidenti come fessure e camini, spesso già percorsi in passato da altre cordate. Cercare di passare in placca, in apertura, equivale a mettersi in gioco appiglio dopo appiglio, e Gigi nell’aprire una via sembrava un bimbo in un parco giochi; le ricognizioni dal basso col binocolo aiutano a progettare una linea di salita, ma le sorprese poi, all’atto pratico dello scalare, non mancano quasi mai: ti puoi trovare bloccato da una lavagna completamente liscia, e doverti calare e rinunciare, come pure seguire sequenze inaspettate di varie prese, come buchi o liste invisibili da sotto… Certamente Gigi, in quei primissimi anni ‘80, non era il primo in assoluto a muoversi su queste pareti lisce all’apparenza, basti ricordare lo stesso Bellenzier (anni ’60, salita in prima solitaria della nord-ovest della Torre Alleghe), e più tardi altri come Heinz Mariacher, Maurizio Giordani o i mitici cechi della via del Pesce in Marmolada nell’’81, Hans Schustr e Igor Koller. Ma col senno di poi salta all’occhio la quantità di nuove salite aperte da Gigi in questi 30 anni: innumerevoli linee fantastiche sull’Agner, Civetta, Mùlaz e tante altre pareti, su difficoltà che, oggi grazie a relazioni finalmente obiettive, superano quasi sempre l’ottavo grado. Allora, all’epoca di Bazar Gruppe, vigeva lo spirito anarchico, controcorrente a tutti i costi; anche a me capitò di relazionare quinto più una nuova via che aprii sulla Ovest della Torre Venezia, sbagliando la valutazione di circa un grado e mezzo; la via “Checco Antonel” supera la placconata grigia che separa due vie di Livanos, il diedro a destra e lo spigolo a sinistra. Questa nostra salita, nel tratto chiave, del quinto grado non presenta nemmeno l’ombra: meglio considerarlo un buon sesto superiore, o forse qualcosa in più.

A parte quella nostra ostinazione spaccona a comprimere i gradi, tante uscite restano in mente per quanto ci siamo divertiti, comprese le sci-alpinistiche. Unico per tutte il tragitto percorso in 6 su un automobile da 5 posti, diretti con sci e pelli di foca verso il Mùlaz: il più giovane e piccolo di noi, il quattordicenne Luca Illesi, era stipato nel bagagliaio, coperto da giacche a vento, zaini e scarponi. A Caviola ci fermarono i carabinieri, con tanto di mitra a tracolla; dopo il solito controllo di patente e libretto, ci ordinarono di aprire il bagagliaio: Gigi scese obbediente, e aprendo: “Tranquillo agente, tutta roba da sci… se non ci crede, tiri pure una sventagliata col mitra!… ”…

Senza vergogna
Se rincojonì passarò i zento ani,                                               Se rincoglionito passerò i cent’anni,

me penserò istès de me amigo Nani:                                  mi ricorderò lo stesso del mio amico Nani:

podarò farme sòra, finir deficente,                                       potrò farmela addosso, finir deficiente,

al ricordo de Nani avarò sempre in mente,                          il ricordo di Nani avrò sempre in mente,

artista che ‘l ràmpega su par le crode                                      artista che arrampica su per le crode

e ‘scòlta ‘l sò istinto, senza le mode.                                      e ascolta il suo istinto, senza le mode.

Contàrve de lu e de quant fora strada,                                 Raccontarvi di lui e di quanto fuori strada

no basta sti vèrs, ghe ocòr ‘na giornada;                              non bastan sti versi, occorre una giornata;

me limite, stringhe, sparàgne ‘l matòn,                                  mi limito, stringo, risparmio il mattone,

ve baste sta storia par dàrme rasòn…                                        vi basti sta storia per darmi ragione..

Nani l’ha ‘n dèbol lassù ‘te i giaròi,                                        Nani ha un debole lassù sui ghiaioni,

dentro la panza ‘l se sente magòi,                                                 dentro la pancia sente dispiaceri,

e tut su ‘n minuto sto buligamènt                                             e tutto in un tratto questo brontolio

al trova espressiòn, e ‘l scatùra la zent.                                     trova espressione e spaventa la gente.

No conta ‘na cengia, an camìn o ‘n boràl,                Non importa una cengia, un camino o un canale

co’ghe scàmpa ghe scàmpa, lontan dal bocàl,           quando gli scappa gli scappa, lontano dal vaso

al te làssa de stùc tant come ‘n moltòn                          ti lascia di stucco come un montone

e senza vergogna al se mète in sentòn:                        e senza vergogna si mette accovacciato:

te prova a pregarlo piegà sui denòci                                    provi a pregarlo in ginocchio

che ‘l vàe drio ‘n cantòn, no sot i tò òci,                   che vada dietro un angolo, non sotto i tuoi occhi

de tràrse pì in là nol sente rasòn                                  di spostarsi più in là non sente ragione

e ti gramo te assiste a la sporca funziòn..                         e tu infelice assisti alla sporca funzione.. 

Quel che vien dopo no ‘l conte del tut,                         Quel che viene dopo non lo racconto del tutto,

l’ho squàsi rimòs, me vièn al sangiùt,                            l’ho quasi rimosso, mi viene il singhiozzo,

ve baste savèr che parfìn i camòrz                                   vi basti sapere che perfino i camosci 

i resta ingiazàdi davanti a quei sfòrz.                             restano di ghiaccio davanti a quegli sforzi.

Ma quel che te urta dopo sto fato,                                     Ma quel che ti urta dopo sto fatto,

l’è vèderlo rìder giulivo e beato;                                        è vederlo ridere giulivo e beato;

ghe pàr de solàr tant come San Piero,                               gli sembra di volare come San Pietro,

senza ‘l fardèl al se sente ledièro,                                     senza il fardello si sente leggero,

al va su par le crode che ‘l pàr ‘na sghiràta,                    va su per le crode come uno scoiattolo,

anca quel dì, contènt che l’ha fata!                                 anche quel dì, contento d’averla fatta!

Riccardo Bee
Sempre in Val Gallina, in uno dei nostri antichi allenamenti pomeridiani, un giorno comparve Riccardo Bee (inverno ’80-’81). Ci presentò il suo amico Janush, polacco, insistendo fino alla sera perché, con quel giovane straniero, andassimo ad aprire una via nuova.

Riccardo: “Dai Gigi, sti polacchi che hai conosciuto sui monti Tatra, vanno aiutati: domani accompagnamo Janush ad aprire una via!..”

Gigi: “Non rompermi coi tuoi amici polacchi, non se ne parla.”..

Invece… finimmo a bere qualche ombra, non so più dove. E il giorno dopo, in una fredda mattina d’inverno, partimmo molto presto per una nuova salita, in invernale e in giornata, sul Tamer. Nell’avvicinamento a piedi sulla neve crostosa portavo una salopette alla zuava, senza ghette, con i calzettoni laschi che calavano: la superficie nevosa dura mi piagava gli stinchi, che sanguinavano. “Bocia, te sé proprio an tramanàchete”, mi ripeteva Riccardo… Non avevo mai sentito quel termine, tramanàchete… e non lo scordai più. Stringevo i denti per non lamentarmi e farmi sentire dal grande Riccardo Bee; aveva 33 anni, ed io circa la metà, 17. In parete, Gigi come al solito tirava da primo su tratti impegnativi; la cordata formava una specie di rombo allargato: il primo recuperava Riccardo e Janush, i quali a loro volta assicuravano altri due o tre, fra cui il sottoscritto. La giornata era serena e salimmo riscaldati dal sole; superata la cima incombeva un lungo canalone di neve dura, per scendere dal versante opposto. Bee aveva un solo paio di ramponi e si offrì di dividerli con Janush, porgendogliene uno; ma questi: “ah no, noi Polonia niente ramponi: scarpe da calcio con tacchetti limati davanti per roccia, lasciati interi dietro per ghiaccio”… mio dio, pochi istanti dopo il polacco partì “testa-cul” come una palla da biliardo per l’intero canalone… non ricordo quanti metri, comunque tanti. Per fortuna, riportò solo botte e graffi.

In quell’occasione, Gigi Dal Pozzo e Riccardo Bee si conobbero, e sono certo che cominciarono a stimarsi. Il primo già da allora protagonista dell’arrampicata libera in Dolomiti. L’altro, Riccardo, interprete imperturbabile dei grandi ambienti: sempre tranquillo e a proprio agio per più giornate in paretoni, anche da solo e d’inverno. In loro due si intravedeva l’implicita consapevolezza di essere complementari, anzi di poter disporre, insieme, di una marcia in più: uno decisamente avanti sulla difficoltà pura in roccia, l’altro in grado di gestire le più aspre situazioni ambientali. Dalla stima ed affetto reciproco stava nascendo una coppia formidabile, che durò poco, purtroppo; chissà cosa avrebbero combinato quei due in montagna, se Riccardo non fosse mancato… Per me, quelle poche giornate trascorse insieme a questi grandi alpinisti costituirono una tappa fondamentale nella mia vita di scalatore. Vivere quei giorni con persone che provenivano da approcci e stili di montagna completamente diversi, opposti se vogliamo, e vederli fare squadra, complici silenziosi, determinò uno degli insegnamenti più incisivi in oltre 30 anni di arrampicata. Per questo oggi, a 47 anni, sbadiglio annoiato in serate, articoli e quant’altro, ove ciascuno è convinto che il proprio stile alpinistico sia l’unico, il migliore… occasioni in cui si tende a parlare o scrivere solo di sé, sempre bene di sé quando va bene… e male degli altri nei casi peggiori. Riccardo e Gigi parlavano poco, e certo non elargivano complimenti gratuiti a nessuno. Tanto meno fra loro.

Riporto un altro dialogo fra i due, che risale a pochi mesi dopo l’apertura della via del Pesce in Marmolada (Weg durch den Fisch), sempre nel 1981 (dialogo pubblicato sulla rivista dei Ragni di Lecco “Stile Alpino”, agosto 2007):

Riccardo: “Quei due cechi quest’estate in Marmolada l’han fatta grossa: quel bocia di 16 anni, Schustr, e quel Koller… devono essere due bestiacce… ero stato sotto la parete in perlustrazione, ma mi sembrava tanto liscia… forse tu, Gigi, potresti passare su di là in libera.”

Gigi: “Sì, anch’io ho visto quella parete, è fantastica… ma forse non sono saliti solo in libera, forse hanno usato anche i tuoi stratagemmi, chiodini precari e ganci strani.

Comunque non ti preoccupare Riccardo, ché di crode come quella ce ne sono altre, per noi in Dolomiti… ”

I due amici avevano già compreso il valore di quella magnifica impresa di fine secolo. E Gigi mantenne poi la promessa, senza Riccardo, nell’aprire più di un centinaio di itinerari durissimi; oltre a compiere una delle prime ripetizioni della stessa via del Pesce, con Nanni De Biasi, in libera e a vista, con un solo volo sul tiro più duro.

Torniamo all’inverno ’81. La madre di Gigi protestò col figlio: “No se porta a rampegar an bocia, su par quele crode!..”. Gigi, con la parola sempre pronta: “Mama, varda che Sandro ha compiuto 18 anni ieri!”… Qualche giorno dopo, i “veci” Bee, Dal Pozzo e De Biasi partirono col “bocia” (ragazzo), il sottoscritto; obiettivo Torre Trieste in Civetta, prima invernale e seconda ripetizione della via Dell’Oro, Giudici e Longoni. Questa via sale fra lo spigolo Tissi e la mitica direttissima Piussi-Redaelli. La strategia di salita venne decisa dai veci, naturalmente. La prima sera bivaccammo sotto un sassone, in un “materasso” di mughi, sulle rive del gelido torrente: il corso d’acqua prima del comodo bivacco invernale del rifugio Vazzoler; dovendo calpestare neve alta, non volevamo perdere minuti preziosi il mattino successivo, attaccando la parete che resta più vicina al torrente, rispetto il rifugio. Riccardo giunse direttamente prestissimo, dopo una serata di compleanno coi suoi allievi (insegnava a scuola, ed era ingegnere).

Attaccammo al buio con le lampade frontali, e un gran freddo alle estremità, la prima parte del bastione di oltre 900 metri, leggermente appoggiata, quindi incrostata di neve. Per le mani, che ogni tanto calzavano le “muffole”, c’era un po’ di conforto; i piedi invece rimanevano inchiodati nelle piccole Super Gratton, estive e dolorose scarpe d’avanguardia all’epoca. Gigi, Nanni ed io portavamo il duvet e pantaloni invernali. Riccardo vestiva braghe Adidas e scarpe ginniche Tepa Sport, camicia in flanella tipo Carlo Mauri, un gilet e la giacchettina Kway…

La cordata procedeva sempre a “rombo”: Gigi davanti, Nanni e Riccardo secondi, io ultimo. Praticamente rimasi da solo per due giorni: ad ogni tiro di corda, incontravo chi mi recuperava solo per pochi istanti, e poi mi fermavo ad aspettare alle soste. Tiro dopo tiro, i due secondi recuperavano il materiale necessario per Gigi, lasciandomi qualche protezione in traversi e strapiombi. Nello zaino tenevo il materiale per i bivacchi: sacco a pelo, fornello e scarsi viveri.

Il primo giorno raggiungemmo circa i due terzi di parete, e all’imbrunire apprestammo il bivacco su due strette nicchie, una sotto l’altra: tre di noi sopra, il nostro grande maestro sotto, da solo. Con luci, ombre e colori di un tramonto mai visto per me prima, il freddo e il panico che saliva, Riccardo cominciò a tranquillizzarmi:

“Vedi bocia, guarda l’Agner, che spettacolo!… Lì voglio tornarci da solo. Pensa che in pareti come quella, in solitaria, il primo giorno stai bene; il secondo anche, ma un po’ meno; il terzo e il quarto cominci a parlare con te, per farti compagnia; il quinto e il sesto giorno canti, canti a voce alta!… E tornato giù, quanto apprezzi ritrovare il calore di casa coi tuoi cari, il lavoro a scuola coi boce, e gli amici in piazza, sul Listòn! Ma dopo un po’, senti di nuovo il bisogno di tornare lassù… ”

Qualcuno dei tre nella nicchia superiore, durante la notte, liberò la vescica nella direzione sbagliata… con relative insolenze e irripetibili imprecazioni del quarto inquilino, rannicchiato a stento nel “monolocale” di sotto.

Il mattino dopo faticammo a metterci in moto, ma nei tiri più difficili arrivò il sole, finalmente! Gigi carburò il motore, con i piedi e le Super Gratton in giusta temperatura; iniziò a tirare la libera. Riuscivo a vederlo anch’io da sotto di due lunghezze di corda, perché la parete strapiombava: non si fermava a riposare su alcun chiodo (dei pochi presenti, peraltro), e saliva a vista tiri di artificiale. Difficile oggi precisare la difficoltà: di sicuro ben oltre il 6b, ovvero settimo. Riccardo osservava Gigi con una certa curiosità, e in cima, abbracciandoci tutti, si complimentò in particolare con lui.

Cominciammo tardi la discesa. Dopo le prime corde doppie, capitammo a un traverso: per raggiungere l’ancoraggio di calata successivo, dovevamo traversare in una cengia impestata di neve e ghiaccio, in direzione del Castello della Busazza. La fredda notte incombeva, e si decise di superare quel tratto slegati, per guadagnare tempo. I tre compagni passarono tranquilli estesi in piedi, con le mani su buoni appigli sopra la cengia, molto esposta. Io mi accovacciai basso, e a metà cengia iniziai piano piano a scivolare… urlavo, piangevo, sentivo il silenzio impietrito degli amici impotenti; a un tratto, piantai nella neve tutte le mie forze. Minuti più tardi, e per i successivi 30 anni, ho sempre sentito dai compagni che “quela volta, al Signor l’ha vardà do”…

La discesa proseguì, con tre veci ormai stanchi, e un bocia esausto in paranoia. Sotto la seconda grande cengia della Torre, si incastrarono le corde doppie in un mugo, e restammo a bivaccare per la terza notte (sta volta senza viveri), in una grotta piena di neve. Il fornello russo a benzina di Gigi, detto “Arturo”, ci tradì con un botto, lacerando il mio sacco a pelo in una nuvola di piume. Con pazienza, Riccardo spaccò dei cunei di legno col martello, accese il fuoco e scaldò un po’ di neve con briciole di biscotti avanzati: e l’antro gelido si trasformò in una sala da thè…

Tirammo mattina: si intravedeva la luce che aspettavamo come cosa più cara, minuto dopo minuto, in quella notte eterna. Riccardo disincastrò le corde risalendo alla meglio, e riprendemmo la discesa, più agevole alla luce del nuovo giorno. Raggiungemmo l’automobile di Nanni, ben sotto Capanna Trieste, e presto Agordo. Rifocillati in fretta in un lunedì feriale, Bee in tarda mattinata si diresse a scuola dai suoi allievi. Decisi di seguire l’esempio, e mi presentai tardivo alla lezione di matematica, all’ultima ora, verso mezzogiorno; da pessimo, negato studente di quella materia:

“Dunque Neri, non accetto le solite scuse: perché arrivi sempre in ritardo, dopo l’orario delle interrogazioni? Dì la verità, e non prendermi in giro: dove sei stato sta volta?!” – “Sulla Torre Trieste in Civetta, professore!”…

Riccardo Bee mancò a capodanno 1983, in solitaria invernale sulla parete nord dell’Agner. Lasciò una figlia di 9 anni, e la moglie in attesa di un’altra bimba, che nacque mesi dopo. Con Nanni e Gigi apprendemmo la notizia nel medesimo istante, e ci ritrovammo in centro città, alla birreria San Marco. Nessuno apriva bocca: ci sentivamo terribilmente uniti nel condividere il silenzio, ammutoliti nel dolore e nella consapevolezza dell’imprevedibile. Quella ferita rimase aperta per sempre.

A Riccardo
Ti che da solo e de inverno                                                           Tu che da solo e d’inverno

te rampeghèa su le crode al posterno,                                       arrampicavi sulle pareti a nord,

ti che lassù fra le sfèse e i camìn                                               tu che lassù fra fessure e camini

te stèa come ‘n pàpa in medo al giazìn,                                   stavi come un papa in mezzo al vetrato,

te ‘n ha assà stremìdi quel dì sot Nadàl,                       ci hai lasciati attoniti quel giorno sotto Natale,

quel dì desgrazià finì ‘te ‘n canàl.                                      quel giorno disgraziato finito in un canale.

Diverse to vie l’è passàde a la storia,                                       Molte tue vie son passate alla storia,

ma ‘na zerta Belùn l’ha poca memoria.                                  ma una certa Belluno ha poca memoria.

A pensàrse de ti, passà trenta ani                                            A ricordarci di te, passati trent’anni

fra i pochi son mì, co’Gigi e co’Nani;                                fra i pochi sono io, con Gigi e con Nani;

quei dì i n’ha restà pituràdi ‘te i oci,                                quei giorni ci son rimasti dipinti negli occhi,

quei dì su le crode con ti…                                                           quei giorni sulle crode con te…

I to soci.                                                                                     I tuoi compagni.

Contando i minuti
Trascorsi circa tre mesi dall’incidente, mi ricoverano in ospedale per la terza volta; con le fitte sedate in parte al piede sinistro, sempre a letto o in sedia a rotelle, inizio le prime sedute di fisioterapia. Orazio, l’ottimo riabilitatore che mi viene assegnato, nota subito che il piede dolente, quello operato, ha assunto una posizione a “banana”, torso in forte pronazione, con l’alluce flesso e bloccato: tutto tranne che una corretta, fisiologica postura. La preoccupazione di lasciare la ferita dell’operazione all’aria affinché cicatrizzasse, mi ha indotto a quella posizione assurda per giornate intere; così Orazio ha il suo bel daffare con frequenti manipolazioni, per raddrizzare il piede. Le sedute fisioterapiche durano al massimo 40 minuti, e per il resto dell’intera giornata resto in camera o vago per i corridoi in carrozzina, contando i minuti: leggo libri e giornali quotidiani, ma non riesco propriamente ad evadere, immergendomi nella lettura; la mente torna continuamente al presente, o per l’andirivieni del personale ospedaliero, o per l’arrivo di qualche visita, per altro sempre gradita. In realtà il pensiero resta per lo più fisso sulle mie condizioni, nutrendo sotto sotto una terribile fretta di riprendermi; l’umore scivola in crisi, di tanto in tanto, perché a questa voglia impaziente di alzarmi e camminare si oppone, puntualmente schiacciante, la situazione reale. Mi invento una progressione di esercizi per gli addominali e le gambe, che ogni giorno mi impegna per oltre un’ora e mezza. Dopo alcuni giorni il tono muscolare del busto e delle cosce si riprende, ma i polpacci rimangono scheletrici, mancando da mesi la contrazione e il carico. Apprendo che questo aspetto, il carico per l’appunto, viene deciso esclusivamente dall’ortopedico, e comunicato per iscritto al fisiatra; il quale a sua volta ordina al fisioterapista le linee guida del lavoro da svolgere, nel rispetto assoluto del carico. Mi ripetono più volte che esagerare, superando il carico nel recupero delle fratture ai talloni, può causare gravi complicanze. Il primario che mi ha operato, e il suo primo aiuto che conosco, sono in ferie per tutta la durata delle tre settimane che permango in ospedale; ne deriva che nessuno si assume la responsabilità di autorizzare il minimo carico sul piede sinistro, storto, dolente e parzialmente sedato da forti farmaci. Carico zero, o per dirla in termine tecnico “sfiorante”: il ché significa rimanere a letto, o in sedia a rotelle. Questa situazione di immobilità, di stallo del mio iter di guarigione comincia ad angosciarmi. Dopo l’intervento, mi avevano ordinato 45 giorni di riposo prima di cominciare i carichi: ne son passati quasi il doppio, perché non posso usare le stampelle?!

Mi rincuora che la ferita si stia finalmente chiudendo, grazie alle applicazioni di gel piastrinico; ne bastano tre perché i margini della cute si congiungano perfettamente. Terminano così le dolorose medicazioni, in cui mi provocavano sanguinamento pizzicando i lembi con la pinzetta, per favorire la coagulazione. Permangono le fitte al piede la sera prima di addormentarmi, non appena sono immobile; in movimento si attenuano, quasi a scomparire.

Così ogni mattina inganno il tempo con varie serie di movimenti delle gambe in aria, in assenza di carico, in attesa dei quaranta minuti pomeridiani di fisioterapia; a 10 giorni da questo nuovo ricovero, provo a deambulare col girello: appoggio braccia e torace su questo attrezzo, scaricando circa il 50% del peso corporeo e cammino col solo piede destro, ingessato. La prima volta riesco a percorrere mezzo corridoio, poi devo subito sedermi in carrozzina, stanco morto: stranamente a cedere sono prima le braccia, che da tre mesi non compiono più sforzi. Inoltre mi rendo conto che non sono più capace di mantenere a lungo la stazione eretta. Sul momento mi spavento, ma le volte successive intuisco che il problema è momentaneo: basta insistere più volte per “ricostruire” a poco a poco quell’abitudine, quelle capacità contrattili varie che il riposo forzato ha sopito. Ansioso di risvegliare il corpo intero, l’immobilità dell’arto sinistro diventa un tarlo che mi rode: ho il timore che il calcagno, in assenza di sollecitazioni, non ossifichi. Di nascosto dai medici, mi invento delle flessioni ed estensioni delle gambe, seduto a letto, impugnando con le mani un lenzuolo passante sotto i piedi, cercando di caricare leggermente il sinistro, e con forza decisa il destro. Scopro con piacere che il piede sinistro, che mi tormenta da fermo la notte prima di dormire, non mi fa male alcuno se sollecitato; ripeto questi esercizi decine di volte ogni giorno, augurandomi che il passaggio alle stampelle sia imminente, ma niente da fare: per tre interminabili settimane di ospedale il verdetto non cambia, rimane “assenza di carico sull’arto sinistro”. Resto sfiduciato, impaurito da questa immobilità di prospettive, che mi relega alla carrozzina.

Mi balena un’idea, frutto dei tanti pareri ascoltati dalle persone venute a trovarmi: chiedere il trasferimento a Lamon, rinomato centro di riabilitazione funzionale. Insisto con i medici precisando più volte che, abitando a Sedico, mi trovo sul medesimo territorio dell’Ulss feltrina, comprendente Lamon. Quando mi informano che la domanda di trasferimento è stata accettata, esulto come un bambino. Mi dimettono il venerdì, con ricovero fissato a Lamon il lunedì successivo; per la prima volta dall’incidente, torno a casa senza ambulanza, in auto con Doriana, seduto in carrozzina nello spazioso bagagliaio. Scendo in ginocchio su comodi materassini, e salgo le scale di casa col sedere.

I ragazzi dello zoo di Erto
La falesia di Erto nacque e si sviluppo’ di pari passo con gli albori e l’evolversi dell’arrampicata sportiva, italiana ed internazionale. Tutto partì da Mauro Corona e dalla sua voglia di nuovo, di scoperta. Prima che scrittore famoso, Mauro era un alpinista che già dagli anni ’70 lasciava le sue sculture in legno, puntualmente in primavera, per recarsi in quel di Trento; al Festival della Montagna si sussurrava di luoghi lontani dove apparivano i primi spit (chiodi a espansione). L’artista intuì subito che lì in località Molièsa, presso la diga del disastro Vajont, bisognava sviluppare quel nuovo modo di consumarsi le dita, “de sgrafàr”, per dirla con le sue parole. Con i sistemi tradizionali aveva salito la via dei Pipistrelli: chiodi e cunei di legno, ovviamente di produzione propria. La roccia di Erto si distingue per la sua compattezza, ossia per la scarsezza di fessure e buchi dove impiegare normali chiodi da alpinismo; questo aspetto convinse Mauro ad attrezzare sistematicamente a spit quella che divenne una delle primissime falesie strapiombanti italiane, se non la prima in assoluto: creò molte decine di vie a due passi dalla strada, chiodate con un criterio nuovo per quegli anni, ossia ricercando la sicurezza per chi scala. Lo scultore piantava queste protezioni, prima col perforatore a mano, poi col trapano, cercando di evitare il più possibile pericolose cadute a terra per l’arrampicatore. (Quanto all’incidente capitato a me nel 2010, la causa è solo mia).

Ma ancora più singolare non si dimostrò la mole e la qualità del lavoro di Mauro, bensì lo spirito con cui lo svolse: giustamente fiero e geloso delle sue prime vie alpinistiche in Dolomiti di Oltre Piave, Corona lasciava ogni scalatore libero di cimentarsi sulle sue faticose creazioni, in quella palestra; Erto divenne un’isola di libertà in mezzo a molti reticolati: “questa via è mia, questo progetto non si tocca”… nulla di tutto questo. Gli arrampicatori, oltre che veneti e friulani, cominciarono a giungere numerosi anche dall’Austria e dalla Germania. Scalare a Erto divenne sinonimo di libertà, sicurezza e strapiombi asciutti: la particolarità di questa fascia rocciosa è di strapiombare fortemente, restando asciutta anche dopo lunghe perturbazioni piovose.

Sin dai primi tempi di vita della falesia, un bocia biondo arrivava dal Cadore in autostop: senza una lira in tasca, spesso scalando scalzo, senza scarpe da croda perché costavano, anche Icio Dall’Omo si avventurò a Erto dapprima in “stile alpino”, aprendo con chiodi tradizionali vie come Pip Crash e Mani di Clown (oggi valutate 6c+, ottavo grado inferiore). Ma ben presto anche Icio si dedicò all’uso sistematico dello spit in questa palestra, affiancando Mauro nella realizzazione di altre splendide linee. Lo spirito creativo e l’entusiasmo di Icio trovarono la comprensione amica e ammirata di Corona, che peraltro non chiodava solo per sé, ma per il “variopinto popolo dei climbers”, come amava definirci.

Io partivo in Vespa da Belluno, rottamato il “Benellino”, da studente squattrinato, anche nelle giornate invernali. Ognuno di noi sentiva a modo proprio che in quel luogo stava nascendo qualcosa di nuovo; un gioco che allora non si poteva certamente definire. Ci sentivamo anarchici spiriti creativi, e l’appellativo di “Ragazzi dello zoo di Erto” calzò a pennello. Per quanto la parola “sport” non comparisse ancora nel nostro dialogare, eravamo consapevoli che quel nuovo modo di concepire la scalata differiva dall’alpinismo. La passione per la montagna, per le pareti restò immutata, nella percezione che distante da queste, in luoghi e approcci che si distinguevano dalle stesse, esistesse questo nuovo gioco, con caratteristiche e regole ben precise; il poter azzardare cercando di andare oltre il proprio limite, volando in maniera sicura, costituì forse la primordiale peculiarità dell’arrampicata sportiva. La facoltà di poter provare e riprovare, sbagliando e imparando, passaggi e sequenze sempre più difficili caratterizzò questo nuovo sport. Nel nostro gergo comparvero i primi termini, oggi ormai consolidati, come “liberare una via”, ossia scalare per primi una linea, da terra alla catena, senza volare né fermarsi a riposare appesi alle protezioni (spit), né tanto meno utilizzare queste ultime per la progressione (concetto di arrampicata libera). Già nel 1980 si parlava di arrampicata a vista, inglese on sight, intesa come primo tentativo assoluto di scalare una via, senza alcuna informazione appresa da altri sulle modalità di salita.

Così a Erto si giocava a “liberare” le vie, al primo tentativo o in successivi. Certo fra noi non mancava la competizione, la ricerca di liberare queste vie per primi; in particolare fra Icio e il sottoscritto, quasi coetanei, il rincorrersi a salire questi tiri “rotpunkt” “ (dal tedesco “punto rosso”, che in pratica significa correttamente in libera), accadeva sovente. Sentivamo comunque che non si trattava di gareggiare l’uno contro l’altro: la sfida vera e propria era col tiro, con la via; meglio se uno saliva in libera prima dell’altro, ma l’obiettivo primario restava “realizzare”, cioè scalare correttamente i vari tiri.

Chiaramente a Erto, negli anni ’80, ognuno maturò un significativo aumento di livello, dovuto sì al miglioramento della forza e resistenza nelle braccia e nelle dita, ma soprattutto allo sviluppo della tecnica su strapiombo; a quel tempo vigeva il luogo comune che per scalare su tratti aggettanti occorresse solamente la forza, mentre noi apprendemmo l’importanza dell’uso dei piedi in spinta sugli appoggi con il busto in torsione, aspetto oggi fondamentale della tecnica in strapiombo.

Quel bagaglio tecnico e atletico, acquisito a Erto e in altre falesie vicine, andò a costituire a poco a poco un vero e proprio margine di sicurezza per l’arrampicata in montagna. Lo stesso Icio, come Gigi Dal Pozzo, si avventurò nell’apertura di oltre 100 vie in Dolomiti, in gruppi come il Sorapiss, l’Antelao e le Marmarole. Per l’elevata difficoltà, oltre la ricerca raffinata di linee originali in ambienti severi, sono certo che le numerose prime ascensioni di Icio lascino un segno indelebile nella storia recente dei Monti Pallidi.

Nel 1984 a Erto giunse Manolo, il “Mago”: restammo a bocca aperta. La leggenda narra che, a vista su Poltergeist, il laccio della scarpa sotto la suola gli fece scivolare il piede sul passaggio più duro, tanto che fallì per un pelo il tentativo on sight… Manolo liberò il “Quertòn”, oggi chiamata Pole Position, e in altri tentativi la stessa Poltergeist, un muro micidiale che nel terzo millennio conta ancora poche ripetizioni; su questa via dalle prese microscopiche, quando il Mago la realizzò per primo nell’’85, non mi riusciva nemmeno un movimento, e ripeterla nell’’87 mi riempì di soddisfazione. Bastò mettere il naso in Totòga, il regno di Manolo nel Primiero, per comprendere che frequentare solo gli strapiombi di Erto provando sempre le stesse vie era deleterio… Capimmo l’importanza dei viaggi di arrampicata: mete come Arco, Finale Ligure, il Verdon e Bjoux, oltre a farci scoprire luoghi fantastici, cominciarono a “svegliarci” nello scalare a vista, incrementando le nostre capacità di destrezza.

Tornando a Erto da questi autentici templi di arrampicata, iniziai a brontolare, perché ci si incalliva ancora a valutare vie come Pip Crash quinto più (oggi 6c+, quasi ottavo), e Acido Lattico 7 a (7c stretto); ma i tempi per un briciolo di equilibrio e obiettività erano di là da venire, tanto che chi si mangiava una mela a mezzogiorno era un goloso, un ghiottone destinato all’obesità… furono anni duri, qualcuno smise di arrampicare.

Nel 1985 si presentò nella nostra falesia un certo Gerard Horagger, 18 anni, austriaco della Zillertal. “Wichtig ist Kopf”, precisava spesso: “la forza vera è nella testa, lascia perdere quanto sei magro o grosso, grande o piccolo. Rispetta la tua struttura, cerca liberamente dentro di te la tua dimensione e le tue motivazioni; sacrifici sì, ma con equilibrio”. Pionieri coinvolti nella nascita di una nuova attività sportiva, non potevamo disporre di criteri di allenamento obiettivi, consolidati nel tempo; correvamo anche sotto le nevicate per ore, oppure sperimentavamo serie di trazioni e bloccaggi appesi al travo, fino allo sfinimento. Il nostro metodo era puramente empirico, o spesso agivamo per emulazione di chi, al momento, ci sembrava più forte. Il giovane austriaco ci consigliò, ad esempio, di accettare il rapporto peso-potenza di ciascuno, e lavorare sulla propria situazione atletica, senza cercare di stravolgere il proprio fisico, imitando le metodiche di altri. Come pure nella complessità del miglioramento delle capacità tecniche, e ancor più negli aspetti motivazionali, Horagger insisteva perché ciascuno di noi cercasse liberamente la propria strada, ascoltando il proprio corpo. Questo ci insegnò Gerard, che parlava poco ma siglava i primi 8 a+ e 8b (decimo grado). Seguendo la sua filosofia capitò anche a me il salto di qualità, tanto che poco dopo Horagger ripetei Pole Position destra (8 a+, 1986) e liberai Tucson l’anno successivo (stessa difficoltà). Proprio nel 1987 Gerard sfiorò l’8c con Sogni di Gloria; probabilmente con questa prestazione in quel preciso momento, il ragazzo austriaco realizzò una delle vie più difficili del mondo. Ma al di là del valore della performance in sé, che allora fece scalpore, a Erto rimase il segno del messaggio di Gerard; il forestiero impegnato a vista sul 6c non veniva più bastonato con assurdi quinti più. Proprio in quanto spiriti liberi, noi “ragazzi dello Zoo di Erto” iniziavamo a comprendere l’importanza di giocare tutti allo stesso gioco, quindi di parlare più o meno la stessa lingua, in ambito di valutazione delle difficoltà: per quanto diversi l’uno dall’altro, chi più e chi meno appassionato di placche o strapiombi, montagne o falesie, ghiaccio, neve o roccia, in un mondo così meravigliosamente variopinto valeva la pena di ricercare un linguaggio comune, universalmente sportivo, almeno in quel luogo, che ci offriva tante nuove emozioni.

Fuori corso
Vent’anni dopo averla salita, scoprii che la mia prima via di 8 a (decimo grado inferiore) risaliva al 1985 in Carnia: Svaghi di Kalì, sul Pal Piccolo. A quel tempo, sempre per quel solito vizio di voler comprimere le difficoltà, non me la sentii proprio di menzionare l’8 a, grado che suscitava clamore. Gli amici di Tolmezzo avevano coinvolto la nostra “tribù” ertana nell’organizzare un raduno festoso di scalatori: “Arrampicarnia”. Ci munirono di trapano e spit, liberi di attrezzare vie sulle rocce del Pal Piccolo; ce la spassammo per l’intera estate, chiodando e scalando in quell’ambiente tipicamente alpino dalla croda grigia e liscia, che spicca nel verde delle conifere, fra mulattiere belliche. Il meeting si dimostrò un vero e proprio successo, con molte centinaia di persone presenti, tanto che questi eventi si ripeterono per diverse edizioni, sia in Carnia che poi nella stessa Erto. Queste manifestazioni contribuirono a rendere le nostre salite conosciute; gli strapiombi ertani figuravano spesso nella stampa specifica, e questa falesia divenne uno dei luoghi di riferimento per l’arrampicata in Italia.

Nei periodi piovosi, con altre palestre bagnate e impraticabili, decine di corde spiccavano alle estremità della fascia rocciosa, dove si trovano i settori più facili. I tettoni centrali, dove salgono linee come Pole Position, Tucson e Mister Rase, contavano scarse ripetizioni.

Impegnato a salire quei “gradi 8”, prendevo il treno da Padova alle 13, trascurando le lezioni pomeridiane al terzo anno di Isef, quella che oggi si chiama facoltà di scienze motorie. Raggiungevo Belluno nel pomeriggio e di corsa in Vespa a Erto, ignorando la preoccupazione dei miei genitori per una dedizione così totale; e ripartivo per Padova il mattino presto successivo, cercando di studiare in treno. Ben presto finii fuori corso, disertando sessioni intere di esami. I primi due anni eran trascorsi con diversi 30, ma al vortice fanatico del dedicarmi all’arrampicata si affiancò a poco a poco il tarlo di una certa delusione per questa scuola universitaria di educazione fisica: accettavo e preparavo con impegno gli esami scientifici, quali anatomia e fisiologia, come pure quelli sportivi, ad esempio pallavolo o ginnastica artistica; non digerivo per nulla le materie tecniche, che mi annoiavano mortalmente nella vacua terminologia da imparare a memoria. Insomma questi studi mi apparivano privi di sostanza, di concreta utilità; a differenza delle vie che provavo e salivo, la cui preparazione atletica era terribilmente concreta!

Per sistemare il travo in casa smontai mezza camera da letto: questo tronco squadrato di abete, intarsiato di appigli vari, misurava oltre due metri; mia madre se lo ritrovò sospeso a mezz’aria, fra il mio letto e la scrivania, fissato a due robusti supporti montati dall’armadio alla finestra, precisamente nel vano che ospita la persiana avvolgibile. Sprovvisto di pesi costosi, usavo una cassa piena di mattoni (fino a 65 kg), il cui peso variabile veniva testato su una bilancia: aggiungevo o toglievo mattoni per trovare il giusto carico, legavo la cassa alla cintura di un vecchio imbrago portato basso, intorno al bacino, (per non gravare la colonna lombare), e trazionavo con vari esercizi piramidali per le braccia e per le dita; calcolavo numero di serie, singole ripetizioni e tempi di recupero, con tanto di cronometro. Per buona parte si trattava di farina del mio sacco, o meglio le metodiche e gli esercizi venivano “importati” dai testi di pesistica: ogni nozione importante sull’allenamento appresa all’Isef veniva adattata all’arrampicata, tenendo conto anche del parere di altri forti climbers. Col senno di poi, tanti aspetti di quel lavoro atletico primordiale vennero azzeccati; ma insieme ad altri compagni di tentativi empirici, commisi anche svariati errori: l’accanirsi per anni a lavorare sempre su due braccia con sovraccarico mi procurò l’usura di parte della colonna dorsale e dei gomiti; come pure l’insistere per altrettanti anni con la corsa su strada, causò a mia insaputa l’artrosi alle anche. Insomma mi ritrovo con un buon numero di acciacchi, coi quali peraltro avevo imparato a convivere, prima dell’incidente ai calcagni.

Tornando a metà anni ’80, i momenti di allenamento e scalata si alternavano a svariati corsi, come insegnante di attività motoria per gente di ogni età: pomeriggi sportivi per ragazzi delle elementari, corsi di presciistica per adulti, preparazione atletica per giovani tennisti e sciatori, corsi di ginnastica per anziani. In tal modo maturai le mie prime esperienze didattiche, insieme a un paio di supplenze di educazione fisica vera e propria, al liceo Castaldi di Feltre e all’Istituto alberghiero di Falcade. Da situazioni puramente contemplative, quali le sensazioni provate nei vari panorami in tante pareti o cime, oppure momenti di scalata e di studio, in cui mi rivolgevo a me stesso, mi ritrovai nella realtà opposta: quella del confrontarmi con gli altri, proponendo qualcosa ai miei interlocutori. Capitandomi a un tratto di insegnare, compresi subito che si trattava di proporre, di trasmettere, con convinzione ed entusiasmo, non certo di imporsi pretendendo o forzando, tanto meno i ragazzi. Nonostante alcuni soggetti difficili, quali boce problematici, troppo turbolenti o viceversa apatici, scoprii che l’insegnamento mi piaceva, mi offriva soddisfazione. Coinvolgere quei piccoli in giochi vari e vederli divertire, correre, saltare, per quanto schiamazzassero mi rendeva sereno, e le ore passavano in un baleno. Inoltre, con queste attività mi barcamenavo centellinando gli introiti, riservati al carburante e manutenzione moto per raggiungere montagne e falesie.

Così volarono giornate e settimane per un paio d’anni, finché mi giunse la cartolina per il servizio militare, nel pieno della forma, a maggio ‘87.

Roc Master 1987
Presentando domanda di rinviare la naia per motivi di studio, la evitai per diversi anni; tralasciando il rinvio, la cartolina arrivò puntuale, e mi trovai convocato a Trieste, ai test per entrare in Polizia di Stato. L’obiettivo era di farmi destinare a Moena, al centro di addestramento alpino, in virtù dei miei risultati arrampicatori, oltre l’iter di studi all’Isef, giunto a metà strada. Mi presentai a Trieste con i capelli alquanto accorciati, ma mi rasarono subito di brutto, così assaporai il clima della matricola… Eravamo chiusi a decine in un camerone, privi di licenza serale per tre giorni; mi sentii improvvisamente come in carcere, anche perché in quei tre giorni non accadde nulla, nessun colloquio, né visita o test alcuno. Abituato a ritmi dinamici, per quanto non frenetici, attendere per ore chiuso come in gabbia si rivelò terribile, caddi in una vera e propria ansia; finalmente cominciarono i test attitudinali, i colloqui e una sorta di compito di italiano. La settimana successiva salii raggiante sulla corriera diretta a Moena, allievo del 17mo corso agenti di Polizia: avevo schivato il classico “naiòn”, inteso come anno inutile nella fremente attesa del congedo; non solo, disponevo di un impiego statale con tanto di stipendio!

A Moena mi aspettavano altri arrampicatori in Polizia, che avevo conosciuto anni addietro e che mi accolsero come uno di famiglia; negli orari serali, libero dal corso iniziale di agente ausiliario, mi accompagnavano in Val S.Nicolò, falesia alpina unica in Dolomiti, sia per lo scenario naturale in cui sono immersi quei sassoni, sia per la severità del tipo di arrampicata.

Non trascorsero nemmeno un paio di settimane, quando in caserma giunse il bando per iscriversi ad una gara nazionale di arrampicata ad Arco. Queste competizioni erano cominciate a Bardonecchia due anni prima, con successo di partecipanti, pubblico e attenzione mediatica, causando altrettanto scalpore fra gli addetti ai lavori: noi climbers eravamo divisi a metà, chi pro e chi contro. Da convinto idealista, consideravo la passione per la roccia come una pietra preziosa da conservare nella più profonda intimità, rifuggendo da qualsiasi forma di competizione con altri, aspetto vergognosamente materiale e brutalizzante del sogno idilliaco dello scalare. Come me la pensavano molti forti arrampicatori del tempo, tanto che firmarono un vero e proprio manifesto contro le gare. A Moena si insistette molto perché partecipassi: “Non ti costa nulla provare, prendila come nuova esperienza, con la forma che ti ritrovi dovresti partecipare… magari ti diverti”… e via discorrendo. Le insistenze fecero breccia: mi convinsi in cuor mio che si trattava di gare di arrampicata sportiva, non di alpinismo. Per quanto la storia delle grandi pareti sia pervasa di competizioni fra contendenti, credo ancora oggi che le gare di arrampicata debbano rimanere distanti dalle montagne. Con le medesime convinzioni mi apprestai a partire per Arco, gareggiando nella selezione nazionale all’imminente Roc Master 1987: la prima edizione di questa importante manifestazione internazionale.

Dietro il castello della ridente cittadina di Arco, fra gli uliveti della località Laghèl, si disputò questa selezione, di cui i primi quattro classificati sarebbero passati al Roc Master. Si trattava di scalare due vie, e in caso di parità di punto più alto raggiunto da più concorrenti, calcolavano il tempo impiegato. La prima salita, per quanto dichiarata 7b+, si rivelò piuttosto facile, perché in molti raggiungevano la catena (punto finale più alto). Compresi subito che il tempo impiegato fosse fondamentale per la classifica, e scalai il più velocemente possibile. Conclusi questa via in due minuti, figurando temporaneamente primo e sbigottendo i presenti per la facilità con cui salivo rapidamente. Calzavo i primi modelli di ballerine della Sportiva, ciabatte sensibilissime dalla suola di spessore uno, due millimetri: portate piccolissime, tre o quattro numeri in meno del piede, offrivano aderenza e precisione persino su appoggi piccoli, dove notoriamente meglio si adattava la scarpa a suola più rigida e spessa. La seconda via di gara presentava una placconata verticale dove occorreva spingere montando in punta di piedi per raggiungere un appiglio più in alto, e non riuscii a caricare le ballerine sulle punte, per quanto spingessi sugli alluci allenati. Terminai terzo assoluto, qualificandomi per il Roc Master. Tra il pubblico caloroso, che avevo conquistato scalando in ciabatte, c’era anche Ornella, che per i tre anni seguenti divenne la mia fidanzata.

Rientrato a Moena, il generale mi ricevette con aperta soddisfazione e disponibilità, anche perché comparivo con tante di foto sulla stampa trentina, portando lustro alla caserma. Mi chiese cosa mi servisse in vista del Roc Master; risposi “Tempo per allenarmi, signor generale”. Per il mese seguente mi alzavo il mattino alle 6, dopo un’ora di corsa partecipavo al corso agenti, e alle 12 ero libero di recarmi in Val S.Nicolò, dove rimanevo a scalare fino a tarda sera, con la pila frontale. Trascorsi a Erto la prima domenica di licenza, con Ornella che mi raggiunse da Piacenza, dove abitava: il primo di tanti fine settimana successivi, in cui si sobbarcò quel lungo viaggio. Snella e dotata per arrampicare, avvezza a gioielli di falesie come Finale, Arco e la Sardegna, il suo impatto con Erto non fu dei più felici: dopo un paio di tiri scarsi la trovai seduta sul guard rail presso la strada, occhiali da sole scuri e lacrimoni che colavano lungo le guance… decisamente non le piacque la “mia” falesia; altri luoghi di arrampicata bellunesi, al tempo non offrivano alcunché meglio di Erto; così mi trovai un po’ in braghe de tela con questa nuova morosa, che desideravo ardentemente si divertisse, a scalare con me.

La pressione incombente sul Roc Master aumentava di giorno in giorno: poiché vestivo orgoglioso maglia e tuta delle Fiamme Oro, l’intera caserma di Moena si aspettava da me un buon risultato, indispensabile a creare un futuro gruppo sportivo, una squadra agonistica vera e propria. Il proprietario della ditta “La Sportiva”, che mi forniva le scarpe, mi aveva persino prestato un’auto, impietosito dallo stato estremamente precario della mia moto… E non mancavano i tifosi bellunesi con mio cugino Dino in testa, contagiato anch’egli dalla passione per arrampicare. L’evento imminente era particolarmente sentito nella stessa Arco, tappezzata di manifesti.

Così giunsero quei due giorni di settembre ’87, in cui per la prima volta mi sentivo incredibilmente (sovrac)carico… e inesorabilmente innamorato, nel mezzo di quella prima importante relazione giovanile. In condizioni diverse non avrei ottenuto comunque gran ché in più, in quel fondamentale appuntamento, tanto che gareggiavo con i più forti del mondo, come Stefan Glowacz, Didier Rabutou o Ben Moon. Il primo giorno mi difesi bene, reggendo l’impatto con la gran folla di spettatori: nella prova a vista c’era un lungo lancio, un salto da compiere a metà via che tradì la maggior parte dei concorrenti. Lanciai il più lontano possibile e raggiunsi l’appiglio distante, lo presi ma non riuscii a tenerlo… la mano scivolò sul bordo e volai con una rabbia immensa!… (conservo ancora dentro il sapore di quel lancio “quasi” riuscito). Al termine di quella prova ero comunque il migliore degli italiani. Ma il giorno dopo fu una vera disfatta: la via lavorata, che ogni partecipante aveva provato per un’ora ciascuno giorni addietro, saliva lungo un muro verticale levigato, con prese distanti e piccolissime. Convinto dallo sponsor ad utilizzare scarpe rigide, abbandonai le amate ballerine: mi alzai da terra pochi metri, usando i piedi malissimo, senza la minima sensibilità, provando una gran vergogna per la brutta figura. Terminai molto indietro in classifica, ultimo dei cinque italiani presenti. Tornai a Moena con le orecchie basse, ascoltando sull’attenti la romanzina del generale: “Caro Neri, da domani ti devi dimenticare l’arrampicata: sarai un agente della Polizia di Stato”.

A Lamon
Seduto in carrozzina nel bagagliaio dell’auto, a fine agosto vengo accompagnato da Doriana al centro riabilitativo di Lamon. Già nella mattinata del primo giorno di ricovero, mi visita il primario dottor Ballotta, che osserva innanzi tutto le lastre: “Brutte fratture, hai fatto fuori la parte interna di entrambi i talloni; dovremo svolgere un lungo lavoro sulla corretta postura dei piedi in appoggio”. Parla chiaro il primario, non mi lascia senza speranze ma nemmeno mi illude; nel pomeriggio del giorno stesso vengo affidato a Luisa, giovane fisioterapista minuta, capelli e occhi nerissimi, sorriso incantevole. Con pazienza e determinazione assoluta, la ragazza comincia a manipolarmi i piedi, spingendo con vari sistemi nella stessa direzione; mi spiega che sono bloccati in forte pronazione, cioè che appoggio a terra solamente la parte esterna delle piante. Per rimettermi in stazione eretta, e un domani camminare, occorre lavorare per supinare gli avampiedi, ovvero far sì che la parte anteriore, flessibile, aderisca al suolo. Da seduto, noto che in effetti entrambi gli alluci e le altre dita restano sollevate da terra. Luisa capisce che sono uno sportivo, quindi uno che non si tira indietro nel lavoro fisico. Nei giorni a seguire, la mattina sono impegnato in palestra e in piscina, con esercizi in acqua. Il pomeriggio, nonostante debba seguire altri pazienti, la ragazza mi fa tornare in palestra, proponendomi varie serie di altri esercizi.

Dopo tre soli giorni di ricovero a Lamon, Luisa mi stupisce: “Ora ti alzi e proviamo le stampelle”. Lì per lì, non mi rendo conto che mi riesce con naturalezza quello che sognavo da mesi: finalmente cammino!!… Coi piedi storti, scaricando peso sulle grucce con le braccia ancora in forze, riesco comunque a deambulare. Impiego un po’ a realizzare che in quel centro di montagna, senza particolari remore né titubanze, mi hanno rimesso in piedi! Mi diverto a stupire Doriana, mia madre e mia sorella coi due nipoti: “Sto meglio, guardate… ” e via a zampettare sulle stampelle, lasciando tutti piacevolmente colpiti.

Dapprima assorto nei miei problemi, dopo qualche giorno comincio a guardarmi intorno; osservo la gravità di tante persone ricoverate, entrando in confidenza con due giovani colpiti da ictus, capitati a Lamon in condizioni critiche: allettati e in emiparesi facciale, quindi con difficoltà ad articolare le parole, oltre a esser seguiti in palestra han bisogno della logopedista. Ora stanno in piedi e camminano col deambulatore o col bastone, progredendo di settimana in settimana. In piscina incontro una donna cinquantenne malata di sla, la sclerosi laterale amiotrofica, impegnata con grinta a eseguire quanto le propone la terapista. In quanto ricoverati, ci ritroviamo tutti la sera dopo la cena delle 18; il momento del caffè serale insieme diviene un appuntamento fisso, di aggregazione, in cui si chiacchiera e molti scherzano sui propri malanni; si instaura un clima di condivisione, ciascuno rispettosamente consapevole delle condizioni degli altri. In un batter d’occhio mi rendo conto che quanto mi è capitato non è certo il peggiore dei mali: fra malattie gravi, incidenti d’auto, moto e accidenti cerebrovascolari, le mie fratture mi stanno sì complicando la vita, ma tutto sommato poteva andarmi peggio, ad esempio se sbattevo con la testa o la schiena. Quindi bando ai lamenti, vecchio Neri, e gambe in spalla per migliorare!…

Il recupero prevede sì manipolazioni e allungamenti degli avampiedi per raddrizzare la pronazione, ma non solo: Luisa insiste molto anche sull’equilibrio, dove sono molto precario, appoggiando al suolo solo parte dei piedi; il sinistro peraltro può caricare solo il 30% del peso corporeo, per insindacabile ordine scritto dell’ortopedico. Quindi il lavoro di tonificazione muscolare consiste in esercizi a carico totale sull’arto destro, ancora debole, col gesso rimosso da pochi giorni, e parziale sul sinistro. In piscina è importante il solo camminare, insieme ad altri esercizi con tavoletta, palla ecc, in sostanziale riduzione di gravità, quindi di carico. Inoltre, molti piccoli giochi, all’apparenza banali, sono finalizzati a ripristinare la sensibilità cutanea: devo sfiorare superfici lisce e via via sempre più ruvide, prima osservandole e poi individuandole a occhi chiusi, solamente col tatto dei piedi; scopro con rammarico che l’avampiede sinistro è quasi insensibile. Mi impegno a fondo in tutto quanto propone la giovane terapista, tanto che tra noi si instaura una certa complicità: oltre a farmi impiegare parecchi minuti al giorno agli attrezzi convenzionali da palestra, come la cyclette e il tapis roulant, Luisa dimostra notevole creatività con altri attrezzi come scale, parallele, o semplici cuscini di gomma con i quali inventa innumerevoli esercizi per i piedi. Sembra strano, ma non penso affatto all’arrampicata e ribadisco più volte: “Luisa, non preoccuparti delle mie scalate: devi solo arrivare a farmi camminare, al resto ci penso io.”

Non mancano certo alcuni dolori alle caviglie, gonfie per le molteplici sollecitazioni; si tratta però di sofferenze blande, alleviate dal ghiaccio e dalla percezione del lento recupero. Il primo fine settimana resto in ospedale: non è previsto permesso alcuno di rientrare a casa. Con palestra e piscina chiuse il sabato e domenica, per fortuna non mancano le visite, che mi aiutano a trascorrere quelle ore inattive. La sera a letto mi aspetta sempre un’ora circa di travaglio per la “gru”, che si fa sentire puntuale dentro il piede sinistro, finché i farmaci non fanno effetto e sopraggiunge il sonno.

Dopo la seconda settimana mi consentono il permesso temporaneo di recarmi a casa: entro in auto con le mie gambe, e soprattutto salgo finalmente le scale di casa con le stampelle; mi arrangio

in bagno e mi lavo da solo, riscoprendo l’importanza di queste funzionalità, quasi come mi riuscissero per la prima volta. Rientro a Lamon per la terza, ultima settimana di ricovero, in cui come sempre non risparmio energie nelle attività che mi propongono. Il primario ringrazia la sua collaboratrice e me stesso per i risultati ottenuti, parlando apertamente di notevole miglioramento. Certo la strada è ancora lunga, tanto che nella lettera di dimissione compaiono i termini “grave zoppia”; resto comunque per sempre grato alle persone di questo centro, per il regalo inestimabile ricevuto.

Libero di scalare…
di Ugo Neri
Dòi ciàcole co’me fiol.                                                                Due chiacchiere con mio figlio.

Ricòrdete, Sandro,                                                                           Ricordati, Sandro

che ‘l canto pì bel                                                                          che il canto più bello

che mai te sentisse                                                                          che mai tu sentissi

 subiàr da ‘n osel,                                                                        fischiettare da un uccello,

no l’è ‘l canarìn                                                                              non è il canarino

metèst te na gàbia                                                                           rinchiuso in gabbia

 che invèze de amor                                                                        che anziché per amore

 al canta par ràbia;                                                                            canta per rabbia;

 ma ‘l vièn da ‘n osèl                                                                     ma proviene da un uccello

 che in mèz la boràsca                                                                    che in mezzo alla burrasca

 l’è libero istès                                                                                  è libero lo stesso

 de star su na frasca.                                                                        di stare in una frasca.

Alla mazzata del Roc Master seguirono tempi di digestione piuttosto lunghi: ad opprimermi maggiormente non furono tanto le parole (peraltro poco generose) del generale, quanto più il senso di responsabilità nell’aver deluso tante persone. L’occasione professionale di formare, comunque abbozzare, un primo nucleo di squadra delle Fiamme Oro era sfumata, persa in quei quattro fatidici metri di muro verticale; inutile tirar fuori scuse… “se avessi usato le ballerine”, o “se avessi tenuto l’appiglio del lancio”. Era andata male: punto. Mi rifugiai in un mesto silenzio, compiendo i normali servizi di caserma come piantone, ossia sei ore di guardia al cancello d’ingresso. Evitavo rigorosamente gli argomenti che riconducevano alla trascorsa esperienza agonistica, tralasciando persino qualsiasi discorso inerente all’arrampicata, come non esistesse. Col tempo cominciai ad apprezzare la mia situazione di persona libera di scalare il sabato e la domenica, senza dover render conto a nessuno di performance o altro. L’inverno a Moena si avvicinava, e i luoghi praticabili divenivano distanti, quali Arco, o Erto nelle giornate assolate. “Meglio così – ragionavo fra me e me-, piuttosto che finire celerino a Padova, con frequenti puntate a Palermo, a schivar pallottole!..”. Insomma tornai alla consapevolezza della situazione iniziale, considerandomi fortunato nell’evitare la normale leva militare.

Avevo acquistato un Fiorino nocciola usato, alimentato a benzina, che portava l’ingombrante bombola del gas gpl sopra la capotte: grazie al carburante economico, raggiungevo agevolmente Arco, dove con Ornella e altri avevamo affittato un appartamento. Il clima salubre del Lago di Garda ci consentiva di svernare, nei fine settimana, in quelle falesie incantevoli con temperature miti, anche nei mesi più freddi. Ad Arco si cominciava in quel periodo ad attrezzare posti strapiombanti come Massone, falesia che di lì a qualche anno sarebbe diventata una delle più frequentate d’Italia. La valle del Sarca, in origine, si era distinta invece per le mitiche placche calcaree, come la Spiaggia delle Lucertole a Torbole, o la Swing Area in zona San Paolo. In quell’autentico paradiso per chi ama scalare trascorsi giornate uniche con Ornella, vivendo intensamente l’arrampicata di coppia nella sua splendida intimità e delicatezza, certo imbattendoci anche in momenti difficili; allora ventisettenne, lei soffriva da tempo di una fastidiosa tendinite al dito medio, che stava cronicizzando e che la limitava procurandole dolore ad ogni appiglio da arcuare. In termini di gestione della propria scalata, diviene praticamente impossibile spingersi al limite, o tentare una via senza il timore di aggravarsi; in pratica si scala come azzoppati, sempre titubanti, attendendo l’odiosa stilettata di dolore nello stringere ciascun appiglio. Smettere completamente, con periodi di riposo assoluto non sempre è indicato, perché si perde tonicità e si rischiano recidive alla ripresa. Capisco questo malessere col senno di poi, per acciacchi vari subiti, ma allora, a 24 anni nel pieno della forma, non avevo la minima idea di come si stesse nel bel mezzo di un’infiammazione; non sempre comprendevo il lamentarsi di Ornella, o il suo accanirsi a salire con la corda dall’alto, da seconda.

Frequentando la valle trentina del Sarca conobbi Roberto Bassi: con Manolo, Heinz Mariacher, Luisa Jovane ed altri, Robi rappresentò uno dei pionieri, degli scopritori di quella vallata. Magro, di poche parole ma dall’animo sensibile e generoso, Bassi contribuì in maniera significativa al successo di questi luoghi, attrezzando e “liberando” intere falesie come la Gola di Toblino, oggi meta di migliaia di scalatori. Agiva silenziosamente, da amante della tranquillità, e arrampicava usando i piedi in maniera straordinaria, da signore delle placche dove si muoveva con singolare eleganza. Il suo comportarsi schivo contrastava vivamente con l’imminente evolversi del fenomeno arrampicata nella zona di Arco: grazie anche al lavoro di Roberto, e allo spirito di profonda, sapiente passione che lo animava, questa cittadina e i suoi splendidi dintorni oggi meritano la palma d’oro di patria dell’arrampicata sportiva italiana, considerando gli ambienti di roccia naturale e la portata degli eventi agonistici come il Roc Master, ai quali Bassi stesso contribuì. Trent’anni fa Arco si distingueva per i suoi sanatori, dove l’aria salubre del Lago di Garda era indicata per la cura della tubercolosi. Attualmente è mutata l’intera economia di questo centro, che pullula di climbers, bikers e surfisti. La scomparsa di Roberto in un incidente d’auto nel 1994, segnò il mondo verticale in modo indelebile: ci manca non solo come grande scalatore, soprattutto per lo stile e la persona.

Tornando a quel freddo inverno ’87-‘88, in caserma a Moena ci convocarono in servizio per la coppa del mondo di sci in Alta Badia, il famoso slalom gigante nella pista Gran Risa; pesavo meno di sessanta chili, e mi ritrovai fermo immobile per l’intera giornata a fungere da guardia-porte. Fra la prima e la seconda manche, approfittai della pausa per correre in mezzo al bosco, togliermi gli scarponi e massaggiarmi i piedi intirizziti. Freddo a parte, rimasi impressionato nel veder scendere Alberto Tomba, che vinse una delle sue primissime tappe di coppa del mondo. Giorni dopo, eravamo presenti anche alla discesa libera della Val Gardena, altra gara spettacolare che seguii dal vivo. Tornando ad Arco il fine settimana, sulla roccia calda in mezzo agli ulivi, mi pareva di essere ai tropici. Rimanere sottopeso in quei mesi non aveva senso: cominciai a concedermi qualche piatto di pasta e una bistecca in più, pazienza per la forma…

Con la primavera alle porte, si ravvivò la nostalgia di casa, dei miei cari che non vedevo da tempo. Inoltre uscivo dall’inverno nella cocciuta convinzione che solamente tornando agli strapiombi di Erto avrei recuperato la forma della stagione passata. Così lasciammo la casa ad Arco e la morosa cominciò a spararsi più di 300 km in auto (di sola andata) per raggiungermi a Belluno; a volte saliva in treno fino Castelfranco, dove passavo a prenderla, e la riaccompagnavo la domenica sera.

Gigi Dal Pozzo in quegli anni gestiva il negozio Tuttosport a Longarone, articoli da montagna, arrampicata e sci alpinismo. Ne approfittò per chiodare la vicina falesia di Igne, offrendo ai climbers una preziosa alternativa a Erto. La roccia più ruvida consentiva una scalata un po’ nuova; inoltre la presenza frequente di tetti orizzontali e muretti verticali caratterizza la morfologia della palestra di Igne, tanto che, senza rendercene conto, nel provare e liberare quelle vie praticavamo esattamente l’odierno bouldering: passaggi brevi e violenti alternati ad ottimi riposi. Proprio in un passo di blocco (boulder) in una di queste vie, quell’estate saltò anche a me la guaina tendinea del dito medio, trauma acuto che mi costrinse a fermarmi e curarmi con infiltrazioni di antinfiammatori (non steroidei). Con la fidanzata trascorsi la mia licenza finale, prima del congedo, in Sicilia. Dimenticai la tendinite in spiagge come Mondello presso Palermo, e Selinunte, con un mare incredibile per limpidezza, colori e temperatura calda. Tornando da quel lungo viaggio in auto, sentivo che l’infiammazione stava guarendo e meditavo sul mio imminente dafarsi: da libero cittadino, climber convalescente che riprendeva daccapo, ma soprattutto studente fuori corso disoccupato, urgeva reagire al più presto.

An zògo in paradiso
Su sta val l’è nat an zògo,                                               In questa valle è nato un gioco,

te ha scoperto ‘n paradiso,                                               hai scoperto un paradiso,

e ‘l tò sogno su sto lògo                                                 e il tuo sogno in questo luogo

resterà col tò sorriso.                                                       resterà col tuo sorriso.

Resta in mente le tò man,                                                Restano in mente le tue mani,

grande e grosse come pale,                                                 grandi e grosse come pale,

e ‘l tò còr bon come ‘l pan,                                             e il tuo cuore buono come il pane,

senza ciàcole, né bale.                                                    senza chiacchiere, né balle.

Resta Arco e la tò val,                                                     Resta Arco e la tua valle,

resta ‘n zògo e ‘l tò sorriso,                                             resta un gioco e il tuo sorriso,

senza ti se resta mal,                                                         senza di te si resta male,

zòga, Robi, in Paradiso.                                                    gioca, Robi, in Paradiso.

La ripresa
Riallacciai i contatti con le varie palestre, per riprendere i corsi di attività motoria che tenevo prima della naia; si trattava in genere di impegni pomeridiani e serali, tanto che le mattine potevo studiare. Riprendere i libri dell’Isef si rivelò dura, sia perché non studiavo da anni sia per le ostiche materie tecniche, la cui repulsione mi vedeva obbligato ad imparare a memoria elenchi interi di definizioni teoriche, puramente nozionistiche. Una certa inclinazione alla facilità di esprimermi, acquisita al liceo, mi venne in soccorso in più di un esame: imparando a “raccontarla lunga” guadagnai diversi voti, unendo la parlantina a un po’ di sostanza. Emblematico in proposito l’esame di traumatologia, unica materia scientifica cui giunsi impreparato: il professore lo intuì dopo poche domande, e scrollando il capo prima di mandarmi via borbottò: -“Vediamo un ultimo argomento un po’ diverso dai soliti: ultimamente in montagna si verifica un aumento degli incidenti traumatici, lei sa argomentare qualcosa in proposito?… ”-. Parlai per un buon quarto d’ora, fingendo di non appartenere al soccorso alpino, spacciando le mie cognizioni per semplice informazione generale… e presi 30, con una fortuna sfacciata.

La ripresa in roccia avvenne gradualmente e con metodo accorto: conoscendo le prese di ciascuna via ad Erto o Igne, ripetevo più volte gli itinerari dove la mano sinistra rimaneva stesa o semiarcuata, flettendo il meno possibile il dito medio, anche negli allenamenti al travo. In tal modo mantenevo un discreto livello di forza, senza aumentare l’infiammazione, favorendo il processo di guarigione. Per quanto alienante fosse la ripetizione dei medesimi tiri, quel sistema si rendeva necessario a uscire dalla tendinite senza perdere troppo il livello. Chiaramente questo concentrarmi continuo e specifico nella mia situazione soggettiva contrastava con le esigenze di Ornella, che di Erto e Igne nutriva una nausea manifesta e sacrosanta. Fortunatamente il problema al dito mi passò in sei mesi, e qualche rara volta mi recai a Piacenza. Ornella mi accompagnò a scalare al Colle della Maddalena, sopra Brescia: luogo ameno e allora poco frequentato; questa falesia pensile domina la pianura e si distingue per un calcare grigio chiaro, quasi bianco, che necessita di uso preciso dei piedi in appoggio, buone dita ed equilibrio. Oppure, poche volte peraltro, raggiungemmo Finale Ligure, altro luogo storico dell’arrampicata italiana: quei tratti di roccia immersi nella macchia mediterranea profumano di mare; i sentieri tortuosi, a volte impervi, per quanto vicini al centro medioevale di Finalborgo, sembrano condurre fuori dal mondo civile, in luoghi sperduti dove orientarsi è spesso impegnativo, e quando meno te lo aspetti compare la distesa azzurra del mare.

Poter frequentare quegli ambienti a quel tempo, in cui non si concentravano ancora le masse di tedeschi e italiani, ci permise di gustarli appieno, trovandoci spesso noi due soli. A turbare quei momenti, persistente e noiosa come una goccia, c’era soltanto la tendinite di Ornella, acuita dai buchetti tipici della roccia finalese, che non perdona chi ha problemi alle dita; quando la vidi piangere per il male, ne soffrii anch’io, sentendomi in colpa per la mia passione di scalare, travolgente e univoca. Percepivo che lei si stava sacrificando per me, e soprattutto mi tormentava la differenza sostanziale di motivazione per l’arrampicata fra noi due, che cresceva pericolosamente e ci stava allontanando.

Trascorremmo una vacanza estiva a Paklenica, in Croazia presso Zara, altro luogo storico e tipico per chi vuol godere di roccia e mare. Accampati nel camping sulla riva, a un passo dalla valle dell’Anika Cuc, parete immersa nel selvaggio parco naturale, conoscemmo due famiglie di climbers vicentini. Nacque subito simpatia, tanto che si trascorrevano le giornate insieme, chi al mare e chi a scalare. La tipologia del calcare di Paklenica è particolare: si caratterizza per la roccia ruvida, scavata verticalmente da rigole lanceolate molto taglienti. In quell’agosto rovente provavo accanitamente il Maratoneta, via di 8b+ di Manolo, massacrandomi la pelle delle dita; mi facevano sicura diverse persone, in maniera da non pesare, come al solito, sulla sola Ornella… La via non mi riuscì, cadevo nel tratto finale; per cambiare, affrontai con la compagna una via lunga sconosciuta, senza relazione, a sinistra della Klin, sull’Anika Cuc, parete di circa 300 metri. A un certo punto raggiungemmo un traverso liscio, con chiodi a pressione arrugginiti; passai in libera e a vista, difficoltà circa 7b, e più in alto l’esposizione aumentava nello strapiombo finale; scoprii che in quegli ultimi 3 tiri erano attrezzate solo le soste, con scarsi e lontani chiodi intermedi. Terminammo la via con grande impegno e spavento, sprovvisti di chiodi e martello. Svariate ore dopo, in cima Ornella sbottò: “Son salita solo per te, sappilo.”…

Sogni di gloria
Per timore riverenziale non avevo mai provato Sogni di Gloria, la via liberata nell’’87 da Gerard Horagger. Questa linea sale dove la volta strapiombante della falesia di Erto si fa più aggettante, e la pendenza è tale da imporre, oltre che bloccaggi e lanci su appigli piccoli e distanti, anche un uso dei piedi complicato e preciso su appoggi sfuggenti. A tentare mi convinse Pietro Dal Pra, giovane amico originario di Vicenza, “ragazzo dello zoo di Erto” per adozione. Forse per le vie di forza realizzate a Igne, o forse per gli allenamenti al travo, di fatto dopo un mese Sogni mi riusciva con un solo volo: cadevo non appena effettuato un moschettonaggio molto impegnativo e precario; se mi fosse capitato di cadere con la corda in mano prima di farla entrare nel moschettone, facilmente sarei andato a sbattere sulla pietre alla base della via, ma questo non avvenne mai, per fortuna. Logicamente in quel punto dovevano assicurarmi in maniera millimetrica: corda non troppo “corta”, tale da consentirmi la veloce manovra di moschettonare, né troppo lunga, col rischio che arrivassi a terra… Spesso mi teneva Ornella, che per quanto esausta delle giornate trascorse in quel luogo, si dimostrava disponibile ed esperta nell’assicurarmi. Superavo abbastanza agevolmente i tre violenti bloccaggi del tratto iniziale, seguivano dei movimenti molto aleatori dei piedi su appoggi piccoli, spioventi, e raggiungevo il tratto “chiave”: questo spittaggio (inserimento della corda nel moschettone), dove cadevo sempre al movimento successivo, cercando di prendere un buco piuttosto svaso. Partendo appeso in resting da quel fatidico punto giungevo in continuità alla catena, avendo perfezionato l’uscita dallo strapiombo con un incastro di piede sinistro: Gerard era caduto per sei mesi di tentativi proprio in questa uscita, e non appena trovò la nuova metodica col piede incastrato riuscì a liberare la via.

In breve mi ritrovai nel classico tunnel psicofisico di quando ti manca un niente per riuscire in un tiro duro, ma per quel niente continui a cadere; si tratta di non smarrirsi nella demotivazione, nella noia del provare e riprovare senza successo i soliti movimenti. La difficoltà 8b+ o 8c rappresentava un record per quei tempi, a livello italiano. Mi ero riprodotto il movimento dove cadevo sul travo di casa: lo ripetevo più volte con sovraccarico, cercando di mettermi nella medesima posizione. A furia di tentativi cominciò a infiammarsi l’anulare destro, vittima del passaggio iniziale della via, dove arcuavo troppo le dita; quando il dolore divenne preoccupante, ne approfittai per fermarmi e scrivere la tesi finale dell’Isef, visto che avevo terminato gli esami.

“ I valori educativi dell’arrampicata sportiva. Proposte metodologiche e didattiche”, questo il titolo. Proporre questo nuovo sport nel contesto scolastico costituiva una novità, anche se la mia tesi sull’arrampicata non fu la prima, negli istituti italiani di educazione fisica. Seduto alla scrivania, cominciai col descrivere il nostro gioco, esponendo di che cosa si trattasse; non considerai affatto scontato che i miei professori conoscessero l’arrampicata sportiva, e partendo dalle calende greche dell’alpinismo ne spiegai l’origine, le differenze, i materiali, i luoghi, le competizioni e le regole.

Più avanti sviluppai gli argomenti centrali, chiarendo perché il nostro sport, proposto in maniera adeguata e rispettosa delle fasi fisiologiche della crescita di ragazzi e giovani, può rappresentare un utile mezzo, al pari delle altre attività sportive psicomotorie, ai fini del corretto sviluppo della personalità dell’allievo: curando sempre l’aspetto della sicurezza, “conditio sine qua non”, il metodo globale e ludico, impostato in varie serie di giochi di arrampicata veri e propri, aiuta i ragazzi delle elementari a migliorare l’equilibrio, lo schema corporeo, la destrezza, oltre l’altro aspetto importante della socializzazione. Usando i classici attrezzi di palestra come le spalliere, il quadro svedese, funi e pertiche, nei pomeriggi sportivi con gli allievi dai sei ai dieci anni avevo messo in pratica quanto esposto nella tesi. Per descrivere questo sport nelle età delle scuole medie e superiori, applicai quanto da anni proponevamo a quei giovani che scalavano con noi più “vecchi”, dai neofiti agli atleti più esperti. Conclusi quanto scritto affermando che l’arrampicata, tra le attività sportive individuali, può considerarsi un ottimo strumento utile allo sviluppo delle capacità condizionali di forza e resistenza, ma ancor più delle capacità coordinative di equilibrio, tecnica e destrezza; in particolare precisai che la disciplina a vista (on sight), regina dell’arrampicata sportiva, pone l’allievo in continue e mutevoli condizioni tali da dover improvvisare ed attuare uno schema di salita creativo, direttamente collegato all’incremento della destrezza individuale.

Mi presentai a Padova con la tesi rilegata in una nuova copertina rossa fiammante, e con tante diapositive di scalate spettacolari, esposi in sintesi gli argomenti. Uscii con un bel 110 e lode, credo sia per la novità dei contenuti, sia per la media già alta dei voti ottenuti nei precedenti esami. Era presente la mia famiglia con Ornella, che però non partecipo’ alla festa, piuttosto vivace, di quella sera.

Ripresi subito a scalare nella primavera di quel 1990; invece che rituffarmi a capo fitto su Sogni di Gloria, cercai di mettere in pratica quanto avevo scritto sulla tesi stessa, esaltando l’importanza di variare, ricercando sempre nuovi stimoli nella gestione della propria scalata. Nella nuova palestra di Podenzoi liberai un muro dai movimenti tecnici severi per le dita e per l’uso dei piedi: la via Demian (8b) inaugurò questa falesia, che grazie principalmente al lavoro di Gigi Dal Pozzo divenne poi un vero e proprio gioiello, fra i luoghi di arrampicata bellunesi.

Un giorno di quell’estate, a Igne, litigai con Ornella per un nonnulla, come succedeva spesso; mi disse “Sta volta è l’ultima, ora basta”, e se ne andò. Pensai a un momento di crisi passeggero, senza importanza. La stagione estiva mi lasciava libero da corsi e supplenze; covavo tra l’altro un senso di disagio, a 27 anni, nel continuare a svolgere lavori temporanei e precari: sentivo impellente l’esigenza di una collocazione più seria, definita, che potesse garantirmi aspettative sicure. Ma senza prospettive di impieghi permanenti e in piena bolletta, colsi l’occasione per lavorare a Torino come scaffolder, montatore di palchi per i concerti: gli organizzatori di questi eventi cercavano personale che potesse lavorare a 30, 40 metri d’altezza. In un mese torrido, al nuovo stadio Delle Alpi, con speleologi e scalatori di mezza Italia montammo le torri per i palchi di Madonna, Prince e i Rolling Stones. Pur con momenti di pausa, si lavorava per una media di 12 ore al giorno; dimenticai in breve la litigata con la morosa, lo stato di forma per Sogni di Gloria e le altre salite. Dei Rolling Stones non vidi nemmeno lo spettacolo, infortunandomi proprio l’ultimo giorno di lavoro con il classico colpo della strega: rimasi piegato sotto un pesante pannello in legno, con la schiena bloccata. Dopo un’iniezione di Muscoril, mi caricarono sul primo treno per Belluno. Rimasi a letto per quasi una settimana; in quei giorni ricevetti una lettera anonima, in cui venni informato che Ornella da qualche tempo stava con un’altra persona, di cui era molto innamorata. Corsi a trovarla, per chiederle spiegazioni… “Ti avevo chiesto di sposarmi, ma tu eri troppo preso da Sogni di Gloria: ogni lasciata è persa!”…

Grave zoppia
Dimesso dal centro di Lamon, mi muovo con le stampelle. Il morale è decisamente positivo, perché il ricordo dell’immobilità in carrozzina è fresco, risale alle tre settimane precedenti. Finalmente ottengo dall’ortopedia di Belluno l’autorizzazione a caricare completamente anche il piede sinistro. L’equipe di Lamon decide di seguirmi a Feltre, dove mi reco ogni giorno per altre tre settimane di fisioterapia. La sera riduco il dosaggio del farmaco oppiaceo, l’oxicodone, fino a eliminarlo del tutto. Il dolore notturno all’arto operato si è notevolmente ridotto; riuscire a prender sonno senza il farmaco assunto per due mesi e mezzo è un successo, un chiaro segnale di miglioramento. Su indicazioni precise dei fisiatri, mi confezionano due plantari su misure ottenute con tanto di calco; li devo portare su tutte le scarpe utilizzate, comprese le ciabatte a casa.

Senza gravare sui piedi, decido di cominciare a tonificare anche il distretto muscolare superiore: gli addominali steso sulla panca riescono con un po’ di fatica, ma non appena mi sospendo al travo con le braccia e pretendo di richiamare le ginocchia flesse al mento, devo desistere: non ci riesco, non ne ho più la forza. Devo ricominciare da capo, ponendo come obiettivi gli esercizi che, prima dell’incidente, praticavo come riscaldamento; lo stesso criterio vale anche per la muscolatura dorsale, pettorale e per le braccia. Decido di aumentare le sedute più volte la settimana con carichi molto blandi, gradualmente crescenti. Seguo il medesimo iter anche per le sospensioni sulle dita al travo, dove riparto da zero, come utilizzassi quell’attrezzo per la prima volta. Mi rifiuto di pensare ai parametri di un tempo, fingendo di dimenticarli.

Nel proseguire con la fisioterapia a Feltre, mi accorgo che una nuova tumefazione si sta formando sotto il tallone sinistro, proprio nella zona plantare che porta il carico corporeo. Mi sottopongo a un’ecografia, che nulla evidenzia nel confronto con l’altro piede. I medici suggeriscono di ignorare il problema, camminandoci sopra: a loro parere il gonfiore si risolverà col tempo, ma il caricare mi procura dolore, e naturalmente zoppico.

Trascorsi 4 mesi esatti dal giorno dell’incidente, chiamo Marcello Luciani per recarci insieme in una struttura artificiale di arrampicata. Scelgo Marcello, amico poliziotto conosciuto a Moena 23 anni fa, per la sua pazienza comprensiva e conoscenza di cosa sia la passione per scalare.

Decidiamo di andare a Silea, nella stessa struttura dove lavoravo come istruttore prima di farmi male. L’impatto nel calzare le scarpette è disarmante: ho la sensazione di inserire due wurstel insensibili in un involucro strettissimo. Marcello mi presta le sue scarpe molto usate, numero 40 e mezzo allargato, poiché le mie 38 posso tranquillamente venderle o regalarle… Salgo il primo 5 a (quinto grado), con la corda dall’alto. Un pensiero fisso mi perseguita: “sta volta smetto di arrampicare, sta volta è finita veramente”, ma lo tengo per me e salgo, fingendo di provare per la prima volta un paio di scarpe nuove strettissime e dolorose, due zoccoli. Tengo duro e salgo, cercando di scacciare le pessime sensazioni che mi pervadono, che non mi fanno per nulla divertire. Giunto in catena mi faccio calare in silenzio, senza commentare, senza scenate. Marcello si complimenta con me, facendomi intendere che nulla di più, nulla di meglio potevo aspettarmi. “Piano piano, Neri, con calma.!… Nessuno ti corre dietro!… ”. Resisto per 7 tiri e mezzo, compreso un 6 a+ strapiombante in cui mi impegno al massimo per non appendermi alla corda. Il test è completato, ne so abbastanza: sono zoppo, ma senza questo gnocco sotto il piede camminerò meglio. Posso tornare a scalare, ma dovrò sputare sangue per tornare a livelli decenti.

Nervi a posto
Il mondo dei climbers è piccolo, e la gente mormora… In men che non si dica, in quella tarda estate del 1990 tutti vennero a conoscenza della novità, ovvero della fine della storia con Ornella. Serbo gratitudine agli arrampicatori, che capirono il mio stato d’animo e mi lasciarono in pace, oltre a offrirmi segnali di conforto. Gigi insistette perché lo seguissi in montagna, su una via nuova; in giornata attaccammo una placconata in Marmarole, nei pressi del bivacco Voltolina che raggiungemmo con la solita galoppata mozzafiato; eravamo in cinque, con i coniugi Maurizio e Monica Venzo, oltre a Paolo Randon, questi tre originari della zona veneziana: a un certo punto, sul sentiero che indicava 3 ore e mezzo “tabella CAI”, qualcuno tentò di impietosire Gigi, implorando un passo di avvicinamento meno forsennato: “… perché sai… se poi la via è dura, possiamo arrivare al bivacco un po’ più freschi… ”, niente da fare, raggiungemmo il Voltolina in circa un’ora e mezzo.

La linea individuata dal nostro capo cordata sulla cima Bastioni seguiva una placca grigia e compatta, che nelle prime lunghezze di corda non presentò difficoltà particolari. Verso metà della salita, dopo un tiro piuttosto impegnativo, indicativo della maggior verticalità della parete, sostammo sotto un’evidente lavagna all’inizio leggermente appoggiata, poi via via sempre più dritta, fino a strapiombare leggermente; “… e qui son cazzi acidi… ”, commentò Randon. Infatti non ci spaventava tanto l’inerpicarsi della placca, quanto più il tratto appoggiato all’altezza della sosta, pericoloso in caso di volo del primo di cordata. Gigi superò rapidamente il costolone rotondeggiante in direzione obliqua, verso sinistra dalla sosta, piazzò una protezione alla base di quel muro liscio e cominciò a osservare con calma quel che lo sovrastava. Saliva leggermente in equilibrio per tre o quattro metri, si sporgeva dal punto più alto cercando con attenzione le prese successive, ma tornava indietro scrollando il capo… “duro… c’è un pezzo lungo e duro dove non entra niente..”. Inutile avvertirlo che, in caso di caduta, avrebbe sbattuto inevitabilmente sulla parete appoggiata sotto di lui: se ne rendeva conto meglio di me, che lo assicuravo. Il tempo passava, seguivo il suo continuo andirivieni erogando corda e recuperando mentre scendeva: e tutte le volte tiravo un sospiro di sollievo. D’un tratto risalì come al solito i metri ormai conosciuti… “.. adès òcio!..”… e cominciò a progredire oltre, all’inizio con movimenti lenti e calibrati: a un certo punto tutti capimmo che non poteva più tornare indietro, trattenni il fiato vedendolo lanciare e ondeggiare più di una volta, con secondi che parevano eterni, finché sfuggì, prima a lui e poi a noi, un urlo liberatorio… Ce l’aveva fatta!… era in piedi sulla cengia sopra di noi, e saltava come un grillo… Nel salire da secondi quel tiro, tutti concordammo che si trattava di 7 a obbligatorio come minimo, ossia di 10-12 metri di ottavo grado senza possibilità di proteggersi, e caduta fortemente sconsigliata. Confermandosi il solito fantasista ironico di prim’ordine, in cima Gigi decise di nominare quella via “Nervi a posto”.

Decisamente rinfrancato da quell’uscita in montagna, tornai agli altri progetti in falesia con l’animo alleggerito; sentivo sempre il peso di Sogni di Gloria da chiudere, ma vivevo quel “pelo” che mi mancava con maggiore serenità: calcolavo come sempre temperatura, umidità e condizioni di forma personali; compivo quei due, massimo tre tentativi per ciascuna uscita ad Erto, ma non mi lasciavo abbattere dalla frustrazione dell’insuccesso. La profonda solitudine in cui mi ritrovavo superava qualsiasi altro sentimento: mi imponevo categoricamente di reagire con dignità, serbando nel più profondo lo stato d’animo di uomo ferito, lasciato. “Nervi a posto”, mi ripetevo; la vita va avanti, avanti tutta su Sogni di Gloria e su tutto il resto. Altro imperativo categorico che mi imponevo era di lasciare in pace Ornella, rispettare in pieno la sua decisione e lasciarle la sua libertà sacrosanta.

Deciso a darmi da fare, accettai di buon grado una proposta di lavoro di Tono Cassin, figlio del grande alpinista Riccardo, titolare della omonima ditta di Lecco che allora mi sponsorizzava, fornendomi corda, imbrago e moschettoni. Dovevo curare i testi scritti del nuovo catalogo dei prodotti “Cassin”, trascorrendo alcuni giorni in ditta a Valmadrera.

L’appuntamento con Tono era nella mattinata del 18 settembre ’90; la sera precedente, a Erto con Pierin Dal Pra, mi accinsi a partire per l’ennesimo tentativo su Sogni… “Se non altro per recuperare i rinvii, ché domani devo partire per Lecco… ”. Iniziai a scalare mentalmente scarico, senza pressione: per la prima volta, dopo tredici mesi dal primo tentativo, mi trovai a moschettonare il famoso rinvio senza cadere più in alto, nei movimenti dopo il tratto chiave; nei due lanci successivi centrai le prese sfiorandone prima il bordo, vibrando al limite del volo. Sospeso al bucone finale, sotto l’uscita, restai senza fiato, in piena apnea e privo di forza per respirare; mi sentivo come al traguardo delle gare di sci, in preda ai conati per lo sforzo e la tensione… “calma Neri, ché non è finita: c’è ancora l’uscita, calma e nervi a posto”… dopo una manciata di secondi ricominciai a respirare profondamente, scambiando le mani sul bucone per riprendermi, lasciando a penzoloni ora un braccio, ora l’altro. Non mi sfiorò il pensiero che Gerard era caduto per sei mesi al passaggio successivo: sentivo la situazione sotto controllo, dovevo solo riposarmi, riprendere le forze e scattare via da lì al momento giusto. Pietro teneva la corda fissandomi attento, in silenzio tombale. Partii dal buco come una molla, incastrai il piede sinistro e strinsi le prese finali con una grinta mai posseduta… Era il 17 settembre 1990, ore 18 e 30 circa; raggiunta la catena Pierin mi calò, e scoppiai a piangere per diversi minuti.

Giacca e cravatta
Pienamente consapevole che la gloria dell’8c non mi dava da vivere, alle 4 della mattina partii per Valmadrera col mio Fiorino a gas. Tono Cassin si dimostrò persona squisita, non solo come datore di lavoro: un paio di sere mi accompagnò a scalare nelle falesie del lecchese. Al Nibbio, luogo incantevole immerso nel verde con vie impegnative e severe, mi riuscì la mitica Slavation (8 a+) in due soli tentativi, segno della piena forma in cui mi trovavo. Anche il tipo di lavoro mi affascinava, impegnandomi in un ambito “familiare”, a contatto di prodotti e persone legati all’arrampicata e alla montagna. Terminati in una decina di giorni i testi per il nuovo catalogo, Tono mi propose un’incarico davvero allettante e sbalorditivo: dopo un opportuno corso di marketing a Milano, mi avrebbe offerto il posto di coordinatore dei rappresentanti, con sede lavorativa a Lecco. Mi lasciò diversi giorni per decidere: inizialmente molto combattuto, lo ringraziai di cuore ma rifiutai. Non me la sentivo di lasciare la mia zona, i miei genitori innanzi tutto, coi quali vivevo ancora.

Partecipai ai due concorsi per abilitarmi all’educazione fisica nelle scuole medie e superiori, ma non intravedendo un futuro posto di ruolo nemmeno col binocolo, cercai lavoro anche in altri ambiti.

L’amico del CAI di Belluno Alberto Gris, laureato in farmacia, impiegato come informatore scientifico del farmaco in ditta Menarini, mi segnalò le diverse aziende che allora cercavano personale in zona bellunese e limitrofa. Mi parlò a lungo del tipo di lavoro da informatore, spiegandomi dettagliatamente le varie modalità. In breve compresi che stavo per compiere un salto in un mondo completamente nuovo; dopo alcuni colloqui, la ditta Ellem mi assunse e mi trovai a Milano, a partecipare al corso iniziale di un mese, con tanto di giacca e cravatta. Sulle prime, guardandomi allo specchio, mi assalì un po’ di disorientamento, abituato a vestire jeans e maglietta; ma in quel cambiamento mi coglieva in positivo l’aspettativa di un lavoro completamente nuovo, che in quel mese stavo preparando, studiando assiduamente materie mai affrontate, come la farmacologia. I precedenti studi all’Isef di anatomia e in particolare fisiologia mi aiutarono a comprendere i nuovi argomenti inerenti i prodotti farmaceutici. La sera correvo nel piccolo parco vicino all’albergo e alla sede aziendale, smaltendo lo stress delle tante ore in aula. Terminato il mese di corso, cominciò il lavoro vero e proprio sul territorio bellunese; il primo “giro” degli ambulatori medici si rivelò molto impegnativo in tutti i sensi, dal reperirli nei vari paesi, al far quadrare orari e modalità di ricevimento degli informatori. Alberto mi aiutò moltissimo, indicandomi dove trovare i diversi studi, a che ora e in quali giorni; in pratica mi istruì sui vari itinerari, su come visitare più medici giorno dopo giorno. Bastò un paio di giri per convincermi che si trattava di un lavoro molto vario e complesso, dove la quantità svolta, intesa come mole di medici contattati, doveva giocoforza accompagnarsi alla qualità: in ogni singola intervista l’informatore lascia sempre un segno, un’impressione al proprio interlocutore. Da quando mettiamo piede nel primo ambulatorio, noi informatori comunichiamo: il nostro è un relazionarsi continuo, anche quando si sta zitti in ascolto, coi medici innanzi tutto, ma anche con pazienti, segretarie, infermiere e capo sala.

In quell’autunno ’91, quando iniziai, non immaginavo di svolgere quella professione per più di 18 anni… Come tutti gli impieghi, anche questo si compone di rose e spine: aspetti positivi dove possiamo ritenerci privilegiati, e dall’altro verso qualche pesante rospo da ingoiare. Credo in pochi altri lavori si possa godere di 5 settimane di ferie annuali, spese di carburante e pranzi feriali completamente rimborsati, oltre l’auto aziendale. Dall’altra parte, per poter sopravvivere in questa professione è bene ottenere risultati di vendita positivi, mantenere infinita pazienza nelle sale d’attesa, ottemperare alle cadenze burocratiche e indicazioni aziendali varie; e non ultimo aspetto per importanza, si tratta sempre di un lavoro creativo, da affrontare con preparazione ed entusiasmo, poiché nessun minuto di alcuna intervista è mai uguale a un altro.

Chi mi conosceva da prima, restava allibito nell’incontrarmi vestito in cravatta, ma ben presto si abituarono un po’ tutti. Nel ’94 il Ministero della Sanità istituì la diversificazione dei farmaci in fasce, e molti prodotti, dapprima rimborsati, divennero a carico dei pazienti; tante aziende ridussero pesantemente il personale, e molti informatori in Italia rimasero a casa. Negli anni successivi ripresero le assunzioni, giungendo intorno al 2000 al formarsi di più linee di vendita per le varie aziende: molti di noi si ritrovarono a visitare gli stessi ambulatori in più dipendenti della stessa casa, con prodotti affini o esattamente uguali. I medici istituirono così maggiori limiti alle nostre visite, giornalieri o mensili, molti cominciando a riceverci per appuntamento. Questi cambiamenti resero molto più difficoltosa l’organizzazione del nostro lavoro nell’ultimo decennio, caratterizzato dalle fusioni o compravendite dei vari colossi mondiali; in soli 3 anni, la multinazionale per cui lavoravo fino a marzo 2010 ha collocato in mobilità oltre 300 persone. In definitiva, anch’io mi ritrovo al momento senza occupazione permanente: spero in una ripresa delle assunzioni nel settore, pur non disdegnando l’eventualità di un posto di ruolo a scuola in educazione fisica.

In genere i sabati e le domeniche di quasi un ventennio da informatore, oltre tutte le altre feste e ferie, mi dedicavo liberamente a scalare. Nei primi anni la forma non calò, anzi incrementò grazie alla sicurezza di una professione fissa, unita agli allenamenti e all’assidua frequentazione delle falesie di casa nei fine settimana. Durante le ferie estive potevo permettermi viaggi di arrampicata, in luoghi come Ceuse, in Francia. Questo massiccio si presenta come un atollo rotondeggiante lungo diversi chilometri, alla quota di quasi 2000 metri, sopra un pendio di vegetazione boschiva; non esagera chi lo definisce come la più bella falesia d’Europa. I settori sono molteplici, come pure le pendenze, che vanno da muri verticali con protezioni spesso distanti, a pance strapiombanti di varie dimensioni; i colori della roccia, sanissima e intarsiata di buchi, si alternano dal grigio chiaro nei tratti verticali, al giallo e arancione dove è strapiombante, con questi bombè che si infiammano al tramonto. Da lassù lo sguardo si perde verso le sterminate distese di campi dell’Alta Savoia. Con Gigi, quell’estate ci concedemmo una vacanza da signori: alloggiavamo in pensione a Sigojer, il paesino più vicino al massiccio roccioso; solo noi ci eravamo concessi il lusso di quel piccolo albergo a mezza pensione, mentre il resto dei climbers si trovava in campeggio. Con la quotidiana scarpinata mattutina per raggiungere la falesia, da 40 minuti a un’ora a seconda dei settori, anche a camminatori incalliti come noi, tornava comodo trovare colazione e cena pronta, anziché destreggiarci con pentole e fornello in campeggio, all’aperto col rischio di acquazzoni. L’avvicinamento a piedi in mezzo al bosco, abituati alle Dolomiti, si rivelò un piacere; salivamo il mattino, in modo da poter gustare qualche tiro all’ombra nel settore Cascade; più tardi usciva il sole cocente, che arroventava la roccia rendendola inscalabile. Attendavamo pazientemente l’arrivo dell’ombra in altri settori, come la splendida zona denominata Berlin, esposta al sole fino alle 15 e 30 circa. Da quell’ora continuavamo ad arrampicare fino a sera, scendendo a Sigojer per ora di cena. Si scalava principalmente a vista, ossia provando sempre vie per noi nuove; in ambienti del genere, credo che un primo approccio a vista sia quasi doveroso, considerata la qualità di quelle salite. Alla Cascade mi riuscirono on sight (in inglese “a vista”) le vie Vagabond e Mirage, difficoltà 7c e 7c+. Al di là della performance, mi riempì di soddisfazione il solo fatto di salire vie così superbe; in particolare mi impressionò Mirage, che presenta un tratto finale di notevole impegno psicologico, data la distanza fra l’ultimo spit e la catena.

Al mestièr de le zirèle                                                      Il mestiere dei farmaci
Tirà ligante, bel nét e incravatà,                                    Vestito elegante, pulito e incravattato,

gire tuti i dì diversi ambulatori;                                       visito tutti i giorni molti ambulatori;

me ciàpe le insolenze de mèda socetà                           mi becco le insolenze di mezza società   

a dialogàr de le zirèle coi dotori.                                    a dialogare di farmaci con i medici.

Ghe passe avanti, con bel borsòn in màn,                     Passo avanti con un bel borsone in mano

a tremila vece radegòse e inzavariàde,                        a tremila vecchie brontolone e agitate,

che dal dotòr le vede sto gardàn                                  che dal medico vedono questo bifolco

saltàr al turno e farle star sentàde.                               saltare il turno e farle rimanere sedute.

Spetàr l’è brut par quei che no sta bèn,                         Attendere è brutto per chi non sta bene,

e noi co’le zirèle se ha sempre gran premura,           e noi con le pastiglie abbiam sempre gran fretta

usàdi a còrer col nostro borsòn pièn,                          abituati a correre con la nostra borsa piena,

par vèder i dotori e parlàrghe de la cura.                      per vedere i medici parlar loro di terapia.

Insòma l’è na guèra fra noi e sti malàdi                       Insomma è una guerra fra noi e sti pazienti

che no’i capìss, ciapàdi dal fracòr,                             che non capiscono, presi da preoccupazione,

no’i vòl assàrne ‘l tèmp, spetàr sentàdi                       non ci lasciano il tempo, aspettando seduti,

de rajonàr de le zirèle col dotòr.                                     di ragionare di farmaci col medico.

Fìn qua benòn, no l’è sti gràn afàni,                             Fin qui bene, non vi sono sti gran affanni,

al pèdo lo combina le vecète                                         il peggio lo combinano le vecchiette

che invèze de lamentàr malàni,                                        che invece di lamentare malanni,

le tràta ‘l so dotòr compagno al prete:                           trattano il proprio medico come il prete:

zèrte confessiòn l’è scuse par lagnàrse,                         certe confessioni sono scuse per lagnarsi,

no conta la pressiòn, la gòta o ‘l rafredòr,                  non conta la pressione, la gotta o il raffreddore,

l’è solo ciàcole, bisogno de sfogàrse,                            sono solo chiacchiere, bisogno di sfogarsi,

rifilàr domila fìsime al dotòr,                                         rifilare duemila fisime al dottore,

che zèrte òlte, anca lù da pore can,                                   che certe volte, anch’egli povero cane,

ghe salta al mat, ghe vièn da sofegàrle,                          perde la pazienza, gli viene da soffocarle,

– pièn de passiènza e ‘l còr da bon cristiàn –                pieno di pazienza e col cuore da buon cristiano

passà ‘l livèl al stènta a soportàrle.                                  passato il limite stenta a sopportarle.

Co’riva un de noialtri, col sò borsòn in màn,           Quando giunge uno di noi, con la borsa in mano

se sfòga anca ‘l dotòr, al se fuma na cichéta,             si sfoga anche il medico, si fuma una sigaretta,

al manda in mona le vèce coi so afàn                          manda al diavolo le vecchie coi loro affanni

e’l te domanda na sporca barzelèta:                               e ti chiede una sporca barzelletta:

la borsa e le zirèle le resta ‘te ‘n cantòn,                      la borsa con i farmaci rimane in un angolo,

fora i malàdi i pensa a strangolàrte,                               fuori i pazienti pensano a strangolarti,

te cònta barzelète e te parla de balòn,                               racconti barzellette e parli di calcio,

de cure e medesìne, quel dì, no i vòl scoltàrte.            di cure e medicine, quel dì, non ti ascoltano.

Il tetto di casa
Disponendo di un gruzzolo di risparmi consistente, nel ’93 decisi di ricostruire il tetto della vecchia casa di campagna; questo antico abitato colonico, dal lungo terrazzo in legno, come le travature a vista dei soffitti, era rimasto in eredità a mia madre, ed era diventata la nostra casa estiva, priva di riscaldamento. I miei avevano lavorato a lungo per renderla abitabile nella stagione calda, grattando faticosamente a mano travi e tavole, e costruendo un piccolo bagno al piano terra. Mia madre teneva questa casa come un gioiello: spazzolava il vecchio piol (lungo poggiolo) con olio di gomito, curando gerani e ortensie, oltre l’orto posto sul retro.

La ristrutturazione del tetto era il minimo che potessi realizzare per la famiglia, che fino a trent’anni mi aveva lasciato libero di gareggiare sugli sci e arrampicare dove e quando volessi. L’arrivo dell’impresa addetta ai lavori, con tanto di progetto di due porzioni abitative, segnò un momento particolare, indimenticabile: in breve mi resi conto che la ristrutturazione di una casa antica, per quanti carpentieri e muratori vi operino, diviene un secondo lavoro per chi la commissiona. Ero continuamente occupato a ordinare materiali, scaricare camion, correre qua e là perché mancava sempre qualcosa, al punto da sacrificare svariate ore settimanali al mio vero ed unico lavoro. Quell’estate l’arrampicata subì un considerevole ridimensionamento, divenendo passatempo nei rari ritagli che mi rimanevano. Mi consolavo pensando si trattasse di un momento passeggero, sicuro di recuperare a lavori terminati. Inoltre vivevo immerso nella soddisfazione di osservare quella casa a poco a poco rinnovata, e desideravo condividere questa piacevole sensazione coi miei.

Mio padre non poteva aiutarmi nei nuovi lavori, afflitto da un acuto dolore a una spalla che perdurava da mesi. Dato l’insuccesso di qualsiasi terapia antalgica, con i miei zii mi rivolsi all’amico primario geriatra Paolo Dalla Vestra, medico di notevole competenza ed esperienza internistica, che richiese subito una scintigrafia ossea: l’esito di quell’esame, con la relativa immagine dello scheletro del papà tempestato ovunque di macchie, dimostrò che la sua situazione era disastrosa, incurabile. Altri medici mi spiegarono che non valeva nemmeno la pena di indagare da dove fosse originato quel tumore, dato lo stadio terminale di diffusione; rimaneva solamente la terapia palliativa. Toccò per forza a me informare mia sorella e mia madre; iniziarono turni di tutti i familiari per assisterlo in ospedale giorno e notte. A 61 anni, pensionato da poco, non affrontò con nessuno di noi, direttamente, l’argomento della sua diagnosi: parlavano chiaramente i suoi dolci occhi pieni di dolore. In certi momenti nemmeno la morfina bastava a lenire i sintomi, per quanto lo rendesse spesso incosciente. Imparai a trattenere le lacrime in sua presenza: la dignità composta, coraggiosa con cui affrontava la fine ci imponeva il controllo, trattenendo ogni espressione di disperazione, esattamente come egli stesso teneva dentro ogni atteggiamento drammatico. Quando mi capitava di assisterlo la notte, il giorno dopo mi aggiravo come un automa per i reparti degli ospedali che mi competevano per lavoro. Il 5 ottobre di quel ’93 mio padre morì con mia madre presente. Se ne andò troppo presto e male, senza lasciarmi nemmeno il tempo di fargli scorgere il tetto nuovo. Era poeta dialettale; ci restano le sue poesie, molte delle quali conosco

a memoria. La critica sostiene siano splendide, io da figlio non posso pronunciarmi… proprio come il papà andava fiero, sotto sotto, delle mie scalate: una vena di orgoglio intimo, che non lasciava facilmente trapelare. Il coro Minimo Bellunese, che il poeta per anni aveva presentato in serate di canti di montagna e poesie, si riunì a cantare al funerale, nel Duomo di Belluno, ricordando la sua passione per i monti, che mi aveva donato; “Montagne addio, addio vallate… vi lascio il cuòr, vi lascio la mia vita, montagne addio, non vi scorderò… ”: quella canzone del maestro Bregani mi fa ancora rabbrividire, dopo 18 anni.

L’ort dei me veci
I mèi cenéa ‘n ort che l’era ‘n giardìn,                     I miei tenevano un orto che era un giardino,

cressèa i pomidori, fiorìa ‘l rosmarìn.                      crescevano i pomodori, fioriva il rosmarino.

Lòri svanghèa co’fadìga e ledàn,                                Loro vangavano con fatica e letame,

mì sempre a moròse, da bon zarlatàn.                           io sempre a morose, da buon ciarlatano.

A zèna i radici masnée sot i dènt,                                A cena i radicchi macinavo fra i denti,

la panza era piena, galèt e  contènt                                 la pancia era piena, galletto e felice

partìe come ‘n gèvero pièn de morbìn,                              partivo come un leprotto arrapato,

lontàn da quel ort che l’era ‘n giardin,                         lontano da quell’orto che era un giardino

a càza foresta de tose ‘n fià spròte,                                a caccia forestiera di ragazze civettuole,

e intànt i mè veci curèa le carote.                                  mentre i miei vecchi curavano carote.

Adès che la panza l’è sgiònfa de tùt,                               Ora che la pancia è gonfia di tutto,

de l’ort dei mè veci no resta che i bùt;                  dell’orto dei miei vecchi non restan che i lombrichi

de tante morose, svangàde e fadìghe,                              di tante morose, vangate e fatiche,

me vànza fastùc, e ‘n prà pièn de ortìghe.                    mi resta sterpaglia, e un prato pieno di ortiche.

Doriana
Vicina a me in chiesa, oltre tutti i familiari, c’era Doriana, la mia nuova compagna. L’avevo conosciuta a casa dell’amico farmacista Alberto Gris, poiché lavorava come baby sitter dei sui due figli. Mi stette accanto per tutto il periodo di malattia del papà, aiutandomi anche nei lavori in casa, che poi proseguirono oltre il tetto. Pesava 47 chili, gambe affusolate e seno prosperoso: il classico pezzo di figliola che, non appena vidi per la prima volta, definii “impossibile da ambire… figurarsi se una così si mette con me!… ”.

In uno dei nostri primi appuntamenti serali, le tirai un bidone immenso, non presentandomi a casa sua alle 21; mi scusai, rifiutato e incompreso da lei, il giorno dopo; era accaduto che, in tre e troppo tardi il mattino, avevamo attaccato quella che si pensava fosse la Hasse-Brandler alla Grande di Lavaredo. Uno dei tre era pure guida alpina, e tutti sprovvisti di relazione scritta cominciammo spavaldi, lasciandoci il famoso diedro Hasse, inconsapevoli, troppo a sinistra… Dopo nove tiri in libera, mi esplosero gli avambracci, per la progressione tanto dura e intensa. Lasciai davanti Paolo Randon, che completò la salita da capocordata affaticatissimo, recuperando me e il terzo compagno stanchi morti. Negli ultimi tiri ci appendevamo sfiniti a tutti i chiodi presenti, altro che arrampicata libera! Eppure le difficoltà non dovevano superare il 7 a+, grado abbordabile per il nostro livello e stato di forma… si pensò a una giornataccia storta, da dimenticare per tutti e tre. Dopo la cima, iniziammo a scendere col buio, altro che incontrarmi con Doriana alle 21!… (non possedevamo cellulare alcuno). Trovammo alla luce dell’accendino l’ancoraggio dell’ultima corda doppia prima dei ghiaioni, evitando per un pelo di bivaccare. Raggiungemmo il rifugio ben dopo le 22, orario inopportuno per telefonare in casa d’altri, da estraneo. Bastò un’occhiata a una foto della parete, per capire subito che avevamo salito la via Colibrì (dei Sassoni), molto più impegnativa della Hasse… La serata terminò con svariate birre ad Auronzo, fra lo sfinimento e la vergogna di aver toppato così clamorosamente.

L’indomani Doriana non ascoltò scuse: “Non abbiamo più nulla da dirci”, sibilò ancora inviperita, convinta che fossi un superficiale bidonaro. Insistei a spiegarmi con una certa difficoltà, capendo che non sapeva nulla di scalate e pareti.

Eppure Alberto, ancor prima di fidanzarci, si lasciò scappare queste parole con me: “Quella ragazza ti aspetta…: se vai a scalare, ti aspetta”.

Nei nostri primi incontri ci limitavamo a frequentare i locali bellunesi; interessata a una relazione seria, voleva conoscermi con calma, frenando la mia maldestra irruenza. Tuttavia non impiegammo molto tempo per metterci insieme; ci si incontrava praticamente tutte le sere, alternando i vari bar alla casa in corso di ristrutturazione, piuttosto gelida nei mesi invernali. Desideravo vivere con lei, ma il cantiere domestico era ancora in alto mare, fermo alle tracce scavate nei muri a sassi. Doriana lavorava in un bar molto frequentato dai bellunesi; passavo la mattina a salutarla bevendo il caffè, poi mi aspettava la statale del Fadalto per raggiungere gli ospedali delle zone di Treviso e Venezia: entravo in autostrada a Vittorio Veneto Nord, percorrendo migliaia di chilometri al mese senza aria condizionata: d’estate bollivo, tornando piuttosto cotto, la sera, da S. Donà, Chioggia, Dolo o Castelfranco… Eppure sentivamo il bisogno di trascorrere insieme la sera, spesso otre la mezzanotte. Cercai di coordinare l’arrivo dell’idraulico e dell’elettricista; tappai con parecchi secchi di malta i tanti buchi delle tracce, con lei che spesso mi aiutava, anche in lavori di fatica. Dopo caldanisti e falegnami per serramenti e pavimenti, ci arrangiammo a pitturare travi e muri. Dopodiché disponevamo di un appartamento con tanto di bagno, cucina-soggiorno e camera nel vano mansarda; mancavano ancora i lampadari e altre rifiniture, ma finalmente entrammo a vivere in quelle stanze, le stesse dove abitiamo tutt’oggi.

Convivere con questa persona così diversa da me, completamente estranea dal mondo delle scalate e dello sport, si rivelò giorno per giorno come una nuova esperienza di vita: incontrammo sicuramente momenti difficili, faticando spesso a comprenderci, ma sentendo crescere al tempo stesso l’importanza di continuare insieme a percorrere la stessa strada. In casa mi abituai subito a non “far entrare” l’arrampicata: colmava già abbastanza spazio e tempo fuori di quel nostro rifugio, dove entrambi ci si riuniva ogni sera. Raccontarci come trascorsa la giornata sì, questo accadeva puntualmente, come pure dialogare del più e del meno. Ma fin dai primi tempi di convivenza mi sembrò naturale evitare di stressarla con le solite “tiretère” di quanto mi mancasse nella tal via, o mi facesse sognare la tal’altra parete… Personalmente ho sempre trovato pesante chi continua a parlare sempre di scalata, anche la sera, magari dopo giornate trascorse ad arrampicare… Come pure sul lavoro, ho spesso evitato i colleghi che in pausa pranzo non staccano la spina da argomenti quali lo stipendio, i premi o i dati di vendita. Insieme condividemmo fin da subito le scelte di come arredare l’appartamento; apprezzai il suo elevato senso estetico, ereditato dalla sua famiglia, come pure il dono naturale per il disegno. In casa mi coinvolse nella ricerca di mobilia in arte povera, che ben si adattò allo stile rustico dell’abitato. Così cominciò, e perdura ancor’oggi, questa storia di vita insieme, grazie a quel sentimento d’amore che provo per lei da sempre.

Per le nostre prime vacanze sciegliemmo la Sardegna, nella zona del Golfo di Orosei; la vicina Cala Gonone è una vera mecca per arrampicatori, ma mi ritrovai da solo a rimirare quelle crode con le bave alla bocca, in quell’agosto del ‘94 in mezzo a migliaia di turisti, senza incontrare un climber nemmeno per sbaglio. Il pomeriggio cercavo versanti arieggiati e all’ombra, e costringevo Doriana ad assicurarmi con la corda dall’alto. In breve mi resi conto che quel tipo di compromesso non giovava a nessuno dei due: la mia compagna sacrificava momenti di relax in quelle spiagge uniche, con quell’acqua dalle infinite sfumature dal turchino al verde smeraldo, per tenermi la corda in falesie non sempre comode da avvicinare, impaurita e sbatacchiata dal forte vento… E pure io scalavo col freno a mano tirato, preoccupato per lei e incavolato perché in quel paradiso non trovavo un cane che arrampicasse con me. L’Aguglia di Cala Goloritzè mi tentò di brutto, e per poco non la attaccai slegato in solitaria: il rammarico di trovarmi in un posto del genere senza poterne godere appieno era troppo forte, e mancando serenità prevalse una sorta di insicurezza; insomma rinunciai… mi rimase impressa negli occhi l’immagine di quel pinnacolo che si staglia verso il cielo, immerso nel verde della vegetazione mediterranea e il grigio di altri sassoni calcarei, con quel mare vicino, unico, incredibile.

Imparai da allora a non forzare le situazioni, evitando di coinvolgere Doriana in viaggi di arrampicata. Diversi anni dopo si presentò un occasione propizia, grazie all’amicizia con Marco Ronchi e la sua ragazza; in quattro volammo a Kalymnos, l’isola greca che rappresenta un piccolo gioiello per chi ama abbinare roccia e mare. Posta all’estremo est del territorio greco, a un passo dalla costa turca, l’isola è facilmente raggiungibile da Kos, in un’ora di traghetto. Per la prima volta Doriana salì in aereo, nella tratta Verona-Kos, un po’ rigida per la paura al decollo e atterraggio; dovemmo attendere fino a sera la nave per Kalymnos, dove giungemmo poco prima del tramonto. In taxi attraversammo la caotica città di Pothia, centro principale dell’isola, per poi salire leggermente verso un piccolo passo, dal quale restammo senza fiato: sopra l’abitato di Masouri, affacciato al mare, si trova un grottone immenso, concrezionato da stalattiti giganti. La Grande Grotta si raggiunge in 15 minuti di cammino dall’albergo dove alloggiavamo, e si distingue per l’inconsueta immensità: supera i 100 metri in altezza, larghezza e profondità, presentandosi come un anfiteatro esposto prevalentemente a sud-ovest; le sere d’estate, come quella del nostro arrivo, risplende come fosse dorata, con numerose canne pendule, le stalattiti, che sembrano colare precarie nel vuoto, ma si compongono di roccia sanissima. Anche le due fidanzate, per quanto estranee alla passione di noi due maschi, rimasero affascinate da quell’antro enorme. Cominciò così una vacanza memorabile, in cui Marco ed io ci alzavamo la mattina presto, approfittando delle rocce ancora in ombra nella calda brezza di agosto; scalavamo spensierati mentre le donne si alzavano con calma e si godevano la spiaggia o la piscina dell’albergo. Circa alle 13 compariva il sole ad arroventare i vari settori rocciosi, quando ormai eravamo paghi, affamati e desiderosi di tuffarci in acqua in compagnia delle morose. Qualche volta la sera si usciva a cena, gustando ottimi piatti di pesce o carne, annaffiati di retzìna, il bianco locale fresco che andava giù con facilità estrema… A Kalymnos si assapora il clima di un turismo d’altri tempi, a misura d’uomo: distante dalle resse di Mikonos o Creta, quest’isola per ora non conosce sovraffollamento, nemmeno ad agosto. Gli abitanti non soffrono lo stress delle stagioni di grande massa, e accolgono il visitatore con sincera disponibilità e apertura; dimostrano attaccamento ai valori semplici e autentici, vivendo non solo di turismo, anche di pesca, commercio e pastorizia.

Quei giorni volarono, con i mattini trascorsi su tiri di roccia strepitosi, credo unici, come Priapos: questa via di 40 metri supera quasi interamente la volta più aggettante della Grande Grotta, strapiombando con tratti quasi orizzontali da un cannone all’altro; gli appigli sono sempre grandi, e ogni 6-7 movimenti si può appoggiare la schiena o sedersi su una canna, lasciando riposare entrambe le braccia a penzoloni, spesso con piedi o gambe incastrate e a testa in giù… A un certo punto si appoggia comodamente la schiena su un pinnacolo che spunta verso l’alto, simile nella forma a un vero e proprio membro virile: da ciò il nome della via dedicata a Priapo, il dio della fertilità. I pomeriggi trascorsero con bagni in varie spiaggette di sabbia o scogli, oppure visitando le rovine del castello e il monastero situato sopra Pothia, splendido sito affrescato con immagini di santi del culto ortodosso. Percorrevamo le brevi distanze dell’intera isola con due motorini, ciascuna coppia libera di spostarsi ovunque, a qualsiasi ora.

Periodi di ferie così organizzati, che ripetemmo sempre a Kalymnos tre anni dopo la prima volta, si dimostrarono positivi e divertenti per entrambi, privi di sacrifici, noia o particolari costrizioni per nessuno dei due. La convivenza con Doriana divenne duratura, anche grazie a queste vacanze.

Dopo ben quindici anni di vita trascorsa insieme, decidemmo di sposarci. Fissammo la data per il luglio 2008, e lei insistè per la cerimonia in chiesa; scarsamente osservante, né partecipante in genere a riti o messe cattolici, la accontentai comprendendo l’importanza di questo suo desiderio. Data la nostra età di sposini ultraquarantenni non proprio novizi, il corso pre-matrimoniale si svolse in sei appuntamenti serali dedicati solamente a noi due, senza gruppi di altre coppie ventenni. Naturalmente gli argomenti tenuti dal sacerdote vertevano sul significato della nostra imminente unione nel segno della fede; da ex liceale in una scuola di preti, non mi parve nuova la visione ecclesiastica del matrimonio, per esempio su argomenti quali divorzio o aborto, e prevalse in me la diplomatica condotta dell’ascolto; Doriana invece a volte rimbeccava, tentando di discutere certe impostazioni a suo avviso un po’ rigide, e quando ci si ritrovava da soli, prima o dopo i vari incontri, le raccomandavo di non impuntarsi su determinate questioni dogmatiche, nel vano tentativo di far valere la sua posizione laica. Allora nelle successive lezioni prevalsero in lei dei sonori abbiocchi, che risolvevo prontamente con decise gomitate sotto il tavolo… Il tutto si svolse tranquillamente, anche perché il sacerdote, fratello di Domenico Bellenzier che nel ’67 salì in una valorosa solitaria la nord della Torre Alleghe in Civetta, mi apprezzò molto apprendendo che avevo ripetuto due volte la splendida via del “Menego”. Quando poi alla fatidica domanda “perché vuoi sposarti?”, risposi “per dare un senso a questi quindici anni di vita insieme”, allora si dissipo’ ogni dubbio sulle mie reali intenzioni. Terminato il corso, ci occupammo dell’organizzazione della cerimonia; per la verità i vari inviti, documenti, partecipazioni e quant’altro vennero sbrigati da Doriana. Mi limitai a sciegliere gli invitati da parte mia, che oltre i familiari comprendevano il nocciolo dei climbers più intimi, vecchi e giovani di trent’anni trascorsi insieme. Qualcuno, escluso, si incavolò, ma non potevo certo sposarmi con due centinaia di scalatori presenti…

La mattina del fatidico giorno, affrontai l’agitazione crescente offrendo qualche sprizzone al bar di Sedico, in festosa compagnia. Seguì un piccolo rinfresco verso ora di pranzo a casa, in assenza della sposa, che si preparava dai suoi genitori per giungere in chiesa alle 15. Mi confortò l’arrivo del testimone, mio cugino Dino, compagno di tante antiche camminate, e di Gigi Dal Pozzo; mi accolsero entrambi con comprensione del mio stato d’animo, cercando di tranquillizzarmi, di assistermi. Il sole splendeva sul piol di casa, dove assaggiavamo tartine e prosecco; a una cert’ora salìì in camera a vestirmi, e li lasciai sbalorditi per come ero “tirato”. Così Dino mi accompagnò in chiesa in auto: entrai, e subito mi colpirono gli addobbi floreali scelti da lei, con rose bianche ed edere disposte sotto gli antichi affreschi. Nell’attendere la sposa, sorridevo e chiacchieravo cercando di ingannare il tempo… Doriana entrò accompagnata dal padre: mi sembrò intimidita nel suo incedere lento verso l’altare… “ma proprio a me sta succedendo?!” pareva esprimere con gli occhi; le scostai il copricapo bianco avorio, porgendole un bacio. L’ansia che mi rendeva un po’ impacciato si sciolse mentre il violinista intonava l’Ave Maria di Schubert, e il tutto filò liscio in un clima che parse ad entrambi semplice e raccolto. I complimenti ricevuti dagli invitati per la cerimonia e la festa successiva al ristorante, ci sembrarono sinceri; a ravvivare canti e balli contribuirono tanti piccoli nipoti scatenati, insieme ai bimbi dei vari amici. Rientrando quasi all’alba varcai deciso la soglia di casa, con la mia sposa in braccio.

A ti
A ti che a la matìna ‘l cafè fenìs par sora,

a ti che tuti i dì toca i can da portàr fora,

sto giro reste squèrt, ‘na sciànta inzavarià,

e ancòi cussì tirada te m’ha quasi spasemà.

A ti che te sopo’rta sto bocia che vien vecio,

a ti che de passiènza da àni t’ha ‘n gran sècio,

te merita ‘na casa con qualche fior in pì…

co’‘n bagno e co’‘n armadio, che ‘i sìe tuti par ti.

Cèni bota co’sto òn, ancòi vestì benon,

che sempro ‘l sarà dur, a curar le so’passiòn;

ma sempre sognerò de poder viver con ti…

che rive o no sto pupo, mi resterò con ti.

A te che al mattino il caffè trabocca,

a te che tutti i giorni accompagni fuori i cani,

sta volta resto scoperto, un po’ preoccupato,

e vestita così oggi mi hai quasi spaventato.

A te che sopporti questo ragazzo che diventa vecchio,

a te che hai da anni un gran secchio di pazienza,

ti meriti una casa con qualche fiore in più,

con un bagno ed un armadio, che siano tutti per te.

Tieni duro con quest’uomo, oggi vestito bene,

che sarà sempre deciso a curare le sue passioni,

ma sognerò sempre di poter vivere con te…

che arrivi o no sto bimbo, io resterò con te.

L’evoluzione italiana e locale
L’arrampicata sportiva agonistica si caratterizzò per una significativa evoluzione in pochi anni, a cominciare da quel fatidico Roc Master 1987. Sino dall’anno successivo, le numerose gare in Italia e all’estero cominciarono a svolgersi in strutture artificiali appositamente costruite. Queste pareti, inizialmente rudimentali, composte di pannelli multistrato ancorati a cemento armato o a intelaiature di tubi portanti, si svilupparono in numerosi palasport, parchi o centri fieristici di molte città. Le competizioni, crescenti per numero di eventi, atleti e pubblico partecipante, non si svolsero più su roccia: prese campo la preziosa opportunità di poter organizzare le gare con la sola chiave inglese, avvitando apposite prese (appigli e appoggi di materiale artificiale) su queste strutture, dalle forme e pendenze più varie; non servì più ripulire la roccia naturale e attrezzarvi vie nuove ad ogni singola competizione, sconosciute per regolamento agli atleti partecipanti. Tracciatori sempre più esperti e qualificati si specializzarono nel predisporre i vari itinerari necessari ad ogni evento, montando e smontando le vie su queste strutture.

A sostenere sin dagli albori l’attività agonistica nacque la Fasi, Federazione di Arrampicata Sportiva Italiana, presente dal 1987, riconosciuta dal Coni. Questa istituzione sportiva si strutturò perfezionandosi nel corso di pochi anni, curando calendari agonistici sempre più fitti, capillarizzandosi sul territorio nazionale e formando le necessarie commissioni tecniche composte principalmente da tracciatori, giudici di gara e istruttori. Nei primi anni ’90 cominciarono le prime edizioni di coppa Italia e coppa del mondo, insieme alle prove uniche (un singolo evento) di campionato italiano, europeo e mondiale; il Roc Master di Arco si ripetè ogni anno dall’87, divenendo la competizione internazionale di arrampicata di maggior successo.

Gli strapiombi di Erto, per la nota fama che li annovera fra i più difficili, oltre la “fortuna metereologica” di rimanere sempre asciutti, ospitano da oltre vent’anni gli atleti più forti d’Italia e del mondo. Uno di questi è un bellunese di Cortina d’Ampezzo, e si chiama Luca Zardini Canon. Alle prime armi sul finire degli anni ’80, capitava a Erto da studentello, in compagnia dei veterani ampezzani; già da allora dimostrava una grinta insolita e discreta, riuscendo sui suoi primi 8 a. Data la giovane età e i risultati promettenti, nel’91 decisi di accompagnarlo a Lecco e presentarlo a Tono Cassin per una eventuale sponsorizzazione in attrezzatura; la settimana successiva Luca vinse a Bolzano la prima tappa di coppa Italia, dando inizio a una carriera strepitosa: a soli 19 anni, nel ’92 si qualificò secondo assoluto nel circuito di coppa del mondo, e per i successivi 20 anni continuò a piazzarsi come finalista in quasi tutte le competizioni internazionali. Nel 2010, Canon si è laureato campione italiano per l’ottava volta: credo che una longevità agonistica così protratta si possa accostare a Schumacher nella formula uno, o allo stesso ampezzano Cristian Ghedina nello sci. In forza per tanti anni al Gruppo Sportivo Carabinieri, Luca ottiene da sempre risultati eccezionali anche in falesia; nei primi anni ‘90 ripetè in pochi tentativi la mitica Sogni di Gloria, e sempre a Erto intorno al 2000 riuscì su The Last Way e Big Mother, due vie di 8c+, aumentando la difficoltà e il prestigio di questa falesia. Degno di nota è anche lo stile comportamentale, estremamente discreto, umile, per nulla chiassoso, col quale questo campione da sempre si presenta, oggi sposato e padre affettuoso di due splendide bimbe.

La zona longaronese, con le frequentatissime palestre di Igne, Podenzoi ed Erto, rappresenta un punto di riferimento non solo veneto per la scalata. La mancanza di una struttura artificiale in questi luoghi illuminò Nanni De Biasi, che a metà del decennio ’90 curò il progetto e la realizzazione di un impianto all’interno del palasport di Longarone. Alpinista appassionato anche di arrampicata sportiva, dopo i trascorsi giovanili targati Bazar Gruppe, Nanni reperì un finanziatore per sostenere i costi di questa struttura; lo sponsor, una volta realizzato l’impianto, lo affidò al comune di Longarone con una vera e propria donazione. Costruita da una delle aziende leader mondiali, questa imponente volta strapiombante alta 15 metri si affermò come struttura d’avanguardia; per l’inaugurazione si coinvolsero i migliori top climbers locali, tra i quali Mario Dimai di Cortina, che da poco aveva ottenuto il brevetto federale di tracciatore internazionale. Alla gara inaugurale parteciparono i migliori nomi italiani, con centinaia di persone entusiaste ad applaudirli in una finale entusiasmante. Luca Zardini sfiorò la vittoria di un soffio, sostenuto dal pubblico bellunese in un tifo da stadio. Organizzammo con impegno e soddisfazione altre competizioni di successo, fra cui il campionato italiano nel ’97; l’attenzione dei dirigenti della Fasi per l’impianto di Longarone divenne elevata, come anche la presenza mediatica di riviste specifiche e locali.

Le difficili vie delle gare, oltre ad altri itinerari più facili, sempre tracciati abilmente da Mario, attiravano a frotte i frequentatori ad allenarsi, in momenti distanti dalle competizioni, tanto che il palazzetto si riempiva quotidianamente di climbers.

Istruttore di questo sport dal ’94, a Longarone tenevo corsi serali per ragazzi e adulti. Poter disporre di una struttura di tale dimensione e qualità, per trasmettere ad altri la mia passione, mi rendeva felice. Ad ogni corso si presentavano decine di allievi, tanto che chiesi la collaborazione di altri amici istruttori. Anche le scuole cominciarono ad utilizzare questo impianto, grazie soprattutto all’insegnante di educazione fisica Sandro Tommaselli, che seguì moltissimi ragazzi nei primi rudimenti di tecnica e manovre. A smorzare i nostri entusiasmi agonistici e didattici, però, giungeva puntuale la temperatura invernale: il palasport non era riscaldato, e da dicembre ai primi di marzo il freddo diveniva insopportabile, soprattutto per i ragazzi; in particolare per genitori e accompagnatori che rimanevano fermi ad attendere sulle gelide tribune, la situazione in quei mesi era proibitiva, e ci fece desistere. Proprio in quei periodi in cui una struttura riscaldata avrebbe attirato in gran numero il popolo degli arrampicatori, impossibilitati a frequentare le fredde falesie vicine, anche la palestra di Longarone era impraticabile. A ciò si aggiunse la chiusura, poco dopo il 2000, dell’intero palasport per ristrutturazione. Ancora ai giorni attuali, non esiste luogo di arrampicata, al coperto né di roccia naturale, dove non incontri almeno una persona che mi chieda che fine ha fatto la struttura di Longarone. Nel dispiacere di vederla ancora chiusa e inutilizzabile, rimane almeno la consolazione di esser riusciti anni addietro a lasciare un segno, dalle nostre parti, un primo segnale significativo nella promozione di questo sport.

I due intrusi
Nella spensieratezza dei primi anni condivisi con Doriana, molto prima di sposarci, imparai ad apprezzare la sua naturale inclinazione alla cura della casa: dall’attenzione alla scelta e dislocazione dell’arredamento, all’inventiva negli addobbi natalizi, creativa e varia anno dopo anno, al dedicarsi a piante e fiori, tenne l’appartamento sempre pulito e adorno di ortensie, surfinie e viole. Considerando queste sue appassionate competenze, mi limitai fin da subito allo sfalcio dell’erba in giardino e alla potatura della siepe di carpino, guardandomi dal rischio più che concreto di combinare danni, dato il livello personale praticamente nullo in ambito di pollice verde… Mi azzardai, per fortuna raramente, a occuparmi di qualche rosaio… “ma sei impazzito?.. come si fa a castrare così una povera pianta?!… ”.

Con l’abitazione finalmente a posto, anche se non completamente ristrutturata, iniziavo ad accarezzare il vecchio sogno nel cassetto: l’acquisto di un furgone camperizzato di seconda mano, mezzo tipico di un climber che si rispetti. La piccola casa mobile appartiene a quasi tutti gli arrampicatori, accogliendo in pieno le naturali esigenze di spostarsi, viaggiando in economia, per falesie e montagne di mezza Europa. Girovagare per contrade e paesi, liberi dall’incombenza di reperire pizzerie, campeggi e pensioni, caratterizza vita e abitudini degli arrampicatori, eterni viaggiatori per diletto, parsimoniosi attenti a queste spese continue di vitto e alloggio. Insomma in quel rimasuglio di giovinezza trentenne, in cui già cominciavo a incanutirmi, covavo ancora convinto l’antica chimera del “furgo”: durante le lunghe attese di lavoro negli ambulatori, vagavo con la fantasia in progetti di luoghi vicini nei fine settimana, tipo Arco, oppure fantasticavo immaginando ferie galattiche in Francia o Spagna, nei rispettivi giardini paradisiaci di scalata…

Un bel giorno Doriana giunse a casa con Tobia, cucciolo di boxer fulvo dal muso nero, nato da circa un mese. L’attenzione di entrambi si catalizzò subito sul nuovo intruso, e ci preoccupammo subito di come la creatura avrebbe trascorso la prima nottata in assenza della sua mamma; ci aspettavamo penosi guaiti per una intera notte insonne, e pieni di apprensione lo tenemmo in camera: si addormentò subito di botto, ronfando senza interruzione fino a mattina. Cominciò così la nostra esistenza con questo cane, che dimostrò immediatamente un carattere più che focoso: praticamente instancabile nel voler giocare in continuazione, la sua vivacità venne inizialmente definita fisiologica da vari amici esperti di cani, e sulle prime anche noi due la percepimmo come tale, ignari dell’imminente futuro. Mi restano scolpite nella mente le parole del veterinario che lo visitò per la prima volta: “questo cane vi darà soddisfazioni che nemmeno immaginate, ma dovete addomesticare la sua naturale tendenza a dominare e prendere il sopravvento”.

Nei primi mesi di vita disintegrò decine di ciabatte, mutande e calzini che gli capitavano a tiro. Gli costruii una cuccia capiente, isolata con robusti (e costosi) pannelli fissati alle pareti di legno, in maniera che potesse ripararsi, vivendo sul piol nelle stagioni temperate; questa sua “casetta” durò una settimana scarsa, con l’isolante frantumato in un mucchio di pezzettini… Poco dopo si “occupo’” del divano in salotto: durante una sola nostra giornata lavorativa, lasciato da solo aveva sbranato federe e gomma piuma, con buchi immensi, ovviamente irriparabili.

Rientrando a casa lo accontentavo in ogni suo invito festoso a giocare, lanciandogli palle di plastica o appositi “ossi” sintetici, che sminuzzava puntualmente in un baleno; oppure ci azzuffavamo affettuosamente per ore intere, tanto che cominciò a riconoscere in Doriana la padrona, mentre in me il suo compagno di giochi. Non mi resi conto che stavo sbagliando approccio educativo con quel cucciolo, il primo che mi capitasse di crescere: scordando i consigli del lungimirante veterinario, in giochi troppo irruenti non imposi la mia autorità nel moderare la sua eccessiva aggressività, e mi beccai qualche morso. Non azzannò mai nessun altro, ma divenendo un torello di 40 chili saltellava felice su chiunque entrasse in casa, costringendoci a isolarlo soprattutto da eventuali bambini. Prevalentemente sordo a qualsiasi comando, del tipo “Tobia a cuccia!”, tendeva ad ascoltare Doriana, quasi mai il sottoscritto.

Nei luoghi di arrampicata mi rese isterico: dovevo legarlo, altrimenti rosicchiava la corda a chiunque, o si aggirava pericolosamente fra gli zaini, cercando qualche “gioco”; da legato piangeva, non appena partivo per un tiro o venivo calato a terra. Esasperato, decisi di lasciarlo a casa in giornate di scalata, e dedicargli svariate passeggiate; ma anche in queste dovevamo puntargli gli occhi addosso, perché non appena libero tendeva ad andarsene per i fatti suoi, annusando e ingurgitando le peggiori schifezze… A proposito di devastazioni in tempo zero, bastò lasciarlo pochi minuti nel capiente bagagliaio dell’auto per ritrovare masticati i fili metallici dell’impianto elettrico; messa in moto, illuminazione e altre funzioni vennero ripristinate dall’elettrauto.

Una sera in periodo natalizio rincasammo da una cena, e lo trovammo sotto il tavolo, nel suo classico atteggiamento sottomesso, consapevole di averne combinata una grossa; accesa la luce ci apparve col muso completamente smaltato di rosso vermiglio, come avesse ingerito chili di rossetto: si era divorato le palle in polistirolo rosso dell’albero di Natale!… Fuori c’era neve in abbondanza, e per diversi giorni il manto bianco del giardino rimase inzaccherato dalle macchie rosse dei suoi escrementi… tanto che anni dopo manifestò gravi problemi intestinali e subì diversi interventi chirurgici, anche urgenti.

A tirare il colpo di grazia definitivo sul mio lontano sogno del furgone da climber, capitò in casa anche Shira, piccola meticcia di colore nero focato. L’intento di Doriana era di offrire compagnia a quel terremoto di boxer, affinché si tranquillizzasse un po’… Quando arrivò, la cagnetta un anno più giovane di Tobia sembrava una pantegana terrorizzata dalla presenza del grosso molossoide, che la seguiva ovunque annusandola curiosissimo: tentava velocissima di scappargli negli angoli più piccoli e nascosti, cacciandosi spesso dietro il water. In breve tempo i due presero confidenza e si accettarono perfettamente, pur nella evidente differenza di mole. Per dodici anni dormirono appallottolati l’uno all’altra in una grande cuccia di materasso al lattice; noi due riposiamo sul materasso a molle, ma per l’allergia di Tobia, una delle tante magagne di cui soffriva, comprammo perfino la cuccia di lattice.

Anche la nuova arrivata non tardò a dimostrare un caratterino pestifero: forse spaventata da piccola, prima che la accudissimo noi, cominciò ad abbaiare come una sirena stridula a qualsiasi cosa si muovesse: alle persone e a tutti gli animali, insetti compresi, perfino alle foglie mosse dal vento; questa piccola bastardina non esita da tredici anni a strillare come un trapano che penetra nei timpani. Non solo, non appena un estraneo prova ad avvicinarla, scatta sempre ringhiando furibonda e lo azzanna; non pianta mai i denti, ma la velocità e il ringhio tremendo che emette nel mordere ti fa credere che voglia dilaniarti, e chiunque rimane naturalmente impaurito: in realtà è tutta una finzione, perché non stringe affatto con la mandibola, per giunta sdentata… Spiegare alla gente che di fatto non morde è praticamente impossibile, e fin dai primi tempi preferimmo prenderla in braccio e sistemarla dietro il cancello della terrazza, in presenza di visite, puntualmente accompagnate dal suo latrare acuto, fastidioso anche per l’udito più tollerante. D’altra parte, pare incredibile come, con noi due da soli che la accarezziamo, si trasformi completamente, riempiendo entrambi di leccate senza sosta.

I convinti sostenitori del pugno di ferro con gli animali ci criticarono a lungo; ma l’idea di prendere a bastonate un boxer per troppa esuberanza nel far le feste a tutti, o una bastardina che finge di mordere, perché traumatizzata chissà come da piccola, non ci sfiorò mai nemmeno per un istante; la voglia di sbatterli dietro un recinto e condurre un’esistenza più tranquilla mi tentò a lungo, ma i diversi casi di avvelenamento di cani e gatti, subiti dai miei genitori anni addietro in questo stesso abitato, mi fecero desistere. In definitiva accogliemmo i due vivaci intrusi in casa, ricorrendo con pazienza a opportune barriere o guinzagli ad ogni visita di amici.

Osservarli mentre giocavano insieme era uno spasso; sovente la mattina lei lo “lavava”, ripulendogli gli occhi con vigorose leccate. A volte bisticciavano, con lei che strillava isterica a un centimetro dal grosso muso di Tobia silenzioso, che si limitava ad alzare la sua pesante zampa da leone e bloccarle la testa al suolo, azzittendola finalmente con nostro grande piacere.

Doriana aveva un istinto particolarmente sensibile e precoce nell’intuire quando si sentivano male, e spesso col boxer la chiamata per tempo del veterinario si rivelò provvidenziale; nei tredici anni che visse, il cane si sobbarcò innumerevoli anestesie, per semplici ascessi dentali o emergenze più serie, quali due pericolose torsioni intestinali; l’ultima di queste avvenne dopo una corsa all’ultimo istante al policlinico veterinario di Padova, dove inizialmente lo definirono spacciato. Ma dopo l’ennesimo intervento si riprese e visse pimpante per altri tre anni. Raggiunte infine le tredici primavere, età notevole per un boxer, per giunta cagionevole, giunse il brutto momento in cui non si poteva più ricorrere a nulla: lo seppellii due anni fa presso l’orto, come si conviene a un vero e proprio componente la famiglia che viene a mancare. La cagnetta abbaia sempre a tutto e tutti con tono e volume assordante, e dorme da sola nella sua immensa cuccia di lattice.

‘Na perlina
Ho ‘na cagnéta che pàr ‘na sghiràta,                                      Ho una cagnetta che pare uno scoiattolo, 

sui troi in mèdo al bosc la salta da mata;                                 sui sentieri nel bosco salta come matta;

l’è ‘na perlina che bàja par gnént                                          è una bastardina che abbaia per nulla

 parfìn a le fòje spostade dal vènt.                                          perfino alle foglie spostate dal vento.

Te vièn da copàrla col so raseghìn,                                   Ti viene da ucciderla col suo verso di gola

de nòt e de dì la fà sempre casìn.                                         di notte e di giorno fa sempre frastuono.

A mosche, farfàle, lusèrte e sorzèt                                          A mosche, farfalle, lucertole e topi

sta jèna la zìga, la bàja anca ai pèt!                                    sta jena urla, abbaia anche alle scoregge!

Le braghe ai forèsti la tàca canìza,                                       Le braghe ai forestieri addenta cocciuta,

le sbèrle sul cùl no ghe fà gnanca spìza,                           le sberle sul culo non le fan neanche prurito

la rògna catìva e la mostra i so dènt,                                           ringhia cattiva e mostra i denti,

che tuti a vardàrla i ciàpa spavènt.                                         ché tutti a vederla prendono spavento.

Te pàr che la vòje stacàrte i zervèi,                                         Pare che voglia staccarti il cervello,

quei dènt i somèja a tremendi cortèi,                                     quei denti sembrano tremendi coltelli,

ma l’è tut an teatro, l’è sòl che impresiòn,                           ma è tutto un teatro, soltanto impressione

la te lèca sul muso e svanìs l’osesiòn.                                 ti lecca in faccia e svanisce l’ossessione.                                        

Il piatto di gnocchi
A sette mesi dallo schianto la ripresa nello scalare è sorprendente, mentre nel camminare il percorso di guarigione procede lento. Il gnocco che mi perseguita sotto il piede sinistro, definito tecnicamente protrusione, altro non è che un frammento osseo sporgente, terminato in una zona anomala del tallone dopo la grave frattura; sollecitato dal carico, questo pezzo di osso ha formato una tumefazione. Camminarci sopra è sgradevole, sembra di calpestare un piatto di gnocchi, ma col trascorrere delle settimane il dolore si sta attenuando. Anche il rimanere a lungo in stazione eretta, da faticoso e sintomatico sta divenendo più sopportabile. Dovendo sino ad oggi evitare le lunghe passeggiate, i polpacci sono rimasti filiformi e stentano a riprendere il tono di un tempo, nonostante le ore in piscina e gli esercizi di fisioterapia che ripeto da solo.

Finalmente ho potuto fissare un appuntamento col professor Volpe di Padova, uno degli specialisti più accreditati nella chirurgia del piede. Dopo una attenta visita e visionate le lastre, questo medico ha osservato una tac e la cartella clinica del primo intervento di giugno a Belluno: ha concluso che almeno per un anno questo piede non va operato, perché il nuovo osso inserito (presumo quello di un defunto… ) non si è ancora amalgamato con quanto rimane del mio osso “originale”. Fra un anno si riserverà di decidere se attendere ancora o limitarsi a un nuovo intervento, non eccessivamente invasivo, di limatura del frammento sporgente; oppure, qualora l’impianto al titanio inserito nel piede si rilevasse da estrarre, dovrò subire un’operazione con apertura radicale sulla medesima cicatrice del primo intervento, e relativi tempi di guarigione lunghi per rimarginare la solita ferita. Non solo, questa seconda ipotesi più cruenta potrebbe non risolversi in una sola operazione, perché potrei aver bisogno di una successiva artrodesi, ovvero un collegamento rigido fra calcagno e astragalo. Naturalmente sia il professore che il sottoscritto ci auguriamo di cuore che basti una limata a questa sporgenza, senza dover ricorrere alle soluzioni più pesanti. In ogni caso per almeno dodici mesi rimarrò così, calpesterò il mio piatto di gnocchi….

Continuare a zoppicare e a non poter camminare, se non per brevi tragitti e con i bastoncini, mi pesa notevolmente: permane la consapevolezza che la situazione non è ancora risolta.

Con rammarico, ormai rassegnato osservo le giornate serene, potendo apprezzare il paesaggio innevato solamente in auto. Mi manca il movimento all’aria aperta, e attendo fremente la stagione un po’ più mite per rispolverare la bicicletta, che mi pare una vera ancora di salvezza…

Per poter riprendere i corsi nella struttura di Silea, mi sono recato lì diverse volte a scalare, sempre in compagnia di Marcello Luciani, che ha seguito passo passo la mia ripresa. Dopo il primo esordio deprimente, le volte successive ho cominciato a progredire molto lentamente, usando sempre le scarpe immense prestatemi da questo gentile compagno: la destra è decisamente traballante, e far aderire la punta agli appoggi piccoli è una specie di impresa. La sinistra invece continua a procurarmi una sensazione negativa ad ogni calzata, come se il piede fosse inserito in uno stretto corpo estraneo che non sento; l’alluce e il secondo dito hanno ripreso la sensibilità cutanea, a differenza delle restanti tre dita. La sera provo con insistenza esercizi di sensibilizzazione, facendo scorrere il piede su varie superfici di plastica, dal ruvido al liscio, e alternando getti di acqua calda e fredda per la circolazione. Ma i risultati sono minimi, se non assenti: temo di aver reciso qualche nervo, e di dovermi accontentare di questa parziale sensibilità. La forza sulle punte lentamente riprende, e rimango sorpreso del tono muscolare del distretto superiore: credo stia sopperendo alle carenze di spinta dei piedi, poiché braccia e dita hanno raggiunto il vigore dei tempi migliori. Certo è che si arrampica prevalentemente coi piedi, e il mio nuovo stile che tende a scaricare peso sugli arti superiori sembra quello di un principiante che non ha ancora imparato a sfruttare al massimo gli appoggi… Mi hanno riferito che vedermi approcciare una salita è uno spasso, perché zoppico visibilmente finché non raggiungo la parete, per poi salire rapido e leggero…

Da qualche settimana son tornato a lavorare in questa splendida struttura: è una delle più grandi d’Italia, offre più di 100 vie, ed è gestita ottimamente dall’amico Alberto Boscolo con sua moglie Erika: dalla pulizia quotidiana alla qualità della tracciatura di questi itinerari, tutto è curato nei particolari in modo da offrire il massimo confort ai frequentatori, compreso il bar annesso, accogliente e funzionale. L’impianto è sempre aperto dalla mattina alla sera, con un solo giorno di chiusura settimanale. Collaboro nello svolgimento delle attività didattiche, ossia tenendo corsi di base e perfezionamento a chiunque si iscriva. Vedere queste persone apprendere i primi gesti fondamentali, o le manovre di corda inizialmente più semplici e percepire che si stanno appassionando, ognuno nel proprio livello, è un mio vecchio pallino, e provo soddisfazione. Se poi mi capitano giovani che dimostrano impegno o doti innate, allora divento entusiasta e cerco di orientarli a continuare, ben contento di rispondere alle loro curiosità, raccontando spesso anche le meraviglie della scalata all’aperto. In definitiva le giornate sfrecciano senza che me ne accorga, e tendo a dimenticare che non sono ancora guarito; solo quando mi fermo la sera, stanco e coi piedi gonfi, mi affanna un po’ quel che mi attenderà nei prossimi anni…

Salite in parete attorno al 2000
Le vie nuove con Gigi sul finire degli anni ‘90 mi resero consapevole delle sue evolute capacità ed esperienza raggiunte in apertura, oltre a divertirmi come sempre in compagnia di questa persona, dall’ironia e senso del paradosso straordinari. Ma le attese in sosta a volte lunghe tendevano a stancarmi: svolgendo per anni il lavoro di informatore farmaceutico, fondato praticamente sull’attesa quotidiana, sviluppai in modo crescente una sorta di insofferenza ad aspettare, in qualsiasi situazione non lavorativa. Si tratta di una nevrosi che mi porto addosso tuttora: le lunghe file bloccato in automobile, per esempio, mi agitano in maniera un po’ eccessiva, procurandomi un forte senso di sconforto.

Chiaramente su vie nuove di alta difficoltà, dove Gigi tirava da primo nei tratti più duri, spesso accadeva di attendere anche ore appeso alle soste, e col passare del tempo cominciai a preferire le ripetizioni, ovvero salite già aperte da altri, in cui solitamente il procedere della cordata è più snello.

Sempre con Dal Pozzo salimmo la Tempi Modernissimi, aperta negli anni ’80 da Heinz Mariacher e Luisa Jovane sul Sasso delle Undici in Marmolada. Si tratta della via in montagna più difficile che abbia mai ripetuto. Comincia con un primo tiro di 8 a… decimo grado che credo solo il grande Manolo sia riuscito a salire a vista. Con Gigi invece ci fermammo a riposare spesso appesi ai chiodi, apprezzando l’ennesima impresa di Manolo; riuscire a improvvisare un primo tiro del genere senza cadere e senza fermarsi, in assenza di precedenti tratti di riscaldamento, dimostra senza dubbio il livello impressionante del “Mago”. Le lunghezze successive, pur di difficoltà inferiore, richiedono un impegno tecnico e psicologico elevato; la roccia inizialmente gialla e strapiombante diventa verticale, grigia e compatta, tipica della Marmolada. Le protezioni si fanno distanti e l’esposizione forte: si è sempre col sedere proiettato sul ghiaione di base, poco distante dalla pista di sci. Nei momenti di tregua, in sosta, lo sguardo spazia sul ghiacciaio, o meglio su quel che ne rimane, considerando l’evidente ritiro… Decisamente più ameni sono i pascoli del Padòn, situati più a est, verso Porta Vescovo; nonostante l’impatto delle piste di sci, il verde intenso di questi pendii assolati contrasta con il versante nord della Marmolada, quasi a offrire uno sfondo di calore a un panorama piuttosto freddo. Capitò sia a me che al compagno di volare sui passaggi particolarmente levigati del secondo e terzo tiro, fortunatamente vicino ai chiodi di protezione; mentre la quarta lunghezza, un traverso delicato di equilibrio, riuscì “pulito” ad entrambi. I tratti successivi, più abbordabili, ci condussero alla vetta molto affusolata, e di lì scendemmo in corda doppia. Tornai a ripetere questa ascensione con altri compagni, ma incontrai maggiori difficoltà, non trovandomi così in forma come la prima volta.

Un’altra salita dello stesso periodo mi rimane impressa: Viva Gorby, sulla sud della Marmolada presso Forcella Ombretta, aperta dal mitico Igor Koller. Con Nicola Balestra giungemmo a piedi dal rifugio Falier, con la solita andatura assatanata, stile corsa in montagna: quella camminata è sempre fantastica, sin da quando si sbuca dal bosco a Malga Ombretta, dove appare all’improvviso il pascolo in un pianoro incantato, in mezzo alle marmotte. Risalendo la valle il paretone della Marmolada ti accompagna assolato in tutte le sue cime, da Serauta fino a Penìa. Giunti all’attacco di Viva Gorby, disponevamo di una relazione piuttosto sommaria, che non indicava l’importanza di proteggersi con un grosso nut (apposito dado a incastro), in una fessura circa a un terzo di salita. Poco sopra questa fessura slabbrata seguiva un breve tratto di settimo grado, difficoltà ben alla portata delle nostre capacità; ma senza alcun attrezzo da poter infilare in questa fessura, sprovvisti del fatidico nut, ci trovammo completamente sprotetti: in pratica per il capocordata era vietato cadere, pena lo schiantarsi direttamente in una cengia quindici metri sotto questo passaggino, all’apparenza banale. Provammo e riprovammo per ore, ma nessuno dei due se la sentì di azzardare. Scendemmo a valle con le pive nel sacco, piuttosto abbacchiati. Tornai giorni dopo con un grosso dado della misura giusta, e completai la via incastrando bene l’attrezzo.

Può capitare, in salite moderne che richiedono materiale tradizionale da integrare, di trovarsi in difficoltà se sprovvisti di attrezzatura adeguata: credo sia fondamentale documentarsi in maniera precisa, prima di ogni ripetizione, ed essere ben informati di come e dove son passati i primi salitori. A volte si parte baldanzosi, senza rendersi conto esattamente dello stile e dei mezzi con cui è stata aperta una via; anche perché al giorno d’oggi, nel mescolarsi delle varie metodiche di apertura, non sempre è chiaro l’aspetto importante della natura e della distanza delle protezioni. Per questo si tende a ripetere spesso e volentieri itinerari ben relazionati, che nel limite del possibile non riservino sorprese.

Sulle Mesules, torri dalla severa verticalità affacciate al Passo Gardena, gli altoatesini hanno realizzato in anni recenti vie in stile rigorosamente tradizionale, con chiodi classici e clessidre non proprio vicini; itinerari stupendi come Geo, Plitcka, Das Todt und das Madchen richiedono impegno ed esperienza nella ricerca della linea di salita, oltre una certa manualità nel maneggiare opportune serie di nuts e friends (attrezzi mobili che lavorano allargandosi a pressione in fessure o buchi). Queste vie non superano i 300 metri, ma si svolgono su placche e strapiombi veramente arditi, in assenza di spit, i chiodi tipici dell’arrampicata sportiva: lo stile di apertura è quindi di stampo classico, ed è bene che il ripetitore sappia muoversi in questo tipo di terreno, che richiede un impegno psicologicamente ben diverso dallo scalare sportivo in falesia.

Completamente differenti sono invece le molteplici vie moderne aperte da nomi illustri come Rolando Larcher di Trento; nel decennio ’80 iniziò con Scirocco, sul Piccolo Dain in Valle del Sarca. Questo pilastro formato da muri di calcare verticali ed esposti si erge poco oltre il lago di Toblino, nello spettacolare paesaggio dei vitigni bagnati dal Sarca, dove il clima in genere mite risente della vicina presenza del Garda. Già in questa via dura si intravede il marchio delle successive, innumerevoli salite di Rolando, in cui l’uso di spit si caratterizza in un codice etico molto preciso: ogni via relazionata è ripetuta in libera dallo stesso autore, e oltre l’impegno e il grado globale viene indicata la difficoltà “obbligatoria”, ossia il singolo tratto da protezione a protezione, a volte molto distante. In queste ascensioni è necessario saper progredire con sangue freddo su difficoltà elevate per metri e metri, prima di raggiungere lo spit. Attirato anche da questa tipologia di salite, ho ripetuto alcune fra le meno impegnative e famose di Larcher, come Gancetto Felice sul Velo della Madonna in Pale di San Martino, oppure Il Gatto e La Volpe nel Gruppo di Brenta presso il rifugio Agostini; in quest’ultima la qualità della roccia era tale, che con Nicola Balestra non si voleva desistere nemmeno sotto la pioggia: continuavamo a salire maledicendo il tempo e la lunga sgroppata di avvicinamento, consapevoli che all’imminente diluvio avremmo dovuto arrenderci e calarci.

In questo scenario di modi e mezzi diversi di concepire una prima salita, ho apprezzato sempre i vari stili nelle loro differenze, augurandomi che questi itinerari vengano tutti rispettati, lasciati integri nella originalità di ciascuna apertura dei primi artefici. Negli ambienti alpinistici il dibattito è vivace, sull’opportunità o meno di chiodare a spit le soste delle vie classiche più frequentate, allo scopo di render più sicuro l’avventurarsi delle numerose cordate: favorevoli e contrari si scornano da tempo, gli uni propensi a intervenire col trapano, sicuri di poter così ridurre gli incidenti, specie quelli spesso mortali in cui cedono gli ancoraggi. Gli altri, che si oppongono ad attrezzare a spit questi punti di fermata, ritengono che se questa pratica dovesse dilagare, si rischiano di cancellare i valori storici di oltre 200 anni di alpinismo. In proposito credo giusto rispettare l’etica tradizionale, trasmettendo e insegnando ai giovani come si attrezza una sosta sicura con chiodi classici e attrezzi mobili, oltre a divulgare il principio di non snaturare le ascensioni, alterando o modificando lo stile dei primi salitori. Ferma restando la conoscenza e considerazione dell’alpinismo tradizionale, non penso cada il mondo se qualche sosta obiettivamente pericolosa su vie iperfrequentate venga rinnovata, o meglio “modernizzata” col famigerato spit!…

Nuove falesie vicine
In anni vicini al 2000 si sono attrezzate altre fasce rocciose nelle zone bellunesi, tali da attirare molti frequentatori anche da distante. Una di queste falesie è Casso, che per quanto porti il nome del suggestivo paese situato in territorio friulano, si trova in Veneto, affacciata alla Valle del Piave sopra Longarone. Vi si accede appunto dall’abitato di Casso, passando a piedi per la via centrale lastricata, in mezzo a case recentemente ristrutturate con gli originali muri in pietra. Si lascia il piccolo centro per un sentiero in leggera salita, scorgendo più a valle l’immensa frana del monte Toc, dominata dalla lontana cuspide del Col Nudo. Addentrandosi nel bosco di faggi e carpini capita di incontrare qualche capriolo o camoscio, mentre lungo un costone pianeggiante ci si porta sul bacino del Piave, proprio sopra Codissago. Il brusio di Longarone non disturba la quiete di questa lunga fascia di croda generalmente solidissima, spesso incastonata da formazioni sporgenti, simili a quarzite. Le vie offrono una completezza di pendenze piuttosto insolita: tratti di intensità strapiombante proseguono con muri verticali tecnicamente impegnativi, o tetti orizzontali che spesso si risolvono in passaggi brevi ed esplosivi. Si comincia a scalare in mezzo al bosco, ma tutto a un tratto si supera la vegetazione e il panorama si apre sulla vallata e le alture del longaronese, con il Bosco Nero sullo sfondo. Chiodando diverse linee, Icio Dall’Omo aveva intuito fra i primi la vasta potenzialità di Casso, e di recente Mario Dimai ed altri hanno proseguito i lavori, tanto che questo luogo presenta oltre 70 itinerari di ogni difficoltà.

Volendo collaborare, munito di motosega per liberare la base della palestra dagli arbusti, un giorno d’estate sono giunto accaldato, con lo zaino piuttosto pesante, carico d’acqua e del carburante per segare: aprendo il fardello in fretta per dissetarmi, ho svitato una delle due bottiglie di plastica contenute, bevendo a canna con decisione… ho subito sentito il bruciore e il sapore disgustoso della benzina in gola, e sputando verso l’alto mi sono beccato l’intero getto negli occhi. Mettendosi a ridere, i presenti han sogghignato che birra e vino non mi bastavano più, ed ero passato a bevande più forti…

Insieme a Mario, falegname di Cortina con l’arrampicata nel sangue, ho condiviso l’esperienza di veder crescere questa falesia, osservandone la frequentazione e apprezzamento degli appassionati. Chiodare, o comunque darsi da fare per nuovi luoghi rocciosi, costa tempo e fatica; capisco pertanto quel vago sentimento di orgoglio, più o meno geloso, che serba nel cuore il chiodatore “doc”. Non va dimenticato che questi attrezzatori, in genere, compiono un lavoro dispendioso e gratuito per realizzare qualcosa anche per gli altri, non solo per se stessi. La loro è un’attività particolarmente creativa, nell’esperta e precisa ricerca delle linee di roccia naturale cui danno vita, animandole con l’inserimento di tasselli, piastrine e catene sommitali. Logicamente si preoccupano per la salvaguardia di quanto hanno creato, attenti che i frequentatori portino rispetto agli abitanti vicini, in particolare ai proprietari di terreni adiacenti alle crode. Insomma i chiodatori vanno compresi nelle loro consuete raccomandazioni di dove parcheggiare, non sporcare e portarsi a casa i rifiuti, limitare urla e schiamazzi beluini, ecc.; i climbers sono diventati tanti, e nella moltitudine basta un maleducato per rovinare il gioco: per questo diversi luoghi di scalata sono stati chiusi, anche se in zone distanti dalla cerchia bellunese.

Fra i molti giovani coi quali ho trascorso recenti esperienze verticali, Mauro Renon di Taibon agordino mi resta particolarmente impresso: smilzo, curvo sul dorso quasi volesse mantenere un atteggiamento schivo, ma col volto sorridente e i vivissimi occhi verdi, questo ragazzo sedicenne stancava me ed altri compagni con interminabili racconti sulle scorribande con l’Ape 50, suo importantissimo mezzo di gioco e trasporto. Nei viaggi in auto verso luoghi di scalata distanti, Mauret non dava segnali di tregua: “.. parché scòlta Neri, co’l’Ape in Val de San Lugàn, me sòn capotà… ”, e avanti senza fine!.. Col tempo ho imparato a sopportare le sue storie interminabili, capendo che il mondo di quel ragazzo contemplava unicamente gli orizzonti di dieci ore al giorno da manovale, giri serali con l’Ape e passione per la scalata, che stava nascendo. In tre anni scarsi, accanendosi in allenamenti azzeccati e uscite in falesie più e meno vicine, Mauro da livelli iniziali ha raggiunto l’8b+, difficoltà molto elevata per un giovane che svolgeva un lavoro così pesante. Un giorno, non riuscendo a trovare amici che lo accompagnassero a Erto, partito da solo in Ape da Taibon, ha raggiunto la palestra friulana; fra i tanti tiri, ha ripetuto Lucrezia Lunga, un duro 7c+ che mancava al suo palmarès, e se ne è ritornato a casa la sera, viaggiando per oltre 100 chilometri col suo Tre assi…

Nel parlare dapprima quasi solo “taibonese” stretto, in breve tempo si è espresso in italiano fluente, apprendendo dagli arrampicatori non solo il modo di comunicare: solamente frequentando l’ambiente della scalata, senza particolari istruttori Mauret ha imparato ad allenarsi in modo corretto e specifico, sapendo soffrire, sobbarcandosi molte sedute serali di preparazione al pannello, dopo il lavoro. Per quanto il cantiere edile gli lasciasse scarso tempo libero, Mauro non ha orientato la sua vivace attività unicamente a se stesso: nelle serate feriali estive, oltre molti fine settimana, si è dedicato alla cura di svariati settori in falesia, anche in forte strapiombo, dove il preparare nuovi itinerari costa gran fatica e mal di schiena, appesi per ore all’imbrago. Rapito dal fascino del bouldering, il giovane ha saputo valorizzare uno dei pochi luoghi di blocchi rocciosi in provincia di Belluno: la Valle di San Lucano, dove Mauro ha pulito con pazienza e olio di gomito decine di massi. Nelle sue lunghe chiacchierate, lasciava spesso trapelare un sogno: darsi al volo, un giorno o l’altro; ne parlava estasiato, come attratto da una forza travolgente. Così Mauret tutto a un tratto si è iscritto a un corso di parapendio, divenendo a poco a poco un esperto: oggi vola costantemente e al momento non scala più, pago di questa nuova passione.

Sempre considerando la zona agordina, il falesione gioiello si trova a Laste di Rocca Pietore. Risalendo la strada del Passo Falzarego, poco dopo Caprile, verso ovest saltano agli occhi delle vaste e alte muraglie grigie e giallastre, con alte conifere in cima a questi monoliti. Da Laste la visuale sulla Civetta e il Pelmo è straordinaria, poiché la quota considerevole di questo paesino pensile offre una panoramica rialzata: la nord ovest della Civetta appare frontalmente in tutta la sua grandiosità. I prati falciati intorno ai fienili sono percorsi da comodi sentieri che costeggiano la base dei sassoni, immersi in un rado bosco di larici. Il silenzio di questo luogo fatato è rotto solo dai rintocchi del vicino campanile. I molteplici versanti dei settori rocciosi permettono condizioni climatiche ideali nelle diverse stagioni, tranne i mesi più rigidi, di solito nevosi. Nelle giornate di canicola estiva scaliamo a nord, perdendoci nel velluto grigio di un calcare per lo più sanissimo. La roccia non è particolarmente articolata, tende al liscio, e questo fa di Laste un luogo severo per l’uso dei piedi e dell’equilibrio; chi ambisce alle vie dure della vicina Marmolada, qui trova la palestra ideale per sbizzarrirsi nella preparazione tecnica. Anche gli itinerari più facili non sono mai banali, e in primavera aiutano a risvegliare la destrezza assopita durante l’inverno, spesso trascorso sugli atletici pannelli di plastica. Per la sua dimensione ambientale di falesia unica in Dolomiti, questo luogo è visitato da climbers italiani e stranieri; specie ad agosto si può azzardare una giornata anche da soli, tanto quasi sicuramente si incontra compagnia.

Pierin Dal Pra ha attrezzato e liberato le vie più difficili e lunghe di Laste, “viaggi” di 40 metri che si distinguono per un intensità insolita; L’Attimo, sul versante sud del Sass de Ròcia, o La Ypsilon situata a nord, richiedono un’impegno così prolungato per le dita, l’uso dei piedi in equilibri spesso al limite, e la condizione mentale nel concatenare passaggi così numerosi, tali da rivelarsi salite uniche, o comunque non facili da ritrovare, anche in altri luoghi distanti. Forse nemmeno nelle fantastiche vie aperte in Sardegna, in altri ambienti incantevoli, Dal Pra ha trovato muri di calcare liscio, poco concrezionato, così dritti e continui. Di recente Pierin ha accompagnato a Laste l’arrampicatore più forte del mondo, il grande ceco Adam Ondra, ragazzo prodigio diciottenne che ha liberato e ripetuto le vie di massima difficoltà ovunque, lasciando il suo marchio indelebile in ogni continente. Ebbene, Adam è riuscito a vista su questi lunghi 8b+, divertendosi come un bambino in una giornata memorabile anche per lui, che ha visitato i più bei luoghi del globo.

Pareva ieri, quando vent’anni fa anche Pierin era un bocia, al cospetto di noialtri “veci”: Icio, Manolo, Gigi, me stesso… E nel vederlo oggi, sempre più forte ma con la chioma un po’ sbiancata, in compagnia di Adam, quel giovane schiacciasassi che frantuma ogni record, mi è apparso in pieno il passaggio del testimone da una generazione all’altra, nella staffetta storica scandita dal tempo che scorre…

Climband
Nella primavera del ‘98 ci siamo ritrovati numerosi a una cena presso Pian del Monte, località bellunese situata alle pendici del Visentìn. In quell’incontro festoso è nata l’associazione Climband Belluno, animata dallo spirito di promozione e divulgazione dell’arrampicata sportiva; i soci fondatori hanno indicato me come presidente, funzione che ho sempre svolto da allora, a parte un’interruzione di un paio d’anni. Tra le prime iniziative si è costituita una tessera di sostegno alla chiodatura o richiodatura dei luoghi di scalata locali, accompagnata da una convinta campagna di tam tam volta a sensibilizzare climbers di ogni età, sesso e grado al versamento di un obolo. Sulle prime i vari praticanti restavano perplessi alla richiesta di un’offerta in soldi, data l’inossidabile convinzione che arrampicare sia cosa rigorosamente gratuita. Ma spiegando che spit e catene non spuntano dalle rocce spontaneamente come i funghi, perché invece occorre tempo, fatica e denaro, quasi tutti capitolavano, e accusandoci scherzosamente di vampirismo accettavano di sottoporsi al prelievo di quindicimila vecchie lire.

Quando poi si è potuto usufruire delle nuove chiodature di moltissime vie a Igne, Podenzoi, Erto, Casso e della rinnovata, storica Parete dei Falchi presso Soverzene, la prova che i quattrini raccolti non finivano in birreria è risultata evidente.

In questo ultimo decennio, i luoghi rocciosi di scalata della provincia di Belluno si sono moltiplicati, come il numero degli appassionati. Da tempo si sentiva l’esigenza di pubblicare in una guida questi siti, e il gruppo di questa associazione ne ha prodotto una raccolta di ben quattordici falesie in Valle del Piave: il lavoro di catalogare più di 700 tiri di corda, con relative foto e schizzi, ci ha impegnato le serate di molti mesi, insieme all’editore Nanni De Biasi. Infine il volume è uscito, con Mauro Corona presente in copertina in una foto di parecchi anni fa. Ricorrere nel 2006 all’immagine del celebre scrittore in evidenza impattante, può apparire una trovata puramente commerciale; se invece si considera che Mauro ha dato il “la” nei lontani anni ’80 alla realizzazione della prima “nostra” falesia, si comprende la scelta di Corona in copertina, quale riconoscimento dovuto al suo lavoro e alla sua creativa intuizione. Le copie della guida sono esaurite in pochi mesi nelle varie librerie. Fra le tante vie descritte, le imperfezioni restano molte, come in tutte le guide di arrampicata; forse il pregio maggiore è di aver sistemato la valutazione delle difficoltà, in particolare della vasta zona del longaronese, senza quegli antipatici “svarioni” storici, che per oltre 25 anni hanno disorientato i climbers di mezza Europa: per esempio la mitica via Contessa a Erto, da 6 a è finalmente diventata 7 a, guadagnando i tre gradi che si merita, al fine di non pigliare in giro i nuovi adepti, oggi più accorti e meno creduloni di noi vecchiotti ai tempi che furono. In definitiva i gradi delle palestre più frequentate sono indicati nella loro fisiologica obiettività sportiva, pur non mancando le solite piccole incongruenze presenti in tutte le raccolte di luoghi di scalata.

L’attività di Climband non si è limitata alla cura per le falesie: dal ‘97 si è tenuta a Belluno la manifestazione Sport in Piazza, promossa dal Coni insieme al Comune e al Provveditorato agli studi; migliaia di ragazzi delle scuole elementari e medie, da quell’anno si riversano per un fine settimana nel centro della città, praticando molti sport all’aria aperta, dalla pallavolo alla ginnastica artistica all’equitazione. L’arrampicata è sempre stata presente, grazie al montaggio di varie strutture artificiali, nel corso delle ormai 14 edizioni. I primi anni questa moltitudine di giovani aspettavano in fila anche più di un’ora per pochi metri di scalata, ma più recentemente si sono utilizzate torri alte sei metri con tre o quattro linee di salita, rendendo il tutto più rapido e divertente. Ogni anno occorre impegnare una ventina di climbers esperti a “far sicura”, oltre a imbracare i ragazzi uno per uno. Ultimamente mi basta avvertire per tempo circa una sessantina di arrampicatori con messaggi telefonici: uno su tre, in media, accetta di aiutarci per mezza giornata, e il gioco è fatto. Terminato il tour de force sono talmente intontito che mi appaiono boce anche di notte, che sbucano da ogni angolo desiderosi di provare… ma permane sempre la contentezza di vederne divertire tanti. L’avvento di questa iniziativa ha contribuito a far conoscere il nostro sport nel bellunese; alle prime edizioni distribuivamo un volantino informativo, descrivendo in sintesi cosa fosse la scalata sportiva e la sua Federazione, la sicurezza che la caratterizza, i luoghi dove si pratica e quant’altro; inoltre Climband è ben vista dalle istituzioni locali, in particolare l’Ufficio di Educazione Fisica coordinato dal prof. Claudio Dalla Palma. Nel 2000 l’assessore allo sport del Comune, Fabio Rufus Bristot, ha finanziato la costruzione di una piccola struttura nel Palasport di Belluno; in collaborazione con Dalla Palma, si è subito tenuto un corso di formazione per trenta insegnanti di educazione fisica e maestri elementari, dando vita a un primo volano di partenza per la realtà scolastica. Bruno Capretta, professore di educazione fisica all’Istituto tecnico e istruttore del CAI, è stato il principale artefice di queste iniziative nelle scuole bellunesi: il solo Itis conta più di 600 allievi, che Bruno segue nei vari gruppi sportivi, arrampicata compresa. Altri insegnanti di altri istituti, quali il liceo scientifico, la ragioneria e le magistrali, organizzano pomeriggi scolastici di questo sport. I ragazzi delle scuole elementari e medie partecipano a incontri in gruppi pomeridiani con cadenza settimanale: insomma questa piccola sala pullula di giovani climbers da oltre 10 stagioni scolastiche.

Questo ricambio generazionale si è caratterizzato per la costituzione di un vero e proprio gruppo, non più di sole coppie singole che praticano la scalata, come accadeva un tempo; alla svolta ha sicuramente contribuito il successo del bouldering, specialità all’apparenza neonata, ma presente già da prima degli anni ’70 in Francia, Gran Bretagna e soprattutto in America, con personaggi come John Gill. Letteralmente tradotta come “sassismo”, la passione dei blocchi ha prodotto in tempi attuali una ventata d’aria nuova negli ambienti della verticale: si scala slegati su massi ad altezza ridotta da terra, con appositi materassi per attutire le cadute, o su sale artificiali con comodi tappetoni alla base. I pochi movimenti che costituiscono un boulder sono in genere difficili, più impegnativi e aleatori dei singoli gesti che di solito si compiono salendo con la corda. Questo concentrarsi su sequenze brevi ma esplosive, o al limite dell’equilibrio e dell’aderenza, permette di “calarsi” nel microcosmo gestuale della scalata, tanto che lo stesso Gill definì il bouldering la vera essenza dell’arrampicata. A questo aspetto tecnico si unisce una valenza socializzante non da poco: questi giovani si divertono insieme, giocando a scalare; spesso si ritrovano numerosi, con capacità, esperienza, livelli diversi, e rimangono uniti provando vari blocchi, consapevoli che se uno è troppo difficile ne va provato uno più facile. In Italia uno dei centri più rinomati si trova in Val di Mello, provincia di Sondrio, dove i pascoli in mezzo al verde e alle montagne offrono moltissimi massi granitici. La manifestazione “Melloblocco” raduna in primavera più di 4000 partecipanti da ogni dove, che si sparpagliano per più giorni lungo la splendida vallata: significativo è il clima rilassante che si instaura fra questi giovani, con i mostri sacri al vertice delle classifiche mondiali in serena compagnia dei principianti che stravedono per loro.

Nel nostro piccolo, questa stessa atmosfera si respira in palestra a Belluno, grazie a insegnanti come Bruno e Giampietro Denicu, coi piccoli delle elementari che giocano a “scalare” anche attrezzi convenzionali da palestra, tipo la cavallina, aiutati da ragazzi di alto livello come il campione italiano under 18, Francesco Vettorata di Sedico. L’apprendimento dei gesti fondamentali si basa su metodiche ludiche e globali: da una grande varietà di giochi ed esercizi su vari attrezzi, si arriva gradualmente a indicare il gesto tecnico fondamentale, preciso. Il percorso didattico ricalca quello delle altre più classiche attività sportive, evitando l’imposizione di automatismi rigidi, nella ricerca di proposte sempre varie, come variabile si presenta ogni passaggio in arrampicata, l’uno sempre diverso dall’altro. Pur seguendo un iter di apprendimento basato sull’acquisizione tecnica dei gesti fondamentali, non viene trascurata la metodica che ho indicato nella tesi Isef vent’anni fa: diviene fondamentale proporre all’allievo continue sollecitazioni mutevoli, ponendolo in condizioni di dover improvvisare, scoprire e mettere in pratica il sistema più facile per salire. Così si ricerca lo sviluppo della destrezza, andando oltre la sola impostazione tecnica, favorendo inoltre il divertimento del ragazzo che gioca inventando, adattando a se vere e proprie sequenze motorie.

Nel segno di quanto ha lasciato Gerard Horagger vent’anni fa a noi ragazzi dello zoo di Erto, seguiamo quella stessa filosofia, impostata sul lasciare libero ciascuno di ricercare la propria dimensione, nel ricco caleidoscopio del mondo verticale: molti ragazzi continuano a crescere come boulderisti puri, oppure altri preferiscono cimentarsi anche con la corda, con le prime uscite nelle vicine falesie. Alcuni gareggiano, altri no, molti dimostrano curiosità per la montagna; noi istruttori spieghiamo con pazienza le differenze di ambiente e di approccio fra arrampicata sportiva e alpinismo: riteniamo nostro compito importante affidare tutti gli interessati alla scalata in ambiente montano alle figure opportune, il CAI e le guide alpine.

Per dirla alla Mauro Corona, quando voleva render l’idea della varietà del mondo verticale, sbottava: “… vosto an consiglio, canàjs (ragazzo, giovane)?… Fa’quel che te vòl!… ”

Da semplice gruppo sportivo, la Climband contempla ultimamente anche una squadra agonistica, con atleti che partecipano alle varie competizioni che la Federazione distribuisce in calendario; le fasi giovanili si svolgono generalmente in territorio veneto. Prima dell’incidente, spesso ho accompagnato questi adolescenti nelle varie strutture della regione. Più gravose e intense si son dimostrate le trasferte finali a Torino, che necessitavano di pernottamento; i viaggi e le giornate trascorse con questi giovani ragnetti mi han dato modo di conoscerli, trascorrendo con loro momenti festosi nei casi di vittorie o successi, divertendoci anche quando non brillavano in classifica.

La Fasi, nella sua evoluzione strutturale di oltre 20 anni, ha formato vari consigli nelle diverse regioni. Il Veneto vanta un comitato dinamico, attivo, che in anni recenti ha coeso le attività delle molte associazioni presenti sul territorio, favorendo in particolare l’agonismo giovanile. Collaborando con il consiglio regionale, presieduto dall’amico Paolo Gervasuti, si è cercato di promuovere servizi utili agli oltre 1700 atleti veneti: poiché scarseggiava il personale tecnico e didattico, si sono istituiti corsi di formazione per nuovi tracciatori, giudici e istruttori. Stiamo inoltre approntando un centro di addestramento giovanile, in cui questi forti ragazzi vengono convocati in appuntamenti fissi, allo scopo offrire ai loro team managers alcune linee guida sull’allenamento e altri aspetti dell’attività agonistica. Insomma ci stiamo sforzando di sostenere l’evidente incremento di atleti pieni di passione, implementando queste iniziative, specifiche della nostra Federazione.

Spiriti liberi
Allenandomi pochi anni fa nella saletta boulder di Belluno, ho notato un ragazzo piuttosto piccolo, robusto, rossiccio di capelli e carnagione bianca come il latte: si è presentato con una certa timidezza, “mi chiamo Fabio De Cesero”. Sapevo che il padre lo accompagnava alle gare, informato dei sui risultati promettenti da Bruno Capretta. Ho cominciato a frequentare questo quindicenne colpito dalla sua flemma proverbiale: impiegava svariati minuti di orologio solamente per allacciarsi le scarpette, e il suo stile di salita era incredibilmente lento. Inizialmente taciturno, nelle scarse parole che spendeva dimostrava un livello di assennatezza ed educazione sicuramente precoce per la sua età.

Le prime volte in falesia lo stressavo, o meglio pensavo di stressarlo scuotendolo dai lunghissimi momenti di pausa: “dai Fabio, ti prego, parti su sta via, ché viene notte!!”, e i presenti sorridevano nel trovare me, notoriamente nevrotico, in compagnia di questo bocia dalla calma imperturbabile.

Ai campionati studenteschi di scalata stravinceva nella specialità classica della difficoltà, in cui primeggia chi arriva più in alto senza tener conto del tempo impiegato, ma faticava nella prova di velocità, dove decisamente non era portato. Col tempo e con infinite insistenze mie e di Bruno, ha sveltito finalmente il ritmo di salita, vincendo in stagioni agonistiche consecutive due coppe Italia di categoria: ragnetti e allievi. Giunto in nazionale giovanile a circa 17 anni, riusciva già sull’8b e cominciava a metterci in difficoltà per seguirlo; entrato nel circuito di coppa Europa, necessitava di un allenatore esperto in ambito internazionale. Nel frequentarci, la sua iniziale ritrosia si è dissolta in tempi brevi: sempre con garbo serafico, non perde occasione per ironizzare sapientemente sulla mia età, coi relativi acciacchi a gomiti, schiena e dita, o imitando i miei frequenti eccessi “schizzati”; spesso riprendo i meno esperti, in manovre di sicurezza con la corda, con paternali un po’ isteriche, preoccupato per la loro incolumità. Il modo di redarguirli è talmente assatanato che De Cesero lo scimmiotta abilmente, e naturalmente tutti scoppiano a ridere.

Nel corso di una gara importante, un giudice ha ritenuto che Fabio avesse raggiunto una certa presa, tanto che figurava qualificato per la salita finale successiva; con tranquillità e naturalezza, il ragazzo ha avvicinato il giudice, insistendo che non aveva affatto toccato l’appiglio in questione. Il giudice lo ha ringraziato per l’onestà, lo ha retrocesso in classifica e per un pelo l’atleta non è rimasto escluso dalla finale.

Mentre su roccia riusciva in vie d’avanguardia per la sua età, mi son trovato a Erto a tenergli la corda proprio il giorno che è salito su Sogni di Gloria, circa vent’anni dopo di me: l’ho incitato movimento per movimento, con le mani tremanti e un forte brivido lungo la schiena… l’ambiente ertano, quel giorno frequentato da diverse persone, a un tratto si è zittito; Fabio ha esultato raggiungendo la catena in continuità, e calato a terra mi son limitato a una robusta manata affettuosa sui suoi capelli rossi: cercavo di nascondere gli occhi lucidi, mascherando a stento la commozione.

Anche l’amico agordino Marcello Luciani si è ritrovato a scoprire un giovane talento: la moglie di questo mio compagno insegna alle elementari, e discorrendo anni fa con una collega… “mia figlia Sara si arrampica ovunque, sale in continuazione alberi e muretti”… “ma allora affidala a mio marito Marcello, che scala da 30 anni: è talmente appassionato che le farà passare la voglia!… ”. Così Luciani ha conosciuto Sara Avoscan, uno scricciolo biondo di 13 anni dal volto angelico che ha cominciato a stupirlo sin dalle prime volte: rispettosa ed educata come una bimba d’altri tempi, era una specie di spugna assorbente, non esisteva una via o una mezza giornata in cui non apprendesse qualcosa di nuovo: dall’uso dei talloni che Sara da sempre eleva altissimi con estrema scioltezza, ad altri svariati particolari fondamentali, la ragazza non perdeva occasione per imparare memorizzando continui aspetti tecnici e strategici, dimostrando una crescita costante. Il suo saggio istruttore non si è fatto prendere dalla frenesia dell’atletismo precoce, e privilegiando la persona al talento l’ha accompagnata integra alla maggiore età, risparmiandole acciacchi e malanni vari. Una delle prime volte che ho incontrato Sara è stato a Sesto Pusteria, in struttura artificiale: Marcello mi aveva chiesto per lei una lezione di stretching, non di trazioni al travo; e nel dimostrarle svariati esercizi da “baccalà” ormai anchilosato, anch’io ho notato la sua straordinaria elasticità. Per Sara, la scelta di misurarsi in gara è arrivata relativamente tardi: a 17 anni ha partecipato alla sua prima competizione, entrando subito in nazionale giovanile, in compagnia di Fabio. L’anno successivo mi è capitato di assicurarla in una finale di coppa Italia, a Silea: da collaboratore addetto a far sicura, non potevo incitarla platealmente davanti a tutti, essendo la punta di diamante della nostra Climband; cosicché, tenendole la corda con le mani sudate, sussurravo a denti stretti “dai Saretta, va su!!… ”… e lei non mollava. Presa dopo presa, in una sequenza finale che mi è sembrata eterna, ha raggiunto finalmente il top, e vinto la sua prima gara nazionale. Credo di averla abbracciata a pochi centimetri da terra, ancor prima di calarla del tutto…

Così per Fabio e Sara è presto giunto il momento di affidarli a un esperto di competizioni internazionali, tanto che nessuno meglio di Luca Zardini Canon poteva seguire questi giovani; la prima volta che li ho accompagnati da lui son restato di stucco per la semplicità e la chiarezza con cui si è presentato: “… Allenarsi per ottenere gli obiettivi che vi prefissate è bellissimo, perché aumenta dentro di voi la certezza di far bene, di prepararvi seriamente al risultato che desiderate… attenti però a non esagerare, considerate sempre che non siete macchine… e se un giorno non ve la sentite e cominciate a sentirvi veramente stanchi, mollate un po’, evitate di sfinirvi e rilassatevi come volete, andate a farvi una passeggiata… ”. Così il “vecchio” Canon ha approcciato i due boce, consapevole che, oltre il fitto programma di preparazione atletica che proponeva loro, li aspettavano l’esame di maturità e i successivi studi universitari. Infatti nelle stagioni a seguire Sara e Fabio hanno dovuto conciliare impegni scolastici severi con le tappe agonistiche in Italia e all’estero. Immancabilmente son giunti momenti duri per entrambi, soprattutto nel dover mantenere alto lo stato di forma psico-fisica. Per Fabio l’anno più difficoltoso si è rivelato al termine della scuola superiore, quando la pressione psicologica di tanti impegni, patente di guida compresa, si è aggiunta al senso di responsabilità di essersi allenato in maniera così seria e metodica; il sacrificio svolto in mesi estenuanti dedicati al volume (più vie possibile), alla forza pura e poi all’intensità, gli imponeva mentalmente l’aspettativa del risultato in gara, e in un certo senso lo pretendeva, giustamente. In competizione mi dava l’impressione di partire assorto, come in trance, nella certezza di riuscire perché si era allenato tanto: pensava a quanto si sentiva forte, invece che a arrampicare, e chiaramente non saliva concentrato; la condizione emozionale di atleti a livelli così elevati diviene delicata, perché l’eventuale insuccesso facilmente li sconforta, conducendoli a uno stato d’animo negativo di forte insoddisfazione, spesso di rabbia. A quel punto hanno bisogno di conforto, ma soprattutto di ricreazione, di comprendere che devono liberare la mente da quel senso di oppressione frustrante; paradossalmente Fabio ha ottenuto migliori risultati iscrivendosi a ingegneria a Padova: ha deciso di non partecipare a tutte le gare e di studiare, non potendo allenarsi tutti i giorni, e si è ritrovato a scalare, anche in competizione, con la mente più alleggerita e serena.

Con la stessa lucidità motivazionale, scarica di pressione interiore, a Chamonix Sara è giunta in finale di coppa del mondo, terminando nona; un risultato eccezionale considerato il livello dei vertici mondiali, che però le ha creato forti aspettative nelle gare successive, in cui ha cominciato a soffrire lo stress. Ha concluso la stagione 2010 esausta, vincendo comunque il suo primo trofeo di coppa Italia generale adulti; in queste stesse stagioni agonistiche, concatena intere sessioni di lezioni ed esami all’università di Trieste, facoltà di scienze della formazione: colleziona trenta e trenta e lode, trovando anche il tempo di lavorare come baby sitter d’estate, per racimolare qualche quattrino e contribuire agli aiuti che riceve in famiglia. Con Marcello, Bruno e lo stesso Canon cerchiamo di proporre loro occasioni di scarico: Fabio con me è stato a Ceuse, in Francia, sobbarcandosi robuste camminate, splendide scalate sì insieme, ma anche momenti di svago come le uscite serali a Gap, la graziosa cittadina sotto il massiccio. Proprio come noi pionieri ai nostri tempi, anche questi atleti crescono curando la scuola, gli impegni familiari e altri aspetti della vita, non solo l’arrampicata; tempo permettendo si dedicano a piccoli viaggi, uscite di sci alpinismo, sci da fondo o piscina.

Un altro giovane che mi impressiona è Francesco Vettorata, diciotto anni: ne aveva sedici quando l’ho accompagnato in Costiera, falesia triestina sul mare presso Sistiana: in una delle prime uscite in roccia, è tornato indietro terrorizzato da una via di 5°+… mesi dopo, a Ceuse con me e Fabio, ha cominciato ad affrontare i primi 6c, con le protezioni distanti tipiche del rinomato luogo francese; e nell’ottobre dello stesso anno è riuscito sul suo primo 8 a, nella locale palestra di Igne; in 10 mesi questo ragazzo ha compiuto un salto di 5 gradi, uscendo in roccia dalla saletta di Belluno, dove già strabiliava. Oltre i risultati ottenuti nel bouldering, sui sassi e in gara, di Francesco stupisce la disponibilità con cui ci aiuta nei corsi con bambini e ragazzi: non perde una lezione, se non per impegni scolastici, dimostrando entusiasmo e competenza nel proporsi ai boce, che ovviamente lo considerano loro punto di riferimento. Campione italiano giovanile di bouldering e difficoltà, purtroppo Francesco è incorso in una seria tendinite che lo ha fermato proprio nell’anno in cui avrebbe ancora dominato nella propria categoria; pur perdendo la stagione si è ripreso alla grande, vincendo anche fra gli adulti, come di recente a Rovereto. Caparbio fino alla cocciutaggine, a volte orientarlo a modificare certe convinzioni diventa una missione impossibile… ma chiaramente un carattere così determinato lo aiuta a centrare obiettivi ambiziosi. Lo dimostrano ripetizioni di salite come Movimenti Tellurici a Igne, 8c/8c+, difficoltà massimale su roccia, riuscita anche allo stesso Fabio.

Con ben 15 di questi ragazzi abbiamo raggiunto Venezia in treno, a una gara di bouldering. Ancora minorenni, li contavo in continuazione come pecore, preoccupato di perdere qualcuno, a piedi per calli e ponti vari. Raggiunta la palestra, li ho seguiti sui vari blocchi, divertendomi come sempre, per tutta la durata della competizione; molti han primeggiato nelle varie categorie, e sono tornati in treno agitando festosi coppe e medaglie: continuavano a inerpicarsi sui portapacchi della carrozza, facendomi vergognare. Felice per aver vinto, Stephan De Zolt di Santo Stefano si sporgeva dal finestrino in piena corsa, sfiorando le gallerie del Fadalto… risparmiandomi un infarto, l’ho preso per la folta chioma e tirato dentro a forza. Fra tutti, Stephan forse rappresenta lo spirito più libero; alto e leggerissimo, è munito di dita d’acciaio, oltre una dote naturale per scalare. Squisito e sensibile di animo, al momento è totalmente inorientabile in qualsiasi programma razionale di allenamento: arrampica quando ha voglia, dove gli garba. Milita anch’egli con successo in nazionale giovanile, ma procurargli un allenatore che lo segua puntualmente è pura utopia…

Questi forti giovani fungono da esempio e vero traino per gli altri della squadra, che si impegnano per avvicinarli, condividendo insieme momenti di allenamento, gare, uscite in gruppo. Spesso mi aggrego e mi faccio prendere dall’entusiasmo, su un blocco o su un tiro di corda, dimenticando che ho quasi cinquant’anni. Altre volte mi trovo con i miei coetanei, come Marcello e Bruno; fra una via e l’altra discorriamo di questi ragazzi, o dei proventi sempre più scarsi, ottenuti dai corsi coi piccoli, per rimborsare spese di gare e allenatori.

Così vivo questa passione, animato dalla presenza di tanti boce e alcuni veci come me, grazie alla pazienza di chi mi aspetta a casa. La speranza è di continuare a migliorare la situazione delle “zampe”, per cercare ancora di raggiungere, libero, questi fantastici giardini verticali.

An bon crodaròl
Co’ere boceta brusèe de passiòn,                                      Quand’ero ragazzino bruciavo di passione,

pensèe a le montagne e cressèa l’emoziòn                   pensavo alle montagne e cresceva l’emozione                           

de andar su le crode usà a quei buròi,                               di salire le crode abituato a quei burroni,

conòsser i grop e schivàr i castròi,                                      conoscere i nodi ed evitare gli errori,

savèr piantàr ciòdi e dopràr al martèl,                                  saper piantare i chiodi e usare il martello,

da le zime contènt portàr casa la pèl.                                    Dalle cime felice portare a casa la pelle.

Ere senza ‘na lira, bociàssa studente,                                     Ero senza una lira, ragazzo studente,

‘l motorin sempre rot e ‘n straz de patente,             il motorino sempre rotto e uno straccio di patente

e rivàr sot le crode era sempre ‘n pensièr;                 e raggiungere le pareti era sempre un problema;

ma tanti mè amighi m’ha fàt al piazèr                                  ma tanti amici m’han fatto il piacere

de mèter la machina e cargàrme anca mi;                        di disporre di un’auto e caricare anche me;

portàrme lassù a rampegàr tut al dì!…                             portarmi lassù a scalare tutto il giorno!…

Ere usà ricambiàr e andàr su davanti,                                  Usavo ricambiare e salire da primo,

menàr su la corda e tiràr tuti quanti.                                     metter su la corda e recuperare tutti. 

Adès che son vecio e ho ‘n gran machinòn,                   Adesso che sono vecchio e ho una gran auto,

le forze le manca ma ho ancora passion:                                  le forze mancano ma ancora passione

de mèter la machina me pàr gnanca vera,                           non mi pare vero di mettere la macchina,

jutàr i me amighi in maniera sincera,                                    aiutare i miei amici in modo sincero,

portàr i bociàsse lassù a rampegàr,                                            portare i ragazzi lassù a scalare,

quei senza ‘na lira, che toca studiàr.                                   quelli senza una lira che devono studiare.

An bòn crodaròl al se pensa, al ricorda,                             Un buon scalatore non dimentica, ricorda,

ma ‘des toca ai boce tiràrme la corda!…                     ma adesso tocca ai ragazzi tirarmi la corda!…        

Sandro Neri
Classe 1963, arrampica dal 1979 (alpinismo, e negli anni successivi, anche arrampicata sportiva); titolo di studio: Isef Padova, 1990, con tesi sull’arrampicata sportiva; professione: insegnante di educazione fisica; titoli federali (Fasi): istruttore dal 1994, tracciatore di 2° livello dal 2009, allenatore nazionale dal 2012, formatore di istruttori da 5 anni; livello: oltre 150 vie dall’8a all’8b+ (anche recente, aprile 2015). Attende con entusiasmo (senza particolari frenesie, nè forzature) giovani appassionati provenienti dai corsi e gruppi sportivi di Climband, naturalmente col consenso dei loro genitori. Intende seguirli soprattutto nell’attività agonistica ufficiale (gare patrocinate dalla Fasi), oltre a proporre loro un metodo, un percorso di conoscenza e divertimento nello splendido viaggio dell’arrampicata sportiva evolutiva.

N.B.: Non ‘allena a distanza’, preferisce conoscere bene ragazzi e giovani (scalando anche con loro) prima di proporre eventuali programmi e metodiche.

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