Storie di montagna – 2 (2-4)
di Emilio Salgari
a cura di Felice Pozzo
(Storie di montagna, Tascabili, Centro Documentazione Alpina, ottobre 2001)
(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/storie-di-montagna-1/)
Una caccia ai leoni sull’Atlante
di Emilio Salgari
(firmato con lo pseudonimo H. Barry, tenente degli spahi)
Le mene incessanti di Bu-Amena, il famoso brigante che scorrazzava senza posa i confini dell’Algeria meridionale, taglieggiando i piccoli centri e minacciando senza tregua i nostri posti di guardia, attendati sulle sabbie del deserto, avevano costretto il comando generale di Costantina ad inviarmi verso la frontiera marocchina, per vedere come stavano realmente le cose e studiare i mezzi per farla finita con quell’audace berbero.
Essendosi sparsa la voce che numerosi cavalieri erano stati veduti a scorrazzare le folte foreste della catena dell’Atlante e che i pastori di quelle montagne erano propensi a prendere le armi contro di noi, fanatizzati dall’irrequieto bandito, feci in fretta i miei preparativi per giungere sul luogo prima che l’insurrezione scoppiasse.
Ed infatti, ventiquattro ore dopo aver ricevuto il comando, lasciavo Kralifa, dove ero di guarnigione, e prendevo la via del sud assieme ad un mezzo squadrone di spahi.

Il viaggio fino alla base di quell’enorme catena di montagne, che si estende attraverso tutto il Marocco e buona parte dell’Algeria, lo compimmo a grandi tappe e senza incidenti, pernottando nei duar – piccoli villaggi formati da poche capanne e da tende – ovunque cordialmente ricevuti, perché Bu-Amena, che ormai non viveva che di brigantaggio più o meno velato, aveva perduto gran parte delle simpatie che godeva prima.
Essendo stato informato che appunto da quelle parti eransi veduti i cavalieri del berbero, e che era precisamente fra quei montanari che regnava un vivo malcontento contro di noi, innalzammo colà il nostro campo, fortificandolo provvisoriamente con canne e sterpi spinosi, barriera sufficiente contro i cavalli e rinforzandolo per di più con un piccolo terrapieno di sabbia.
A mezzo chilometro da noi si trovava un piccolo duar, formato d’una mezza dozzina di tende molto spaziose e abitato da cinque famiglie, che allevavano cammelli corridori e montoni.
Il capo di quel minuscolo villaggio era subito venuto a trovarmi, mettendosi a mia disposizione e mi aveva fornito delle preziose informazioni sulle forze di cui disponeva Bu-Amena.
Era costui un bel vecchio che aveva l’aspetto d’un antico patriarca, con una lunga barba ed i lineamenti fini, come se avesse appartenuto alla nobiltà moresca. Solamente la sua pelle era d’un bronzo assai oscuro e sul viso aveva tre profonde cicatrici che parevano fossero state prodotte da tre artigli.
Avendo El Zaccar – si chiamava così – avuto da dolersi da parte dei predoni di Bu-Amena, ed avendo appreso che noi ci eravamo accampati in quel luogo per cercare di catturarlo, divenne presto mio amico.
M’invitò al suo duar a bere il caffè profumato con un pizzico d’ambra, come usano berlo quei figli del deserto e mi presentò anche – cosa piuttosto rara – sua figlia Zamra, una graziosa giovinetta, con degli splendidi occhi neri ed i lineamenti d’una purezza stupefacente.
Eravamo accampati da quindici giorni, facendo di quando in quando delle scorrerie fra le selve dell’Atlante, per impedire che i pastori della montagna si unissero al bandito, quando un pomeriggio vidi giungere tutto trafelato El Zaccar.
Credetti dapprima che mi recasse qualche preziosa informazione su Bu-Amena e gli chiesi subito:
– L’hanno veduto!
– Tu dunque sai, signore! – mi chiese il berbero, guardandomi con stupore.
– Io?… Che cosa so? – gli domandai, non meno sorpreso di lui.
– Che mi ha divorato un montone e che ne ha sventrati altri due.
– Bu-Amena!
– Ma che Bu-Amena!… – esclamò – Il leone che è sceso dalla montagna.
– Un leone!… E quando ti ha mangiato i montoni?
– Stamane, qualche ora prima dell’alba. Mio genero lo ha veduto nel momento in cui balzava sopra la cinta, portandosi in bocca il montone.
– E che cosa vuoi, El Zaccar?
– Che tu mi aiuti a ucciderlo – mi rispose il berbero – Gli europei sono famosi cacciatori.
Riflettei un momento. Io non ero alle mie prime armi, anzi contavo nel mio attivo un leone dalla criniera nera, che avevo ucciso sui piani di Keliff e tre pantere, senza contare le jene che avevo fucilato nei dintorni dei nostri accampamenti.
– Sei certo che si tratti veramente d’un leone? – gli chiesi.
– Ti ho detto che mio genero lo ha veduto.
– Era grosso?
– Come un piccolo toro.
– Va bene – gli dissi – Aspettami questa sera.
Quando il sole fu prossimo al tramonto, lasciai l’accampamento, accompagnato da uno dei miei spabis, un arabo che tirava a meraviglia, e che mi aveva seguito in altre cacce, dandomi sempre prove di un’audacia e d’un sangue freddo poco comune.
Quando giungemmo al duar, vidi El Zaccar corrermi incontro con una cera sconvolta e la fronte molto pensierosa.
– Ebbene, che cosa c’è di nuovo? – gli chiesi.
– Che non si tratta d’un solo leone – mi rispose.
– Ah, diavolo!… – esclamai.
– Quest’oggi, uno dei miei uomini stava scendendo la montagna con un carico di legna, quando, giunto presso una radura ingombra di spine, lì vide il leone. Stava ritto, in una posa da far rabbrividire, ed a poca distanza si trovava la femmina, che pareva in agguato.
– E non lo hanno assalito?
– No, si sono accontentati di guardarlo e di seguirlo cogli occhi, finché rientrò nella foresta – mi rispose il berbero.
Cominciavo a preoccuparmi un po’ anch’io. Affrontarne uno, poteva passare, ma due era una cosa da dare molto a pensare.
Tuttavia non potevo ormai rifiutarmi. Se l’avessi fatto il mio prestigio se ne sarebbe andato a rotoli, e sarei stato bollato inesorabilmente come un pauroso dai pastori della montagna.
– Abù, giovanotto mio – dissi al mio spahi – si tratta di farsi ben onore e di riportare indietro la pelle. Hai paura?
– No, signor tenente – mi rispose l’arabo – Con voi non ho paura.
– Sai dove si trova quella radura? – chiesi a El Zaccar.
– Sì, ed io ti condurrò – mi rispose. – Nella mia gioventù ho ucciso più d’un leone e anche ora tiro bene.
– Andiamo.
Salutai colla mano la graziosa Zamra, che era comparsa sulla soglia d’una tenda, poi ci allontanammo salendo i primi contrafforti dell’Atlante.
Io ed Abù avevano due buone carabine da caccia grossa; il berbero invece aveva il suo lungo fucile a capsula, col calcio ripiegato ed intarsiato.
Erano le nove quando giungemmo sotto i primi alberi. La luna sorgeva allora dietro le creste dell’Atlante, e s’alzava in un cielo purissimo, illuminando la immensa foresta come in pieno giorno.
Una fresca auretta spirava da ponente, mormorando, fra le foglie dei lauri e dei sicomori, con un sussurrìo delizioso.
Procedevamo in silenzio e cautamente, potendo darsi che i due leoni si trovassero imboscati in mezzo ai fitti cespugli che eravamo costretti a fiancheggiare, e che ci piombassero addosso di sorpresa.
Salimmo così per una buona mezz’ora, inoltrandoci sempre più nella foresta, poi giungemmo su una china che era solamente coperta di cespugli bassi e che scendeva in una specie di burrone che pareva non avesse alcun sfogo.
– I due leoni sono stati scorti qui – mi disse il berbero.
Guardai attentamente il burrone che era coperto da alti cespugli e mi venne tosto un sospetto.
– Scommetterei che i leoni hanno il loro covo in fondo al burrone – dissi al berbero.
– Lo credo anch’io – mi rispose.
– Vuoi che proviamo a scendere?
El Zaccar ebbe una breve esitazione e lo vidi tremare, poi mi disse con voce abbastanza calma:
– Andiamo.
– Tenete il dito sul grilletto – ordinai – e badate di non scivolare. Chi cade è perduto, se i leoni ci sono vicini.
Scendemmo adagio adagio, aggrappandoci colla mano sinistra agli sterpi, essendo la china molto ripida, e appena toccato il fondo ci arrestammo puntando istintivamente i fucili.
Dinanzi a noi stava il carcame d’una gazzella, che pareva fosse stato spolpato di fresco, essendo le ossa ancora rosse di sangue, e più oltre, sparsi fra i cespugli, altri ossami e pezzi di pelle appartenenti ad altri animali e che si decomponevano spandendo all’intorno delle esalazioni nauseanti.
– Sì – mi disse El Zaccar – i leoni hanno qui la loro tana.
– Aspettatemi – risposi io – e appena li vedete fate fuoco senza esitare.
– E tu, signore?
– Vado a scovarli.
M’avanzai seguendo la discesa del burrone che in quel luogo cadeva quasi a piombo. Avevo fatto pochi passi, quando udii dinanzi a me un lieve fruscio e scorsi le estremità di alcuni rami a oscillare.
– È lì dentro – pensai.
Mi misi in posizione di far fuoco e attesi, sperando che i leoni si mostrassero.
Non udendo più nulla e potendo darsi che quel fruscio fosse stato prodotto da qualche rettile, continuai ad avanzarmi, allontanandomi sempre più dai miei due compagni che si tenevano ritti all’estremità del burrone, seguendo attentamente le mie mosse.
Ad un tratto vidi un’ombra sgattaiolare in mezzo ai cespugli ed una coda sferzare i rami. La riconobbi subito: era quella d’un leone. Puntai rapidamente la carabina e feci fuoco ripetutamente.
Un ruggito spaventevole, che rintronò nel burrone come un colpo di tuono, seguì i due spari, poi una massa nerastra balzò al di sopra d’un cespuglio cadendo pesantemente dall’altra parte.
– L’ho còlto!… – gridai ai miei due compagni. – Presto, raggiungetemi.
Poi, senza aspettare che mi fossero vicini, girai la macchia, sicuro di aver freddato la belva. D’improvviso indietreggiai mandando un grido di spavento. A cinque passi da me, coricata fra le erbe, stava una leonessa la quale mi fissava, ringhiando sordamente. Invece d’averla uccisa, l’avevo solamente ferita e forse non gravemente.
Sapendo per esperienza che l’occhio umano esercita un certo fascino sulle belve, a mia volta la fissai, mentre estraevo due nuove cartucce per introdurle nella mia carabina, che come vi dissi, era scarica.
Dovevo essere orribilmente pallido in quel momento. Si può essere coraggiosi in una battaglia, ma io ritengo che nessun uomo possa conservare un sangue freddo assoluto dinanzi a quei terribili carnivori.
Sentivo grosse gocce di sudore scendermi sulle tempie e mi pareva che il cuore avesse cessato di battere, tanta era l’angoscia che mi opprimeva in quel terribile istante.
Guardando sempre la leonessa che strisciava lentamente fra le erbe per giungere a buona portata, introdussi le due cartucce, poi quando mi credetti sicuro del mio conto, feci un salto indietro spianando contemporaneamente l’arma.
Vedendo scintillare la canna della carabina, che i raggi lunari illuminavano, si rizzò di colpo preparandosi a balzarmi addosso.
La prevenni e appena a tempo, scaricando entrambi i colpi. La belva spiccò un salto in aria mandando un ruggito terribile, poi si rovesciò sul dorso, mentre altre tre palle la colpivano in pieno ventre.
El Zaccar e Abù erano accorsi in mio aiuto ed avevano fatto fuoco qualche secondo dopo di me.
Certi di averla proprio uccisa, ci avvicinammo alla belva. La morte era stata istantanea, avendo ricevuto due palle nel cranio ed una in direzione del cuore.
Era una bestia magnifica, una delle leonesse più grosse che avessi fino allora vedute, ciò d’altronde non mi stupiva essendo i leoni dell’Atlante i più belli che esistano in tutto il continente africano.
– Dove sarà il leone? – chiesi al berbero, che si sfogava percuotendo col calcio del suo lungo fucile la belva.
– Deve essersi recato alla caccia – mi rispose El Zaccar – Se si fosse trovato in questi dintorni non avrebbe mancato di accorrere in aiuto della femmina, non essendo quegli animali egoisti.
– Che sia andato a divorare qualche altro montone? – gli domandai.

A quelle parole vidi il berbero impallidire e tremare. Aveva avuto il presentimento d’una disgrazia? Da quello che successe poi, aveva indovinato.
Percorremmo tutto il burrone senza riuscire a scovare il maschio, sicché fummo d’accordo di tornare al duar, per gustare qualche ora di sonno, rimandando la seconda battuta all’indomani!
Scendemmo la montagna senza aver fatto cattivi incontri. Solo avevamo veduto qualche jena che si era affrettata a prendere il largo colla solita vigliaccheria che distingue quegli animali.
Era mezzanotte quando giungemmo in vista del duar e, con non poca nostra sorpresa, vedemmo numerosi fuochi accesi dinanzi alle tende. Nel medesimo tempo ci giunsero agli orecchi delle grida e dei lamenti lugubri, che annunciavano una qualche grave disgrazia. Affrettammo il passo, in preda ad una profonda angoscia ed ebbimo subito la spiegazione dì tutto quel trambusto.
Mentre noi cacciavamo la leonessa, il maschio si era accostato inosservato al duar ed aveva sorpreso uno dei servi di El Zaccar che dormiva all’aperto, sventrandolo con un poderoso colpo d’artiglio.
Alle grida del moribondo tutti gli uomini del duar erano accorsi ed avevano messo in fuga il feroce carnivoro, prima che avesse potuto portarsi via la preda.
L’uomo era spirato pochi minuti dopo, ma il leone era riuscito a mettersi in salvo nella foresta. El Zaccar era furioso e le donne del campo piangevano.
– Vuoi che lo vendichiamo? – dissi al vecchio – Il leone sarà tornato nella sua tana, ne sono sicuro e non ne uscirà prima di domani sera. Credo che questo sia il momento buono per andarlo a scovare.
– Se tu lo uccidi, signore – mi rispose El Zaccar – regalerò ai tuoi soldati una dozzina di montoni.
L’offerta non era certamente disprezzabile, ma non generosa come avrebbe potuto sembrare di primo acchito. Il furbo berbero sapeva che uccidendo io il leone, ne avrebbe risparmiati ben di più, poiché quando quei formidabili carnivori prendono di mira un duar non se ne vanno se prima non hanno divorato tutto il bestiame.
Interpellai Abù, il quale mi rispose subito, senza esitare:
– Sempre ai vostri ordini, signor tenente.
Quantunque la luna fosse tramontata, riprendemmo la via della montagna assieme ad El Zaccar e ad un suo servo, che portava alcune provviste ed un recipiente pieno di caffè.
Era quasi l’una del mattino quando giungemmo sull’orlo del famoso burrone, dove giaceva ancora il cadavere della leonessa.
– Scendiamo – dissi risolutamente – e, se il carnivoro si trova qui, affrontiamolo senza esitare.
Stavamo per calarci giù dal pendìo, quando vedemmo fuggire a corsa disperata degli animali somiglianti ai cani per statura, colla testa da volpe, la coda lunghissima che toccava quasi il suolo ed il pelame foltissimo che mi parve rossastro.
– Degli sciacalli – mi disse El Zaccar – Buon segno.
– Perché? – gli chiesi.
– Seguono sempre il leone quando caccia, onde divorare gli avanzi delle sue prede. Se questi animali si trovano qui vuol dire che il carnivoro non è molto lontano.
In quel momento, come per confermare le parole del berbero, udimmo un ruggito formidabile alzarsi fra i folti cespugli che coprivano il fondo del burrone.
– Avrà scoperto il cadavere della femmina e sarà furibondo – mi disse El Zaccar – Stiamo in guardia o ci farà a pezzi.
Il ruggito si era udito verso l’estremità del burrone, quindi prendemmo subito posizione e ci separammo l’uno dall’altro in modo da accerchiare la belva e d’impedirle di riguadagnare le foreste della montagna. Io mi ero collocato presso la parete rocciosa, la quale, come dissi, cadeva quasi a piombo e mi ero messo a seguirla tenendo un dito sul grilletto del fucile.
M’inoltrai risolutamente, essendo deciso di finirla con quella belva e certo di abbatterla di colpo tanto ero sicuro di me in quel momento.
M’avanzai così per una ventina di passi, mentre i miei due compagni s’inoltravano dalla parte opposta, poi d’un subito mi arrestai sorpreso di non udire il ruggito della belva, né di vederla. Eppure ero quasi all’estremità del burrone.
Che fosse fuggita non potevo ammetterlo, trovandosi in cima alla discesa il servo di El Zaccar. Se avesse cercato di guadagnare la foresta, quell’uomo che dominava tutta la rampa del burrone, l’avrebbe indubbiamente veduta.
Stavo riflettendo alla stranezza di quel caso, quando vidi sbucare di fronte a me El Zaccar e lo spahi.
– Nemmeno voi l’avete veduto? – chiesi.
– No – mi rispose il berbero che pareva estremamente stupito.
– Eppure non deve essere fuggito – dissi – Il tuo servo avrebbe fatto fuoco o per lo meno gridato.
– Non so che cosa dirti, signore; questa scomparsa mi pare sorprendente.
– Avete veduto il cadavere della leonessa?
– Ci sono passato accanto io, signor tenente – mi rispose il mio spahi.
– Torniamo a battere il burrone – dissi – Il maschio non si sarà già nascosto sotto terra.
Percorremmo nuovamente quello spazio cespuglioso, percuotendo i rami colle canne dei nostri fucili e con nessun risultato.
Stavo chiedendomi se per caso fosse sfuggito agli sguardi del servo e avesse riguadagnata la foresta, quando udii sopra di me un ruggito così terribile che mi fece fare quattro o cinque salti indietro. Quel ruggito veniva dall’alto.
Alzai la testa, mentre i due miei compagni, atterriti, si davano alla fuga e scorsi con non poca sorpresa e non lieve spavento, il carnivoro in mezzo ad un cespuglio che cresceva a circa metà china del burrone. Il furfante si era arrampicato fino là senza che nessuno di noi avesse potuto scorgerlo e si preparava a balzarci addosso.
Era una bestia magnifica, dal dorso poderoso, con una criniera foltissima che lo faceva sembrare due volte più grosso, essendo in quel momento irta.
Ebbi appena il tempo di scaricare un colpo di fucile che mi sentii piombare addosso la belva. Caddi di colpo, assai malconcio da quel peso cadutomi addosso, e provai un acuto dolore che mi strappò un urlo.
Le unghie della belva mi erano entrate profondamente nelle spalle e la mia povera carne veniva strappata a brandelli.
Sopra di me il leone ruggiva spaventosamente, soffiandomi in viso il suo alito caldo e fetente, cercando di stritolarmi il cranio fra le possenti mascelle.
– Aiuto Abù!… – urlai disperatamente.
Tre colpi di fucile, sparati uno dietro l’altro, furono la risposta. Il leone fece uno scarto violento, si rizzò sulle zampe posteriori poi stramazzò al suolo fulminato. I miei compagni m’avevano vendicato.
Quando tornai in me, mi trovavo nella più spaziosa e più arieggiata tenda del duar, coricato su un cumulo di tappeti. Zamra, la graziosa e bellissima figlia del berbero mi stava presso, triste e lagrimosa, spiando ansiosamente il momento in cui dovevo aprire gli occhi.
Il sottotenente medico dello squadrone, prontamente avvertito della disgrazia che mi era toccata, aveva fasciato le mie ferite, dopo di averle accuratamente disinfettate.
Il mio spahi ed El Zaccar mi avevano portato al duar quasi di corsa, dopo d’aver arrestato alla meglio il sangue che usciva da quelle orribili graffiature. Fortunatamente il leone non aveva intaccato le ossa.
Nondimeno la guarigione fu lunghissima, essendosi dapprima manifestato un principio d’infezione. Le ferite finalmente si rimarginarono e perfettamente, ma me ne lasciarono una profondissima nel cuore, che non guarì se non il giorno in cui la graziosa figlia del mio ospite, la leggiadra Zamra, si chiamò… la signora Barry!…
Un soldato della Mezzaluna
di Emilio Salgari
Una folta nebbia calava a poco a poco dalle alte giogaie che attraversano il vilayet di Prichtina e che segnano, o meglio dovrebbero segnare, il confine fra la selvaggia Albania e la bella e fertile pianura della Macedonia, e le ombre della sera coprivano i villaggi devastati e ormai deserti, resi per sempre muti dalla ferocia mussulmana.
Un soldato, che indossava il pittoresco costume dei montanari albanesi, coll’ampia veste bianca, il giubbetto tutto adorno di ricami e che cavalcava uno di quei piccoli e vellosi animali che solo si trovano bene fra le aspre montagne, dall’apparenza meschina eppure d’una resistenza straordinaria, risaliva lentamente la riva, ingombra di sterpi e di canneti, d’uno di quei fiumiciattoli che solcano in gran numero le pianure macedoni.
Era un bel giovane di forse venticinque anni, dagli occhi ed i capelli nerissimi, di forme quasi erculee, quantunque la taglia fosse elegante e non massiccia.
Pareva immerso in profondi pensieri e sembrava non prestasse alcuna attenzione allo scrosciare delle acque, né che la nebbia che continuava a calare freddissima, né le tenebre lo preoccupassero, quantunque attraversasse una regione frequentata dalle bande degl’insorti bulgari e macedoni anelanti di sangue turco.
Una profonda tristezza trapelava sul viso del giovane albanese. Una improvvisa fermata del cavalluccio lo strappò finalmente dalle sue meditazioni.
Una casetta, formata di tronchi d’albero col tetto di stoppie, aveva chiuso il passo dell’animale. L’albanese, scorgendola, non aveva potuto frenare una esclamazione di gioia e, senza servirsi delle staffe, era balzato agilmente a terra, mandando un sospiro. Dalle strette finestre della casupola trapelavano due piccoli fasci di luce.
– Madre! – gridò il giovane.
La porta si aprì subito e una donna un po’ curva, coi capelli bianchi, comparve, gettando sul giovane uno sguardo sospettoso, ma poi un grido le era sfuggito.
– Tu, mio Osman? – disse, gettandogli le braccia al collo e stringendoselo violentemente al petto. – Che cosa sei venuto a far qui, figlio mio, in questi monti? Non sai che sono qui? Che ieri hanno messo a ferro ed a fuoco Kajars?
– Chi? – chiese il giovane.
– I macedoni, gl’insorti.
Un sorriso di sprezzo comparve sulle labbra del giovane.
– Quelli non sono che dei banditi, che non faranno mai paura ad un suddito del Sultano. Non sono un bulgaro io. Si vede, mamma, che tu non mi conosci. Abbracciami ancora madre. Vengo dalla frontiera macedone e sono due giorni che galoppo per venire a trovarti.
La vecchia indietreggiò di qualche passo e contemplò estatica, commossa e fiera, i bottoni lucenti, l’elegante divisa ed i galloni che ornavano le maniche del giovane.
– Dei gradi! – esclamò.
– Guadagnati sul campo di battaglia – disse Osman, sorridendo – Mio padre, se fosse ancora vivo, credo che sarebbe orgoglioso di suo figlio.
– Egli riposa sempre nella grande montagna sotto l’enorme frana che i bulgari fecero cadere sopra di lui – rispose la vecchia, con un sordo singhiozzo.
– Quando la guerra sarà finita e la mezzaluna del profeta avrà fatto abbassare le bandiere rosseggianti degli insorti, andrò a cercare il suo cadavere, se la morte mi risparmierà – disse Osman. Poi, dopo un breve silenzio ed un certo imbarazzo, chiese, quasi timidamente: – E lei?
Sul viso della vecchia apparve come una nube. Fece un nuovo passo indietro e lo fissò a lungo, aveva compreso che il giovane soffriva.
– È una bulgara – disse poi.
– Che cosa vuol dire, madre? – chiese il giovane con ansietà.
– È partita dopo che i nostri figli della montagna hanno bruciato il suo villaggio e la sua fattoria, e si trova fra le bande dei suoi compatrioti.
– Lei! – esclamò Osman con doloroso stupore.
– Sì, figlio. I nostri le hanno fucilato il padre e da quel momento si è messa in campagna contro i sudditi del Sultano.
Per nascondere il proprio turbamento, l’albanese pestava il suolo coll’estremità della scimitarra ed aveva voltati gli sguardi, diventati improvvisamente umidi, verso il suo peloso cavalluccio, che cercava di mordicchiare i rami d’un magro cespuglio.
– Addio, madre – disse ad un tratto – Non ho avuto che quattro giorni di permesso e la frontiera macedone è molto lontana da qui. Se le palle mi risparmieranno, tornerò un giorno coi galloni d’oro e tu sarai maggiormente orgogliosa di tuo figlio. Io non ho paura dei macedoni, quantunque si siano mostrati valorosi avversari.
– Come!… Parti di già?
– Non si deve scherzare colla disciplina militare, madre, ed io ci tengo a essere un buon soldato, come lo fu, nella mia gioventù, mio padre. La patria ed il Sultano innanzi a tutto.
Dopo di che montò in sella, appendendo la scimitarra all’arcione.
– Guardati dai bulgari, Osman – gli disse la povera vecchia, con voce angosciata.
– Un albanese della montagna non ha paura di quei briganti – rispose Osman – Addio madre!
La notte era ormai diventata cupa e la nebbia aveva invasa tutta l’immensa pianura di Prichtina, nascondendo le alte giogaie della catena balcanica. Osman aveva abbandonate le briglie sulla folta criniera del suo cavallo, che fiancheggiava il fiume a testa bassa, a piccolo trotto.
Il giovane pensava forse al padre morto là, sulla gelata montagna, non ancora sepolto in terra santa, né benedetto dal muezzin, e alla madre invecchiata e appassionata.
Quante cose erano accadute in un anno! Combattimenti terribili, sconfitte disastrose. le armi bulgaro-macedoni trionfanti e la bellissima fanciulla bulgara scomparsa e schieratasi fra gli avversari… Quella Sava, che egli aveva segretamente e così immensamente amata e alle cui dipendenze aveva lavorato guadagnandosi la dura vita.
Smarrito nel passato, rivide l’infanzia, quando scorreva colla vaga e ricca fanciulla le fertili pianure di Prichtina, alla caccia dei falchi e dei deliziosi galli di montagna.
Erano cresciuti insieme, ella in bellezza, perché quantunque bulgara aveva avuto il sangue d’un esiliato russo, fino a che una sera, durante una festa, si era accorto d’amarla… poi la guerra era scoppiata coi macedoni amanti di libertà, egli era partito, coi turchi aveva veduto orribili combattimenti, aveva assistito a spaventose carneficine, ma tutto ciò non aveva cancellato il ricordo della fanciulla.
Un colpo di fucile, sparato a poca distanza, lo strappò bruscamente dai suoi pensieri. Il cavallo aveva abbandonata la riva del fiume e si era cacciato in una gola profonda, che da un lato era fiancheggiata da un orribile precipizio, in fondo a cui rumoreggiavano cupamente le acque d’un torrente.
Era quello un passaggio pericoloso, ben noto agli albanesi, che lo passavano di solito a gran galoppo, perché battuto frequentemente dalle bande macedoni.
Al primo sparo era seguita una scarica violentissima, senza che alcun proiettile giungesse a destinazione. Osman, accortosi del pericolo, aveva allargate le gambe ed allentate le briglie, per lasciare maggiore libertà al cavallo. Questi, comprendendo il pericolo che minacciava il suo padrone, era partito ventre a terra, con impeto straordinario.
Una seconda scarica era partita dalla cima d’una cresta dominante il burrone. Osman, che era rimasto nuovamente illeso, si era messo a ridere.
– I bulgari sono pessimi soldati – aveva detto – Non valgono gli albanesi della montagna.
Una palla in quel momento gli fischiò agli orecchi ed il suo fez, adorno del turbantino, volò via.
– Questo è un vero soldato – mormorò il giovane – Sarà qualcuno di quegli ufficiali bulgari che comandano…
Non poté finire. Era stato improvvisamente scaraventato colla testa innanzi in mezzo ad un cespuglio foltissimo di nocciuoli selvatici, mentre il cavallo cadeva, colle zampe in aria, quattro metri dietro di lui. Quando si rialzò, una ventina d’uomini armati gli stavano intorno.
Erano tutti bei pezzi di giovanotti, col capo coperto da berrettoni di pelo di pecora nera, larghe casacche attraversate da due cartucciere incrociate e alte uose che salivano fino al ventre.
Anche il suo cavallo si era levato, perché pareva che non si fosse spezzata alcuna gamba, però prima che avesse potuto prendere la corsa era stato fermato da uno di quei robusti giovanotti.
– Che cosa volete voi? – aveva chiesto Osman, saettando gli uomini con uno sguardo di fuoco.
Un uomo, più attempato degli altri, si era fatto innanzi, dicendo freddamente:
– La tua vita: preparati a morire.
– Un soldato della mezzaluna non teme la morte – disse Osman, fieramente – Sono un albanese della montagna io e non già un cane infedele.
– Lo sappiamo – rispose il capo della banda, con accento un po’ sarcastico – Tuttavia, se vuoi, potresti ancora salvare la pelle.
Dinanzi agli occhi del giovane albanese passò, come una visione, la pallida figura della vecchia madre o forse qualche altra ancora.
– In quale modo? – chiese, dopo una lunga esitazione.
– Tu appartieni, se non m’inganno, alla cavalleria d’Ali Pascià?
– È vero.
– Quello che ha avuto l’incarico di spazzare il vilayet di Prichtina dalle bande insorte.
– Non lo nego.
– Per quale gola devono passare i suoi squadroni?
– Che cosa dici tu, vecchio? – gridò l’albanese, indignato.
– Vi sono due vie che conducono attraverso le montagne – disse l’insorto – Se mi dici quale prenderà Ali Pascià, tu avrai salva la vita.
– Quella del diavolo – rispose Osman.
Il capo degli insorti fece un segno ai suoi, i quali caricarono frettolosamente i loro fucili.
– Appoggiatelo alla roccia! – aveva comandato il capo – e legatelo.
Due insorti si erano fatti innanzi, tenendo in mano delle corde, quando i cespugli che costeggiavano la gola si aprirono impetuosamente ed una giovane dai capelli biondi, gli occhi azzurri, dal corpo svelto e nervoso che modellavasi squisitamente in una veste grigia cortissima, si slanciò fra gli insorti, gridando:
– Fermi tutti!…
Un urlo era sfuggito dalle labbra dell’albanese.
– Sava!…
La giovane bulgara si era avvicinata al prigioniero, colle mani sui fianchi, guardandolo sorridente.
– Osman – disse – il figlio del nostro fattore… Poi aggiunse con dolore:
– Lo sapevo che saresti passato fra i nostri nemici della montagna. Ma ora sei nostro, Osman, sei preso e l’albanese che è stato amico mio, di mio padre e di mio fratello, dimenticherà la mezzaluna e diverrà un insorto.
– È impossibile, Sava – rispose Osman, con voce triste – Io sono un figlio della montagna e non conosco che un solo padrone: il Sultano.
– Vedremo – disse la fanciulla.
Con un gesto energico fece allontanare gl’insorti, poi si avvicinò all’albanese e, fissandolo in viso, gli disse:
– Un giorno i tuoi padri, condotti da Skanderberg, lottarono estremamente contro i turchi e si copersero di gloria. Tu sei figlio di uno di quegli eroi, che erano cristiani e non già adoratori della mezzaluna. Rinunzia alla nuova religione che fu imposta ai tuoi avi colla scimitarra alla gola e vieni a combatter l’odiato mussulmano e servi la santa causa della libertà.
Osman scosse il capo.
– Sono turco, oggidì – disse – ed ho giurato fede al Sultano. Sono un soldato ed un tradimento Osman non lo farà mai.
– Dimmi almeno per dove passeranno gli squadroni di Ali Pascià ed io… sarò tua, perché so che tu mi hai segretamente amato e che ancora mi ami. Lo vuoi Osman? Sarò tua moglie appena finita l’insurrezione, te lo giuro sulla croce.
L’albanese era diventato pallido e aveva fissato i suoi occhi neri e ardenti sull’eroica fanciulla.
– Sì, Sava – disse con voce lenta – ti ho immensamente amata, ma tuo padre era troppo ricco per darti a me, che non ero che un umile guardiano del tuo gregge e mi sono fatto soldato colla speranza di dimenticarti.
– E non vi sei riuscito.
Osman chinò il capo senza rispondere.
– Mi vuoi per tua moglie? Dalla risposta che mi darai dipende la salvezza di tutta la banda.
– Sarebbe vero! – esclamò finalmente Osman, scuotendosi – Se io t’indico la via per dove passerà Ali tu diverrai la mia donna?
– Te lo giuro – rispose Sava.
Negli occhi del giovane passò come una fiamma e splendette una immensa, sconfinata gioia, poi chinò nuovamente la testa passandosi una mano sulla fronte ardente.
– Dammi un bacio come pegno d’amore, Sava – sussurrò.
– Ecco le mie gote.
Tre baci scoccarono, uno più forte dell’altro, fra le tenebre.
– Ora giurami Sava, che non sarai d’altro uomo anche se la morte mi dovesse colpire.
– Te lo giuro, Osman.
– Fammi slegare e conduci giù il mio cavallo. Io insegnerò ai tuoi uomini per quale via passeranno gli squadroni di Ali Pascià.
Ad un grido di Sava gl’insorti erano prontamente sbucati fra i cespugli che nascondevano il loro accampamento, ed avevano slegate le mani all’albanese.
La fanciulla aveva condotto il cavallo.
– Seguitemi – disse Osman balzando in sella – Vi è un abisso a poca distanza da qui, non è vero?
– Sì – rispose Sava.
– Dal margine di quello vi farò vedere per quale gola s’inoltreranno i basci-buzuk di Ali Pascià.
Si erano messi in cammino, preceduti da quattro esploratori, i quali dovevano anche vegliare sul cavallo e impedirgli di prendere la corsa.
A destra del sentiero le rupi si abbassavano rapidamente, mentre a sinistra invece diventavano sempre più colossali, formando come una muraglia quasi liscia. Ben presto giunsero in un luogo ove si apriva un abisso spaventevole, dal cui fondo salivano i ruggiti di un torrente.
– Ecco la via per dove passeranno gli squadroni d’Ali – gridò Osman – Andate a cercarli.
Poi, piantato furiosamente gli speroni nel ventre del cavallo, si slanciò nell’abisso, dicendo:
– Addio Sava!… Un soldato non tradisce.
Pochi istanti dopo il fiero albanese si sfracellava, assieme al cavallo, in fondo all’abisso, e l’indomani gli squadroni di Ali Pascià invadevano il piano di Prichtina, costringendo le bande bulgaro-macedoni a salvarsi frettolosamente sulle montagne.
(continua in https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/storie-di-montagna-3/)


Seppur veronese di nascita, Salgari visse e morì a Torino, rivelandosi un vero “bougianen”. Infatti tutte le sue meravigliose avventura, da Sandokan ai pirati, dal selvaggio west americano sono stati immaginati passeggiando sulle rive del fiume Po. Avventure che hanno “rapito” intere generazioni di adolescenti. Quando la fantasia travalica la realtà. Perfoino per i bougianen
Fonti Crovella? Perché consultando qualsiasi biografia risulta che Salgari visse poco meno di 49 anni dei quali solo gli ultimi 11 a Torino. Risulta altresì che i libri di maggior successo li abbia scritti nel veronese e a Genova. Stai delirando.
Una cosa sicura è che Salgari non viaggiò nei luoghi che descrisse nei suoi fantastici libri e questo per me è davvero appassionante!