Storie di montagna – 1 (1-4)
di Emilio Salgari
a cura di Felice Pozzo
(Storie di montagna, Tascabili, Centro Documentazione Alpina, ottobre 2001)
Un padre della patria
di Felice Pozzo
In data 21 ottobre 1906, sulla diffusissima rivista Letture, si leggeva quanto segue:
“La contessa Maria Pasolini-Ponti pensò di ricercare quali siano i libri più graditi al popolo e ad un tempo più istruttivi e di valersi dei dati di fatto ricavati da una simile inchiesta come di norma sicura per la formazione delle biblioteche popolari, strumento efficacissimo alla diffusione della cultura.
La Società Bibliografica fece sua l’idea e nell’ultimo fascicolo della Rassegna Nazionale sono pubblicati i primi risultati dell’inchiesta.
Da essa risulta che si preferiscono le opere di sana moralità e ciò è un bene; e che il pubblico non ha nessun discernimento artistico nella scelta e nelle preferenze dei libri e ciò è un male!
Vediamo letti presso a poco con la medesima intensità da un lato lo Zola, l’Hugo, il Tolstoi, dall’altro il Verne, il Barrili, il Salgari. La Werner (1) è preferita al D’Annunzio; Neera al Fogazzaro ed al Gorki. Il Pascoli e tutti i poeti sono poco o niente letti.
Dati questi risultati ci auguriamo che le Biblioteche Popolari non solo baderanno a provvedersi dei libri che il pubblico preferisce, ma cercheranno di aiutare le masse ad aprire lo spirito alla grandezza dell’arte e si adopreranno onde esse modifichino il loro gusto là ove esso ha bisogno di correzione”.
In quell’anno, dunque, i romanzi di Salgari figuravano tra i “più graditi al popolo” che però mancava di “discernimento artistico” e perciò aveva bisogno di aiuto per scegliere meglio.
Ho riesumato uno dei brani meno inclementi dell’epoca, con riferimento a Salgari, scrittore tra i più amati dal pubblico ma avversato senza tregua dalla critica.
La situazione durava da molti anni, visto che egli aveva iniziato a pubblicare nell’estate del 1883 ottenendo presto successo. E sarebbe durata ancora a lungo se esattamente mezzo secolo dopo, nel 1956, un altro diffusissimo settimanale, La Domenica del Corriere, annunciava con qualche stupore che secondo un’inchiesta dell’Unesco Salgari era “ancora” l’autore italiano più tradotto al mondo mantenendo – aggiungo io – un bel primato nei gusti degli italiani.
Era variata, se mai, l’età dei lettori, quasi tutti giovanissimi. Salgari aveva esordito come scrittore per un pubblico adulto dando alle stampe sanguinose storie malesi ed erotiche storie orientali sulle appendici dei quotidiani; era poi diventato autore per la gioventù su sollecitazioni del mercato, delle circostanze, degli editori. Il tutto, sempre, sotto l’arcigno ma impotente sguardo di letterati, educatori, critici. Salgari, dicevano, scrive male, è di scarsa cultura, è ripetitivo, scalda la testa ai ragazzi.
Ancora nell’immediato secondo dopoguerra, in uno dei testi compilati “per la cultura dei maestri”, si leggono considerazioni a volte così contorte che pare di scorgere l’atteggiamento pusillanime di chi non ardisce scavalcare le valutazioni consuete, neppure di fronte all’evidenza. Ed ecco che persino un eroe come Sandokan può trasformarsi in un ambiguo farabutto nelle pagine di Giovanni Bitelli, il quale annota che i personaggi salgariani vivono continuamente nel turbinio dei sentimenti e dell’azione e si buttano furiosi e disperati nella lotta. Domanda: “Per il bene? Per il male? Per la giustizia?” Risposta: “Non sempre è perfettamente chiaro il movente e lo scopo delle loro imprese. O per lo meno non sempre sono limpidi i mezzi che vengono adoperati per raggiungere la vittoria. Tanto vero, ad esempio, che quando Sandokan corre alla riscossa e si mette contro gli Inglesi, la sua nobile impresa trapassa esuberantemente fantasiosa dalla lineare logica purezza eroica alla ambiguità volpina dell’insidiatore (2)”.
Il 16 settembre 1962, a cent’anni dalla nascita di Salgari, dopo qualche sporadico e talvolta appassionato tentativo di rivalutazione critica della sua opera, avvenne un fatto inconsueto. Apparve su Il Resto del Carlino un articolo commemorativo dove si lessero affermazioni innovative. Nessuno, per tanto tempo, si era accorto — scriveva tra l’altro l’articolista — che il papà di Sandokan aveva operato sia nella letteratura per la gioventù che nelle consuetudini pedagogiche, una “autentica rivoluzione”, evadendo dagli schemi tradizionali, dalle “convenzioni antiche” e dando una interpretazione della “epica della Terza Italia” molto più efficace, con i suoi romanzi avventurosi, di quella contenuta in tanti volumi ufficiali, intrisi di “formalismi di una tradizione arcaica e perenta”.
Già nel 1928, per la verità, ma con argomentazioni molto diverse, si era esaltata l’opera di Salgari. Il fascismo se ne era servito per certi regolamenti di conti nell’ambito dell’industria editoriale, poiché era necessario sottoporre al governo le istanze degli autori nostrani che chiedevano a gran voce nuove norme sui rapporti con gli editori. Quale nome poteva essere esibito con maggior vantaggio se non quello di Salgari, scrittore che non aveva mai percepito diritti d’autore e che si era tolto la vita lanciando pesanti accuse ai suoi editori?
Al termine di questa strumentalizzazione, tuttavia, l’opera salgariana fu non solo abbandonata al suo destino ma aspramente combattuta perché non più considerata idonea alle esigenze riferite alla formazione della gioventù stabilite dalle nuove direttive di partito (3). L’articolo del 1962 recava elogi nuovi, disinteressati e per di più terminava con un’affermazione importante, anzi con una profezia sino ad allora impensabile: dopo aver affermato che Salgari si lega non tanto alla storia letteraria quanto alla storia “del costume italiano”, l’articolista affermava che il papa di Sandokan poteva, un domani, insieme con Carlo Collodi ed Edmondo De Amicis, essere classificato fra i “padri della patria!”.
Chi era quel giornalista temerario? La firma corrispondeva ad uno pseudonimo: “Historicus”. Non molti erano al corrente del fatto che dietro quel nome si nascondeva nientemeno che Giovanni Spadolini. L’autorevole storico e critico avrebbe in seguito tolto la maschera e ripubblicato quell’articolo numerose volte, persino in due volumi: Autunno del Risorgimento (Le Monnier, 1971) e Gli uomini che fecero l’Italia (Longanesi, 1989).
Non è facile stabilire se l’anno 1962 segni uno spartiacque di particolare importanza per quanto riguarda la rivalutazione dell’opera di Salgari. Sicuramente costituì un lungo passo avanti.
Per quanto lungimirante, Spadolini non immaginava ancora, quando scrisse quelle frasi memorabili e più volte citate, che ben presto Salgari sarebbe stato coinvolto sempre più nella “storia della letteratura” oltre che in “quella del costume italiano”.
Risale all’ottobre 1969 la prima ristampa critica e annotata del “Ciclo della Jungla” salgariano (volume primo e secondo), a cura di Mario Spagnol, con prefazione di Pietro Citati e con la collaborazione di Giuseppe Turcato.
I quattro romanzi comparsi in quell’occasione e raccolti in cofanetto raggiunsero la terza edizione nel 1974: nello stesso anno Mondadori inviava alle librerie il sesto cofanetto della fortunata Collana (uno ogni anno), contenente altri tre romanzi di Salgari. Fu l’ultima strenna curata da Spagnol, che ha così consegnato ventidue opere salgariane ai criteri filologici e critici prima di allora usati soltanto nei riguardi di ben altri classici della letteratura.
La strada era aperta, anzi spalancata. Durante la più recente manifestazione dedicata al romanziere, svoltasi presso la Biblioteca Civica di Verona nel maggio 2001, sono stati presentati e dibattuti ben sette volumi freschi di stampa: quattro erano riedizioni critiche e annotate; gli altri riguardavano saggistica salgariana.
Ho compiuto volutamente, per ragioni di spazio, un balzo di decenni durante i quali l’opera di Salgari (la cui fiamma è stata mantenuta costantemente accesa, prima, durante e dopo, da uno sparuto gruppo di appassionati studiosi) ha conosciuto fortune innumerevoli. Sceneggiati televisivi di successo enorme, dotti convegni nazionali e internazionali (4), mostre, tavole rotonde, tesi di laurea a non finire (molte altre sono in preparazione un po’ ovunque mentre sto scrivendo), riscoperte all’estero (alcune in atto) nonché astronomiche quotazioni delle prime edizioni originali sul mercato antiquario, hanno scandito la rivalutazione incessante di Emilio Salgari.
Persino la sublime definizione del suo modo di scrivere coniata da Claudio Magris: “piccolo grande stile”, è stata in qualche modo superata da una definizione più semplice e risoluta: “lo stile di Salgari”. Stile inconfondibile, ricco di licenze letterarie e di stereotipi, ma dotato di innegabile vitalità, di carisma.
La giustizia umana è lenta: Salgari sta tuttavia raccogliendo i frutti di quanto ha seminato in tanti anni di lavoro faticoso, innovatore, geniale.
E il suo pubblico? Le edizioni critiche sono principalmente destinate agli adulti, ma il mercato non ha mai sofferto l’assenza di ristampe dirette ai ragazzi. Che ancora leggono le avventure del Corsaro Nero e di Sandokan: entrate nei programmi scolastici, c’è se mai il rischio che non riscuotano più gli entusiasmi di quando bisognava leggerle, quelle avventure, senza farsi vedere dagli insegnanti o dai genitori.
Un gettonato sito internet, che coinvolge ragazzi e ragazze di tutta Italia, è stato voluto qualche anno fa da una giovane studentessa romana, Corinne D’Angelo, che si firma “La Perla di Labuan”: la sinfonia salgariana è ancora proiettata verso il futuro e, incurante dei suoi natali ottocenteschi, sfrutta le tecnologie moderne.
Ma chi è Salgari? Chi è stato quest’uomo dal destino terreno così sciagurato che ha ottenuto il primato nella letteratura avventurosa italiana, ha fondato una scuola dalla quale sono germinati per decenni, a frotte, seguaci, imitatori, epigoni, continuatori inadeguati, che ha scaldato la testa a numerose generazioni in tutto il mondo e che ancora oggi riesce ad accendere passioni, a suscitare discussioni, a movimentare le pagine culturali dei giornali alla minima occasione?
Nato a Verona il 21 agosto 1862, l’anno di Aspromonte, in una famiglia borghese con tradizioni nel piccolo commercio, subì il fascino dei miti del suo tempo, aiutato da una sensibilità straordinaria, da una propensione ereditaria allo spleen, alla riflessione, ai balzi d’umore.
Miti che si riassumevano nel motto della Rivoluzione Francese che, appunto, aveva dato coscienza alla borghesia: “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”. Tutti e tre quei valori sarebbero ricomparsi nella sua opera con insistenza e convinzione. Miti, poi, che derivavano dai recenti avvenimenti risorgimentali o che erano amplificati quotidianamente dagli eventi collegati alle “avventure” del colonialismo e perciò alle esplorazioni, ai viaggi di avventurieri e missionari (i Comboniani erano di casa a Verona), a guerre e battaglie per conquistare terre, anzi – usiamo il punto di vista di Salgari — per difendersi dagli invasori.
Refrattario agli studi e innamorato del mare, tentò la scuola nautica a Venezia dopo esperienze fallimentari nelle aule della città natale. Nel 1883, perduta ogni speranza di diventare capitano di gran cabotaggio, tornò a Verona dove coltivò la passione per la scherma ed i velocipedi, nonostante la piccola statura, e dove divenne giornalista, praticamente senza tirocinio o “gavetta” di alcun genere.
Redattore presso La Nuova Arena, agiva anzi su più fronti. Quale commentatore degli avvenimenti internazionali usava lo pseudonimo “Ammiragliador” e quale cronista teatrale si firmava “Emilius”. Ciò che apprendeva lavorando con quelle maschere utilizzava poi con le generalità giuste, sulle appendici.
Commentava la guerra in Sudan tra le truppe anglo-egiziane e quelle del Mahdi? Ecco nascere, in contemporanea, La Favorita del Mahdi. Commentava la guerra nel Tonchino tra Cina e Francia? Ecco nascere all’istante Tay-See (riproposto in seguito con varianti e con il titolo La Rosa del Dong Giang).
E La Tigre della Malesia, Sandokan? Nato il 16 ottobre 1883 sulle appendici de La Nuova Arena, anche il terribile pirata della Malesia è un personaggio storico, come ci ha fatto sapere la studiosa tedesca Bianca Maria Gerlich (5). Le sue imprese risalivano a decenni prima, ma chissà che Salgari non ne abbia rintracciato notizie sulle agenzie di stampa, talora rievocative, che utilizzava nelle vesti di “Ammiragliador”.
Fu proprio sulle appendici che iniziò ad esprimere i valori della Rivoluzione Francese: la lotta per la libertà contro l’imperialismo inglese, il matrimonio tra un pirata malese e la bianca (nata a Napoli da padre inglese) Perla di Labuan, l’amicizia virile tra Sandokan e il “fratellino” portoghese Yanez… Libertà, uguaglianza, fraternità.
In quanto alla lirica e al melodramma, le esperienze di “Emilius” avrebbero segnato altrettanto profondamente l’opera di Emilio Salgari: la donna che ottiene ruoli da protagonista, il romanticismo esasperato ma non stucchevole, l’intreccio popolaresco e l’apparente ingenuità dei caratteri, sottolineati con grida, trasalimenti, vampate e pallori, arrotamento di denti e di lame, come sui palcoscenici.
Quella fu la sua scuola e, abbandonato il giornalismo, non se ne sarebbe più dimenticato.
Il 25 settembre 1885 – quando già era passato nella redazione di un altro quotidiano veronese, L’Arena — sostenne un duello alla sciabola contro un collega de L’Adige, Giuseppe Biasioli. Non aveva che 23 anni e si era lasciato trascinare dalle polemiche tra giornali rivali; in più il Biasioli aveva appurato che, contrariamente a quanto Salgari affermava e avrebbe continuato ad affermare per tutta la vita, non esisteva alcun diploma di capitano marittimo. “Capitano di mare?” – aveva scritto il Biasioli sul suo giornale – “mozzo, vorrete dire!”
Salgari ferì lievemente l’avversario, fu condannato a 30 lire di ammenda e a sei giorni di confino a Peschiera, poi abbandonò per sempre la sciabola e impugnò per sempre la penna.
Si sposò il 30 gennaio 1892 con Ida Peruzzi, conosciuta in una compagnia di attori dilettanti. L’anno dopo nacque Fatima, cui seguirono Nadir (1894), Romero (1898) e Omar (1900).
Lasciata Verona sul finire del 1893, si stabilì in Piemonte dove lavorò assiduamente per gli editori torinesi Speirani e Paravia, mentre altri suoi romanzi erano pubblicati da Treves e Cogliati a Milano, da Bemporad a Firenze, da Donath a Genova e da Voghera a Roma.
Un successo enorme, incalcolabile. Alcuni suoi lavori ottenevano più di una ristampa nello stesso anno; altri apparivano dapprima a puntate su riviste, con vendite impressionanti di quelle testate, e poi in volume, a furor di popolo.
Nel 1897 fu nominato Cavaliere su proposta della Regina Margherita. Sul finire dello stesso anno si trasferì a Sampierdarena, legandosi in esclusiva con l’editore Antonio Donath di Genova.
Nel 1904, per lo stesso editore, fondò il settimanale Per Terra e per Mare, che diresse vivendo a Torino dove si era stabilito sul finire del 1899. Nel 1906 scisse il contratto con Donath – che nel frattempo, per arrotondare il bilancio, aveva eluso scrivendo con pseudonimi per altri editori – e si legò al fiorentino Enrico Bemporad, il suo ultimo editore.
Il 25 aprile 1911 si tolse la vita con un rasoio, senza esitare, senza ripensamenti, infierendo ripetutamente. Lo spleen della gioventù era diventato depressione inguaribile, a quei tempi: ritardi della medicina! La terribile agonia dell’anima era peggiorata sotto l’urto del lavoro incessante, delle preoccupazioni finanziarie, dell’ostilità dei sapientoni, della concorrenza sleale e traboccante, del timore della cecità e, episodio fatale, del ricovero in manicomio, tra i poveri, della moglie.
Non a caso, evitando forse senza consapevolezza ogni distanza critica dal proprio rutilante mondo fantastico, aveva dato vita a eroi byroniani, spesso in lacrime e spesso sconfitti, naufraghi della vita, scossi da inquietudini e malesseri esistenziali.
Su La Stampa del 26 aprile 1911, tra particolari cruenti, si lesse:
“Malgrado le raccapriccianti ferite, i lineamenti del morto, nella luce azzurrognola del crepuscolo, si distinguevano ancora. Salgari era un uomo piuttosto piccolo di statura, tozzo della persona, dai folti baffi brizzolati e dalla capellatura grigia, completa. Sul volto rotondo, pallido, già segnato di rughe, si leggevano i segni di sofferenze e di stenti passati. Negli occhi piccoli, che usava tenere semi-chiusi, dopo una grave malattia che lo aveva minacciato della cecità, brillava sovente un lampo d’arguzia…”.
Non aveva ancora compiuto 50 anni.
Ha lasciato 84 romanzi (di cui 4 postumi), circa 70 articoletti per l’infanzia, circa 150 tra racconti e novelle, due traduzioni dal francese e un numero incalcolabile (spesso non firmava) di articoli giornalistici, cronache, scritti vari.
Mentre era ancora in vita, i suoi romanzi furono tradotti all’estero, ben oltre i confini europei.
È incontestabile che Salgari amò il mare e che vantò per tutta la vita il titolo di capitano, presente per anni sulle copertine dei suoi libri o accanto alla sua firma autografa.
Ma è anche vero che questa leggenda, da lui stesso scaturita (una sorta di innocua bugia cui ha diritto ogni uomo o donna che si nutre e vive di fantasie) fu ingigantita da altri, dopo la sua morte.
Ci fu ad esempio un libro, che Giovanni Arpino e Roberto Antonetto hanno definito “disonestissimo”, pubblicato nel 1928, scritto da Renzo Chiosso ma recante sulla copertina il nome di Emilio Salgari, intitolato Le Mie Memorie.
Gabellato quale autobiografia e persino “testamento spirituale” di Salgari, quel libro non solo accredita il titolo di capitano ma anche incredibili avventure che il romanziere avrebbe vissuto al fianco di Sandokan in persona, di Tremal Nayk e dei Tigrotti nei mari della Malesia.
Ricordi e affermazioni, piccole verità ed enormi menzogne, non fanno che esaltare l’uomo di mare Salgari, partendo da un suggerimento estroso: forse Salgari fu la reincarnazione di un eroico marinaio dalmata!
“… È certo che mia madre discendeva da una famiglia di arditissimi marinai dalmati, che avevano combattuto per una nobile causa in Danimarca. Mia madre, anzi, diceva che nei tratti del mio viso ella riconosceva quello di un eroico avo che aveva compiuto veri miracoli di coraggio. E forse la buona donna inconsciamente pensava che io fossi la reincarnazione dell’avventuroso marinaio dalmata: e nelle lunghe sere d’inverno mi parlava delle strabilianti imprese del mio avo, dei suoi viaggi, dei suoi entusiasmi per la liberazione degli oppressi: e intanto mi fissava con accorata tenerezza […]
Il mare esercitava sul mio spirito un vero fascino. Non credevo possibile altra vita di quella dell’uomo che si affida alle onde dell’Oceano per essere portato dal destino e dall’ignoto verso inaudite imprese su terre ignote[…]
Nel mio collegio nautico ero temutissimo e il mio ardore aveva fatto nascere in tutti la convinzione che un grande avvenire mi attendesse… (6)”.
È stato tale il giusto e faticoso impegno dei biografi diretto a sfatare questa e le mille altre leggende salgariane, nate una dall’altra sino a creare un’agiografia degna di miglior causa, che si è dimenticato un fatto.
Un fatto certamente non fondamentale eppure non privo d’interesse. Va bene per quanto riguarda il mare; ma Salgari amò anche la montagna?
A questa legittima domanda intende dare una risposta questo libro.
Note
(1) Elisabeth Werner (1838-1918), pseudonimo della scrittrice tedesca Elisabeth Bürstenhinden, scrisse romanzi quali Catene spezzate e Le vie del destino.
(2) Giovanni Bitelli, Piccola guida alla conoscenza della letteratura infantile, Torino, Paravia, 1947 (seconda edizione), p. 146.
(3) Cfr. Adolfo Scotto di Luzio, L’appropriazione imperfetta – Editori, biblioteche e libri per ragazzi durante il fascismo, Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 219-236.
(4) Fondamentale è stato il Convegno Nazionale “Scrivere l’avventura: Emilio Salgari”, svoltosi a Torino nel marzo 1980 a cura dell’Istituto di Italianistica – Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino con il patrocinio dell’Assessorato per la cultura della Città di Torino.
(5) Bianca Maria Gerlich, Sandokan personaggio storico, in Oriente Moderno, Roma, n. 1, 1996, pp. 111-126.
(6) Emilio Salgari, Le Mie Memorie, Milano, Mondadori, 1928, pp. 23-24, 37.
Parte prima – i racconti
Avventure in montagna
di Felice Pozzo
Nell’opera salgariana vi sono stupende descrizioni di montagne d’ogni angolo del mondo. Eccone qualche esempio:
“Al nord della Persia, parallelamente alle sponde meridionali del mar Caspio, ergesi una lunga catena di montagne la quale, sotto i diversi nomi di Alburs, di Albours o di Elburs, prolungasi verso l’est, sino a Korasan.
È un gigantesco accatastamento di altipiani che lievemente scendono verso il Caspio, ricchi di superbe foreste e di verdeggianti praterie, di picchi d’ogni forma e dimensioni, taluni stranamente dentellati e coperti di fitti cespugli, altri arrotondati e sterili, ed altri ancora aguzzi tanto da rendere impossibile la salita; separati gli uni dagli altri da abissi che mettono le vertigini e nel cui fondo muggiscono impetuosi torrenti, da gole strette ove ben spesso si celano avidi predoni, da sentieruzzi accessibili ai soli montanari e da pochi buoni passaggi che chiamansi le Porte Caspie.
Fra tutti quei picchi torreggia FAlburs, che dà il nome all’intera catena, con larghi fianchi e colla cima che è una vetta aguzza e che è annoverato come uno dei più formidabili vulcani dell’Asia, eruttante continuamente un fumo nero, talvolta anche delle colonne di fuoco e materie vulcaniche in sì grande quantità che tutti i vicini altipiani ne sono sempre coperti… (7)”.
Dall’Iran all’America:
“Quei declivi delle Montagne Rocciose parevano assolutamente ancora vergini. Abeti, cedri colossali e olmi enormi, si slanciavano in alto come i pilastri d’una cattedrale immensa, però senza regolarità, essendo talora radi, e tal’altra raggruppati in una confusione indescrivibile.
In mezzo a quei colossi che s’ergevano superbamente, sfidando i secoli, altri erano caduti o per decrepitezza od abbattuti dal fulmine, schiacciando sotto l’immane peso dei loro tronchi mostruosi, un infinito numero di piante minori. Quei colossi, già in piena dissoluzione, ridotti ormai in terriccio ricoperto di muschi, mezzo sepolti nel suolo, formavano delle barriere che impedivano il passaggio… (8)”.
E dall’America al Borneo:
“Dinanzi a loro però, a una quarantina di miglia, si delineava sul fondo purissimo del cielo, appena lievemente tinto d’azzurro, un picco isolato: era il Kini-Balù, una montagna enorme, che porta il medesimo nome del lago, quantunque ne sia lontano più di duecento miglia.
– Contentiamoci per ora di vederlo – disse Yanez a Sandokan, il quale osservava attentamente, colle mani tese al di sopra degli occhi, per ripararsi dai primi raggi del sole.
– La nostra salvezza sta lassù – rispose la Tigre della Malesia… (9)”.
La gente di montagna, inoltre, ottiene nelle pagine di Salgari rappresentazioni improntate alla fierezza, alla lealtà, alla forza:
“I prodi montanari della frontiera birmana, avvertiti dall’incessante rullare del tumburà, che qualche grave avvenimento stava per accadere, accorrevano da tutte le parti, in grossi drappelli ed in pieno assetto di guerra: scudi di pelle di bisonte o di rinoceronte, lance, carabine, pistoloni, scimitarre e tarwar affilatissimi.
Forse supponevano che qualche esercito birmano avesse varcato la frontiera, minacciando la capitale del loro minuscolo stato, avvenimento già parecchie altre volte accaduto.
Certo nessuno s’immaginava che Surama, la figlia del loro adoratissimo capo, che per tanti anni avevano pianto, fosse la causa di tutto quel trambusto.
Quando l’indomani, poco dopo l’alba, Sandokan, Tremal-Naik e Surama entrarono in Sadhja, guidati da Bindar e seguiti dai loro malesi e dayaki, uno spettacolo bellissimo s’offerse ai loro occhi.
Sulla vasta piazza della cittadella più di mille e cinquecento montanari, che indossavano i pittoreschi costumi dei kalthani, con larghi calzoni variopinti, alta fascia rossa piena d’armi da fuoco e da taglio, casacche con alamari gialli o azzurri ed immensi turbanti, stavano schierati in bell’ordine divisi per compagnia, coi capi dei villaggi alla testa, che avevano per unico distintivo un mazzo di penne di saras ondeggiante sulle loro fronti.
Khampur, che per l’occasione montava un bellissimo cavallo bardato all’orientale, con una lunga gualdrappa rossa e guarnizioni d’oro, appena vide giungere Surama coi suoi protettori, sguainò la sua scimitarra e l’agitò in alto gridando con voce tuonante:
– Salutate la figlia di Mahur, il vostro defunto signore. Ella viene a ricevere l’omaggio dei suoi fedeli montanari.
Un grande urlo, che parve il rombo di una valanga e che si propagò attraverso le montagne e le vallate, seguì quell’ordine.
– Salute alla rhanidi Sadhja! Salute!
Poi millecinquecento carabine fecero fuoco contemporaneamente in alto, facendo tremare le muraglie mal solide delle case.
– Salute ai miei fedeli montanari! – gridò Surama quando l’eco delle montagne e delle vallate non ripetè più la scarica (10)”.
Naturalmente si potrebbe proseguire a lungo con citazioni analoghe, ma tanto vale presentare alcuni racconti ambientati in montagna, anche perché Salgari, che non sprecava nulla, ne avrebbe riciclati alcuni in romanzi di successo.
Non ho citato a caso un brano de I minatori dell’Alaska (1900) (11): il primo racconto di questa sezione s’intitola Una caccia sulle Montagne Rocciose e Sal-gari lo riutilizzò in quel romanzo.
Il racconto apparve per la prima volta sul settimanale torinese pubblicato dagli Speirani Il Giovedì del 22 aprile 1894. Fu riproposto dagli stessi editori nel 1904, con altri racconti, nel volumetto Le grandi pesche nei Mari Australi e nel 1909 in appendice a Il Vascello Maledetto, pubblicato a Milano dalla Casa Editrice Italiana (12).
È un racconto di caccia all’orso e nessuno si è mai accorto che lo stesso Salgari lo aveva praticamente ristampato, come si è detto, in I minatori dell’Alaska. Nel capitolo XX, intitolato L’assalto dell’orso grigio, i protagonisti del romanzo Bennie e Armando rivivono infatti lo scontro con il grizzly descritto nel racconto, con qualche variante, mentre nel capitolo successivo, che si è già detto intitolarsi Le Montagne Rocciose, si legge questa descrizione che potrà utilmente essere confrontata con la parte introduttiva del racconto stesso:
“Se le tigri ed i giaguari godono fama di essere gli animali più sanguinari della creazione, gli orsi grigi, senza essere veramente feroci, sono i più pericolosi e forse anche assai più coraggiosi delle prime e dei secondi.
Ordinariamente le belve feroci, se non sono spinte dalla fame, o se prima non sono state irritate da qualche ferita, sfuggono l’uomo, soprattutto l’europeo; l’orso grigio, al pari dei rinoceronti, generalmente non teme l’uomo, sia bianco o rosso e se lo trovano sulla loro via, non esitano ad assalirlo ed a metterlo a pezzi.
Sono d’indole eccessivamente selvaggia, di umore quasi sempre nero, intrattabile, e sfuggono per lo più i luoghi abitati.
I loro luoghi preferiti sono le gole delle Montagne Rocciose. Si cercano una caverna, un crepaccio, e prendono tranquillamente possesso della valletta che hanno scelto, certi di non venire quasi mai disturbati, essendo rarissimi i cacciatori che osano cacciarsi fra quei selvaggi ed aspri picchi.
Non è raro però incontrarli anche negli Stati Uniti dell’Ovest e nel Messico, ed anche nella fredda Alaska sono ancora abbondanti, non ostante la Compagnia di pellicce, i cui cacciatori sono numerosi e destri.
Fra tutte le varie specie di orsi il grizzly bear, od orso grigio, od anche ursus ferox, come viene chiamato dai naturalisti, tiene il primato, poiché ha una mole superiore ai bianchi ed ai neri, ed una forza assolutamente prodigiosa.
La sua statura è veramente gigantesca, la sua muscolatura potente, tanto anzi che stritola con un sol colpo l’uomo più robusto e le sue unghie sono così solide da sventrare un bufalo colla massima facilità o da spezzare le reni ad un alce.
Come si disse, è d’indole selvaggia e vive quasi sempre solo, rintanato fra le macchie o nella caverna che ha scelto per sua dimora, non uscendo che di notte.
Malgrado la sua mole e la sua ferocia, ha un regime frugivoro ed insettivoro al par degli altri orsi, escluso quello polare che è esclusivamente carnivoro.
Il suo nutrimento ordinario si compone di bacche, di frutta di pinon, d’insetti che va cercando nei cavi degli alberi vecchi o sotto le pietre. Quando però assaggia la carne, allora diventa facilmente carnivoro e s’attacca ai grossi animali.
Spinto da una insaziabile sete di sangue, gareggia allora colle tigri e coi giaguari. Lascia le gole delle Montagne Rocciose, dove non potrebbe trovare che rara selvaggina e scende nella pianura o sugli altipiani erbosi, inseguendo le alci, i bisonti, i montoni di montagna, e gettandosi anche sui cavalli e sui buoi. Guai se può sorprendere qualche mandria!… L’orso, diventato sanguinario, non risparmia alcuno! Qualche volta spinge la sua audacia fino ad accostarsi alle borgate per cercare d’impadronirsi di qualche maiale. Egli ha una passione spiccata per le succulenti costolette di quei disgraziati compagni di Sant’Antonio, e da raffinato ghiottone, ama divorarli vivi, senza commuoversi per le urla strazianti delle vittime… (13)”.
Come è spesso accaduto, purtroppo, alle opere di Salgari, anche Una caccia sulle Montagne Rocciose ha subito un’arbitraria variazione di titolo. Nell’aprile 1959 è stato infatti inserito nell’antologia 100 avventure sugli oceani (volume primo) edito a Roma da Vito Bianco, con il titolo Fra gli artigli del “Grizzly” e non si comprende quale miglioramento sia avvenuto.
Il secondo racconto ci porta invece sugli Urali e apparve per la prima volta nella collana “Bibliotechina Aurea Illustrata” pubblicata a Palermo dall’editore Salvatore Biondo: per la precisione nel fascicolo n. 126, nel periodo 1902-1903.
Poiché in quegli anni Salgari era sotto contratto in esclusiva con Donath di Genova, usò lo pseudonimo Guido Altieri.
Pieno di colpi di scena, il racconto è stato inserito in varie antologie di racconti salgariani, non prima d’essere apparso, sempre in fascicolo, nella collana “I racconti di avventure di Emilio Salgari”, edita da Sonzogno, nel n. 21 del 30 settembre 1935, con copertina e disegni del bravo artista milanese Silvio Talman (o Talmann, secondo la rivista Vita d’Arte), che illustrò l’intera collana.
Per intervento di chi scrive è stato inserito nel volume Un’avventura in Siberia (1996), a cura di Alessandro Niero, che ha proposto per l’editore Voland di Roma “un unico tema slavo per racconti e articoli del maestro dell’avventura”. Ancora più di recente (aprile 2001) è apparso a cura di Mario Tropea in Racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata (volume secondo) dell’editore torinese Viglongo.
Racconto dunque fortunato e singolare che si presta a numerose chiavi di lettura.
Il terzo racconto è invece una primizia pressoché assoluta ed è qui presentato per la prima volta in volume dopo l’apparizione originale. Intitolato Una caccia ai leoni sull’Atlante, fu pubblicato sulla rivista Per Terra e per Mare, diretta dallo stesso Salgari, n. 20 del 1904, con lo pseudonimo “H. Barry tenente degli Spahis”.
Già da tempo attribuito a Salgari (14) anche sulla scorta del riciclaggio che sarà evidenziato più avanti, questo bel racconto reca uno pseudonimo insolito, usato una sola volta, al pari di altri nomi stranieri di fantasia. L’intento era quello di assegnare al giornale una veste cosmopolita, che in realtà non aveva. In compenso quelle pagine costituirono il trampolino di lancio per moltissimi romanzieri nostrani.
L’insolito pseudonimo diventa maggiormente interessante tramite l’inscindibile collegamento con il titolo del racconto, poiché sottolinea la predilezione dell’autore per un noto uccisore di leoni che agì in Algeria e dintorni nella prima metà dell’Ottocento, ripetutamente rievocato nella sua opera:
“Accanto a Gerard, il famoso cacciatore di leoni dell’Algeria e del Senegal, ed a Balduin, il celebre cacciatore del Capo di Buona Speranza, non sfigura di certo l’olandese Wan de Steller… (15)”.
Oppure:
“- Non dimenticare – disse Pedro che anche in quel terribile frangente si occupava delle due preziose chitarre perché non venissero guastate – che è nella testa che bisogna colpire quei signori del deserto. Come almeno lasciò scritto Gérard, il famoso cacciatore di leoni che liberò mezza Algeria da questi terribili predoni.
Ah!… Guarda un po’, Carminillo. Il leone ha una compagna! (16)”.
Poiché è proprio di Jules Gérard che si tratta, vediamo subito cosa “l’ammazzaleoni”, come fu soprannominato, ha scritto al riguardo:
“Il mancante delle spalle è un buon punto di mira, ma è rischioso […]. Puntate tra l’occhio e l’orecchia, se l’animale vi guarda di fianco, e fra i due occhi se di fronte. Fuoco! Ci stramazzerà (17)”.
Tutto ciò che Gerard descrive nel libro La chasse au lion (Parigi, Calmann-Lévy, 1856), torna puntualmente nel racconto salgariano: la zona africana, gli spahis, la base militare francese di Costantina, gl’indigeni che chiamano presso il loro duar un cacciatore europeo per difendere il bestiame massacrato dai leoni e persino la possibilità di sposare la figlia di un capo villaggio!
Non esiste dunque dubbio circa il fatto che Salgari lesse la citata opera di Gérard, magari proprio l’edizione italiana in nota (18), e che se ne ispirò. Ai più scettici al riguardo si può persino far notare che in quel libro è nominato un giovane arabo di nome Seghir e che Salgari, scrivendo I drammi della schiavitù (1896), assegnò alla protagonista, una stupenda mulatta, il nome Seghira.
Ho scritto “primizia pressoché assoluta”: esiste già, infatti, una ristampa, per quanto anomala e di arduo reperimento. Ne hanno notizia i “salgariani” più accaniti, che raccolgono tutto quanto sia ricollegabile all’autore preferito e perciò anche i fumetti d’ogni tempo tratti dalle pagine del buon Emilio. Chi, tra costoro, ha collezionato le strisce della raccolta “Albi Salgari” editi dal milanese Vaglieri, troverà il racconto, con il nuovo, arbitrario titolo Nel regno del leone del “Tenente H. Barry” (l’attribuzione a Salgari non era ancora avvenuta), diluito in cinque puntate sui risvolti di copertina dal n. 8 del 25 agosto 1949 al n. 12 con data 22 settembre dello stesso anno.
Ho accennato anche a un riciclaggio: il racconto fu inserito pressoché inalterato nel romanzo Sull’Atlante (in volume nel 1907), dove riempì quasi l’intero capitolo sesto intitolato La caccia al leone (come il libro di Gérard).
Salgari non cambiò neppure la narrazione in prima persona poiché l’avventura è raccontata come propria dal protagonista, che informa un amico di come, dopo l’uccisione dei leoni, sposò la bella araba di turno, il cui nome varia da Zamra in Afza, soprannominata “Il raggio dell’Atlante”.
E arriviamo all’ultimo racconto, Sulla frontiera albanese, che fu anch’esso pubblicato su Per Terra e per Mare, n. 47 del 1905, con le esatte generalità.
Salgari dava tutto se stesso, su quelle pagine, come avremo modo di appurare nell’ultima parte di questo libro. Sfornava pseudonimi nuovi ed originali e contemporaneamente si occupava dei romanzi che doveva portare a termine per contratto, pubblicati a puntate sul giornale e poi in volume. Che si sappia, non poteva contare su un gruppo redazionale e inoltre viveva a Torino mentre la rivista si pubblicava a Genova. L’unico sgravio consisteva nella annunciata rinuncia alla tradizionale rubrica di corrispondenza con i lettori, circostanza che se gli evitò parecchio lavoro ha però costretto i posteri, a loro volta, a rinunciare ad una preziosa fonte d’informazioni, rintracciabile invece, con profitto notevole, sulle riviste analoghe che sarebbero nate ad imitazione di Per Terra e per Mare (19).
C’è da supporre che anche questo racconto abbia subito un’arbitraria variazione di titolo, dopo la morte dell’autore? Naturalmente, ed è difficile stabilire se fu più ragguardevole l’introito degli editori che intendevano in questo modo gabellare come novità vecchi racconti, o se è stata più ragguardevole la fatica del bibliografo nel mettere ordine in tanto guazzabuglio.
Sulla frontiera albanese fu riproposto nella citata collana “I racconti di avventure di Emilio Salgari” nel fascicolo n. 78 del 30 ottobre 1936 con il titolo Un soldato della mezzaluna (20).
L’esatta intitolazione è stata ripristinata a cura dello scrivente nel citato Un’avventura in Siberia e torna ora a riproporre una vicenda drammatica dove si apprende che, a costo della vita, la lealtà è più forte dell’amore.
Non so quanto sia datato questo concetto. Per Salgari non era neppure il caso di discuterne.
Note
(7) Emilio Salgari, Il Re della Montagna, Torino, Giulio Speirani & Figli, 1901 (ottava edizione), pp. 1-2.
(8) Emilio Salgari, I minatori dell’Alaska, Genova, Donath, 1905 (seconda edizione), pp. 167-168.
(9) Emilio Salgari, Sandokan alla riscossa, Firenze, Bemporad, 1907, p. 287.
(10) Emilio Salgari, Alla conquista di un impero, Genova, Donath, 1907, pp. 340-341.
(11) Dal capitolo XXI intitolato Le Montagne Rocciose.
(12) Si tratta di una nuova edizione, con titolo arbitrariamente variato dall’editore, del romanzo Le novelle marinaresche di Mastro Catrame (1894). Nello stesso anno, Le grandi pesche nei Mari Australi fu pubblicato in nuova edizione da Carabba di Lanciano (Chieti), cosicché il racconto riapparve contemporaneamente in due volumi.
(13) Emilio Salgari, I minatori dell’Alaska, cit., pp. 165-166.
(14) Cfr. Emma Giammattei, Il sistema dell’avventura e il settimanale di viaggi, in “Scrivere l’avventura: Emilie Salgari”, Atti del Convegno Nazionale, Quaderni dell’Assessorato per la Cultura, Torino, marzo 1980, pp. 293-294. Cfr. anche Felice Pozzo, La bibliografia delle opere salgariane, ivi, pp. 121-122.
(15) Emilio Salgari, Le grandi cacce nell’Africa Australe, in Gli Antropofaghi del mare del Corallo – Racconti ritrovati, a cura di Felice Pozzo, Milano, Oscar Mondadori, 1995, p. 164.
(16) Emilio Salgari, I Briganti del Riff, Firenze, Bemporad, 1911, p. 53.
(17) Jules Gérard – Luogotenente del terzo reggimento Spahis, La caccia al leone, Torino, Stamperia della Gazzetta del Popolo, 1858, vol. 1, p. 178.
(18) Salgari avrebbe potuto leggere, peraltro, la nuova edizione dell’editore milanese Sonzogno, pubblicata nel 1888, La caccia del leone.
(19) Cfr. Felice Pozzo, Giornali l’un contro l’altro armati: Antonio Quattrini G. e Luigi Motta, in Emilio Salgari e dintorni, Napoli, Liguori, 2000, pp. 69- 89.
(20) Il fascicolo contiene anche il racconto In mezzo all’oceano, il cui titolo originale è In mezzo all’Atlantico (1904).
Una caccia sulle Montagne Rocciose
di Emilio Salgari
Fra le grandi selve delle Montagne Rocciose, gigantesca catena che forma l’ossatura principale dell’America settentrionale, e che dalle gelide sponde dell’Oceano Artico scende fino a quelle miti del Golfo del Messico, vive una specie d’orso che senza dubbio è il più grande, il più audace e il più pericoloso di tutti e anche il più dannoso, poiché i guasti che reca sono incredibili.
I naturalisti lo chiamano ursus ferox, gli Americani invece grizzly bear, ossia orso grigio, perché infatti il suo pelame ha tal colore. La sua statura è gigantesca, sorpassa di molto quella più grande degli orsi neri della Russia e dei bianchi delle regioni polari; la sua forza è così prodigiosa che stritola con un sol colpo delle sue zampe l’uomo più robusto, e i suoi unghioni sono cosi poderosi da sventrare un bue colla massima facilità o spezzare le reni a un alce.
È d’umor nero, vive quasi sempre solo, rintanato fra le macchie e non esce che di notte per procacciarsi il cibo. Malgrado la sua mole e la sua ferocia, ha un regime frugivoro e insettivoro, come gli altri orsi. Il suo nutrimento ordinario si compone di bacche, di noci e d’insetti che va cercando nel cavo degli alberi vecchi o sotto le pietre; ma quando ha assaggiato la carne diventa carnivoro e s’attacca ai grandi mammiferi.
Allora il grizzly lascia le foreste, discende nella pianura o sugli altipiani erbosi della grande catena delle Montagne Rocciose e sbrana alci, bisonti, cavalli e buoi. Guai se sorprende qualche mandria! Ne fa una vera strage, poiché non si accontenta di uccidere uno o pochi capi.
Qualche volta spinge la sua audacia fino ad avvicinarsi alle borgate per cercare i maiali, poiché, come tutti i suoi congeneri, ha una passione spiccata per quelle succulente costolette e, da ghiottone raffinato, ama divorare vivi questi disgraziati animali, punto curandosi delle loro urla disperate.
Come ben si può immaginare, gli Americani, e specialmente quelli che abitano le falde delle montagne, danno attiva caccia a questo predone; e, quantunque sappiano che è uno degli animali più pericolosi e feroci ed oltre ciò dotato di un coraggio temerario, fanno di tutto per ucciderlo. È vero che di tratto in tratto qualche cacciatore partito al mattino baldo e fidente non ritorna più al proprio casolare; ma gli Yankees (21) non sono persone da spaventarsi per così poco.
Alcuni anni or sono uno di questi orsacci aveva piantato il suo domicilio sulle vette del Dig-horn, immensa montagna che si erge fra gli Stati del Nebraska e dell’Utah. Dapprima s’era accontentato di cibarsi di frutta e d’insetti; ma poi, reso più audace e fors’anche spinto dalla fame, poiché la neve era caduta abbondante in montagna, erasi mostrato in vicinanza di un gruppo di casolari, abitati da alcune famiglie di minatori. Anzi una sera aveva tentato di scalare il recinto per entrare nel porcile, ed era fuggito solamente quando i cani si erano messi ad abbaiare furiosamente. I minatori, scoperte all’indomani le tracce, decisero di sbarazzarsi di un così pericoloso vicino, che poteva una volta o l’altra sorprendere i ragazzi e divorarli.
John Raldolp e Harry Makperson, l’uno vecchio cacciatore di prateria, che aveva ucciso non so quanti bisonti e orsi, e l’altro buon tiratore di fucile, un mattino lasciavano i casolari, inerpicandosi su pei fianchi scoscesi del Dig-horn. Faceva un freddo feroce e la neve cadeva a larghe falde, coprendo i grandi pini, i cui tronchi si slanciavano in aria settanta e fino cento metri, gli aceri, i cespugli spinosi e le rocce della montagna; ma i due cacciatori, preceduti da Top, un grosso e robusto cane che aveva già altre volte affrontato coraggiosamente gli animali delle grandi praterie, salivano sempre, seguendo le tracce del grizzly, che erano rimaste profondamente impresse sul candido manto.
Verso il mezzodì giungevano all’entrata d’una fitta pineta, fra i cui tronchi vedevansi correre parecchi grossi lupi. Si rinforzarono con una buona sorsata di whisky, armarono i fucili, si assicurarono che i coltelli da caccia scorrevano nella guaina; poi si addentrarono nella foresta, camminando con precauzione, poiché l’orso grigio, se ci vede male, ha però l’udito e l’odorato molto fini e s’accorge a una grande distanza della presenza dell’uomo.
Avevano percorso circa un chilometro, girando con circospezione i cespugli e gli enormi tronchi dei pini, taluni dei quali misuravano perfino venti metri di circonferenza, quando il cane si arrestò di colpo, emettendo un sordo ringhio.
– Adagio, Harry – disse il vecchio Randolp.
– O m’inganno assai, o l’orso ci è vicino.
– L’hai veduto forse? – chiese il minatore, che era diventato leggermente pallido.
– No; ma Top l’ha fiutato. Guarda dove finiscono le tracce della fiera.
– Spariscono nel mezzo di quella fitta macchia.
– L’orso adunque è là. Sta in guardia, Harry, perché è un bestione che non ha paura dell’uomo, e che resiste talvolta anche con sette od otto palle in corpo. Rimani qui e lascia che io vada a scovarlo.
Il vecchio cacciatore si gettò a terra e strisciò lentamente verso la macchia, seguito da Top, che continuava a far udire un sordo ringhio. Harry rimase solo, col fucile sul braccio e il coltello da caccia fra i denti, nascosto dietro il tronco d’un enorme pino, pronto ad accorrere alla prima chiamata del compagno. Benché sapesse di essere un eccellente bersagliere e quasi mai non avesse mancato al colpo, pure, nel trovarsi in quella foresta quasi isolato con un orso così vicino, si sentiva invadere a poco a poco da una certa paura che facevagli tremare le membra e battere i denti.
La pineta, dopo la scomparsa del vecchio cacciatore, era diventata silenziosa. Non si udiva altro che lo stormire delle fronde agitate dal rigido ventaccio che scendeva dalle nevose vette del Dig-horn e di tratto in tratto qualche lamentevole ululato emesso dai lupi.
D’improvviso Harry udì Top abbaiare con furore e poco dopo una specie di grugnito, ma così forte, che pareva fosse partito di dietro al tronco del pino. Temendo che il vecchio corresse un grave pericolo, si slanciò innanzi e si trovò subito a faccia a faccia con un orso di statura gigantesca, il quale camminava sulle gambe posteriori. Faceva paura, tanto era grande, e vieppiù perché aveva il pelame tutto arruffato per la collera, e la bocca aperta, mostrando delle zanne lunghe almeno due pollici ciascuna.
In quel momento supremo il povero Harry, che per la prima volta si trovava innanzi ad un grizzly in piena foresta, perdette la testa e fu lì lì per darsela a gambe; ma non ignorando che sarebbe stato inseguito e facilmente raggiunto, puntò macchinalmente il fucile e lasciò partire i due colpi quasi contemporaneamente.
L’orso, colpito in pieno petto, emise un grugnito terribile, ma non cadde, poiché simili bestioni, come dissi, resistono a parecchie palle, e continuò la corsa, agitando furiosamente le zampe munite di potenti unghioni, di cui un sol colpo sarebbe bastato per abbattere l’incauto cacciatore.
Harry ne aveva abbastanza. Lasciò andare il fucile, che ormai gli era più d’impaccio che di utilità, mancandogli il tempo di ricaricarlo, impugnò il coltello e se la diede a gambe, cercando di cacciarsi nel fitto della vicina macchia; ma non aveva fatto dieci passi che si sentì afferrare pel di dietro e serrare con forza irresistibile fra due zampe villose.
Il grizzly con due balzi l’aveva raggiunto ed ora cercava di stritolarlo, serrandoselo contro il petto. Harry emise un urlo terribile, straziante:
– Aiuto, John!…
L’orso stringeva sempre e con tanta forza che le ossa del disgraziato cacciatore scricchiolavano. Fortunatamente Top lo inquietava mordendolo ferocemente or dinanzi e or di dietro; ma non bastava per fargli lasciare la preda.
Ancora qualche minuto e il povero minatore non sarebbe più tornato vivo al suo casolare. Ma ecco d’un tratto una voce gridare:
– Non temere, Harry! Sto per giungere!…
Era John che accorreva con tutta la celerità possibile. Malgrado la sua tarda età, balzò con una agilità meravigliosa fuori della macchia, si fece addosso al grizzly e, puntato il fucile, fece fuoco a bruciapelo.
L’orso, colpito nel cranio, aprì le zampe, lasciando cadere il cacciatore; girò due volte su se stesso, poi stramazzò pesantemente a terra, rimanendo immobile: era morto!
Quando John accorse in aiuto del compagno, questi era svenuto, tanto era stata potente la stretta dell’animale. Dovette penare assai a farlo tornare in sé e molto più a ricondurlo a casa, poiché il grizzly gli aveva spezzato tre costole!
Due mesi dopo Harry era guarito, ed ora la pelle del gigantesco plantigrado gli serve da tappeto; ma da quella volta ha rinunciato per sempre ad affrontare i pericolosi ospiti del nevoso Dig-horn.
Note
(21) Così si chiamano gli Americani del Nord (NdA)
Le valanghe degli Urali
di Emilio Salgari
(firmato con lo pseudonimo Guido Altieri)
La catena dei monti Urali, che separa per un lunghissimo tratto l’Europa dall’Asia, al pari di quella delle nostre Alpi si è acquistata una triste celebrità per le sue valanghe.
Ogni anno, durante la stagione invernale, un gran numero di capanne vengono interamente distrutte e talvolta perfino villaggi interi vengono sepolti sotto quegli enormi ammassi di neve assieme con gli abitanti, e le vittime si contano talvolta a centinaia.
Sono i gelidi e impetuosissimi venti che producono quelle catastrofi tanto temute.
La popolazione è scarsa sui fianchi di quei monti, però paga largamente il suo tributo all’inverno.
Alcuni anni or sono, in una vallata di quelle montagne, si era radunata una famigliola, composta dal padre, già vecchio minatore, e da due ragazzi, uno di quindici e l’altro di dieci anni.
Il minatore aveva costruito una casupola di legno, un’isba come la chiamano i contadini russi, cercando di renderla solidissima affinché potesse resistere alle valanghe, e aveva raccolto quattro capre del Tibet, dicendo ai due ragazzi di farle pascolare.
Mentre i piccini se ne andavano attraverso le gole delle montagne, il minatore scendeva nei torrenti e lavorava le sabbie, cercando le pagliuzze d’oro, mestiere molto aspro, ma che però era sufficientemente compensato.
Nei giorni piovosi, invece, quando l’abbondanza d’acqua rendeva impossibile il lavoro, Gurko – così chiamavano il vecchio – si recava nelle selve più fitte a cacciare gli orsi, ancora molto numerosi su quelle montagne.
Alla sera poi il vecchio mungeva le capre insieme coi fanciulli e si preparava la cena, molto magra, ma appetitosa per quella famigliola che lavorava da mane a sera sulla montagna.
L’estate era passata felicemente. Gurko aveva fatto una discreta raccolta di polvere d’oro e i fanciulli avevano riempito la tettoia dell’isba di legna, per poter affrontare i rigori dell’inverno.
Anche le provviste erano state rinnovate, acquistandole in una borgatella che si trovava sull’opposto versante della montagna.
Ai primi di dicembre la neve era cominciata a cadere a larghe falde, coprendo i burroni e le boscaglie e accumulandosi in quantità straordinaria attorno le cime della catena.
Il vecchio Gurko era stato costretto a interrompere i suoi lavori e anche le sue cacce, e a rinchiudersi nella capanna insieme coi figli e le capre. Non avrebbe nemmeno osato lasciarli soli, perché sapeva che la neve cacciava a basso gli orsi, e anzi ne aveva veduto più d’uno ronzare nella gola.
E poi temeva di venire sorpreso dalle valanghe. Che cosa sarebbe avvenuto dei due ragazzi se una disgrazia lo avesse colpito durante una delle sue escursioni? I poveretti sarebbero addirittura morti, essendo ancora troppo piccoli per pensare a se stessi e incapaci di attraversare quei monti aspri per raggiungere il villaggio più prossimo.
Però, se il freddo e la prudenza li obbligavano a starsene rinchiusi nella loro isba, non perdevano inutilmente il loro tempo. Gurko, aiutato dal primogenito, si fabbricava nuovi arnesi per lavorare le sabbie aurifere o conciava le pelli degli animali uccisi durante le sue scorrerie o accomodava le vesti di tutti, mestiere che aveva appreso alla morte della moglie. Il figlio minore, invece, aveva cura delle capre, dava loro da mangiare e le mungeva mattina e sera.
Già mezzo inverno era trascorso senza che alcun avvenimento fosse accaduto e Gurko cominciava a rallegrarsene, quando un brutto giorno, mentre stavano seduti a tavola mangiando la solita zuppa di segala col latte, udirono un rombo spaventevole.
Gurko si era alzato pallidissimo, dicendo ai figli:
– È caduta una valanga nella vallata. Deve essere passata vicino a noi.
Uscì dopo aver rassicurato i due ragazzi e si spinse fuori dalla tettoia.
Un’enorme valanga, staccatasi dalla cima del Paulinskoj, la vetta sovrastante quella parte della catena, era rotolata nella valle, schiantando nella sua corsa furibonda un numero di antichissimi faggi e accavallandosi in un profondo burrone.
Gurko, guardando verso la vetta, s’accorse che la massa nevosa era diventata così immensa, da costituire un gravissimo pericolo per la sua capanna.
Nuove valanghe minacciavano di rotolare dall’alto e qualcuna poteva piombare là, dove aveva trovato ricovero la famigliola.
– Bisognerà sloggiare – disse il vecchio minatore – La vita dei miei figli è troppo preziosa.
Sloggiare! Si faceva presto a dirlo, ma come mettere in pratica il progetto? Il villaggio si trovava sul versante opposto della catena, a più di dieci ore di marcia, e tutti i passi della montagna erano diventati impraticabili a causa dell’enorme quantità di neve già caduta.
E poi come arrischiarsi su quelle vette e fra quei burroni col freddo intenso che regnava all’aperto?
Avrebbero potuto resistere i due ragazzi?
Gurko, in preda a questi pensieri, era rientrato nella capanna, cercando di nascondere, ma invano, le sue preoccupazioni.
– Padre – disse Nicola, che era il primogenito – è caduta una valanga?
– Sì, ragazzo mio – rispose il minatore. – Però non spaventatevi: non corriamo alcun pericolo.
– Io non ho paura della neve – disse il piccolo Michele -Neanche le mie capre si preoccupano delle valanghe.
– Andate a letto e dormite tranquilli – disse Gurko – La nostra isba è sicura.
Li condusse nella loro stanzetta, poi, quando li udì russare, tornò ancora sotto la tettoia. Era molto inquieto e sentiva per istinto che un grave pericolo lo minacciava. Fuori soffiava un vento impetuosissimo il quale, dopo aver percorso le gelide contrade della Siberia, s’abbatteva contro la catena, urlando e ruggendo in mille modi.
In mezzo alle foreste si udivano i rauchi ululati dei lupi e in lontananza qualche cupo rombo annunziante la caduta di qualche nuova valanga.
– Anche i lupi sembrano inquieti – si disse il minatore – che questa notte debba succedere qualche grave disgrazia?
Rimase qualche po’ sotto la tettoia, esposto al nevischio che il vento trascinava giù per le chine; poi rientrò, sedendo presso la stufa ancora accesa. I due ragazzi dormivano placidamente. Pareva che il pericolo che minacciava la casa l’avessero già dimenticato.
Gurko, invece, sentiva aumentare i suoi terrori e prestava orecchio ai ruggiti sempre più acuti del vento siberiano.
Finalmente, stanco da quella lunga veglia, si era assopito presso la stufa.
Quanto dormì? Non poté saperlo.
Fu improvvisamente svegliato dagli urli dei lupi. Pareva che quegli animali fuggissero, passando presso la capanna.
Ad un tratto un rumore sordo, che aumentava con incredibile rapidità, giunse ai suoi orecchi. Si precipitò subito verso la porta, temendo che la disgrazia attesa fosse per accadere. Stava per aprirla, quando l’intera capanna oscillò spaventosamente come se fosse stata urtata da una massa enorme.
– Nicola! Michele! – gridò, slanciandosi verso la cameretta – Fuggite! La valanga!…
I due fanciulli, svegliati di soprassalto dalle grida del padre e dai belati delle capre, si erano gettati giù dal letto e si erano stretti al vecchio genitore.
In quel momento la capanna subì una seconda oscillazione, più spaventevole della prima, e alcune travi caddero al suolo schiantate. Gurko, tenendo fra le braccia i figli, si era diretto verso la porta e subito aveva dovuto retrocedere.
Il passaggio era stato ormai chiuso dalla neve, accumulatasi in quantità enorme sulla capanna.
Una prima valanga l’aveva in parte coperta, poi la seconda l’aveva sepolta completamente, otturando la porta e le finestre.
Il minatore dapprima si credette perduto, poi, vedendo che la capanna, malgrado l’enorme peso che era costretta a reggere, non cedeva, cominciò a sperare.
– Non piangete, fanciulli miei – disse a Michele e a Nicola, i quali gli stringevano attorno, tremando di freddo e di paura – Dio ci ha protetti e non ci abbandonerà.
– Non morremo soffocati, padre? – chiese Nicola.
– Cercheremo di aprire un passaggio all’aria – disse il minatore – Io non so quanta neve si sia accumulata sopra e intorno la capanna, tuttavia non perdiamoci d’animo. Sono state uccise le capre?
– No, padre – rispose Michele – Si sono rifugiate nella nostra cameretta.
– Il nutrimento allora è assicurato.
Il vecchio Gurko cercava di dimostrarsi tranquillo dinanzi ai figli, ma nel suo interno non lo era affatto. Chissà che mole enorme avevano le due valanghe e chissà se avrebbe potuto scavare una galleria che gli permettesse di giungere all’aperto e di salvarsi assieme a Michele e a Nicola!
Occorreva innanzi tutto assicurarsi se il tetto della casupola non aveva troppo sofferto e se era ancora capace di sostenere l’immane peso. Se cadeva era la morte certa per tutti.
Aiutato da Nicola, il quale si era prontamente rimesso dallo spavento provato, esaminò le travi e s’accorse che, eccettuate alcune, le altre avevano resistito meravigliosamente alle due valanghe.
Era però necessario rinforzarle poiché altre masse di neve potevano cadere dalla cima della montagna. Il legname non faceva difetto nell’isba, anzi vi erano moltissimi pali che erano stati destinati a costruire una nuova tettoia. Il vecchio minatore si mise quindi alacremente all’opera, puntellando le travi maestre e anche le pareti. Aveva appena finito, quando Nicola gli fece una osservazione.
– Padre – disse – se la neve non avesse lasciato alcuna fessura, credi che l’aria si sarebbe conservata ancora respirabile?
– No, Nicola – rispose il padre con voce giuliva – Avevo avuto il timore di dover morire soffocato, mentre ora, come tu hai giustamente osservato, l’aria si mantiene respirabilissima.
– Che le valanghe abbiano lasciato qualche spazio libero?
– Forse qualche fessura, Nicola.
– In tal caso non avremo più bisogno di scavare un passaggio.
– Per l’aria no, ma ben per noi, figliolo. Chi oserebbe passare l’inverno sepolto sotto queste nevi?
– Chissà che qualche montanaro non si sia accorto del disastro, padre.
Gurko scrollò la testa, facendo un gesto di dubbio.
– Siamo troppo lontani dai luoghi frequentati – disse poi – Ma non perdiamoci di coraggio, figlioli miei, e confidiamo in Dio.
Il vecchio minatore, dubitando già di poter riuscire nel suo progetto e di dover invece passare il lungo inverno sotto quelle valanghe, fece l’inventario dei viveri per non correre il pericolo di morir di fame prima che avvenisse il disgelo.
Fortunatamente, avanti che cadessero le prime nevi, aveva fatto le sue provviste e non scarseggiavano ancora.
Aveva segala in quantità per fare una specie di polenta usata molto dai russi, del pesce secco, del caffè e del tè, e mezzo barile di farina per fare le focacce.
Per di più aveva quattro capre, le quali davano una discreta provvista di latte. Avendo raccolto molta erba, sperava di poterle alimentare per tutta la durata dell’inverno.
– Anche se non potessimo aprirci una galleria, non morremo di fame – disse a Nicola – Abbiamo provviste per due mesi e anche più!
– E anche la legna non ci fa difetto, padre. Scavando la neve, potremmo giungere alla tettoia, la quale è ben fornita di rami secchi.
– Sì, Nicola – rispose Gurko – ma preferisco andarmene. Altre valanghe possono cadere e la enorme massa di neve può sfondare il tetto e soffocarci. Domani cercheremo d’aprire la galleria.
Quella prima notte fu piena d’angoscia non solo per il vecchio minatore, ma anche per i due ragazzi. A ogni istante si svegliavano, credendo che la casa dovesse cedere sotto la valanga. A ogni scricchiolio delle travature balzavano giù dai loro letti e ascoltavano in preda a mille ansietà, paventandone la rottura.
Furono timori infondati perché la capanna, invece, resistette meravigliosamente, quantunque al minatore fosse sembrato d’aver udito più volte il cupo rotolare d’altre valanghe. L’indomani stabilirono di uscire da quella situazione troppo angosciosa per tutti, provando a scavare una galleria che permettesse loro di abbandonare quel ricovero diventato troppo pericoloso.
Il minatore aveva già constatato che durante la notte il tetto dell’isba aveva subito notevoli guasti e che alcune travi avevano anche ceduto. Qualche nuova valanga lo avrebbe certo sfondato completamente.
Non disse nulla ai due ragazzi per non spaventarli e si mise a lavorare, intaccando la neve dalla parte della porta, per sgombrare innanzi tutto la tettoia. Mentre tentava di aprirsi il passaggio, i due ragazzi dovevano occuparsi di sciogliere la neve affinché questa non ingombrasse tutta la casupola. In una parete avevano aperto un buco e vi lasciavano colare l’acqua che proveniva dallo scioglimento operato dalla stufa scaldata a bianco.
Il vecchio Gurko lavorava con accanimento servendosi ora del piccone e ora della pala, aiutato di quando in quando anche dal bravo Nicola. Sgombrata la tettoia, avevano intaccato animosamente l’enorme massa della valanga, scavando una specie di galleria sufficiente per lasciarlo passare.
Quel lavoro però non durò per molte ore. Aveva scavato una galleria lunga alcuni metri, quando si trovò dinanzi a enormi massi di ghiaccio, travolti senza dubbio dalla valanga e accumulatisi intorno all’isba.
Provatosi a intaccarli, s’accorse che non avevano la resistenza necessaria per sopportare l’enorme peso della valanga. La galleria, appena scavata, crollava, e Gurko corse più volte il pericolo di venire sepolto sotto altri massi che cadevano dall’alto.
– Figli miei – disse, ritornando tristemente nella capanna – rassegnandoci al nostro destino.
– Che cosa vuoi dire, padre? – chiese Nicola.
– Che siamo prigionieri e che saremo costretti a passare l’inverno in questa capanna.
– E resisterà tanto? – chiese Nicola.
– Solo Iddio può saperlo, figlio mio.
– Non v’è nulla da tentare?
– Nulla, Nicola. I massi di ghiaccio ci sbarrano la via da tutte le parti. Prepariamoci ad affrontare coraggiosamente i pericoli e auguriamoci di rivedere ancora le nostre montagne.
Avendo sgombrato la tettoia, la quale era in parte occupata dalla legna accumulata dai due ragazzi, il minatore la demolì per poter, con quei pali, rinforzare nuovamente il tetto.
Aiutato dai figli, i quali si facevano in quattro per mostrarsi degni di lui, puntellò le travi maestre, poi le pareti e persino gli stipiti delle finestre e la porta. Rassicurato da quel lato, divise i viveri in tante razioni, affinché non venissero a mancare prima del disgelo; poi divise anche la provvista di fieno, premendogli assai di conservare le capre per avere sempre del latte.
Ed ecco il minatore e i due ragazzi cominciare una vera vita da Robinson in compagnia delle loro capre, sepolti sotto una massa così enorme di neve da non potersi immaginare.
Le prime giornate non erano state scevre da seri timori, a causa di continui scricchiolii che subivano le travature; ma poi avevano finito per l’abituarvisi.
Per ingannare meglio il tempo, tutti lavoravano. Gurko, pratico in molte cose, come sono quasi tutti i contadini russi, si preparava gli attrezzi, o lavorava legnami, o conciava le pelli che aveva accumulate durante l’estate, o preparava nuove vesti per i figli con le calde pellicce degli orsi. Nicola, molto più destro del fratello, aiutava il padre in quei diversi lavori e si occupava della cucina; mentre Michele, troppo piccolo ancora per essere utile alla famiglia, s’ingegnava ad addomesticare le sue capre.
Le giornate così trascorrevano abbastanza liete per i poveri sepolti. Si lamentavano solamente della straordinaria umidità che regnava nella loro casa, prodotta dal calore della stufa.
Le nevi, sciogliendo attorno alla capanna, lasciavano gocciolare abbondantemente l’acqua attraverso le fessure del tetto, bagnando ogni cosa. Eccettuato questo inconveniente, assolutamente irrimediabile, la vita non era troppo triste per i sepolti vivi. Di quando in quando però provavano delle vere angosce ed era allorché scoppiavano sulla montagna delle bufere.
Quantunque si trovassero sotto la neve, i mille fragori prodotti dagli uragani giungevano distintamente fino a loro. Udivano il lontano rombo delle valanghe e talvolta anche i furiosi ruggiti del vento siberiano. Allora le travi della casupola, sotto le scosse incessanti prodotte da altre masse di nevi rotolanti dalle cime, scricchiolavano lugubremente e le pareti provavano delle oscillazioni che facevano impallidire il minatore.
A metà febbraio, dopo due lunghi mesi di prigionia, la capanna, che fino ad allora aveva resistito a quell’enorme peso, un mattino incominciò a dare segni di decrepitezza. Una delle pareti si era incurvata minacciosamente e alcune travi, guastate dall’umidità, accennavano a cadere.
– Padre – disse Nicola, il quale se n’era accorto per primo – la nostra fine si avvicina. La capanna non resiste più.
– Dobbiamo tentare di tutto per uscire – disse il minatore con voce angosciata. – Non so se domani la nostra isba sarà ancora in piedi. Se ti preme la vita, aiutami, figlio mio, e cerchiamo di riaprire il corridoio.
Il pericolo incalzava. Il tetto e le pareti continuavano a scricchiolare e le travature si spostavano.
Fortunatamente la galleria, scavata due mesi prima dal minatore, non si era chiusa. Anzi si era formata una specie di volta di ghiaccio, la quale aveva impedito alla neve soprastante di abbassarsi.
Il minatore, temendo un’improvvisa catastrofe, fece uscire anche Michele e le capre e porre sotto la tettoia, la quale pareva ancora in ottimo stato, le provviste e le sue poche ricchezze.
– Affrettiamoci, Nicola – disse – Questo è il momento di mostrarti uomo e di lavorare come un uomo.
Si cacciarono entrambi nella galleria, portando picconi e badili, e assalirono con furore la crosta gelata che pareva avvolgesse la casupola. Il piccolo Michele con un canestro portava via i rottami, accumulandoli sotto la tettoia affinché il padre e il fratello potessero lavorare più liberamente.
Quando dopo parecchie ore di lavoro tornarono nell’isba, s’accorsero con loro grande terrore che il tetto aveva cominciato ad abbassarsi e che le pareti s’erano maggiormente piegate. La casupola non reggeva più all’enorme peso. Stava per crollare, lasciando quei miseri senza rifugio. Perfino le capre davano segni d’inquietudine, belando insistentemente e cercando di rifugiarsi nella galleria, nonostante gli sforzi del piccolo Michele.
– Non contiamo più sulla nostra casa – disse Gurko – Essa è perduta per noi.
– E se crollasse e noi non potessimo proseguire il lavoro, che cosa accadrebbe di noi, padre? – chiese Nicola, con voce alterata.
– Lavoriamo, figlio – rispose evasivamente il povero padre, lanciando uno sguardo disperato sui due fanciulli.
Stavano per riattaccare i massi di ghiaccio, quando un rombo spaventevole li arrestò.
La casupola aveva ceduto e la enorme massa di neve era precipitata attraverso il tetto sfondato, tutto seppellendo.
La sola tettoia, per un caso miracoloso, aveva resistito, salvando da morte certa il piccolo Michele e le quattro capre.
– Padre – disse Nicola – siamo perduti. Gurko non aveva risposto.
Curvo verso l’estremità della galleria ascoltava attentamente. Gli era sembrato d’aver udito un sordo rumore sopra la sua testa.
– Padre – disse Nicola – che cosa ascolti?
– Odo del rumore – disse il vecchio.
– Si direbbe che dei picconi percuotano la crosta gelata.
– Che qualcuno venga in nostro soccorso?
In quel momento i disgraziati udirono distintamente i latrati di un cane. Gurko aveva mandato un grido.
– Ci cercano!
Un momento dopo, attraverso lo strato gelato, udì una voce gridare:
– Siete ancora vivi?
– Chi siete? Vi manda Iddio? – chiese il minatore con voce tremante.
– Siamo montanari di Karsoff – rispose la voce di prima – veniamo in vostro soccorso.
– Dio sia ringraziato! Forse giungerete in tempo per salvarci – rispose il minatore.
Un momento dopo una parte della crosta gelata cadeva con fracasso, seppellendo in parte il minatore, Nicola e Michele, e alcuni uomini comparivano attraverso lo squarcio.
Erano otto montanari di Karsoff. Avvertiti da un cacciatore d’orsi che la capanna era stata seppellita dalle valanghe, da quarantotto ore lavoravano con accanimento per liberare i disgraziati e, come abbiamo veduto, erano giunti in tempo.
Accortisi che la valanga s’era abbassata, avevano raddoppiato gli sforzi, scavando una galleria obliqua, ed erano riusciti a sfondare l’ultima crosta di ghiaccio.
Il minatore e i suoi due figli, miracolosamente salvati, poche ore dopo ricevevano le più affettuose cure dagli abitanti di Karsoff, accorsi in massa a incontrarli.
(continua in https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/storie-di-montagna-2/)




