Val di Mello 1975-2000 – prima parte

Val di Mello 1975-2000 – prima parte (1-3)

ELLE, E I SUOI DODICI LETTI
Andrea Gobetti intervista a Jacopo Merizzi
(pubblicato su Alp n. 179, marzo 2000)

Jacopo Merizzi è uno dei padri della Val di Mello.
Insieme a Paolo Masa ha aperto le prime vie oggi diventate classiche, ha compilato una guida fondamentale e ha inventato il marchio di abbigliamento Mello’s, ispirato al sapore della prima ora. Dopo più di vent’anni dai primi passi dei Sassisti (di cui è stato uno dei fondatori), arrampica ancora sulle vie di aderenza di un tempo: è dunque il testimone diretto e più qualificato per raccontare 25 anni di cambiamenti.

La Val di Mello è un capitolo a parte delle nostre vicende. S’aggira fra le memorie degli anni Settanta; inconsistente e immortale come il sorriso del gatto di Alice, se la guarderai nello specchio del tempo, ci scoprirai una banda di ragazzi scatenati, i Sassisti, fino a mettere a fuoco Jacopo capellone, tra Guerini, Boscacci, Masa e altri pochi incoscienti che col loro modo d’arrampicare diedero vita a una leggenda dura a morire: il gioco dell’arrampicare. Merizzi è impregnato dell’umore di questa valle, s’arrampica su queste rocce da una trentina d’anni ed è testimone di tutti le generazioni e gli stili che qui si sono avvicendati. Il luogo più consono in Valle per avvistare il Merizzi è lo Scoglio delle Metamorfosi. Il Merizzus Alpestris appare in forma di svolazzante camicia e si dilegua balzellando in modo singolare sulle placche, esaltato dalla luce drammatica che precede il temporale, o dai tramonti infuocati d’autunno. È un grande esteta, il Merizzi. E poi ti gasa, ti fa sentire forte, agile e intrepido. Lui dimentica la relazione della via a casa e la cartina in macchina, diventi un esploratore per forza. Non sa il numero d’un sentiero, né riconosce una vetta per nome, con lui sei prima di quando furono nominate. Una signora guida, il Merizzi.

Matraia (Lucca), fine 1999. Andrea Gobetti (a sinistra) e Jacopo Merizzi.

Dovendo fare insieme un film a soggetto, in Val di Mello, ci mettemmo a tagliare i panni dei quattro personaggi. Uno: l’innamorato, guida alpina, tristissimo d’ecologici patimenti; due: la scafata manager romana, “un sacco telematica”, che non ha mai visto un monte in vita sua ma però arrampica benissimo; tre: “Self recorded”, la creatura arrampicante sfuggita al computer dello scienziato pazzo; quattro: lo scienziato pazzo medesimo, cioè Jacopo che arrampicava col suo speciale scanner per assorbire da ogni via le posizioni dell’arrampicatore virtuale proposte dagli appigli. Creava così “Self recorded” (Paolo Cucchi) straordinario climber digitale che, imbottito di tutta la memoria motoria della Val di Mello, imparava ad autoevocarsi digitandosi da solo sulla roccia e sfuggiva allo scienziato. Cresceva frattanto una rivalità, resa cupa dalla timidezza, fra lo scienziato pazzo e la guida triste. La ragazza gradiva il panorama roccioso su cui i due combattevano per il suo amore, godeva del vincitore e consolava il perdente secondo l’antica tradizione delle vestali Melliste e infine li persuadeva a far cordata comune a caccia di Self recorded che intanto stava facendo più danni d’un Gigiat (mostro cornuto di Val Masino), gettando nel panico arrampicatori ed escursionisti.

Durante la caccia, fatalmente, Self recorded e la ragazza andranno a digitarsi insieme.
Si stava bene a far castelli in aria, col Cucchi, a casa del Merizzi…
Il bello è che trovammo pure i soldi per girarlo quel film. In fondo era una storiella che riassumeva le caratteristiche dell’arrampicata in Valle: l’invenzione dei gesti in roccia, gli amori travolgenti, multipli e zingareschi, l’attenzione al futuro e quella mescola umoristica di tre parti d’ironia per una di buon senso, che garantisce mezzo gaudio nel mal comune.
Avreste riso? Chissà?! Il film fallì e ora vi tocca l’intervista.

La copertina di Alp n. 179, marzo 2000, il numero speciale dedicato alla Val di Mello. Olivo Tico in apertura di Polimagò. Foto: Jacopo Merizzi.

L’intervista
«Son le ragazze che hanno fatto la Val di Mello, a noi interessava l’amore e la roccia e anche viceversa, ma non potevi lasciare un letto caldo che non ci si infilasse l’amico a profittar del tepore. Erano donne fantastiche, dispensatrici di grande piacere».

Me ne ha già dette di tutti i colori e ora va fomentando invidia per le donne della Val di Mello, ha esordito dicendo che nessuno a Torino, ai bei tempi del Circo Volante, nessuno sapeva arrampicare come loro, i Sassisti, neanche da lontano. Gli ho dato ragione e aperto la prima bottiglia. L’intervista avviene in casa mia, fra le colline di Lucca quando i freddi invernali e la cura dell’olivo fan scivolare le Alpi nel ricordo lontano. Finita che fu la prima bottiglia, dice che se troviamo belle le montagne di Toscana è perché siamo dei disperati in carenza di Alpi; al che il mio compare Cristiano, libraio qua, ma di tempra dell’Alpe Devero, gli ha fatto osservare che se anche fosse, è poco gentile, anzi crudele da parte sua farcelo notare.

«Intervistatemi!», ci sfida Jacopo col cavatappi a microfono. «Prima bevi», osservo, «bevi la terza bottiglia».
Dopo qualche sorso ci parlò di Elle che aveva la baita in Val di Mello e dei suoi 12 letti…

Momenti della festa in cima al Precipizio degli Asteroidi. Foto: Andrea Innocenti e Andrea Gallo.

«La posizione del letto che s’occupava stabiliva ogni notte la gerarchia nella nomenklatura della Valle, e nel favore della padrona di casa. S’andava dalla cuccia per l’ultimo Giuda di passaggio, sino al talamo nuziale di Elle. Con mesi di sapiente strategia, letto a letto, bravata dopo bel gesto, io mi ero avvicinato a lei. Ma Elle aveva un fidanzato, mitologico quanto lontano, invero terribile nei suoi vestiti neri. Lo chiamavano la mano sinistra del destino e sbagliò chi non lo temette. Rientrò proprio la notte che io ero arrivato all’obiettivo. Ah, quelli sì che erano i rischi dell’amore! Quella era arrampicata! Era la Val di Mello!».

Poi ammutolisce tra il sonno, nel dubbio d’essersi dimenticato in tanti discorsi proprio la parte migliore. Come siam sicuri che dorme, tutti e sei, liguri, campani, piemontesi e toscani offesi in nome delle nostre montagne e invidiosi dei ricordi che ci mancano, balziamo sul suo letto e cantiamo Figli di nessuno, calpestandolo sotto le lenzuola. Saltiamo su e giù gridando come “gli uomini allegri” di Stevenson, quelle tonanti e terribili esplosioni di schiuma suscitate dalle onde contro gli scogli scozzesi. L’intervistato patisce, ma forse domani dirà la verità…
«Confesso! Sommo inquisitore, confesso che peccai come conobbi il Giardino dell’Eden, peccai scacciandone Adamo per rubargli Eva e farmi le scarpette in pelle di serpente. Avevo quindici anni e non sapevo nulla del tempo, arrampicavo già da tanto, due anni! Arrivo in Val di Mello e lì t’incontro Ivan Guerini. Quella valle per noi era tabù, sconosciuta perché senza vette. Lui apriva una via all’anno, due forse, con modalità, lunghezze, tempi che per noi erano impossibili».

Il menù della festa in vetta al Precipizio

Voi invece aprivate tre vie alla settimana, magari…
«Una al giorno! Ogni giorno si andava ad aprire una parete. Ivan invece aveva il senso del tempo, sapeva che era una stupenda stagione di vita e se la godeva il più intensamente possibile. Nel 1977, l’Ivan era sul Precipizio degli Asteroidi, e nel frattempo avevo conosciuto Antonio Boscacci, che era di mentalità molto produttiva, tipo “la preda va portata a casa”. Come arriviamo in Val di Mello, Antonio dice: “Voglio scrivere la guida della Val di Mello! Ma anche Ivan già da due anni ne stava scrivendo una e non la pubblicava mai. Ivan non ci dava le relazioni, a noi non ci importava, ripetevamo l’itinerario e sapevamo tutto. Rifacendo sistematicamente tutte le vie dell’Ivan ho cominciato a conoscerlo come arrampicatore, e mi son reso conto che era molto avanti, come tecnica e come visione, ma soprattutto mi ha insegnato il piacere, il senso del tempo. Ci ha messo due giorni, Ivan, ad aprire Kundalini, con un bivacco nella macchia in mezzo alla parete… sarà magari patetico, ma è un bel gesto. Ivan è l’unico che mi ricordo di come arrampicava. Pessimo in artificiale, modesto in aderenza, ma su tutto il resto straordinario, molto elegante e con grandissimo intuito».

Jacopo Merizzi secondo la matita di Marco Camandona

Tu però facevi cordata col Boscacci.
«Già, noi ci siam dati tutti dei soprannomi e lui era Fra’ Boscacci che vuol dire tuta d’arrampicata e corda a nodi per autofustigazione: professore molto serio. Tener duro fino all’ultimo. Boscacci è venuto fuori scolpito dalla matrice della pietra oliare. Grandissimo aderenzista ha un controllo eccezionale, ed è anche poco scherzoso, l’esatto opposto di Paolo Masa».

E la placca voleva più bene a lui che a me… La placca, che per te è stata ed è un Infoco dinamico, un balletto continuo preferiva invece Fra’ Boscacci?
«Erano complici. Lui aveva un controllo di pietra, era fatto di pietra, si conoscevano per via interiore. A me batte il cuore, esprimo un’aderenza da mammifero sobbalzante, un gioco di spinte, di abbandoni, di appoggi, di fiducia, di rimbalzi. Ho espresso su una via che Le corna non fan peso, potevo ironizzare sulla condizione umana, ma non potevo fare meglio di lui. Lui apriva e io ripetevo o viceversa, fino all’arrivo degli spagnoli eravamo solo noi i placchisti, e lui di più. Ha aperto Lucido da scarpe, credo mai più ripetuta, settimo superiore, caduta mortale, poi Okosa, altrettanto mortale, e Cristalli di polvere ottavo grado, morte sicura! Senza corda perché non serve a niente. Secondo me tra queste la più speciale è Okosa. A un livello più basso ci dimenavamo io e il Masa».

Lui era andato molto avanti nel sentiero del silicio…
«Fra’ Boscacci è troppo stoico, se noi arrivavamo a 80 lui faceva 81, se facevamo 85, lui faceva 87 e comunque a 100 c’era la morte, e lui era sempre col piede più in fuori del nostro. Ma era un po’ affranto l’Antonio, lui è della tua generazione, viene da una famiglia stoica, lavoro, Resistenza, studio: si è laureato col massimo dei voti e si è messo a insegnare nella scuola più povera, lontana, coi bambini più difficili della provincia. Per scelta. Ultimamente ha imparato il braille perché si è messo a insegnare ai bambini ciechi, epico. Masa ed io eravamo molto più fricchettoni».

Jacopo Merizzi è nato a Lecco nel 1959. Ha una figlia, Valentina, avuta con la prima moglie Cristina Zecca, e un figlio, Fabio. Vive a Sondrio arroccato sulla sua collina. Grande attività alpinistica con un curriculum che conta più di 40 vie nuove in Val di Mello, tre delle quali sul Precipizio degli Asteroidi e tre sul Qualido.
Una decina di vie nuove in quota nel gruppo Masino-Bregaglia, 20 cascate nuove in Valtellina, per lo più in Valmalenco e Val Masino. Molte vie nuove in Sardegna, alla Valle della Luna di Capo Testa, e i 20 km di arrampicata in traverso da Punta Chiappa a Portofino. Vie di grande respiro in tutto il mondo come guida alpina con cliente. Spedizioni arrampicatorie ed esplorative in Antartide, Messico, Algeria, Albania, Nuova Caledonia. Foto: Andrea Gallo.

Masa-Merizzi garanzia di risate…
«Grazie! Noi abbiamo avuto la grande fortuna di vivere un sacco d’anni senza pensare a niente, senza aver paura del futuro, di diventare grandi, di diventare vecchi perché sembrava evidente che ci saremmo schiantati da qualche parte prima di dover affrontare tutti quei problemi, siamo stati fortunati a vivere la giovinezza così perché ho imparato a vivere intensamente, senza futuro».

E le guide…
«Tornando alla fine dell’età dell’oro, escono insieme due guide, il Gioco arrampicata della Val di Mello di Ivan e quella di Antonio e mia, La Val di Mello. Ora mi vergogno veramente di aver compilato una guida che non ha aggiunto niente a quella di Ivan (sei anni più tardi, invece, con Masa abbiamo scritto un’altra guida molto più interessante e divertente: Val di Mello, 9000 metri sopra i prati). Ivan ha scritto un libro importante, bellissimo, pieno di vita! Poi se ne è andato dalla Val di Mello e non ci tornerà mai più».

La farfalla è andata via volando, ma è rimasta nel marchio Mello’s con i cui proventi avete avuto modo di consolarvi…
«Anche in Val di Mello si entrò nell’età del denaro, cosa che d’altra parte avvenne in ogni luogo del mondo dove si arrampicasse. Fu un movimento internazionale che andò ben oltre l’arrampicata. Gli anni Ottanta portarono alla monetizzazione del tutto, in ogni ambiente sociale. Ogni sport e passatempo, ogni ricerca vitale, culturale scoprì e privilegiò il lato monetizzabile della sua natura. Scelte di vita diventarono viaggi organizzati, ricerche spirituali generarono sedute terapeutiche; la soddisfazione d’arrampicare si trasformò in gesto sponsorizzato, ogni spazio conquistato divenne qualcosa da cui immaginarsi comunque di guadagnare soldi».

Pubblicato nell’ottobre 1979

Nell’immaginario dei rocciatori le vette della ricchezza si stagliarono oltre le creste conquistate. Messner vide castelli e mandrie di yak popolare le sue terre dalla cima dell’Hidden Peak, e da quella dell’Everest un mare di denaro accoglierlo a valle. Al Campo 3 del K2, Gogna coniò il suo libro migliore Un alpinismo di ricerca, trovandogli la parola che gli mancava, del denaro. E fu primus inter pares a capirne gli appigli sfuggenti e a praticare fra i soldi quei “piccoli spostamenti del corpo per portarmi in zona più sicura” che lo avevano reso famoso sul Naso di Zmutt.
«E noi dietro. Ci fu chi prese la strada del mercante e chi quella da disgaggiare col palanchino. Chi vendette immagini e chi paura, chi offrì viaggi e chi sudore, schiavi, pillole della salute, tende, pancere e calzini… al mercato ci siamo andati tutti e ci vorranno ancora un paio d’anni per uscirne».

Orsù, conte Merizzi, ci racconti come andò quando col Masa apriste Il Giardino dei paffuti conti in banca.
«Ermanno Nerini era un vecchio e simpaticissimo signore che avevo conosciuto all’inizio dell’estate in Val Malenco. “Prima di chiudere la mia attività di montagna”, mi aveva confidato, “mi piacerebbe salire lo Spigolo nord del Badile”. Un mese dopo scendevamo slegati dopo essere saliti dalla via Cassin. Cavalcando il suo incredibile exploit gli proposi: “Perché non andiamo a ottobre a fare la Salathé su El Capitan?”. Con noi viene Paolo Masa col cliente. L’incontro con i mitici maestri yosemitisti fu davvero sorprendente. Nella brevissima permanenza in Valle, non ne incontrammo nessuno. Scoprimmo invece il business. In America ogni attività umana trabocca di soldi, tutto grondava ricchezza. Il profilo stilizzato del Half Dome, che sembra un aquila che ha mangiato troppo, usato dalla Curry Company, sfruttato per commercializzare qualsiasi cosa, dalla carta igienica alla portaledge, doveva per forza darci un’ispirazione.

Tornati in Italia contattammo Francesco Margola e Giorgio Solza dirigenti della Samas, ditta già specializzata a mettere toppe rosse sulle chiappe e sui gomiti, e proponemmo loro una linea di abbigliamento per arrampicare. Commossi dal nostro entusiasmo, promossero una linea dal nome Mello’s. “Cosa diamo a questi due ragazzi?”, chiese il direttore generale Solza rivolto a Margola.”Il 2,5%?”. “Facciamo il 5%”, rialzò Solza, “questi ragazzi dovranno pur guadagnare qualcosa!”. L’anno dopo, visto il successo della linea (da magri alpinisti eravamo diventati oche all’ingrasso), ci proposero di ridurre la percentuale e prolungare il contratto nel tempo. Il messaggio di un piacevole e diretto rapporto con la natura abbinato a una linea che utilizza i migliori materiali aveva funzionato per tutti. In Yosemite c’era anche Franco Perlotto e lui s’inventò la Think Pink. T’immagini il movimento di soldi che ha creato quel viaggio?».

Pubblicato nel marzo 1980

Bastava dunque andare in America per capire il denaro?
«Certo, là capita tutto quello che poi capiterà da noi».

Dimmi allora, tu che conosci l’America, cosa sarà il futuro? O almeno come si fa ad essere moderni, nel 2000?
«Guarda il Masa! Va in giro con un arpione da chiodi su canna telescopica che porta a tracolla come una doppietta, e dice: “Io sono un vecchio cacciatore di vie…”. Lui è eccezionale, veramente moderno. Perché, sai, in questo mondo ci sono quelli che mettono il chiodo vicino, ma non abbastanza vicino… ti devi fare il passaggino che se sbagli voli. Ciascuno ha la sua maniera di gonfiarsi d’orgoglio, ma Paolo con l’arpione telescopico, becca qualsiasi chiodo. Ha risolto tutto, ha sdrammatizzato l’arrampicata. Questo è il futuro. Il contrario di prendere e far prendere tutto come un esame! Sai chi arrampica ora in America? Bande di vecchi. Quaranta, cinquant’anni e non gliene frega più niente di nessuna regola. Fanno magari sei tiri su El Cap e tornano giù, quando vogliono. Attaccano su una via e continuano su un’altra. Usano e s’aiutano con tutto quel che trovano. Questo è il presente americano e, come sempre, sarà il nostro futuro. L’arrampicata sdrammatizzata. Noi abbiamo un sacco di sacri tabù, diamo importanza a chi ha fatto la via, a come l’ha fatta, vecchi retaggi impediscono di mescolare due vie insieme, di tirarsi su un chiodo, e permettono o impediscono di scavare un appiglio. È un’avventura delle regole, mica degli uomini, e mette in crisi ogni entusiasmo. Prepariamo le vie confezionate come per venderle. Agli Americani di tutto questo non importa più nulla. Arrampicano su quel che c’è. Noi gridiamo alla grande avventura vedendo i fratelli Huber che si fanno la Nord American Wall in libera. Ma c’è più avventura in due che arrampicano con una cordata di fotografi sopra e una sotto o in uno che manco sa dove va quella via, ci sale e, se diventa troppo difficile, torna indietro? L’arrampicata dev’essere naturale, spontanea, o vai o non vai, e se non vai t’attacchi a un chiodo, è li per quello. Passerai senza chiodo un’altra volta».

Pubblicato nel 1985

Ineccepibile!
«Ma il problema è che adesso non sanno neanche più come attaccarsi a un chiodo! Recentemente il Masa era in parete, in Francia, e tutti penavano e cadevano su un passo molto difficile, una dülfer sfuggente sotto uno spit. Quando è arrivato il suo turno, Masa ha attaccato una fettuccia al chiodo e ci ha messo un piede dentro risolvendo senza sforzo la situazione. I francesi erano entusiasti dell’idea, non l’avevano messa in pratica perché non sapevano più come si fanno queste cose e perché non avevano una fettuccia lunga a tracolla, ma solo rinvii. Capisci Andrea, alla gente di tutti i divieti che si sono instaurati in questi vent’anni in roccia non importa più gran che, ma il problema è che si sono dimenticati di come si faceva a scalare prima che diventasse uno sport assistito. In America vanno ad arrampicare vestiti come me, camicia a maniche lunghe, leggera, possibilmente bianca, ti ripara dal sole e dal vento. Dai, andiamo in America!?».

Non è meglio fingere la nostra California qui, come s’è fatto per tutti gli anni migliori della nostra vita, qui dove si mangia e si beve da cristiani? (Quando lo becchi in fallo, il magniloquente Merizzi sorride e aggiusta il tiro).
«Beh, lo sai che me piace mangiar bene, bere bene, e che ogni due anni organizzo una cena nel posto più incredibile del mondo, sulla cima del Precipizio degli Asteroidi. È un sogno, che son riuscito a realizzare. Pescispada, capesante, vini, farro, torte e insalate a disposizione dei viandanti».

Cristina Zecca sulle vene bianche dei lunghi traversi di Raviolanda, via di Paolo Vitali, Adriano Carnati e Sonia Brambati, alla placca di Patabang.

E l’arrampicata in aderenza cosa rappresenta per te?
«L’aderenza è un magnifico specchio della mente, legge le nostre angosce e ce le riflette moltiplicate. Sento il peso delle mie paure e del mio corpo che fluiscono e si scaricano direttamente sulle suole e la roccia diventa amica, ruvida ed accogliente. Ma se perdo questo fluido magico, la parete può diventare un brutto incubo, scivolosa e rigettante. C’è poco d’apprendere nella tecnica di aderenza. Proverò tuttavia a trovare alcuni spunti. La suola come puoi immaginare è importante, deve essere morbida e facile al consumo tanto da favorirne un continuo ricambio. Prima di salire una via impegnativa, generalmente la lavo bagnando le scarpe direttamente nel primo ruscello che incontro. Altri aspetti tecnici che mi possono aiutare sono legati all’impostazione del corpo. Tengo tendenzialmente i piedi molto in alto, in prossimità del bacino e le mani in appoggio rivolte verso il basso. Al contrario stirarsi sulle punte dei piedi verso un ipotetico appiglio può portare a posizioni disperate, e lo faccio solo come ultima e angosciante possibilità. Ma l’aspetto più difficile nell’aderenza, (quella vera non segnata da una striscia di spit) è fare un buon piano di navigazione. La placca è un oceano verticale dove non conviene fermarsi. Dal basso studio tutta una serie di movimenti in base alle rugosità fino al successivo ancoraggio naturale. Quando parto devo essere sicuro di me stesso, salgo molto veloce, a scatti, concentrato solo sul mio prossimo approdo. È meglio non avere esitazioni, gli squali dell’angoscia possono mordere i polpacci e la bocca dello stomaco».

Dice, sghignazza e vola via. Io raccolgo le lettere sparse per terra, rimetto il tappo alle bottiglie aperte e sopravvissute all’intervista e mi chiedo come farò mai a raccontarvi del Merizzi.

Pubblicazioni di Jacopo Merizzi
Val di Mello, 9000 metri sopra i prati, ed. Egeria, scritto con Paolo Masa; L’Agenda Mello’s 91, ed. Stefanoni; Aria di Valtellina e Aria di Lecco, ed. Stefanoni (due volumi di fotografia aerea con racconti di Andrea Gobetti). Ha collaborato con Alp, Airone, Aqua, La Rivista della Montagna, No Limits, Terres Sauvages.

Valentina Merizzi (figlia di Cristina Zecca) alle prese con la “Serpe sfuggente” di Il Risveglio di Kundalini. A destra, la raffigurazione del Gigiat in un murales a San Martino. Foto: Jacopo Merizzi.

IL GIGIAT DELLA VAL DI MELLO
di Cristina Zecca
(pubblicato su Alp n. 179, marzo 2000)

Chiesa Valmalenco. Sono sul divano con mia figlia Valentina e sto leggendo ad alta voce I Racconti delle Fate di Perrault e altri autori. La Bella Addormentata, La bella e la bestia, Enrichetto dal ciuffo, Cappuccetto Rosso, Il Gigiat della Val di Mello.

Il Gigiat? Beh, forse, non so. Però. «C’era una volta un vasto castello formato da alte torri di granito compatto e spumeggianti fontane, dove regnava un re mezza capra e mezzo uomo. Nessuno era mai riuscito a vederlo e tantomeno a sapere in cima a quale bastione risiedesse. La fama della bellezza del maniero e il mistero che l’avvolgeva attraversò ben presto tutte le valli e le città, risvegliando la curiosità di personaggi in cerca di nuove fiabe. Quando arrivò Cappuccetto Rosso il cortile era gremito di strani individui in fermento. Pollicino, che aveva già affrontato alcune mura del castello, indicava agli altri la via da seguire e le possibilità di accesso esistenti. Pinocchio si destreggiava sui sassi, conscio che le sue articolazioni avrebbero dovuto essere rìmodellate in previsione di tali imprese. Il Gatto con gli stivali suscitava stupore nei presenti narrando le straordinarie qualità dei suoi nuovi calzari con la gomma magica. Ritti di fronte a un grosso monolite, il Gatto e la Volpe annusavano impazienti l’aria in cerca di nuove avventure e futuri business.

Cristina Zecca. Foto: Andrea Gallo

Fu così che Cappuccetto Rosso decise di prendere parte a quel fantastico gioco imitando le danze che i sudditi del castello svolgevano sui sassi disseminati qua e là nell’ampia corte. Ben presto fu in grado di affrontare gli alti bastioni alla ricerca del mostruoso sovrano, condividendo spericolate ascensioni con i più svariati personaggi. Le piacque subito questo modo di vivere la natura, capace di smitizzare le insidie delle rocce più erte e di sublimarle con nomi fantastici e provocatori. Ben presto la caccia al re divenne frenetica, poiché dal fondovalle si vedevano giungere orde di giovani cavalieri armati e pronti alla conquista dell’ambito castello. Tra nugoli di polvere bianca e dardi luccicanti i nuovi arrivati promossero il torneo. In parte si misero nelle abili mani del Gatto, della Volpe e degli altri capaci di persuaderli con appetibilissime proposte di libertà e grandi avventure; gli sfidanti, invece, presero la loro forza dal pesante fardello di moderni mezzi fino ad allora sconosciuti, ma in grado di garantire loro una più veloce e sicura progressione verso le mete prescelte. Vedendo i segni che questa lotta lasciava sulle mura del castello, Cappuccetto Rosso pensò che forse la magia di quel posto, che inizialmente l’aveva incantata, stava svanendo e vagò alla ricerca di nuove fiabe».

«Mamma, uffa, questa non è una fiaba! È la storia che facevi sulle rocce!». «Lo so, Vale, ma pensandoci bene, ogni tanto mi sembra di aver vissuto una favola per davvero!». «Ma come va a finire il torneo?». «Questo non lo so di preciso, quel che è certo è che sarà un’altra storia».

Cristina Zecca è nata a Lecco il 4 aprile 1961, interprete. Inizio attività in Val di Mello: 1983.
Legata in cordata con numerosi placchisti e giovani scalatori nelle prime ascensioni e ripetizioni, Cristina è co-autrice con Pietro Corti di una delle guide di arrampicata di maggior successo (quella “con gli anelli” per intenderci).

Yvon Chouinard su Stella Marina, 31 maggio 1980
Retrocopertina de Il gioco-arrampicata della Val di Mello. A sinistra, Ivan Guerini; a destra, Monica Mazzucchi.


SCHEGGE DI STORIA
di Luca Maspes (hanno collaborato Jacopo Merizzi, Giuseppe Popi Miotti e Paolo Vitali)
(pubblicato su Alp n. 179, marzo 2000, con lievi aggiunte)

Vie lunghe, itinerari sportivi, big wall, solitarie, concatenamenti, cascate di ghiaccio, bouldering: ecco una sinossi con gli eventi più importanti della storia della Val di Mello. (Le vantazioni delle difficoltà riportate sono espresse secondo il valore dato dai primi salitori. Nonostante questo elenco sia frutto di un lavoro collettivo, è possibile comunque che alcune omissioni o errori siano rimasti: ce ne scusiamo in anticipo).

1973
• Il “profeta” Ivan Guerini comincia ad arrampicare sui massi del fondovalle. Il “gioco arrampicata” della Val di Mello ha il suo inizio. Guerini, venuto dalla pianura, inizia a studiare gli speroni tondeggianti che vede poco sopra il fondovalle.

2 luglio 1977, prima ascensione di Oceano irrazionale al Precipizio degli Asteroidi. Ivan Guerini nella zona delle Onde di Pietra.
2 luglio 1977, prima ascensione di Oceano irrazionale al Precipizio degli Asteroidi. Ivan Guerini sul “vertice della tromba”, passo chiave (VII).

1975
Nella baita di Guerini e nonna a Ca’ di Rogni, per tre anni si sussegue un gruppo di giovanissimi arrampicatori e tra di essi la compagna di Ivan, Monica Mazzucchi, e Guido Merizzi, Mario Villa, Vittorio Neri. Con loro e altri amici Ivan porterà a compimento le sue più belle salite in valle.

• 13 agosto. Guerini sale con Ottavio Zanaboni e Mario Villa la prima via ufficialmente riconosciuta in valle, lo stretto camino di Cunicolo Acuto, alla struttura denominata Il Sarcofago.

1976
• In un incontro al Sasso Remenno, una decina di giovani arrampicatori sondriesi danno vita a un gruppo chiamato “Sassisti”. Fra loro troviamo i nomi più ricorrenti in questa lunga storia: Jacopo Merizzi, Antonio Boscacci, Paolo Masa, Giuseppe Popi Miotti, Giovanni Pirana, Giampietro Masa, Francesco Boffini, Mirella Ghezzi e Ermanno Gugiatti. Il nascente gruppo vuole una rottura con un ambiente alpinistico «stretto dentro abiti e tradizioni che altri avevano confezionato nei decenni precedenti». Niente statuti e presidenti, solo nuove filosofie per un nuovo modo di intendere l’alpinismo e l’arrampicata come gioco di libertà e creatività.

• 3-4 aprile. In due giorni di scalata «per meglio assaporare i passaggi» e con un bivacco nel bosco sospeso a metà parete, viene salita quella che diventerà una delle grandi classiche della Valle, Il Risveglio di Kundalini. Guerini e Villa seguono una logica linea di fessure, archi e placche oblique che li conduce alla sommità delle Dimore degli Dei.

La parete sud-est del Precipizio degli Asteroidi, con il tracciato di Oceano irrazionale.
Disegno di Ivan Guerini della via Oceano irrazionale al Precipizio degli Asteroidi

• Vengono esplorati i vari speroni del fondovalle e l’occhio di Guerini scopre alcune tra le più facili salite della valle, successivamente entrate nel novero delle classiche: sono il Tunnel diagonale allo Sperone degli Gnomi (con Poldo Belgeri, Massimo Piattoli, Bruno Borsi) e L’Alba del Nirvana al Tempio dell’Eden (con Patrizius Gossemberg, 8 maggio).

1977
• Si prosegue l’esplorazione di ogni placca e struttura degna di nota. Nascono varie vie più o meno divenute famose negli anni a seguire: la fotogenica Mixomiceto alle Sponde del Ferro (Guido Merizzi, Neri, Guerini, iotti, Alessandro Gogna, Adriano Balzarelli, 17 luglio), la sperduta Sfera di cristallo allo Sperone della Magia (Neri e Gogna, G. Merizzi e Guerini, 21 luglio), le fessure a volte un po’ erbose de L’Albero delle Pere alle Dimore degli Dei (Boscacci e i fratelli Jacopo e Guido Merizzi, maggio), il diedro della Stella Marina chiamato Vortice di fiabe (Neri, Guerini, Mazzucchi, 2 settembre), le placconate alla sua sinistra con Il giardino delle bambine leucemiche (Guerini, Villa, Balzarelli e Umberto Villotta, 19 giugno). Infine, le dolcissime Placche dell’Oasi, salite dal solitario Miotti lungo la via Uomini e Topi (ottobre).

• 31 maggio. Si parla per la prima volta di settimo grado: gli interpreti sono Antonio Boscacci e Jacopo Merizzi al Trapezio d’Argento con la famosissima Nuova dimensione, «uno dei primi frutti di un nuovo modo d’arrampicare i cui fini erano il gioco, la gioia e il piacere di fare, di fondersi con la roccia, i suoi cristalli ed il suo calore», a cui segue sul Tempio dell’Eden (5 giugno) l’ancor più pericoloso Lucido da scarpe (con la Ghezzi e Gaspare Piccagnoni).

• 2 luglio. Il sogno di Ivan si concretizza sul più grande pilastro della valle. Attaccano per primi Jacopo Merizzi e Boscacci lungo la parte bassa della parete, l’Altare o parete dei Dieci Saggi, dove tracciano la via Il Cerchio di Gesso (VI/A3). Il primo chiodo a pressione fa la sua comparsa proprio qui. Alla cengia mediana la sorpresa di incontrare Guerini e Mario Villa che, informati da una soffiata di amici, li hanno anticipati nelle intenzioni. Tutto finisce in un bivacco comune sul quale tanto è stato ipotizzato (tuoni e fulmini o alleanza silenziosa?). Al mattino riparte per primo Guerini e, agevolato dalle sue corde fissate il giorno prima, riesce a concludere la salita al comando, con il giovane Villa che si tira quasi tutta la via, seguiti a poca distanza dai due sassisti sondriesi. Nasce così Oceano Irrazionale, 10 ore di fessure a incastro con un po’ di settimo grado, uno dei primi dichiarati in Europa: «Un angolo camino con la fine strapiombante, arrotondata, che impegna con una serie successiva di movimenti brutali ed esasperanti!», un grosso passo avanti nella Valle, ormai chiamata “piccola Yosemite”.

A sinistra, in arrampicata su Alba del Nirvana al Tempio dell’Eden; a destra, Vittorio Neri su Giallo ocra (VII) allo Sperone Mark
Monica Mazzucchi sullo Sperone dell’Onda, il gioco dello scivolo.

1978
• Il nuovo polo degli arrampicatori si trasferisce per qualche anno nella baita di Lidia Sacchiero, in località Panscer, dove sempre più spesso si riuniscono vari esponenti del Sassismo, dell’ambiente milanese e del Nuovo Mattino, con visite di Gabriele Beuchod, Massimo Demichela, Roberto Bonelli e altri. Lidia, una ragazza in vacanza innamorata di questo ambiente magico, diventa uno dei punti d’unione fra le teorie dei movimenti arrampicatori appena nati in Italia. Si mangia, si discute lungamente, si dorme qui e si parte per una nuova giornata di gioco sulle placche della Valle.

• 9-10 giugno. Ci si avventura per la prima volta sull’alta parete del Qualido, logica continuazione del Precipizio. Paolo Masa e Jacopo Merizzi aprono in due giorni la via Paolo Fabbri 43 (VI+/A3). Sarà ripetuta raramente.

• 18 giugno. La leggenda dice che il Bosca stava inseguendo un serpentello mentre saliva per primo, seguito da Guido Merizzi, la famosa e sprotetta placca di Okosa (VII+), ripetuta solo una decina di anni dopo e simbolo della massima improvvisazione d’arrampicata sulle placche della Valle.

• Giugno. Primo tentativo di free climbing fine a se stesso, sul monotiro di Giallo Ocra (VI+) allo Sperone Mark, opera di Vittorio Neri.

• 13 luglio. Boffini, Boscacci e J. Merizzi risolvono la tondeggiante parete dello Scoglio delle Meta morfosi, inventando la linea mezza libera e mezza artificiale de Gli oracoli di Ulisse (tratti valutati A4).

Il passaggio della “Serpe fuggente” de Il Risveglio di Kundalini alle Dimore degli Dei
In arrampicata su Luna nascente, Scoglio delle Metamorfosi

• 3 settembre. Una fessura viene collegata a un’altra e così via: ne viene fuori uno dei capolavori della Valle, la fantastica Luna nascente di Boscacci, Ghezzi, Graziano Milani. La sua bellezza è superlativa, non troppo dura e neppure banale; un’armonia di elementi positivi che farà dire a molti «la via più bella della mia vita». Il tetto della seconda lunghezza (VII) verrà salito in libera qualche anno dopo da Yvon Chouinard durante una sua visita in Valle con la banda dei “Cento Nuovi Mattini”.

Inverno 1978-’79
• L’arrampicata su ghiaccio entra in Valle. Un inverno particolarmente freddo permette alle acque della spumeggiante Cascata del Ferro di solidificarsi. Merizzi e Masa sono i primi a salire la cascata, giocando all’interno di splendidi budelli rocciosi levigati dall’acqua. Per via delle condizioni mai ottimali, la Cascata del Ferro verrà salita più che raramente, e diventerà il sogno di molti ghiacciatori.

• 28 maggio. All’apertura di Luna nascente risponde egregiamente l’accoppiata Merizzi e Masa con un altro capolavoro d’intuito, la sempre rispettata Polimagò (VI+), camini e placche con poche protezioni e un emozionante traverso finale.

• 14 giugno. Un’onda di granito e poche possibilità di protezioni tradizionali, è la facile Patabang di Federico Madonna (14 giugno), dei fratelli Paolo e Giampietro Masa e l’onnipresente Jacopo Merizzi. Abbordabile ma impopolare perché senza protezioni.

• 13 Luglio. Si riesce a salire anche su una delle strutture più grosse ed enigmatiche della Valle, il Pappagallo, dove Boscacci e Paolo Masa tracciano l’impegnativa Sette Aprile (VII e A2). La via sarà ripetuta pochissime volte.

• Placche dell’Oasi: Boscacci aderisce al meglio sui reali “passaggi sul nulla” di Cristalli di polvere, il primo VIII grado della Valle, ripetuto l’anno successivo da Massimo Sala. Nessuna protezione sul tiro ma un comodo giardino alla base che fa da materasso ai numerosi tentativi di emulazione spesso falliti.

• Luglio. Dopo un leggendario tentativo con Masa e Miotti sui grandi archi strapiombanti del Precipizio, finito a poco dalla cima per esigenze fisiologiche del capocordata e abbondanza di alcolici in parete, Merizzi termina con Federico Madonna l’aerea e complessa Bodenshaff (alcuni tiri di artificiale fino alI’A3).

Ivan Guerini nella prima ascensione de Il Giardino delle Bambine leucemiche
Vittorio Neri

Inverno 1979-’80
• 11 gennaio. In quattro si avventurano sulla più imponente colata ghiacciata della valle, la lunga e ben visibile Durango. Merizzi, Masa, Miotti e Gogna scalano con attrezzatura che oggi farebbe rabbrividire, i 400 difficili metri (TD+) di una delle cascate che conoscerà più successo nella zona. In seguito, viene salita un’altra delle colate ghiacciate esposte a sud che si formano raramente: Terrore Bianco (Sponde del Qualido). Questa volta con Merizzi c’è Popi Miotti. Nasce anche la delicata Gola profonda, situata all’entrata della valle e caratterizzata da un sottile e a volte instabile strato di ghiaccio sopra una compatta placca (Boscacci, Merizzi, Miotti).

1980
Maggio. Il dolce richiamo dell’aldilà è l’eloquente nome della linea sulla placca di sinistra delle Sponde del Qualido. Poche protezioni e difficoltà fino al VII+, ad opera di Marco Ballerini, Merizzi e Michele Anghileri.

• Luglio. Il francese Jean-François Hagenmuller sconvolge i locali salendo quasi in libera (un solo punto d’aiuto) La Signora del tempo al Tempio dell’Eden (VIII+, fessura strapiombante scovata da Boscacci due anni prima) e aprendo ignaro (i cattivoni dicono che sia stato mandato avanti da Merizzi che voleva eliminarlo) le porte della pericolosa Via per l’inferno (VIII/VIII+ poco protetto).

Monica Mazzucchi e Ivan Guerini

1981
• Maggio. Ancora Precipizio per Merizzi e questa volta si provano le placconate a sinistra degli archi strapiombanti, insieme a Masa, Enrico Olivo e Piera Panatti. Amplesso Complesso è un insolito sentiero di pietra scavato nella roccia, che termina improvvisamente contro un pericoloso tiro sprotetto di settimo grado superiore, affrontato da un Olivo in stato di grazia.

1982
• 7-11 luglio. Il Qualido non attende più la sua grande “big wall route”. Nel punto più alto della parete partono per il loro viaggio i tre Sassisti più attivi di questi anni, Il Bosca, Pilly Masa e lo Jacopo, per tracciare Il Paradiso può attendere. In 5 giorni il trio, con un Bosca inarrestabile, sale la linea più logica della grande muraglia, già tentata l’anno precedente e frutto di alcune esplorazioni nella parte alta della parete. Le difficoltà sono di VII e A3 un poco sottovalutato, soprattutto sulla pericolosa seconda lunghezza. Usati pochissimi chiodi a pressione.

• Agosto. Esiste o non esiste? Lorenzo Moro e Giuseppe Joseph Prina salgono per le inaccessibili e scoraggianti placche di destra delle Sponde del Qualido per una facile e misteriosa linea valutata solo V+, Fatal Quiete.

Mario Villa

Primi anni ’80
• Lo specialista tedesco Wolfgang Flipper Fietz, uno dei più forti boulderisti dell’epoca, riesce sul passaggio più duro della Valle, Videogame, e propone una valutazione di decimo grado inferiore (8a). Solo qualche anno dopo, nel 1988, il movimento estremo viene ripetuto da Daniele Pigoni e Luca Rampikino Maspes.

1984
• Alcuni dei primi spit in Valle compaiono sulle realizzazioni dei fratelli Giuseppe ed Eugenio Prina, Lorenzo Moro e Dalmazio Facchinetti delle Placche del Precipizio. Viene salita la tranquilla Arké (VI) e il gioiellino Self Control (VII-) con un tiro chiodato dall’alto (un’altra “prima volta” in valle).

• 5-9 luglio. Alessandro Gogna e Giuseppe Popi Miotti salgono i 700 metri della Parete del Pesgunfi, una big wall ben visibile dal Sasso Remenno, già salita in tentativi precedenti fino alla seconda grande cengia (13 lunghezze). Gli altri 16 tiri necessari per superare la seconda parte portano a 29 il numero totale delle lunghezze. Forti difficoltà di artificiale e di libera. Limitatissimo l’uso dei chiodi a pressione (il chiodo a pressione nel passo chiave del camino è stato aggiunto in una ripetizione).

Retrocopertina di Val di Mello, 9000 metri sopra i prati. Paolo Masa (a sinistra) e Jacopo Merizzi durante la quotidiana cura del proprio aspetto.

• Il passo successivo è la difficile e grandiosa Celeste Nostalgia sulle placche a destra della grande classica di Guerini e Villa. I fratelli Prina con i loro compagni salgono dal basso difficoltà elevate sia in artificiale (A3) che in libera, fino al VII grado.

• Giugno. Sempre i fratelli Prina e Moro salgono il pilastro a sinistra di Kundalini, intuendo una delle più complete arrampicate della Valle. Il Pilastro del Bastogene viene chiodato dal basso eccetto un tiro, e presenta vari tratti protetti a spit e chiodi a pressione che saranno liberati solo qualche anno più tardi (da VI+ e A1 originale al moderno 7b).

• Senza spit è invece la giovane e alta arrampicatrice venuta dal Nord, Elisabeth Treier, che assicurata dal suo compagno sale Steinbrecher, un’uscita diretta a Nuova dimensione con del VII grado e protezioni “da non volare”.

Ivan Guerini riprende una farfalla incline alla vita socia­le. Foto: Jacopo Merizzi.

1985
• Nella parte bassa del Precipizio, i Prina, Facchinetti, C. Valtorta e A. Farina si calano dall’alto per piazzare alcuni spit sulla ripida placca di Piedi di Piombo (VII+). L’ennesima “prima volta” di una via chiodata interamente dall’alto viene fatta con parsimonia e la lunga chiodatura rende questa via ancor oggi da non sottovalutare. Piedi di Piombo diventa anche la più veloce discesa (calate in doppie) dalla cengia del Precipizio.

• Per finire con la serie delle “prime volte”: Pare sia stato Mark Graff a forare e usare un buchetto artificiale da lui creato su una placca, più precisa mente sulla sua via di scivolosa aderenza (VIII) alle placche dell’Alkekengi. È forse il primo appiglio scavato.

• Uno degli ultimi capolavori di intuito e ardimento dei Sassisti è la placca di destra del l’Alkekengi dove Merizzi, Masa, Cristina Zecca e Giovanni Pirana salgono con protezioni naturali e soste aleatorie l’ancor oggi irripetuta Micetta bagnata, VII+, ora imbrigliata dalle vicine vie a spit comparse negli anni seguenti.

• Marco Pedrini arriva nel periodo più fecondo della sua breve ma smagliante carriera. Sullo strapiombo del Tempio dell’Eden piazza qualche spit e senza aggiungere altro si incastra nella strapiombantissima fessura della Signora del Tampax, un 7c (o IX grado) che sarà ripetuto solo dopo qualche anno da Tarcisio Fazzini e più avanti verrà valutato 8a, uno dei primi in Europa.

• Pedrini e Roberto Bassi salgono poi Bodenshaff al Precipizio in arrampicata libera, con difficoltà di 6c/7a al posto dell’A3 originale su grossi cunei di legno.

Profumiamo i nostri passi.

Inverno 1985-’86
• Marco Della Santa con alcuni compagni spiccozzano nella piccola gola ghiacciata che chiamano Cascata di Val Romilla (TD+).

1986
• Le Placche del Giardino sono salite da Roberto Fioravanti detto Hassan ed Elena Morlacchi: via Verde Gemma, ed è solo l’inizio del futuro sviluppo di questo angolo mellico ora ben spittato ed accessibile.
Il 1986 è l’anno in cui si alza il tiro sulle placche più ripide e ormai non tanto distanti dalla verticale. Due vie segnano la stagione e sono aperte entrambe sulla grande placconata di Stella Marina. A sinistra Hassan ed Elena creano quella linea che verrà chiamata Via di Hassan. Mentre Paolo Vitali, Sonja Brambati e Carlo Aldè intuiscono il modo per passare sulla grande colata nera di Vedova nera, anche qui con difficoltà di VII+ obbligato e spit distanti, che intimoriranno le ripetizioni successive.

• La diretta allo Scoglio delle Metamorfosi, dopo un antico tentativo di Guerini e Neri (si erano spinti senza spit fino alla sommità della Porta del cielo), viene completata da Vitali e Adriano Carnati e chiamata Libè Là, un tiro di artificiale per superare lo strapiombo sopra la grande lama a meta parete (VII e A3).

• Sempre di Vitali, Carnati e Brambati è la visita alle placche sopra Stella Marina, dove il trio sale per lunghi traversi Raviolanda (12 lunghezze, VII obbligato, pochi spit).

Schizzo della via Sette Aprile al Pappagallo inserito in Val di Mello, 9000 metri sopra i prati

• Compare in Valle quel Tarcisio Fazzini che segnerà poi la storia del l’alpinismo moderno sulle grandi pareti del Masino. Si lega con il cugino Ottavio e Jacopo Merizzi per salire Le corna non fan peso, al centro delle Placche del Precipizio e lungo la parte superiore per fessure e camini impegnativi. Sulle placche di VII viene usato un solo spit, forse un ideale compromesso tra la vecchia scuola e la nascente arrampicata moderna che si sono incontrate proprio su questa via.
• Ancora sul Precipizio, sul verticale versante est all’entrata della Val Qualido, Sergio Panzeri e i fratelli Guido e Massimo Lisignoli disegnano in due giorni Savessimbebé (VI+/A2).

• Dalle nebbie della pianura padana giungono Stefano Righetti, Roberta Vittorangeli e Alberto Rampini che disegnano in più giorni una bella big wall di 600 metri sulla spalla della grande parete del Baratro: Sentiero luminoso (tratti di VII e 1 passo di A4).

Copertina di Val di Mello, di Cristina Zecca e Pietro Giglio. E’ la famosa guida a schede “con gli anelli”.

1987
• Viene completata l’aerea e gustosa Anche per oggi non si vola, ancora sul Precipizio degli Asteroidi, da parte di Francesco Frisco D’Alessio, Laura De Vecchi e Roberto Davò (2 tiri chiodati dall’alto, il resto dal basso). La via sale sul pilastro a sinistra di Oceano Irrazionale, una delle più belle vie della Valle. Per salire più velocemente alla cengia mediana del Precipizio, Frisco sistema qualche corda fissa e qualche spit nei punti più esposti del vecchio sentiero dei Melat.
• I cugini Fazzini e Livio Gianola salgono dal basso Il deserto dei Tartari (6b/c) sulle placche di fronte alla baita del Gatto Rosso e la delicata ed esposta Divieto di Sosta (6c+ obbligatorio) sull’Altare del Precipizio. Quest’ultima via rimarrà molto temuta da tutti gli aderenzisti della zona. Gli stessi premanensi si ripetono un mese più tardi con la big wall sul lato destro del Precipizio: Carretera de la cocia, 18 lunghezze di libera e artificiale. Fazzini è il primo che utilizza la scala francese per la valutazione delle difficoltà e al Bar Monica si parla anche di questo.

• Proseguono le aperture dal basso sulle placche più ripide e con uso limitato di spit, come Ossi di Seppia (di Boscacci-Angelici-Milani) all’Ittiosauro, Il Muro del silenzio (Vitali-Brambati) alle Sponde del Qualido, Sexapelo (Vitali-Brambati), La notte di San Silvestro (di Gian Battista Tita Gianola e R. Codega) e La Bissia (Vitali, Brambati, Pietro Corti), queste ultime tre alla rinata struttura del Brachiosauro e con difficoltà intorno al VII/VII+ obbligato.

• Da segnalare anche un gruppo di arrampicatori, fra cui Andrea Affaticati, Angelo Baroni, Bernardino Mezzanotte, che esplorano le placche sopra l’Oasi e vi tracciano ben 7 vie nuove in due anni di attività esplorativa.

• Il Bosca sale slegato in tre quarti d’ora lungo la sua più bella creazione, Luna nascente.

Disegno a pag. 12 di Val di Mello, di Cristina Zecca e Pietro Giglio.

1988
• Per i Fazzini prosegue un rapporto personale con il Precipizio e ne viene fuori l’impegnativa Pejonasa Wall nel lato destro della parete (Naso del Precipizio), una big wall da 2 giorni di scalata libera e artificiale, integralmente ripetuta solo una volta da Paolo Cucchi e Christian Gianatti.

• Il Tarci si dedica anche alla spittatura dei primi monotiri sportivi, come Tequila (6c) e Ben Zohnson (7a+). Vitali non rimane fermo e produce, sempre dal basso e sempre con Sonja Brambati, una serie di vie nuove su placca fra cui si distinguono: Exelite (VIII- obbligato) e La danza della pioggia alla nuova struttura chiamata Tirchiosauro; poi Boletus e la subito frequentata Mani di Fata all’Alkekengi.

• I compagni di cordata di Vitali in quest’ultima via, Mario Giacherio e Oscar Meloni, alzano invece la difficoltà con le prime salite, sempre dal basso, delle difficili Ultime grida dalla falesia al Brachiosauro, Sul bordo dell’arco di Stella alla Stella Marina e la corta ma intensissima Infinito all’Alkekengi, tutte con difficoltà intorno all’VIII. Mentre un poco più facile è Sabor Latino sulle placche sovrastanti l’Alkekengi, dove già Merizzi aveva messo le suole qualche anno addietro aprendo una via in traverso, Qui casca la dicci.

Disegno a pag. 13 di Val di Mello, di Cristina Zecca e Pietro Giglio.

• La parete della Meridiana del Torrone ha la sua prima via, ovviamente in stile big wall. A salirla sono Umberto Villotta, Oscar Meloni e R. Tassoni per i 500 metri chiamati Outlandos d’amour (VII- e A3), evitando sulla sinistra il grande tetto simbolo della parete (3-4 settembre).

• I giovanissimi locali imparano la nuova lezione. Maspes e Stefano Mogavero apprendono l’uso del perforatore e aprono dal basso un’altra via destinata a divenire classica, Cochise, una lunga variante diretta della classica Kundalini, lungo una placca già percorsa in precedenza da Massimo Sala e compagni.

• Il sedicenne Maspes e Cristina Zecca vanno sul Precipizio a ripetere Amplesso complesso e salendo tolgono uno spit aggiunto da ignoti ripetitori.

• Un altro giovanissimo, Christian Gianatti (17 anni) guida il padre Fernando con l’amico Graziano Milani sulle arcate della graziosa I quattro venti (VII+ e A1), alla nuova struttura chiamata appunto Le Arcate.

• Entrano in scena anche gli spagnoli di La Pedriza per esportare le tecniche dei placchisti calienti. Josechu Jimeno e Hector Tamargo si fanno conoscere con due brevi ma pericolosissime vie al Muro delle Vacche, Ratilandia e De primero mola mas, difficoltà di VII+ e protezioni nulle o quasi.

• Dal libro delle vie del bar Monica: “Mi e la Val de Mel – Gh’è sempri inturnu a ti quaicoss de stran. Quant te cuntempli tuta, o Val de Mel, el spunta in di me oeucc un bagnat, pian de cumuziun, mi tremi, lì, sul bel! Spelat, stracut, cunsciat sul to granit. A rampegà me so: ma so cuntent. Cui ciod, i friend, i cordi e peu cui spit, cui muschetun e argagn… (Carlin gasat, 66 anni, entusiasta cliente delle guide alpine della Val di Mello)”.

Federico Madonna sul passaggio chiave di Mixomiceto; per un istante sospeso tra le schiume e il granito.

Inverno 1988-1989
• Febbraio. Sul Precipizio si va anche in inverno. Maspes, Adriano Marini e Mario Sertori inventano Il Sole che ride, 4 spit per 5 lunghezze di placca (VI+).

1989
• È un anno molto fecondo, con Vitali alla ricerca delle placche più nascoste e impensabili. Assieme a Brambati e Adriano Carnati supera lo Specchio d’Archimede lungo la via Samarcanda (VII/A1), situata vicino ad un’altra prima ascensione dello stesso anno, Eureka (VII+/A2) di Enrico Moroni, Augusto Rossi e Angelo Forcignano. Vitali e soci replicano poi sul Pappagallo con la ripidissima De Mellibus (VII+/A1) ), spesso criticata dai locali per via dei numerosi “trucchetti” utilizzati per salire su queste placche verticali.

• Servono quasi 100 spit e tante giornate di scalata salendo a più riprese per il lungo cammino della Transqualidiana, la prima via prevalentemente in libera sul Qualido. Con Paolo Vitali e Sonia Brambati questa volta c’è anche il veterano Gianni Rusconi, per un grande mix di placche verticali in 20 tiri di corda (VII+/VIII- e A2). La via viene più volte ritentata e molti si arenano sui primi difficili tiri, tra i più duri in aderenza della Valle. Saranno Paolo Cipo Crippa e Dario Pepetto Spreafico i primi a ripeterla, in giornata dalla Val di Mello.

Seconda lunghezza di Polimagò; lo stretto camino che mal si addice ai brevilinei.

• Vitali, Brambati e Carnati si dedicano poi allo spigolo di placche che borda a sinistra la big wall della Meridiana del Torrone. Sarà lo spigolo Aglio, olio e cipollino: 14 lunghezze con difficoltà fino all’VIII- e A1.

• I cugini Fazzini e Norberto Riva puntano a due grossi problemi. A inizio stagione salgono la panciutissima Mongolfiera lungo il Vuoto senza ritorno (VII e A3/A4).

• Pochi mesi dopo riescono a risolvere l’annoso problema della grande lama sospesa come d’incanto sul Qualido: la “foglia”. In più riprese tracciano La spada nella roccia, una vera big wall con alte difficoltà in libera e in artificiale. La via viene valutata 6c+ obbligatorio e A4, all’epoca una delle più impegnative big wall delle Alpi. La storia di questo ambito itinerario era cominciata ben prima con diversi tentativi da parte di alcune cordate di prim’ordine guidate da Merizzi, Igor Koller e altri.

• In fondovalle si ritrovano Fazzini e Riva che portano la libera obbligatoria fino al 7a/7a+ con i 3 tiri saliti dal basso di Black Highway alle Dimore degli Dei.

• Ancora Qualido e questa volta per una big wall d’artificiale con i fiocchi. Tante giornate impiegate per i delicati tiri d’artificiale di Mellodramma (A3, VII), l’impeccabile linea di Fabio Spatola, i fratelli Paolo e Gianni Covelli, Silvio Fieschi a sinistra di Paradiso può attendere. Gli apritori torneranno anni dopo a perfezionare la via con un’aerea uscita diretta in cima al Martello del Qualido.

Piera Panatti, Enrico Olivo e Paolo Masa durante la 1a ascensione di Amplesso complesso, quarta lunghezza. Foto: Jacopo Merizzi.

• Ancora lo stesso anno per il famoso “gesto” del Bosca, che tanto ha fatto parlare i locali. Impugnato il trapano e accompagnato dalla compagna Luisa Angelici, Boscacci si cala dall’alto e spitta a raffica una serie di vie (alcune dove lui saliva slegato…) che conosceranno quasi subito l’apprezzamento del pubblico (nonostante qualcuno storca ancora adesso il naso).
Dall’Alkekengi di Filo d’Arianna, Colibrì, passando per le sempre più frequentate Placche del Giardino (Caffè, Lunaria, Fritzina, ecc.) e sbucando sulla ripidissima placca di Stella Marina dove vengono create due chicche per i ripetitori, la splendida e continua Flauto Magico e La regina della notte. Boscacci chioda qua e là anche delle brevi vie estreme di aderenza sui vari speroni rocciosi, con difficoltà fino all’VIII+, in aderenza.

• Sempre il Boscacci, soprannomi nato ora Boschca (chiara allusione al trapano della Bosch) dai suoi detrattori, risponde egregiamente a ogni critica salendo dal basso la terribile Nada por Nada al Precipizio; 3 tiri fino al VII+ e solo 3 spit, una delle vie più pericolose. Con lui ci sono Luisa Angelici e lo specialista delle placche Josechu Jimeno. La più eclatante cordata d’aderenzisti del momento? Questo nuovo test per la psiche dei più pazzi aderenzisti sarà ripetuto una sola volta, due anni dopo, da Luciano Barbieri, Francesco Ferrari e Luca Maspes.

• Chiudiamo l’annata da trenta e passa vie nuove con In obliquo a destra di Danilo Galbiati, Davide Corbetta ed Ezio Tanzi alle Dimore degli Dei e con le quattro vie nuove di Mario Sertori alla struttura delle Arcate. Infine segnaliamo la delicatissima Cipsi (VIII+/ IX-) e Poesia di una squaw dalla riserva (VII) di Giacherio, Meloni e Cadei in zona Alkekengi, come al solito tutte aperte dal basso… of course!

Paolo Masa sul Martello del Qualido; una sottile cresta che precipita per 400 m dalla parte destra e 800 da quella a sinistra. Foto: Jacopo Merizzi.

1990
• Poche novità in valle. In marzo Vitali, Brambati e Rusconi aprono Abbi Dubbi alle Placche di Patabang, VIII- max, e sempre alla fine dell’inverno Vitali, Brambati e Carnati chiodano dal basso Non di solo granito al Qualido, 10 lunghezze di VII+ obbligato e A2.

1991
• Solitaria veloce su Kundalini, Maspes impiega circa 22 minuti per percorrere slegato l’intera via fino all’ultima luce della sera.

• Vengono percorsi gli angoli meno esplorati della Valle. Vicino a una via del 1987 chiamata Vecchi Tempi (Carnati e Giorgio Colombo, VI/A2) e a sinistra della Sagamanca di Carnati e Ivano Zanetti (VII/A2), viene salito in più riprese l’evidente e lineare diedro giallo che solca una delle pareti sulla Costiera del Torrone. Oscar Brambilla, Marco Di Lorenzo e Massimiliano Vendico sono gli autori di Il Muro degli Elfi, un insieme di libera e artificiale per 9 lunghezze (VII+/A3).

• Sul Precipizio, a destra di Amplesso complesso, lo spericolato Jimeno si lega con Nicoletta Tizzoni per Todo por todo landia, VII grado in placca, pericolosissimo, per 4 lunghezze da paura.

• Sulle Sponde del Qualido (sponda destra), viene salito da parte di Elia Sartorio, Luca Biagini, Andrea Panighetti e Riccardo Pagani, Corvo bianco con difficoltà fino al VII, sviluppo di 7 lunghezze.

Antonio Boscacci pochi passi prima del pendolo sulla 9a lunghezza del Paradiso può attendere. Foto: Jacopo Merizzi.

1992
Vertical Holidays sul Qualido: i comaschi Stefano Pizzagalli e Domenico Soldarini riescono a terminare nell’arco di 2 anni l’itinerario che esce in cima al Martello. Sono 19 lunghezze complesse con dell’VIII- obbligato e A2.

• Nello stesso periodo Vitali, Carnati e Brambati superano il muro più inaccessibile della stessa parete: Galactica (13 tiri di ormai classico VII+ e A1). Gli stessi con Gianni Rusconi terminano Stimolina, VII e A1, sul Precipizio.

• Le nuove salite si registrano con il contagocce. Lo spagnolo Jimeno però viene ancora in visita nella sua seconda residenza e porta a compimento una delle sue più entusiasmanti vie di extreme friction, già tentata negli anni precedenti lungo linee differenti. Sul Precipizio sale dal basso, con le sue ciabatte risuolate in gomma cocida, la ripidissima placconata a destra di Oceano. Dopo un primo tiro di 6c con caduta annunciata «fatale», prosegue per altri tiri di 6c e 7a con pochi spit e chiude in alto dopo 10 lunghezze la sua Brutamato Ye Ye, un nuovo simbolo dell’estremo rischio su placca. Suoi compagni in questi anni di tentativi sono Jose Luis Monge, Jesus Galvez (storico arrampicatore spagnolo, qui autore tra l’altro di varie vie nuove a spit aperte in solitaria, come al Precipizio nel 1990 con Pajarracas Brujilda) e il locale Paolo Cucchi.

Federico Madonna durante la 1a ascensione alla Bodenshaff, 6a lunghezza. Foto: Jacopo Merizzi.

Inverno 1992-1993
All’Alpe Pioda i visitatori Giovanni Gormoldi e Enrico Salvetti scalano una delle più belle e spettacolari colate ghiacciate, Magic Mushroom, 120 metri con difficoltà intorno all’ED.

1993
• Una delle ultime linee logiche del Precipizio è quella tracciata da Spatola e Covelli: Il suono del Mellotron supera i grandi archi strapiombanti con un delicato tiro d’artificiale valutato A4 e lasciato completamente attrezzato, dopo aver salito vari tiri di placche a destra dell’Amplesso Complesso.

• Giuseppe Dallona dedica un’intera estate alle ancora poco conosciute fessure della Val di Mello. Tra una ripetizione e l’altra riesce ad accaparrarsi le rotpunkt del Tetto di Stella (7c+ da proteggere) alla Stella Marina e dei 30 metri di Cape Fear (8a/8a+, spit) al Brachiosauro, probabilmente una delle fessure più dure d’Europa.

Melat e Artemisia sono i nuovi prodotti di Vitali, Carnati e Brambati nel punto più alto della parete del Qualido. Le due vie diventano subito tra le più appetibili della parete. Molto lunghe, fino a 20 tiri di corda, varie, spittate più generosamente, sono più accessibili rispetto alle altre big wall della parete (VII/VII+ obbligato e passi d’artificiale). La coppia lariana con Rusconi sono poi gli autori di Giullari di valle, al Pappagallo, liberata in seguito da Simone Pedeferri (7b+).

• Sempre sul Qualido ma più in basso e ormai alle porte del Precipizio, esce un nuovo spettacolare itinerario con libera difficile (7a obbligato) e più in alto in artificiale (A2), ad opera di Pizzagalli, Soldarini, Stefano Gaffuri e Cesare Romano; viene salito in più giorni e chiamato Non sei più della mia banda.

Piera Panatti in sosta al secondo tiro di Nuova dimensione al Trapezio d’Argento. Foto: Jacopo Merizzi.

Inverno 1993-1994
• Luca Biagini, Valentina Cesellato, Nicolò Berzi ed Elia Sartorio superano una delle strutture ghiacciate più complesse e difficili della zona, la frangia strapiombante di L’altra faccia della valle (VI).

1994
• “La tribù” è il nome di un nuovo gruppo di giovani arrampica tori che valorizza il dimenticato Sperone Mark con una serie di nuove vie in fessura e chiodate a spit. Alla fine del lavoro, al quale prendono parte Simone Pedeferri, Stefano Pizzagalli, Marco Vago, Alessandro Cappelletti, Giorgia Cagnetta, Maurizio Longaretti e Giovanni Calori, si con tano diverse lunghezze con difficolta fino all’8a: Il circo volante, liberato da Pedeferri nel 1997, e le cinque lunghezze di Supertrip (7b).

• Una piccola frana sul Precipizio forma un cuore roccioso e modifica un poco il percorso di Le corna non fan peso e di Pajarracas Brujilda.

Una leggera nevicata evidenzia la vera inclinazione del­le Dimore degli Dei e dello Scoglio delle Metamorfosi. Foto: Jacopo Merizzi.

Inverno 1994-1995
• A distanza di una settimana, Paolo Cucchi e Rampikino Maspes salgono slegati e di corsa per l’imponente colata ghiacciata di Durango. A Pioda viene scoperta la sottile candela di Avana (V+) che è salita da Nicolò Berzi, Cristiano Perlini e Maspes. Due ospiti, Maurizio Giordani e Stefano Righetti, “soffiano” ai locali la corta ma strapiombante colata che chiamano appunto Ladri di Mello (V+).

• Ancora in inverno ma questa volta su roccia, il teutonico Thomas Tivadar (foto) introduce l’artificiale new age importato da Yosemite, e scala in solitaria Mama Mia, breve e pericolosissima linea di A4+ sull’Altare del Precipizio e variante a Karma Mama (una via da lui stesso aperta l’anno precedente). La nuova variante verrà ripetuta in solitaria dallo sloveno Tomaz Humar nel 1998.

M. Castagna sulla 1a lunghezza (relativamente semplice) della Via per l’Inferno. Foto: Jacopo Merizzi.

1995
• Paolo Cucchi si aggiudica la prima salita solitaria della storica Il Paradiso può attendere, al Qualido. Attrezza le prime lunghezze e impiega 2 giorni di arrampicata per il più lungo big wall della valle. Nell’annata precedente aveva cominciato la sua marcia solitaria sul Qualido con le prime salite in questo stile: Artemisia e Galactica. Nelle sue solitarie, Cucchi inventa un nuovo modo di auto-ripresa con la videocamera Go-pro che farà nascere un innovativo filmato da lui prodotto e chiamato Solo Games.

• Sembra che le placche non interessino ormai più a nessuno ma pochi aficionados tentano di portare avanti la severa etica della chiodatura dal basso. Pedeferri, Pizzagalli e Barbara Guattini aderiscono a destra della Vedova nera e aprono La vedova allegra, 8 tiri fino al 6b+ obbligato. Pedeferri e Giovanni Calori inventano una nuova via sul lato destro dello Scoglio delle Metamorfosi: Il Giardino dell’Aepiornis (7a e AO).

• Il Qualido diventa l’obiettivo per molti e nell’annata vengono tracciati Qualiplaisir (Vitali con i soci Carnati e Brambati) e Magic line (Pizzagalli, Guattini, Pedeferri, Soldarini e Marco Vago). Sempre sulla stessa parete fanno visita i fortissimi arrampicatori slovacchi Dusan Béranek, Peter Machaj e il conosciuto Igor Koller, che liberano interamente Il Paradiso può attendere superando difficoltà fino al IX-, senza ritoccare le protezioni originali sui tiri.

Fiuto, Olivo Tico e Piera Panatti nella parte alta de Il Risveglio di Kundalini. Foto: Jacopo Merizzi.

1996
• Poche novità nel fondovalle. Pizzagalli e Soldarini salgono il Tirchiosauro con una via a spit dall’obbligato severo (fino alI’VIII), chiamata La casa delle bambole, 7 tiri.

• Pedeferri spinge sempre più l’arrampicata libera, salendo rotpunkt uno spettacolare tiro allo Sperone degli Gnomi chiodato anni addietro da Enrico Fanchi, Hyperboreal (7c+).

• Si torna ancora sul Qualido e i frequentatori abituali sfornano nuove lunghe vie. Per Vitali-Brambati ecco Towanda (VII+/A1), a destra di Transqualidiana; per mano di Pizzagalli e Soldarini nasce Stargate nella parte alta della parete, con un tiro di 7b liberato l’anno dopo da Pedeferri.

• A gettare scompiglio nei locali è la visita di Ermanno Salvaterra che in compagnia di Gianni Berta riesce a giocare sul tempo e anticipa Pizzagalli diretto anch’egli sul lato sinistro della “foglia”. Ne esce Sinfonia, con termine in cima alla lama dove passa La spada nella roccia.

Alessandro Franzini sulla seconda lunghezza del Dolce richiamo dell’aldilà. L’arrampicata in aderenza spesso è un freddo specchio dell’emotività interiore. Foto: Jacopo Merizzi.

• In ultimo ma in primis per difficoltà sportiva, la realizzazione della banda slovacca di Koller che questa volta porta a casa 3 nuovi tiri estremi a destra di Galactica con il primo di essi liberato da Miro Piala e valutato 8b. E’ una sottile fessurina su placca quasi verticale che per la sua aleatorietà viene chiamata Forse sì, forse no.

• Agosto. «Innaffieremo col vino il raro fiore dell’avventura e la perla nera dell’inaccessibile»: Jacopo Merizzi promuove la prima cena in cima al Precipizio degli Asteroidi. Solo un sacco a pelo e un calice di cristallo, tanto pesce e vino di qualità per gli oltre 30 partecipanti saliti dalle varie vie della parete e dal lungo e selvaggio sentiero della Val Livincina.

Inverno 1996-1997
• Luca Biagini e Valentina Cesellato vanno su e giù dall’Alpe Pioda in continuazione con vari amici, approfittando delle favolose condizioni delle cascate. In una stagione aprono Burian (IV), Samsara (V-) e l’estrema Samurai (VI+ da confermare).

Paolo Pilly Masa sulla 5a lunghezza del Giardino delle Bam­bine leucemiche; dal basso lo osservano con occhi attenti Ermanno Nerini e Luciano Grufi. Foto: Jacopo Merizzi.

1997
• Si riapre la stagione in Qualido: Maspes sale in solitaria lungo la temuta La Spada nella roccia, in 2 giorni e in circa 10 ore di arrampicata effettiva. La via era stata ripetuta in precedenza solo dalla cordata lecchese di Maurizio Garota ed Emanuele Panzeri. Poco dopo è la volta di Simone Pedeferri e Marco Vago che riescono a ripetere in libera lo stesso itinerario con difficoltà superate a vista fino al 7b, ad eccezione di due tiri saliti rotkreis.

• Per le vie nuove non manca mai il tridente Vitali, Brambati e Carnati che confezionano Mediterraneo (500 metri, 6b/c e AO) e la più corta Qualifalaise (7a+, 4 tiri di corda).

• Era cominciata quattro anni prima, l’avventura di Fabio Spatola e Paolo Covelli che con diversi compagni (Pascal Van Duin, Silvio Fieschi) terminano la loro via sulla strapiombante parete della Meridiana del Torrone passando per il grande tetto. Antiche Mellodie viene ultimata con un ultimo assalto di 4 giorni (VII e A2).

• Un altro importante itinerario è Tribù (Marco Vago, Alberto Marazzi, Efisio Pili, Marco Madama e Mauro Maccario) sulle placconate dello Specchio di Archimede per riprendere un vecchio tentativo irrisolto di Fazzini e Riva. Viene anche creata Ad un passo dalla luna, 7b/c e A1 per 13 lunghezze di corda.

Particolare è invece un grande tetto con fessura salito in libera da Pedeferri sul sentiero per la Val Arcanzolo: Lucilia, 7b+ da proteggere.

Giampietro Giampi Masa sale con la sua saggia tranquillità la 2a lun­ghezza del Vortice di Fiabe. Foto: Jacopo Merizzi.

Inverno 1997-1998
• Lo curavano da anni, poi è arrivato il momento giusto. Maspes, Miotti, Claudio Inselvini e Diego Fregona impiegano più di 10 ore per venire a capo del lunghissimo e difficile Canalino, un diedro-goulotte con tanto misto e poco ghiaccio che solca la parete dell’Anticima del Cavalcorto, sopra il parcheggio della valle.

• Lo stesso Maspes sale con Andrea Innocenti una nuova linea di misto sul versante sinistro idrografico della valle: Remix (M5).

• Marzo. In più giorni di fredda scalata gli specialisti dell’artificiale Tivadar e Gabor Berecz importano l’A5 sulle pareti della Valle. Salgono il Precipizio lungo un’inedita linea che passa direttamente per gli strapiombi del Naso, Prost-Tata.

Su Polimagò durante la 1a ascensione; Paolo Masa assi­cura dalla nona sosta. Foto: Jacopo Merizzi.

1998
• Aprile. Si passa a sbirciare sulle placche sopra il paese di San Martino, all’imbocco della Valle. Dante e Arno Barlascinì, Cristiano Perlini e Maspes aprono a più riprese Aye-Aye, una via di 6 tiri su placche e fessure con difficoltà fino al VII+ e A1.

• La struttura del Pollice, già salita dieci anni prima da Alessandro Reati, Giò Scopimich e Fabio Lunardi con la via Il ponte per Asgard (VIII- e A2/A3, marzo 1998), viene ripresa con una bella linea diretta che ricalca a tratti l’itinerario precedente, Acido Formico (7b max). È il risultato del lavoro di Giovanni Ongaro, Maspes, Pedeferri e Matteo Crottogini.

• Sul Precipizio (parte bassa), Maspes libera a vista Fripedi Cecilia (7b), una recente via di Frisco del 1994 subito ripetuta da parte di molte cordate per via dell’ottima chiodatura a spit e dell’ambiente inusuale.

Sul Qualido ennesima via nuova di Vitali e Brambati con Eraldo Meraldi, Cogli l’attimo (360 m, 7b e 1 passo di artificiale).

Federico Madonna, il più veloce sassista mai esistito, ser­peggia sulla Serpe ripresa, 4a lunghezza. Foto: Jacopo Merizzi.

1999
• Il triestino Mauro Bubu Bole, libera una vecchia via del Boscacci al Sarcofago, La Felce e il botton d’oro (ora 6c/7a) e sale a vista mettendo le protezioni una nuova fessura di 7b/c scoperta nel lato ombroso della Valle, di fronte all’Alkekengi.

• Sulla Mongolfiera trova posto una strapiombantissima via diretta con qualche tiro in comune a Vuoto senza ritorno. Il nome è un’opera d’arte, Melloscrollo, e i viaggiatori di questo itinerario d’artificiale new age (A3 max) sono Ongaro, Spatola, Dante Barlascini e Lorenzo Lanfranchi.

• Simone Pedeferri e Alberto Marazzi creano una difficilissima combinazione di tiri unendo varie vie sul Qualido: Galactica, Hokaey (recente via di Pizzagalli e Soldarini lungo la colata nera a sinistra di Galactica) e La Spada nella Roccia che così combinate vengono chiamate Black Snake. Alte difficoltà, fino all’8a+ con solo un passo d’artificiale. Superati rotpunkt da Pedeferri diversi tiri di 7b/7c, una lunghezza in top rope e uno spit aggiunto sulla Spada nella Roccia, previo assenso di uno dei primi salitori di quest’ultima via.

• Mentre si ripetono le vie lunghe del Qualido e le placche della Valle sembrano vivere un momento di tranquillità, si sviluppa il bouldering. Un grande ritorno di fiamma porta all’apertura di decine di passaggi estremi fino all’8a. Gli specialisti del momento, Pedeferri, Richard Colombo e altri, fanno vivere ai massi una seconda giovinezza e invitano anche i top climber sportivi a frequentare questo magico ambiente dove la natura è riuscita a costruire un vero eden per l’arrampicata.

• Nel corso del 1999 la rivista Alp decide di dedicare un numero speciale alla Val di Mello. Anche se in Valle qualcuno si tira indietro e non ne vuole più parlare… durante i lavori, la Valle viene visitata da tanti arrampicatori noti fra cui Jim Bridwell, Stefan Glowacz, Mauro Bubu Bole, Valerio Folco, Andrea Gallo, Marzio Nardi e altri ancora… L’entusiasmo per questo paradiso è unanime.

Giovanni Pirana sui diedri finali di Luna nascente. Si racconta che sia stato proprio Pirana (fortissimo ghiacciatore) l’artefice dei sottili appoggi sotto il tetto del secondo tiro (che sembrano davvero intagliati a colpi di piccozza…). Foto: Jacopo Merizzi.

Sasso Remenno e dintorni
Il Sasso di Remenno viene salito in data imprecisata dai pastori e dalle loro capre lungo la via dei Gradini, forse uno dei primissimi itinerari in Italia totalmente scavati. Altri ne seguiranno, ma non per esigenze alimentari…

Anni Sessanta
• Il Sasso viene utilizzato per le esercitazioni di Soccorso alpino. In questi anni vengono chiodate a pressione diverse linee come la ripetutissima Via del Soccorso.

1976
• Giuseppe Miotti e Jacopo Merizzi tracciano L’ossessione millimetrica sulla parete ovest del Remenno, una superficiale ruga della roccia che viene valutata A4.

Primi anni Ottanta
• I primi timidi tentativi di arrampicata libera sono rivolti all’uscita diretta della Via del Soccorso (VIII- all’epoca) e qualche anno dopo sugli strapiombi del Masso di Goldrake (Fitzcarraldo).

• Miotti sale dal basso Deserto Nero (VIII- dell’epoca) al liscio Masso dello Scivolo, protetto da chiodi normali.

• Sul Remenno Sergio Panzeri è il primo a percorrere in libera la bella Fessura di Budino (VII da proteggere).

Il Nipote di Goldrake è uno dei primi passaggi da masso dì altissima difficoltà, IX grado, salito da Popi Miotti.

• A metà degli anni Ottanta, sulle pareti del Remenno e sui massi circostanti vengono chiodate a spit molte vie con difficoltà che si spingono fino al 7a/b, complice anche l’arrivo delle nuove mescole sotto i piedi.

• Un folto gruppo di giovani arrampicatori si dedica alla valorizzazione dell’area, fra questi Paolo Cucchi, Roberto Bianchini, Pierangelo Kima Marchetti, Enrico Fanchi e altri ancora. Fra questi ragazzi Cucchi è forse l’arrampicatore di maggior talento del periodo post-Sassismo. Sue alcune tecnicissime vie nell’area Remenno che spediscono le difficoltà vicino al IX grado e spesso spediscono anche a casa molti arrampicatori forzuti poco avvezzi all’uso della tecnica.

Neanidi di Sassisti sul Paradiso può attendere. Foto: Jacopo Merizzi.

1986
• Mario Roversi libera Gemellao (7b/c), chioda Passeggiata in Pedalò (7b/c) e qui forse è il primo uomo “senza capre” a scavare un appiglio nella zona del Sasso.

Camarillo Brillo (7b/c) è su un breve masso strapiombante che libera il sondriese Daniele Pigoni.

1987
• Il primo tiro di X grado (circa 8a+) è su microappigli e microcristalli stretti forti dalle dita di Daniele Pigoni.

Vacca Giavacca, è composto da due durissime sequenze di bouldering su una linea di 10 metri al Masso di Goldrake. Sarà ripetuta solo 9 anni dopo da parte di Aldo Rovelli.

1988
• Annata feconda per il sempre più allenato Pigoni che esplora ogni sasso. Sue diverse realizzazioni al vertice come Ya Ozna (8b), Pseudo Silk Kimono (7c), entrambe su spigoli naturali, a cui segue Fifgonfia (7c+) e Slot Machine (8a).

• L’annata vede anche la rotpunkt sulla via chiodata anni prima da Martin Sheel situata sulla parete nord del Sasso. Lo svizzero riesce a liberarla e Pigoni la ripete una settimana più tardi, con valutazione di 8a/a+.

1990
• Masso di Goldrake. Giusto dopo la salita di Fraue Blucher (8b/b+ con qualche appiglio ritoccato), Daniele Pigoni termina il suo assedio a Spirit Walker, una linea di poco più di 10 metri, con qualche presa migliorata, ancora irripetuta e ancora valutata 8c. Il primo 8c in Italia? Da qui in poi Pigoni abbandonerà la sua ricerca estrema nella zona.

1992
• Christian Gianatti risolve uno dei passaggi più tentati e sognati negli anni del Sassismo, il Sogno di Tarzan, valutato intorno al 7b.

1995
• Dopo un lungo momento di silenzio nell’area, Massimo Vigneron Bruseghini sale rotpunkt un vecchio progetto di Pigoni che prende il nome di Motaba (8b/b+, qualche appiglio ritoccato).

Roberto Bonelli si spinge lungo la bianca vena aplitica della prima lunghezza di Patabang. Foto: Jacopo Merizzi.

1996-1997
• Gli estimatori del “senza corda” agiscono quasi in contemporanea. Per Roby Bianchini, dopo Koscerlitz (6c) i passi successivi sono La Pancia (7a a 20 metri da terra) e Sega Lombarda (7b). Per Maspes dopo La Spanna (7a) è la volta di Fummosan (7b).

• Comincia un’opera di richiodatura ad anelli inox finanziata dalla Comunità montana di Morbegno, dal Comune di Valmasino e con il lavoro delle Guide alpine “Il Gigiat”.

1997
• Si riaffaccia il bouldering estremo con la durissima traversata di La risposta di Vega (8a) al masso di Goldrake, opera di Simone Pedeferri.

1998
• Il nuovo talento della libera estrema diventa Pedeferri che nel giro di una stagione sale alcuni dei vecchi progetti di qualche anno prima come Meitgeist (ribattezzato La lavatrice), un diedro di 8a/b tutto al naturale e l’esplosivo Dr. Frankestone(8b).

• Un giovanissimo arrampicatore valtellinese esplode in tutta la sua forma. Efrem Vaninetti di soli 17 anni, chioda, scava parzialmente e libera diversi tiri fino all’8b/b+ di Mister Bison. Lo stesso ragazzino ripeterà poi le linee più dure dell’area fino all’8b, sempre sotto gli occhi dell’attento padre.

• Aldo Rovelli scava alcune linee al Sasso Minato e nello stesso anno libera Java, valutata 8c e ripetuta in seguito da Vigneron Bruseghini e Stefano Alippi che confermano il grado. Al Sasso fanno visita molti top climber del momento e fra questi Christian Brenna che si permette il lusso di superare al primo giro l’8b di Fraue Blucher.

• Niente libera ma artificiale new age per Gabor Berecz che, assicurato da Tivadar, sta una giornata sulla Nord del Remenno e sale i 20 m della Via del Popolo, valutata A4 e ripetuta poi una sola volta da Valerio Folco.

Dall’alto, la placca di Patabang ricorda un ghiacciaio pietrificato che Paolo Masa, reduce dall’alta quota, risale con provata perizia. Foto: Jacopo Merizzi.

1999
• Simone Pedeferri libera Altman, una bellissima linea da lui chiodata al Masso della Principessa, valutata 8c in attesa di ripetizioni (1 appoggio migliorato).

• Quando i massi sembravano esauriti con 100 e passa tiri di corda, si valorizza un’area a pochi minuti sopra la strada che va verso San Martino. Si trova sotto l’alta parete del Pesgunfi e un pilastro compatto salito da varie vie di Vitali (Mombi, Giardino dei Gigli, Tacabanda). Il sito viene chiamato ancora Pesgunfi ed è costruito con spit inox su placche, fessure e strapiombi fino a 6 tiri di corda, con pulizia adeguata e ancora diversi tiri da liberare. Qui agirono per primi Moro e Prina, che abbiamo trovato in Val di Mello a metà degli anni Ottanta (Cristalli che ridono, 3 tiri fino al 7b+ liberato successivamente).

• Oggi è invece un gruppo di arrampicatori locali che si sussegue a sistemare vie nuove, guidato da Giovanni Ongaro. Un nuovo angolo di granito da visitare in queste terre senza confini.

2000
• Mentre si va in stampa, non è detto che i migliori boulderisti della Valle non siano riusciti a superare l’ormai famigerato Aspettando Fred Nicole, quattro minuscole prese per un nuovo passo avanti nelle difficoltà (8a di blocco).


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