Walter Bonatti

di Alessandro Gogna

INTRODUZIONE
Walter Bonatti domina la scena alpinistica per una quindicina d’anni, gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Qualche anno dopo il conflitto mondiale, Cortina d’Ampezzo e Courmayeur tornano ad essere meta ambita di vacanze estive e invernali: a Novara è costruito il primo Autogrill, la Fiat 600, considerata l’icona del “boom economico” italiano, invade le strade del “Bel Paese”, e la Città di Torino regala a ciascuno degli uomini del K2 una autovettura Fiat. A Cortina si svolgono le Olimpiadi invernali del 1956 e a Roma si svolge la XVII Olimpiade (1960).

Il 22 dicembre 1959, dopo cinque anni di lavori, è inaugurata la funivia da Punta Helbronner all’Aiguille du Midi, la cosiddetta “liaison” o “Funivia dei Ghiacciai” (da alcuni definita l’Ottava Meraviglia del Mondo). Questa grande e audace opera è destinata a stravolgere il modo stesso con cui il Monte Bianco, la più imponente montagna delle Alpi, viene percepito nell’immaginario collettivo. Milioni di turisti sono ora in grado di toccare quasi con mano ciò che prima era quasi inaccessibile. L’umano osare è costretto a forzare ulteriormente i propri limiti, perché una grande fetta di “impossibile” è stata appena “divorata” dalla nascente civiltà dei consumi. La quale si compiace delle originali soluzioni tecniche adottate, la più rilevante delle quali è certamente il “pilone aereo” del Col des Flambeaux, costituito da funi tese trasversalmente al percorso della funivia e ancorate alle due vette dei Flambeaux, là dove era impossibile costruire un pilone normale in assenza di terreno roccioso su cui appoggiarlo.

Clicca per ingrandire. Festival di Trento 1966 (?). Da sin. 1afila, Claude Barbier, Gaston Rébuffat, x, Marino Stenico, Michel Vaucher; 2a fila, Cesare Maestri, Georges Livanos, x, Riccardo Cassin, Walter Bonatti, x, Bepi De Francesh, Pierre Mazeaud; 3a fila: Gigi Alippi, x, Romano Perego, Roberto Sorgato, Luigino Airoldi, x, Yvette Attinger Vaucher, x, x, x, x (che nasconde una donna), x, x, x, x; 4a fila: donna, x, John Harlin. Chi riconoscesse ancora qualcun altro è pregato di segnalarcelo.

La “Funivia dei Ghiacciai” è dunque l’opera simbolo della conquista ormai totale del Monte Bianco da parte dell’uomo. Per questo motivo sarà in seguito oggetto di manifestazioni di dissenso da parte di diverse organizzazioni ambientaliste, fra cui Mountain Wilderness. In nome di quest’associazione, il 16 agosto 1988, a pochi mesi dalla sua stessa fondazione, Reinhold Messner, Alessandro Gogna e Roland Losso issano sul pilone aereo un grande striscione con la scritta “Non à la télécabine – Mountain Wilderness”, senza peraltro interferire con il funzionamento della funivia. L’immagine di quello striscione giallo e delle cabine rosse della “Funivia dei Ghiacciai” fa il giro del mondo. La battaglia per la difesa del Massiccio del Monte Bianco, esemplificativo delle Montagne del Mondo, è appena iniziata.

L’Italia, ben nota per essere il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, vede il dualismo Bartali-Coppi, cui seguiranno quelli Mazzola-Rivera, Agostini-Pasolini e Stenmark-Thoeni. E certo il mondo della montagna non poteva essere da meno: gli articoli del giornalista Franco Rho estremizzano le posizioni, a Cesare Maestri che dice, o a cui si fa dire, “La montagna va violentata”, Walter Bonatti risponde, o si asserisce risponda, “No, bisogna entrare in sintonia con lei”. E’ sintomatico che i due capiscuola dell’alpinismo abbiano caratteri così diversi: trovandosi nello stesso periodo a cercare di scalare l’allora inviolato Cerro Torre, battezzano i due intagli che delimitano quella prodigiosa guglia con i nomi di Colle della Conquista (Cesare Maestri) e Colle della Speranza (Walter Bonatti).

Nel 1971 Bonatti aveva dedicato il suo libro I giorni grandi alla figura di Reinhold Messner, “giovane e ultima speranza del grande alpinismo tradizionale”.

Ma, stranamente, la posizione di Bonatti nei confronti dell’azione di Mountain Wilderness non è favorevole. Forse il suo giudizio negativo risente del mutato giudizio sul grande sud-tirolese, che dopo la conquista dei 14 Ottomila rischia di offuscare tutti gli altri miti, compreso quello di Bonatti. Che sostanzialmente lo accusa di essersi venduto al sistema, di fare alpinismo per il business. I due si rappacificheranno molto tempo dopo, riuscendo perfino a stabilire un grande rapporto di stima e amicizia.

Ma gli anni Cinquanta vedono tante altre novità, per esempio l’importantissima entrata in servizio delle prime guide alpine di origine cittadina, fra cui l’italiano Walter Bonatti e il francese Gaston Rébuffat. Nei sei giorni in cui Bonatti sale in solitaria il pilastro sud-ovest del Petit Dru l’Italia sogna, così come sogna quando lo stesso attraversa le Alpi con Lorenzo Longo in inverno: in sessantasei giorni, riposandosi solo sei ed avanzando per ventitré con tempo pessimo, percorrono 1795 km e superano 73.193 metri di dislivello.

Walter Bonatti sulla cresta finale del Gasherbrum IV, 1958. Da Cinquant’anni di alpinismo, Dall’Oglio

Nello stesso tempo le foto in bianco e nero di Pierre Tairraz fanno conoscere il Monte Bianco anche al giapponese medio e i libri di Gaston Rébuffat, tra i quali il mitico Étoiles et Tempêtes, divengono dei best seller assieme a Le mie montagne di Walter Bonatti (1961). Il maglione a righe e disegni jacquard della guida francese divengono di moda e le Calanques, che si aprono nell’azzurro del Mare Mediterraneo, entrano a far parte del mondo della montagna. I cittadini, non meno dei valligiani, rinnovano i fasti dell’antica professione di guida alpina che risale alla “scoperta della montagna”, figlia dell’Illuminismo.

Occorre calarsi in quel periodo. In precedenza, l’entusiasmo indotto dai successi della prima guerra mondiale aveva contagiato la società e alimentato il principio dell’idea nazionale. I futuristi, l’imperialismo fascista, Gabriele d’Annunzio e anche l’alpinismo avevano rispecchiato il criterio e la concezione del momento. Ciò che si faceva e che si pensava aveva più ragione d’essere se conforme ai criteri utili per esaltare patria e nazione prima e la razza poi. Ne andava del prestigio nazionale. In questo e per questo clima si erano scoperte linee di salita adeguate a esaltare l’eroismo necessario per compierle. Il mito dell’umanamente possibile si era generato da questo humus, fatto di ideologia e tecnica, ed era stato sancito dalla scala delle difficoltà, messa a punto da Willo Welzenbach. L’alpinismo ardimentoso era stato anche “nobilitato” da una dimensione esoterica che Domenico Rudatis non aveva mancato di mettere in risalto. Un intento condivisibile, ma allora inevitabilmente carico di colore politico sciovinista. Gli eletti, i sestogradisti, in Italia e Germania non erano acclamati per aver contemplato più di altri il mistero di ciò che ci circonda, bensì per essere i rappresentanti di una razza superiore. Figure impossibilitate a distribuire cultura e ricchezza di spirito proprio perché adunate e compattate dai regimi nazionalisti. Ma, con il secondo conflitto mondiale, crolla ogni concetto di razza superiore e ha origine un ulteriore modo di sentire: la rivalsa, il riscatto morale di due popoli, specialmente di quello italiano dilaniato dalla guerra civile.

Danilo Valsecchi e Corrado Valsecchi sulla traversata della via Bonatti al Grand Capucin

Queste sono le circostanze in cui nascono i miti, quello di Hermann Buhl, ma soprattutto quelli di Walter Bonatti e di Cesare Maestri. Il VI grado non è più in discussione, è un dato di fatto. L’artificiale è una progressione ormai perfezionata e capace di supportare la concezione stessa di una salita (Walter Bonatti al Grand Capucin), gli scarponi con suola Vibram, le corde in nylon e le imbragature confezionate corrispondono a un’iniezione di fiducia, la più potente delle “droghe”. Con la spinta di materiali, idee e politica, le nazioni alpinistiche si avviano alla conquista degli Ottomila himalayani.

Quando il boom economico attraversa le regioni occidentali dell’Europa, alla sponda dell’alpinismo approdano sempre più persone. La disponibilità economica, la facilitazione agli spostamenti, la circolazione della cultura si radicano in questi anni. Il fermento e la necessità di avere miti incarnati già prosperano su quella dicotomia che più tardi, nel 1968, sarà evidente a tutti. Il progresso è inarrestabile e si avvale dei mezzi artificiali: ma allo stesso tempo qualcuno avverte che una progressione “artefatta” non può che mortificare l’alpinismo e chi l’adotta. La diatriba, che nel 1968 verterà soprattutto sull’impiego liberalizzato o meno dei chiodi a pressione, e che in seguito si manifesterà con la contrapposizione dello stile alpino a quello himalayano, già negli anni Cinquanta vede scontrarsi due paladini irriducibilmente opposti, Bonatti e Maestri: il primo difensore dell’ignoto e del grandioso, il secondo teso a dimostrare proprio che “l’impossibile non esiste”.

Gigi Alippi, x, Walter Bonatti, y, z, zz, yy, ww, Riccardo Cassin

CHE COSA E’ STATO WALTER BONATTI
Le sue imprese, e ancor più la marmorea fedeltà alle proprie idee nel realizzarle, ne fanno una figura di spicco assoluto nella storia dell’alpinismo mondiale del Dopoguerra. Dino Buzzati scrisse che se Bonatti fosse vissuto ai tempi di Omero le sue imprese sarebbero state raccontate con un grande poema. Ma Bonatti è stato anche l’ultimo dei grandi esploratori, in un’epoca in cui l’uomo iniziava a spingersi verso i confini del sistema solare.

Certamente uomo dall’infanzia difficile, con un’adolescenza vissuta in tempo di guerra, Walter Bonatti comincia giovanissimo ad arrampicare in Grignetta sognando il Monte Bianco e le Dolomiti.

A dispetto delle dimensioni delle torri e delle guglie della Grigna, quel terreno è assai adatto a forgiare delle personalità: basta pensare a quella di Riccardo Cassin. Infatti, ben presto il giovane Walter dimostra di avere dentro di sé una forza e una volontà del tutto sconosciute ad altri sia pur forti arrampicatori.

Sono soprattutto la determinazione, la tenacia fuori del comune, la pazienza nelle attese, unitamente a una calma glaciale e un’istintuale capacità di calcolo, che gli permettono di avere ancora prima di partire una completa visione generale del problema da affrontare, così declinata nei singoli dettagli da poter affrontare anche gli imprevisti.

Ore 12.30 del 6 agosto 1958. Walter Bonatti in vetta al Gasherbrum IV. Da Gasherbrum IV.

Lo dicono già le sue prime imprese, tipiche di un giovane che non è mai veramente soddisfatto di ciò che ha appena realizzato, perché i suoi programmi sono ben più avanti alla realtà appena vissuta. Chi lo conosce può vedere, dietro a quello sguardo un po’ glaciale e penetrante, dietro a quel sorriso stretto, l’immensa arsura della sua anima, così fermamente tesa al futuro da non potersi concedersi alcuna gioia duratura nel presente.

Come arrampicatore è stato giudicato “freddo, calmo, forse un po’ lento”. Indubbiamente al suo tempo vi sono alpinisti forse più brillanti e perfino più dotati di lui, sia in Italia che in Europa. Ma nessuno è così calmo e così costante, nessuno ha la forza interiore della locomotiva Bonatti. Di certo, dove altri sono passati, passa anche lui, anche se magari impiegando qualche ora in più. Non è altrettanto certo il contrario…

Dopo neppure due anni Bonatti è pronto a travalicare quei limiti che nessuno ha neppure ancora concepito. Il suo concetto di possibile comprende progetti che per l’élite di allora sono ancora compresi nel campo dell’impossibile. Come sulla Est del Grand Capucin o sul Petit Dru, sul pilastro che, prima di crollare nel 2005, portava il suo nome. Entra nell’avventura del mai osato con un autocontrollo che non può che essere imitato. Perché lucida freddezza e piena coscienza del proprio esatto valore non si possono imparare come una qualunque tecnica: bisogna nascerci così.

Al campo base del Gasherbrum IV, 1958, dopo la vittoria. Da sin, Riccardo Cassin, cap. A.K. Dar, Giuseppe Oberto, Donato Zeni, Walter Bonatti, Fosco Maraini, Toni Gobbi. In prima fila Bepi Defrancesch e Carlo Mauri. Da Gasherbrum IV.

Mentre pensa alle imprese alpine, si allena sistematicamente, è certamente ambizioso e perfezionista. E come tutti i perfezionisti stenta a considerarsi davvero soddisfatto di un risultato.

In pratica riunisce la grande capacità realizzativa di un Riccardo Cassin con l’individualismo sognatore di un Giusto Gervasutti. Ed è alla ricerca dell’avventura perfetta: forse per ottenere quel riscatto, agognato da tutti i suoi contemporanei, italiani colpiti nel loro orgoglio, ferito in un perduto conflitto mondiale e anche smarrito in una guerra civile. In una parola Bonatti diventa eroe salvifico, redentore dell’azione, per ridare il valore all’uomo.
In questa missione, grande è il suo fastidio per le regole e per le restrizioni. È probabilmente questo il motivo che spinge il capospedizione del K2, Ardito Desio, a non includerlo nella cordata scelta per l’attacco finale alla vetta.

La grande ricerca di Bonatti è sempre volta al miglioramento dell’uomo, con una grandiosità tale d’intenti da escludere con sicurezza che il suo primo obiettivo sia l’ingigantimento della sua figura. Questo è più una conseguenza che una causa.

Walter Bonatti, Andrea Cattaneo e Franco Rho. Archivio Andrea Cattaneo.

Purtroppo tutto ciò non è stato compreso dai più, in un diluvio di critiche, di invidie e di calunnie. La stampa per prima non si rende conto che lo sta deificando, attribuendogli caratteristiche da superuomo. Pronta però a farlo cadere dalle stelle alle stalle al primo incidente di percorso. E del resto così sono sempre stati trattati i provocatori, coloro che sono in grado con la loro creatività di dare scossoni positivi a un’umanità dormiente ma che, alla fine della parabola, sono giudicati scomodi e negativi. Da imprigionare e magari sopprimere. Le tragedie del Natale 1956 e del luglio 1961, entrambe sul Monte Bianco, sono le rampe di lancio del lungo scontro, quasi cinquantennale, tra Bonatti e la stampa. Un sordido gioco al massacro, nel quale tanto più la figura dell’alpinista è esaltata, tanto più si aggredisce e si malgiudica l’umano che necessariamente è il protagonista delle imprese.

Da una parte Bonatti per le masse è unico e irraggiungibile: “tutti cadono e muoiono, ma Bonatti non muore”, sintetizza amaramente Gian Piero Motti. Dall’altra si scatenano così contro di lui gli editoriali dei benpensanti del boom economico degli anni Sessanta, dei moralisti, degli scribacchini che razzolano nel torbido e nella facile sensazione.

Walter Bonatti e Carlo Rusconi ai Piani Resinelli, 1952. Da Cinquant’anni al Vertice.

Ad ogni attacco segue una nuova impresa, ad ogni nuova impresa seguono le lodi unitamente a nuovi attacchi. Non c’è dunque da stupirsi se Bonatti, per non cadere egli stesso nella schizofrenia dell’informazione, decide di lasciare, chiudendo in bellezza con l’ultima stupefacente impresa sul Cervino. Prima di essere vittima definitiva di un circolo vizioso che prima o poi lo ucciderebbe, Bonatti spiazza tutti con il suo memorabile abbandono.

Per me Walter Bonatti ha rappresentato (e rappresenta tuttora) il maestro che ha forgiato, con le sue imprese e i suoi libri, la mia nascente e giovanile voglia d’avventura, incanalandola sulle montagne. Tramite i suoi racconti ho capito come si possa essere liberi di creare in piena libertà proprio rispettando solo poche ed elementari regole di etica.

Tutta la sua vita alpinistica è stata un grande e unico esempio, dalle più audaci solitarie e invernali alle prime di enorme levatura, da imprese quasi ineguagliate come quella al Gasherbrum IV alla pazzesca avventura umana del K2. Un uomo segnato tanto da successi senza precedenti nel mondo mediatico quanto da tragedie con il seguito di decennali polemiche (è rimasto memorabile nel 2004 il rifiuto del titolo di Cavaliere di Gran Croce, dopo aver saputo che il presidente Ciampi avrebbe dato la stessa onorificenza anche ad Achille Compagnoni!).

Un nome noto in tutto il mondo, limpido, cristallino come le sue montagne. Un nome che conferma a un’Italia, in questo momento assai dubbiosa dei propri valori, quanto invece sia ricca di individui di fama planetaria che l’hanno fatta grande. E Dio solo sa quanto abbiamo bisogno ogni tanto di ricordarcelo.

Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962.

GLI INIZI
Nato a Bergamo il 22 giugno 1930, figlio di Angelo e Agostina, si trasferisce a Monza e cresce alpinisticamente nel locale gruppo dei Pell e Oss (Pelle e ossa).

Frequenta con buon successo la “Società Ginnastica Monzese Forti e Liberi”, fondata nel 1878 con il fine di “diffondere e rendere familiare tra i giovani gli esercizi di ginnastica educativa, in modo da favorire lo sviluppo fisico e rinvigorire il carattere della gioventù e di divulgare le istruzioni che abbiano uno scopo educativo affine alla ginnastica”.   

Ospite di parenti a Vertova, a nord di Bergamo, raggiunge la sua prima vetta, quella del Monte Alben, in Val Serina. Compie le sue prime scalate nelle Prealpi lombarde nel 1948, soprattutto la domenica al termine del turno di notte del sabato svolto presso la Falck dove lavora come operaio siderurgico.

Favorito da un ambiente alpinistico che, malgrado la guerra, si è conservato assai vitale, vedi la costituzione dei Ragni di Lecco e gli ancora ben attivi Riccardo Cassin e Nino Oppio (al contrario dell’ambiente piemontese che ha perso i due grandi campioni Gabriele Boccalatte e Giusto Gervasutti), già nel 1949 Bonatti s’impegna in imprese di estrema difficoltà. Appena diciannovenne ripete la parete nord-ovest del Pizzo Badile, il mitico itinerario di Vitale Bramani ed Ettore Castiglioni; la Ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, superata prima della guerra da Vittorio Ratti e Gigi Vitali; e la via Cassin sulla Nord dello Sperone Walker alle Grandes Jorasses. In alcune di queste salite gli è compagno di cordata il fraterno amico Andrea Oggioni, perché anche lui membro dei Pell e Oss.

Walter Bonatti fotografato da Gigi Panei durante un bivacco nel tentativo da loro condotto assieme ad Alberto Tassotti, dal 10 al 13 febbraio 1965 sulla via nuova alla Nord del Cervino. Bonatti salirà poi la parete da solo una settimana dopo.

Il 24 luglio 1950 tenta la sua prima grande via nuova: la parete est del Grand Capucin, 400 metri di granito rosso nel gruppo del Monte Bianco. E’ con il monzese Camillo Barzaghi, ma una violenta tormenta li costringe a desistere dopo solo poche decine di metri: i due tornano al rifugio Torino ma bivaccano nei pressi perché non hanno i soldi per il pernottamento. Dopo tre settimane riprova la scalata con il torinese Luciano Ghigo, incontrato casualmente al campeggio. Questa volta il tentativo dura tre giorni, ma un’altra tempesta di neve non gli permette di superare un muro liscio di 40 metri costringendo i due a una ritirata difficilissima. I due tornano solo l’anno dopo, 20 luglio: e sarà la volta buona, anche se travagliata da un’altra bufera che li forza a un terzo bivacco davvero estremo.

Con questa scalata Bonatti balza alla ribalta: una via che spinge all’estremo il concetto di arrampicata artificiale, tecnica fino a quel momento in uso più che altro sul calcare delle Alpi Orientali e delle Dolomiti, ma da lui trasferita sul granito. Si era già visto Vittorio Ratti vincere in artificiale un diedro di 40 metri sulla Ovest della Noire, o anche i tedeschi Herbert Burgasser e Rudolf Leisz passare sulla Sud del Dente del Gigante a furia di chiodi: episodi isolati, che nulla hanno a che vedere con i quasi duecento chiodi piantati da Bonatti sulla Est del Capucin. Purtroppo un triste evento funesta i festeggiamenti per questa vittoria. Forse per l’eccessiva emozione, in quei giorni muore la madre di Walter, Agostina: un evento di cui l’alpinista si riterrà responsabile.

Il 1952 vede Walter Bonatti sotto le armi, prima assegnato alla Scuola Motorizzazione della Cecchignola, e poi al 6° Reggimento alpini; ciononostante gli riesce la salita della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey con Roberto Bignami.

Nel 1953, mentre Ardito Desio comincia a selezionare la squadra di alpinisti destinati a tentare la prima ascensione del K2 8611 m, Bonatti scala con Carlo Mauri (per alcuni anni i due sono ritenuti la coppia più forte del mondo) la Nord della Cima Ovest di Lavaredo in prima invernale. I due, non contenti, tre giorni dopo salgono in giornata (seconda invernale) la via Comici alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo.

A questa incredibile impresa fa seguire neppure un mese dopo, con Roberto Bignami, un’altra prima invernale, la Cresta Furggen del Cervino con l’apertura di una variante diretta lungo gli omonimi strapiombi. Nel 1953 con il padre Angelo si trasferisce ai piedi della Grignetta per gestire un pubblico esercizio situato nelle vicinanze della Chiesetta dei Piani Resinelli.

Bonatti sulla Nord del Cervino, 1965.

IL K2
Nel 1954 partecipa alla spedizione italiana diretta dallo scienziato Ardito Desio sulla seconda montagna più alta del mondo, il K2. A soli 24 anni è il più giovane del gruppo. Una spedizione destinata al successo, con l’epica salita in vetta di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli.

Tre sono le montagne di 8000 metri salite fino a quel momento: l’Annapurna dei francesi, l’Everest degli inglesi e il Nanga Parbat degli austro-tedeschi. La spedizione, assai pesante, oltre alle difficoltà del K2 ha da affrontare anche l’alea di leggenda che lo circonda. Nel 1939 vi era morto Dudley Wolfe, con la spedizione di Fritz Wiessner. Nel 1953 la spedizione americana di Charles Houston era giunta a circa 8000 metri quando Arthur Karr Gilkey fu colpito da tromboflebite. I compagni rinunciarono a proseguire per portarlo in salvo. Durante la discesa nella tempesta, Pete Schoening stava assicurando dall’alto il ferito messo su una barella e legato anche a Dee Molinar, mentre altri quattro alpinisti scendevano lentamente in due cordate. George Bell, con le mani congelate, scivolò sul ghiaccio. Lo strattone che diede alla corda fece perdere l’equilibrio anche a Tony Streather che non riuscì a fermarsi con la piccozza. Mentre i due precipitavano senza controllo, la loro corda incrociò quella di Charles Houston e Bob Bates, che per l’impatto si tese. Ma anche questi, presi alla sprovvista, non ressero al colpo. In quattro stavano precipitando verso morte certa. Ma qui avvenne il miracolo. La corda che legava Bell e Streather s’impigliò in quella di Gilkey e Molenaar, strattonando quest’ultimo e facendogli perdere l’equilibrio: ma Pete Schoening, una ventina di metri sopra Gilkey, vide quello che stava accadendo e si gettò sulla piccozza incastrandola tra alcune rocce. Lo strattone arrivò quando la caduta di Molenaar cominciò a trascinare l’impotente Gilkey giù per il pendio, ma Schoening riuscì fermare la barella e la breve lunghezza di corda interruppe la caduta di Molenaar e di conseguenza anche quella degli altri quattro! La perdita di materiale importante costrinse tutti ad abbandonare il povero Gilkey, c’era da sistemare al più presto un campo per la notte. Ma quando tornarono non trovarono il compagno, certamente spazzato via nel frattempo da una valanga. Il team impiegò poi cinque giorni per raggiungere il campo base.

Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino.

Con questi tragici precedenti, è evidente come la spedizione italiana debba essere condotta in stile prettamente militare da un capospedizione astutamente efficace nella sua tensione all’obiettivo.

Gli italiani, malgrado la malattia mortale di Mario Puchoz, riescono pian piano a raggiungere la parte alta della montagna, dopo aver fissato otto campi.

Il giorno che Lacedelli e Compagnoni salgono a fissare il campo 9, Walter Bonatti scende dall’ottavo campo verso il settimo per recuperare le bombole d’ossigeno lasciate lì la sera prima da altri compagni. Con questo carico sulle spalle, insieme al portatore hunza Amir Mahdi, risale fino all’ottavo campo e da lì, dopo una pausa ristoratrice, fino al luogo in cui suppone, in base agli accordi presi, che Compagnoni e Lacedelli abbiano allestito il nono campo.

Giunti a quota 8100 m circa, ben al di sopra della piatta Spalla del K2, i due scoprono che Lacedelli e Compagnoni, soprattutto per scelta di quest’ultimo, non hanno allestito l’ultimo campo, il nono, nel luogo concordato, bensì a 8200 m appena oltre una fascia rocciosa a sinistra del grande canale nevoso che porta al Collo di Bottiglia, più o meno sull’itinerario che aveva seguito Fritz Wiessner nel 1939 assieme a Pasang Dawa Lama, quando aveva quasi raggiunto gli 8400 m. Itinerario che mai più nessuno ha ripreso, se non nella parte alta non salita da Wiessner, quando vi si trovarono nel 1986 Jerzy Kukuczka e Tadeusz Piotrowski dopo aver salito la parete sud. Questa fascia di rocce, nella notte incipiente, si rivela un ostacolo insormontabile per Bonatti e Mahdi. Un forte vento ostacola i loro disperati richiami: dall’alto Compagnoni e Lacedelli si limitano a suggerire di lasciare l’ossigeno e tornare indietro. Cosa impossibile, con il buio che incombe, e con l’enorme sforzo che già hanno sostenuto i due dalle prime ore del giorno, e con l’inesperienza di Mahdi a quelle quote. Vista l’impossibilità di scendere, Bonatti e Mahdi trascorrono la notte a temperature polari, senza equipaggiamento e senza alcun riparo. Qualche maligno, che forse non ha mai bivaccato senza sacco piuma a 8100 m, nella “zona della morte”, sospetta che Bonatti non sia tornato indietro al buio solo perché comunque il giorno dopo aveva intenzione di accodarsi ai due predestinati alla vetta… Sopravvivono (all’epoca si credeva fosse impossibile) e scendono alle prime luci, prima l’hunza e poi Bonatti, riluttante a lasciare lì le bombole senza neppure incontrare i compagni. Questi, che dall’alto potevano vedere i movimenti di Bonatti, scendono solo quando questo è ormai sulla Spalla. Recuperate le bombole, salgono fino in vetta, dove arriveranno dopo le 18. Mahdi, semiassiderato, subirà l’amputazione di alcune dita.

Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino.

«Quella notte sul K2, tra il 30 e il 31 luglio 1954, io dovevo morire. Il fatto che sia invece sopravvissuto è dipeso soltanto da me… (Walter Bonatti, Le mie montagne)».

La spedizione al K2 del 1954 lascia una traccia amara e indelebile nella vita di Bonatti. Sostanzialmente, per equivoco o per scelta, Compagnoni e Lacedelli si sono macchiati di omissione di soccorso, complice il capo-spedizione Desio. Ne deriveranno gravi incomprensioni e controversie di natura alpinistica e giudiziaria.

«Quello che riportai dal K2 fu soprattutto un grosso fardello di esperienze personali negative, direi fin troppo crude per i miei giovani anni (Walter Bonatti)».

Il contratto firmato da Bonatti, come anche dagli altri membri, prima della partenza per il K2, gli impedisce di rilasciare interviste e resoconti della spedizione per un periodo di due anni. La versione dei fatti secondo Bonatti viene resa pubblica solo nel 1961, con la pubblicazione del suo libro Le mie montagne. Nel libro ufficiale della spedizione, La conquista del K2 (1954), come pure nel film Italia K2, Ardito Desio sostiene correttissima la scelta dell’ubicazione del campo 9, rifiutando di andare a fondo dell’accaduto. Ma un’altra delusione umana per Bonatti viene nel 1964 quando il giornalista Nino Giglio pubblica sulla Nuova Gazzetta del Popolo un articolo che ripercorre la vicenda lanciando diverse accuse a Bonatti. Secondo Giglio, Bonatti avrebbe prima convinto Mahdi a seguirlo allettandolo con la possibilità di salire in vetta in maniera indipendente; poi avrebbe forzato il bivacco nella speranza di sostituire, il giorno seguente, uno dei due alpinisti (Compagnoni o Lacedelli) designati al tentativo alla vetta; e infine, durante la notte, avrebbe utilizzato l’ossigeno delle bombole per sostentarsi, intaccandone la scorta, e mettendo a repentaglio il tentativo di vetta stesso!

Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino.

Bonatti vince la causa per diffamazione al giornalista, tanto che nel 1967 viene pubblicato sul medesimo giornale un articolo di rettifica. Da quel momento Bonatti non cesserà più di lottare affinché tutta la verità su quella notte affiori: agli italiani deve essere rivelata la verità, anche perché la spedizione è stata finanziata con denaro pubblico. L’alpinista sostiene di non aver mai inteso nella sua battaglia cercare una gloria personale o una maggior considerazione per ciò che ha fatto. E questo è vero, se si pensa che la lotta cinquantennale di Bonatti non è rivolta a modificare la versione dei fatti (ciò che può dare gloria), bensì a precisare le intenzioni (ciò che può toglierla).

Nel 1994 l’australiano Robert Marshall nota una foto, scattata in vetta al K2, che era stata pubblicata sull’annuario svizzero Berge der Welt del 1955. Tale foto mostra che le maschere dell’ossigeno sono state utilizzate fino in vetta, e quindi l’ossigeno non è finito a quota 8400 come sostiene la versione ufficiale del Club Alpino Italiano, redatta da Compagnoni e presentata da Desio. Si pensa subito che la bugia dell’esaurimento dell’ossigeno prima della vetta sia dovuta al tentativo di dimostrare che la partenza per il tentativo finale sia avvenuta alle 6.30 e non alle 8.30 (come invece è stata) per evitare di incontrarsi con Bonatti.

Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino.

Sempre nel 1994 Lino Lacedelli, intervistato da Roberto Mantovani per La Rivista della Montagna, dichiara, a proposito della posizione del nono campo: “Io volevo fermarmi prima, più in basso. Però Compagnoni non ne volle sapere” e aggiunge che quella di spostarsi più su della quota concordata con Bonatti “non fu una decisione saggia“. Il CAI comincia a vedere le crepe nella versione ufficiale, dunque commissiona allo stesso Mantovani una revisione storica, pubblicata poi sul Catalogo Ufficiale del Museo Nazionale della Montagna di Torino, e cui fa seguito un articolo dove si riconosce il contributo di Bonatti alla conquista del K2. Ma ancora Bonatti non è soddisfatto e riespone con massima precisione i nodi irrisolti, prima in Storia di un caso, poi in K2 – la verità. Dopo la morte di Desio (2001) e in occasione del cinquantennale (2004), il Club Alpino Italiano, a seguito delle risultanze della propria Commissione d’Inchiesta, rettifica ufficialmente l’errata relazione di Desio. In quell’anno il CAI richiede infatti a “tre saggi” (lo scrittore Fosco Maraini e i docenti universitari Alberto Monticone e Luigi Zanzi) di effettuare un’analisi in chiave storico-critica della relazione presentata nel 1954 da Ardito Desio. La relazione dei “tre saggi” viene pubblicata nel 2004, e nel 2007 viene inclusa nel libro K2 – una storia finita a cura di Luigi Zanzi. Il CAI dichiara che tale relazione è da considerarsi la versione definitiva della spedizione del 1954.

Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino.

Questa versione definitiva viene ufficializzata in un incontro organizzato nel dicembre 2008 a Villa Celimontana a Roma, con la presenza di Annibale Salsa (presidente del CAI), Franco Salvatori (presidente della Società Geografica Italiana), Claudio Smiraglia (presidente del Comitato Glaciologico Italiano, già allievo di Ardito Desio), Agostino Da Polenza (organizzatore della spedizione al K2 del cinquantenario) e Roberto Mantovani (storico della montagna).

Informato in anticipo dalla Società Geografica Italiana della revisione che sarebbe stata effettuata, Walter Bonatti così risponde in una lettera:

«A 53 anni dalla conquista del K2 sono state finalmente ripudiate le falsità e le scorrettezze contenute nei punti cruciali della versione ufficiale del capospedizione Ardito Desio. Si è così ristabilita, in tutta la sua totalità, la vera storia dell’accaduto in quell’impresa nei giorni della vittoria. Si è (…) dato completa verità e dovuta dignità al grande successo italiano, una affermazione che ha saputo risvegliare, dopo gli anni bui, il vanto e l’orgoglio di tutti noi».

Compagnoni e Lacedelli muoiono entrambi l’anno dopo, nel 2009, il primo a maggio e il secondo a novembre.

Walter Bonatti sulla vetta del Cervino, ore 15 del 22 febbraio 1965, dopo la sua prima ascensione diretta e invernale sulla parete nord. Da Il gran Cervino di Alfonso Bernardi.

IL PETIT DRU
Dopo le vicende del K2 Bonatti precipita in una crisi esistenziale in cui mette tutto in discussione. Nel 1953 aveva provato con Carlo Mauri a scalare il fantastico pilastro sud-ovest del Petit Dru, che si alza per più di 800 metri, imponente, levigato e compatto, da un orrido canalone ghiacciato che si incunea alla sua base. Respinti da un violento temporale, i due vi ritornano due anni dopo, assieme a Josve Aiazzi e Andrea Oggioni. Li respingono ancora acqua e neve, e nella discesa del canale Oggioni è ferito da una scarica.

Ma pochi giorni dopo, sempre nel luglio 1955, forte dei due tentativi che vi ha già fatto, Bonatti a poco a poco si va convincendo di poter scalare il pilier da solo.

Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino. In vetta.

Non sappiamo quanto Bonatti sia più motivato dalla rabbia per ciò che è successo al K2 con gli annessi strascichi piuttosto che dalla sua genuina creatività alpinistica: di fatto in quei sei giorni entra come in una dimensione mistica e visionaria. E’ un uomo che vive su un altro pianeta, che penetra una dimensione sconosciuta: parla con se stesso, discute con il proprio sacco, parla con la roccia. Sale costante, metodico, quasi indifferente. Dopo cinque giorni di arrampicata su verticalità assolute e con punti di ancoraggio aleatori, salendo e scendendo per recuperare chiodi e zaino, Bonatti si trova in un luogo sormontato da tetti insormontabili. Non c’è possibilità di traversare a destra o a sinistra perché la roccia è troppo liscia e non è possibile nemmeno ritirarsi in doppia, a causa dei pendoli che ha appena effettuato.

Nello sconforto, Bonatti ritrova tutto il controllo di se stesso: a circa 15 metri da lui, sospese sul vuoto, scorge alcune schegge di roccia. Collegando tutti i cordini e i chiodi e i moschettoni che gli restano crea una specie di lazo da lanciare per agganciarsi a quegli spuntoni. Tenta una decina di volte, fino a che non gli sembra che il lazo possa tenere il suo peso. Al momento di tuffarsi a pendolo nel vuoto, esita ancora a lungo. Se l’aleatorio ancoraggio non tiene, è la caduta mortale. Poi socchiude gli occhi e si abbandona al moto pendolare.

Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino.

Quando l’oscillazione si arresta, eccolo risalire la corda a forza di braccia e issarsi con uno sforzo sovrumano sulle schegge di roccia…

Fino a quel punto, e poi anche in seguito, Bonatti sale sempre auto-assicurato, perché, anche se si stenta a crederlo, è uomo prudente. Ma lì deve comportarsi diversamente, cedendo alle dure necessità del “o la va o la spacca”. E giunge così in punta a quello che d’ora in poi sarà chiamato Pilier Bonatti.

«Ciò che Bonatti ha compiuto sulle placche del Petit Dru è qualcosa di irripetibile e di assolutamente fantastico […], ma straordinario è che Bonatti, in quegli anni, sia giunto a convincersi della possibilità di poter compiere un’impresa come quella, più ancora che la realizzazione stessa. Realizzazione che, dal punto di vista alpinistico, resta indubbiamente come un capolavoro di audacia e di tenacia (Storia dell’alpinismo, Gian Piero Motti)».

François Labande, nella sua guida La chaîne du Mont-Blanc: Guide Vallot (1987), non esita a scrivere «l’un des plus extraordinaires exploits de l’histoire de l’alpinisme». E Royal Robbins confida: «Le mie solitarie alla Leaning Tower e al Capitan devono molto al precedente esempio di Bonatti, ma non sono a quel livello perché Bonatti era molto avanti per il suo tempo. Io lo stavo solo imitando. In assenza dell’esempio di Bonatti, i miei exploit solitari sarebbero stati più visionari e sbalorditivi. Stavo sulle spalle del mio grande predecessore».

A partire dal 1997 una serie di frane ha modificato profondamente tutto il settore destro della parete ovest del Petit Dru, fino a che nel 2005 non è crollato il Pilier Bonatti per intero.

Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino.

NAUFRAGIO SUL MONTE BIANCO
Tra il 14 marzo e il 18 maggio 1956 compie la prima traversata scialpinistica delle Alpi con Luigi Dematteis, Alfredo Guy e Lorenzo Longo. Fino al rifugio Maria Luisa in val Formazza i quattro inseguono un altro gruppo, quello di Bruno e Catullo Detassis con Alberto Righini. Lì decidono di proseguire assieme, anche se in autonomia organizzativa.

Bonatti è inarrestabile, come posseduto da un demone interiore, che però egli sa controllare con grande intelligenza. A Courmayeur i locali gli rendono la vita piuttosto dura, ma Bonatti regala al mondo imprese eccezionali, che non lasciano spazio ad alcuna discussione. Con meticolosa cura, egli va alla ricerca di tutte le pareti ancora inviolate del Bianco: le attacca, le supera; in estate come in inverno non c’è parete che sembra potergli resistere. Per 15 anni, il bacino superiore della Brenva, limitato dalla Cresta Peutérey e dalla Cresta Kuffner, sarà il “giardino” che Walter Bonatti curerà con “amore” morboso salendone tutte le vie.

Sebbene abbia ottenuto il brevetto di guida alpina fin dal 1954, Bonatti non svolgerà tale attività professionale con particolare intensità se non con l’amico Roberto Gallieni: il “cliente” con cui compirà, fra l’altro, la prima ascensione della Chandelle du Tacul, l’ultima cima vergine del Massiccio del Monte Bianco, e condividerà il dramma del tentativo di salita del Monte Bianco lungo il Pilone Centrale del Frêney.

Un’eccezione è data dall’amico e cliente Silvano Gheser, con il quale nel dicembre del 1956 tenta l’ascensione invernale della via della Poire sul versante della Brenva del Monte Bianco.

Al bivacco della Fourche i due incontrano i giovani scalatori Jean Vincendon e François Henry, un francese e un belga, che hanno in programma lo Sperone della Brenva. Il tempo non promette un gran che di buono, Bonatti sa che l’indomani potrebbe scegliere come programma alternativo la stessa meta dei due giovani, senz’altro meno impegnativa, quindi possibile in minor tempo.

L’ascensione di entrambe le cordate inizia alle 4 del mattino di Natale, orario ideale per l’itinerario di Vincendon e Henry, ma già troppo tardi per quello che dovrebbero percorrere Bonatti e Gheser. Le condizioni del cielo peggiorano e la cordata di Bonatti si decide a seguire la cordata di Vincendon. L’arrampicata prosegue senza problemi con le due cordate che si tengono in contatto vocale. Alle ore 16, raggiunta la parte finale dell’ascesa, la cordata di Bonatti è più avanti di circa 100 m: col sopraggiungere del buio, un’ora più tardi, si scatena una tempesta di una violenza inaudita.

Circa a quota 4100 m affrontano un bivacco di 18 ore: al mattino del 26 dicembre, se Bonatti è indenne, Gheser accusa un inizio di congelamento a un piede.

In un momento di calma del vento Bonatti raggiunge in pochi minuti quelli più sotto e concorda di fare cordata comune per salire assieme, perdurando le pessime condizioni atmosferiche, gli ultimi 200 m che mancano al Colle della Brenva, per poi decidere che itinerario seguire verso la salvezza.

Nella bufera dunque le due cordate si uniscono e raggiungono assieme i pendii sovrastanti il Mur de la Côte, già più in alto del Colle della Brenva.

Delle due soluzioni possibili (scendere direttamente verso Chamonix lungo i pendii del Grande e del Piccolo Plateau resi ormai pericolosamente instabili dalla neve appena caduta, oppure raggiungere la cima del Monte Bianco e poi, attraverso la via normale, cercare rifugio presso il locale invernale dell’Osservatorio Vallot), Bonatti sceglie la seconda. La più sicura, ma anche la più dolorosa, in quanto richiede agli alpinisti, ormai stanchi e provati, di salire ancora altri 450 m di dislivello in una terribile tormenta.

31 maggio 1954. La spedizione è da pochi giorni arrivata al campo base del K2. Da sinistra a destra, in piedi: Achille Compagnoni, Ugo Angelino, Guido Pagani, Mario Fantin, Ardito Desio, Erich Abram, Gino Soldà, Lino Lacedelli, Walter Bonatti, Sergio Viotto, Pino Gallotti; in ginocchio, Guido Rey, Cirillo Floreanini, Mario Puchoz. Archivio hotel Compagnoni, Cervinia.

Bonatti, che ha Gheser sfinito, invita Vincendon e Henry a seguirli subito verso la vetta e quindi verso il rifugio Vallot, ma i due si fermano un poco a rifocillarsi per seguirli dopo. Bonatti avanza con il compagno il più velocemente possibile, in quanto è necessario consentire a Gheser, ormai colpito da gravi congelamenti (avrà alcune dita di entrambi i piedi e di una mano amputate), di ricevere cure urgenti. Arrivano alla Vallot con il sopraggiungere della notte. La cordata di Vincendon ha nel frattempo rinunciato, per sfinimento, a 200 metri dalla vetta del Monte Bianco, ritornando sui suoi passi e optando per l’altra possibilità (raggiungere direttamente Chamonix). Ma la notte li obbliga a bivaccare in un crepaccio. Bonatti esce più volte dalla Vallot per chiamarli, senza sapere che gli altri sono sull’altro versante.

Bonatti e Gheser vengono raggiunti il 30 dicembre al rifugio Gonella. Il soccorso è delle guide alpine Gigi Panei, Sergio Viotto, Cesare Gex e Albino Pennard. «Sulla cresta rocciosa appena sotto la capanna – scrive Bonatti nel libro Montagne di una vitariconosco l’amico Gigi Panei. Lo vedo balzare verso di me con un impeto in cui intuisco ansia, commozione e affetto. Seguono poi gli altri amici saliti con lui. Ricorderò sempre con quanta gratitudine li abbracciai». Sull’altro lato la tragedia, più tardi conosciuta con il nome “l’affare Vincendon e Henry“, è in pieno svolgimento. I tentativi di soccorso da parte francese saranno vani. Inizialmente un elicottero si schianta nelle loro vicinanze lasciando però incolumi i due piloti e due guide. I due alpinisti, già assai deboli, vengono riparati a 4000 m, e con l’aiuto di altre guide sopraggiunte, nella carlinga dell’elicottero caduto: mentre una squadra ridiscende, l’altra si occupa di portare al sicuro alla capanna Vallot l’equipaggio dell’elicottero, assai provato. Trascorrono altri due giorni di cattivo tempo senza che Vincendon e Henry possano ricevere altri soccorsi. L’elicottero che preleverà i soccorritori dalla capanna Vallot non scorgerà segni di vita provenire dalla carlinga dell’aeromobile incidentato, segno che Vincendon e Henry sono nel frattempo morti. I loro corpi saranno poi recuperati solo il 19 marzo 1957. Bonatti è, ingiustamente, accusato di non aver prestato sufficiente aiuto ai due sfortunati alpinisti.

Nel 1957 si stabilisce definitivamente a Courmayeur. Dopo un lungo periodo di convalescenza resosi necessario per i postumi della Brenva, Bonatti si rivolge all’ultima grande parete vergine del massiccio del Monte Bianco, dando inizio alla straordinaria trilogia del Pilier d’Angle: sulla parete est con Toni Gobbi (1957), sulla parete nord con Cosimo Zappelli (1962) e l’ultima nel 1963 ancora con Zappelli sulla parete est-sud-est.

Nel gennaio del 1958 si reca in Patagonia, invitato dall’italo-argentino Folco Doro Altan, con l’intenzione di salire l’inviolato Cerro Torre 3128 m. Bonatti e Carlo Mauri si trovano però in mezzo a beghe tutte argentine e in una non voluta competizione con la spedizione trentina di Bruno Detassis e Cesare Maestri. Decidono così di spostarsi sullo Hielo Continental, per attaccare il Cerro Torre dal lato ovest. Ne segue un difficoltoso spostamento non solo per l’inclemenza del tempo, ma anche perché, causa carenza di quattrini, solo in parte possono usufruire di trasporto animale.

Solo il 2 febbraio, con l’arrivo del bel tempo, tentano la scalata, partendo in quattro: Bonatti e Mauri compongono il team che tenterà la vetta, Folco Doro e René Eggmann hanno il compito di aspettarli, installando un campo avanzato. La via scelta è proprio quella che riuscirà ai primi salitori accertati, i Ragni di Lecco guidati da Casimiro Ferrari nel gennaio 1974. Ma devono desistere quando ormai mancano solo alcune centinaia di metri dalla cima, data la mancanza di quell’attrezzatura (hanno ormai esaurito corde e chiodi) cui hanno dovuto rinunciare per via dello spostamento di versante.

La spedizione in seguito si rivolgerà alle prime ascensioni di alcune vette non certo minori: dopo la conquista del Cerro Francisco Moreno da parte di tutti e quattro con un epico push di 30 ore, Bonatti e Mauri fanno registrare il grande exploit della cavalcata integrale del Cordon Adela, sei vette da nord a sud, in un solo giorno, il 7 febbraio 1958: un’avventura di proporzioni stupefacenti nel corso della quale incontrano casualmente i “rivali” Cesare Maestri e Luciano Eccher che, dopo aver anche loro rinunciato al Cerro Torre, sono reduci dall’aver scalato per primi il Cerro Doblado e il Cerro Grande.

La parete sud della Torre Costanza. Walter Bonatti nel 1952 ha aperto una nuova e difficilissima via sul vago spigolo sud-ovest con Gaetano Maggini (o Camillo Barzaghi?).

IL GASHERBRUM IV
Nel 1958 Bonatti partecipa alla spedizione del CAI in Karakorum. La meta è il Gasherbrum IV 7925 m (la “montagna lucente”), un “quasi Ottomila” ma anche una delle più difficili vette del Karakorum: secondo Reinhold Messner la sua difficoltà alpinistica è paragonabile se non maggiore a quella del K2.

La spedizione, guidata da Riccardo Cassin, è composta dagli alpinisti Walter Bonatti, Carlo Mauri, Giuseppe Bepi de Francesch, Toni Gobbi, Giuseppe Oberto, dal medico Donato Zeni e dall’orientalista Fosco Maraini, nel ruolo di cineoperatore e fotografo. Gli alpinisti si trovano subito a lottare con l’ostica seraccata che difende la grande conca glaciale dalla quale svetta la montagna. Dopo il consueto lavoro che ogni spedizione deve fare per piazzare i vari campi alti e dopo alcuni tentativi andati a vuoto, il 6 agosto 1958 Walter Bonatti e Carlo Mauri riescono a raggiungere la vetta; la via seguita è un itinerario misto di roccia e ghiaccio, con passaggi su roccia fino al V grado, che si sviluppa lungo la cresta nord-est. I due alpinisti non hanno con loro bombole a ossigeno.

Le difficoltà di questa montagna sono tali da scoraggiare molti tentativi di ascensione. Nel 1985 il polacco Wojciech Kurtyka e l’austriaco Robert Schauer in una memorabile odissea superano in stile alpino la parete ovest, detta la parete lucente: ma raggiunta la cresta nord-ovest, a una quota che sfiora i 7900 m, devono discendere immediatamente rinunciando alla vetta.

La cresta nord-ovest è vinta l’anno dopo, il 22 giugno, da un team misto australiano-statunitense (Greg Child, Thomas Hargis e Timothy Macartney-Snape); la terza ascensione della montagna è compiuta da una spedizione sudcoreana, tre membri della quale (Hak-Yae Yoo, Tong-Kwan Kim e Jung-Ho Bang) il 18 luglio 1997 raggiungono la vetta per lo sperone che delimita a sinistra la parete ovest già salita da Kurtyka e Schauer. La quarta ascensione è effettuata il 1º luglio 1999 da un’altra spedizione sudcoreana, che effettua la prima ripetizione della cresta nord-ovest. In ogni caso, a tutt’oggi, la cresta nord-est di Bonatti e Mauri è irripetuta.

Proprio di fronte all’intero gruppo del Monte Bianco è stato costruito un rifugio (e dedicato a Bonatti quando era ancora in vita)

«E finalmente, alle 10.30 tocchiamo la sommità. Tale almeno l’avevamo ritenuta, ma subito ci rendiamo conto che si tratta soltanto dell’anticima del GIV, e che la vera cima è ancora distante. Siamo delusi e preoccupati. Ci guardiamo attorno affascinati dal paesaggio. Affacciandoci sul lato opposto del picco ciò che appare è grandioso e solenne. Dopo circa due mesi ricompare il Baltoro e per la prima volta ne abbracciamo con lo sguardo tutta la lunghezza: sono cinquanta chilometri di colata glaciale che si allunga come una fiumana cristallizzata.
Ma l’ansia di conoscere ciò che di inatteso si para davanti a noi ci induce a riprendere l’avanzata. La vera cima del GIV è ancora lontana, almeno 300 metri, forse anche più, e si preannuncia complicata. È collegata all’anticima da un’ampia ed esposta conca nevosa, che proprio per questa sua qualità denomineremo conca lucente. Intanto sopra di noi comincia a sfilacciarsi la nuvolaglia monsonica, che si fa sempre più corposa. Gelide raffiche frustano il volto. Dobbiamo affrettarci!
La vetta, a mano a mano che ci si avvicina, assume nuove sembianze e ora mostra il profilo di cinque punte rocciose, lisce e verticali, alte almeno 50 metri, che si succedono allineate formando la cresta sommitale.
Non riusciamo a capire quale di queste punte sia la più alta mentre ne contorniamo il basamento in esplorazione. Ci troviamo così ad aver percorso in traversata tutto il versante occidentale della sommità, ma l’incognita rimane.
Per un attimo dubito di riuscire ad arrivare lassù. Inizio a salire direttamente su quella che pare essere la punta più elevata. Sotto i piedi sfugge la parete lucente, un abisso di oltre 2500 metri. Le rocce su cui mi arrampico sono compatte ma friabili in superficie. Non meno infido è il sottile strato di neve che a tratti le riveste. Devo ricorrere all’uso di chiodi per assicurarmi. Mauri poi li recupera.
Tutto qui è molto insidioso: la roccia, la neve, i chiodi e anche il terribile freddo alle mani quando mi tolgo i guanti nei passi più difficili. Vorremmo levare i ramponi dai piedi, ma data la temperatura rigidissima temiamo di non riuscire più a rimetterceli. La difficoltà tecnica che oppone questa serie di passaggi sfiora il V grado. La quota, il gelo e la bufera ormai prossima esasperano e rendono dura la progressione. Ma infine, alle 12.30 esatte, usciremo sulla punta più alta del GIV, a 7980 metri di quota (la quota è stata in seguito ridimensionata a 7925, NdR). Sull’esile cresta, dove stiamo eretti a malapena tra raffiche di vento che sembrano volerci strappare via i vestiti, ci abbracciamo (Walter Bonatti, Montagne di una vita)».

Al ritorno in Italia, e nonostante il successo, si deteriora sempre più il rapporto di Bonatti col CAI, del quale Bonatti critica il funzionamento e la legittimità dell’organizzazione, che ritiene essere troppo burocratica e sterile.

Nel 1959 si susseguono numerose le sue scalate. È di questo periodo la prima al Pilastro Rosso di Brouillard con Andrea Oggioni; con questi, e con l’amico Bruno Ferrario, apre anche una via sulla Ovest del Petit Mont Greuvetta. Realizza la prima solitaria della via Major al Monte Bianco, il 13 settembre 1959, mentre l’amico Carlo Mauri sale in prima solitaria la parallela via della Poire. Il 9 marzo 1961 Bonatti realizza insieme a Gigi Panei la prima invernale della Via della Sentinella Rossa sul versante della Brenva, impiegando solo 11 ore dal bivacco della Fourche. Nel maggio dello stesso anno si sposta nelle Ande peruviane, sulla Cordigliera Huayhuash, dove completa la prima ascensione al Nevado Rondoy Norte con Andrea Oggioni, Giancarlo Frigieri e Bruno Ferrario. Questa spedizione è il tema del suo primo servizio per Epoca, intitolato Il fotografo si chiama Bonatti.

Bonatti e il giornalista Brunello Vandano in Siberia

IL PILONE CENTRALE
Il Pilone Centrale del Frêney al Monte Bianco, molti anni dopo la salita di Gervasutti a quello di Destra, costituisce una linea ideale di salita. Le attenzioni degli alpinisti sono certamente giustificate, ma il tratto terminale promette difficoltà risolvibili solo in arrampicata artificiale. Di certo si sa che Jean Couzy e René Desmaison avevano pensato a quella salita ancor prima del 1960… Anche Bonatti ha posato gli occhi sul pilone e attende il momento propizio.

La sera dell’9 luglio 1961, al bivacco della Fourche si ritrovano sette alpinisti che subito comprendono di essere diretti alla stessa meta. Sono: Walter Bonatti con Roberto Gallieni e Andrea Oggioni, i francesi Pierre Mazeaud, Robert Guillaume, Antoine Vieille e Pierre Kohlmann. Tutti alpinisti di gran classe, sicuramente all’altezza della meta che si sono prefissati. Mazeaud, uomo politico, personaggio dai molti e diversi interessi, è il più anziano del gruppo e ha alle spalle una lunga carriera alpinistica. Kohlmann è noto come uno dei migliori scalatori di Francia e anch’egli ha un curriculum alpinistico impressionante. Guillaume e Vieille sono molto più giovani, ma non mancano certo di esperienza, con all’attivo la prima invernale del Pilier Bonatti sul Petit Dru.

Nelle foreste di Sumatra

I sette trovano subito un accordo e decidono di tentare insieme la scalata. Il tempo è splendido, sicuro. Partono alle 24. Il giorno successivo raggiungono il Col Peutérey dal versante Brenva, poi i francesi attaccano subito il pilone, mentre Bonatti va a recuperare del materiale che aveva lasciato alla sommità dei Rochers Gruber due anni prima…

«I francesi gradinano il pendio di ghiaccio con le piccozze, piantano dei chiodi e cominciano la salita. Li vediamo incredibilmente piccoli, aggrappati alla roccia del pilastro, e solo ora comprendiamo quanto sia gigantesco tutto ciò che ci circonda. I quattro vanno avanti lentamente, ma costantemente. Li raggiungiamo nel tardo pomeriggio, recuperando tutti i chiodi. Siamo in coda e proseguiamo fin verso le 9 di sera… Abbiamo raggiunto il punto massimo toccato da me e Oggioni due anni fa (Walter Bonatti, Le mie montagne)».

Il giorno seguente gli italiani passano in testa e Bonatti guida i compagni fino alla base della cuspide finale del pilone, dove una curiosa stele di granito si appoggia alla parete. Walter la chiama la “Chandelle”, ma poi il nome sarà dato, dagli altri alpinisti, a tutto il tratto terminale del pilier.

«Ci arrampichiamo spediti e raggiungiamo la base della cuspide finale verso mezzogiorno, anziché alle due come previsto. Abbiamo notato delle nebbie vaganti sopra di noi, ma non ci preoccupiamo eccessivamente, data la quota che ormai abbiamo raggiunto: pensiamo di essere in cima prima di un’eventuale bufera. Invece, il temporale ci coglie in pieno mentre Mazeaud e Kohlmann stanno iniziando la scalata della cuspide finale: rimangono solo ottanta metri di monolite per uscire dal pilone e giungere sulla crestina che conduce verso la vetta del Monte Bianco (Walter Bonatti, Le mie montagne)».

1961, Bologna. Bonatti, nella sede dell’editore Zanichelli, controlla le prove di stampa di Le Mie Montagne.

Per tutto il pomeriggio dell’11 ogni progresso è impossibile. La notte di martedì è un inferno di folgori e di tempesta: più volte i sette vengono colpiti dalle scariche. Essi attendono, come è giusto in questi casi. Una ritirata, per ora, non è ancora da prendere in considerazione e sarebbe d’altronde estremamente rischiosa per le scariche elettriche. Sono perfettamente equipaggiati e possono resistere anche un paio di giorni in attesa del ritorno del bel tempo, o soltanto di una schiarita di qualche ora, che permetta loro l’uscita verso la vetta del Bianco. Il tratto terminale del pilone può essere superato in scalata artificiale: è ben fessurato, quindi non vi sono problemi anche con la roccia ghiacciata o ricoperta di neve. E poi la crestina fino al Bianco di Courmayeur può essere salita in qualunque condizione. Tutti sanno che Bonatti è in grado di guidarli alla vetta del Bianco e di scendere fino alla Vallot con qualunque tempo, di giorno come di notte: più volte lo ha dimostrato e la fiducia dei sei in lui è massima.

Ma non arriva alcuna schiarita, anzi la neve cade pesante. All’alba del venerdì 14 luglio i francesi, privi di tendina da bivacco, si trovano in situazione critica. Viene decisa la ritirata e Bonatti comincia ad attrezzare la lunga serie di calate a corda doppia nella bufera. In sette, la manovra prende tempo, tutto è ostacolato dalla neve. In serata raggiungono il Col Peutérey e attraversano il pianoro con la neve fresca che arriva fino al petto. Si sistemano in un crepaccio per bivaccare, mentre la fatica comincia a esaurirli. La tormenta non cede, anzi nella notte scendono altri cinquanta centimetri di neve fresca, rendendo la ritirata lungo i Rochers Gruber espostissima alla caduta delle valanghe. Ma è anche la sola possibilità di salvezza.

Le pedule artigianali di Bonatti (a suola di canapa)

Mentre Bonatti inizia le calate, Vieille si spegne esaurito dalla grande fatica, tra le braccia dei compagni. Alle 15.30 toccano il ghiacciaio alla fine dei Rochers Gruber e cominciano la penosa e pericolosissima traversata tra il dedalo di crepacci e di seracchi. Bonatti apre la traccia nella neve altissima, mentre Oggioni chiude la fila che si trascina in un cunicolo di neve che arriva quasi alle spalle.

Schiarisce, ma ormai la notte è vicina: allora Bonatti decide di slegarsi dal gruppo, e con Gallieni, avanza verso il canalino che porta al Colle dell’Innominata, con la ferma intenzione di salirlo prima che venga buio. Lascerà una corda fissa, in modo che i compagni lo possano risalire senza difficoltà. Al di là del colle è la salvezza: facili pendii nevosi portano in breve alla capanna Gamba.

Bonatti, a prezzo di una lotta titanica, riesce a raggiungere il colle dell’Innominata e a piazzare una corda fissa. Ma è in quel momento che Guillaume esala l’ultimo respiro, assistito da un Oggioni inebetito dalla fatica. Si perdono ore preziose nel tentativo di risalire il canalino sulla corda fissa, ma Oggioni è davvero sfinito e non ce la fa. Bonatti decide di far salire Gallieni e di precipitarsi sull’altro versante verso la capanna Gamba. Ma Kohlmann, impazzito dal dolore e dalla fatica, in preda a raptus si slega dai compagni e con rabbia furiosa risale da solo lungo la corda fissa. Raggiunge Bonatti e Gallieni e, come impazzito, si muove in modo inconsulto, rischiando di far cadere tutti. Gallieni raccoglie un guanto che gli è caduto, poi si porta la mano sotto la giacca per riscaldarla. Kohlmann interpreta il gesto come se Gallieni volesse estrarre una pistola per ucciderlo e gli si avventa contro delirando. Ne nasce una lotta a tre che si ferma solo quando Bonatti e Gallieni riescono a slegarsi e fuggire lasciando lì Kohlmann, a poche centinaia di metri dal rifugio. I soccorsi lo troveranno in agonia e assisteranno al suo spegnersi. Intanto Oggioni muore, a metà del canalino dell’Innominata, tra le braccia di Mazeaud, che verrà soccorso solo con le prime luci dell’alba.

Sul Krakatoa, 1968

«Come relitti, brancolando quasi carponi nell’oscurità impastata di neve, raggiungiamo finalmente la capanna Gamba: fuori non c’è neanche un lumino… Sono riuscito ad arrivarci soltanto perché conosco questa zona come casa mia. Giriamo intorno al rifugio battendo con le mani alle finestre. Arriviamo alla porta d’ingresso, mentre si odono dei passi nell’interno e una mano alza il chiavistello. La porta si spalanca: ci appare l’interno della capanna illuminato a malapena da una candela. È pieno di gente che dorme. Scavalco alcuni corpi senza riconoscere nessuno. A un tratto, qualcuno scatta in piedi e grida: “Walter, sei tu?”. Allora è tutto un accorrere di gente. I dispersi, avevano finalmente trovato gli uomini che erano andati a cercarli (Walter Bonatti, I giorni grandi)».

I giornalisti accorsi a Courmayeur, nel dispiegamento dei media attratti dalle fosche tinte della tragedia, s’impadroniscono di Bonatti e ne fanno l’uomo della leggenda, strumentalizzando anche in modo laido e vergognoso la tragedia stessa.

È l’occasione buona per i profani, gli incompetenti e per tutti i nemici che Bonatti si è fatto grazie al suo limpido orgoglio. Piovono accuse assurde, si fomentano polemiche che non hanno senso, dove ciascuno vuole dire la sua, anche chi le montagne le ha solo e sempre viste con il cannocchiale da fondovalle. E si dimenticano coloro che sono morti per un ideale di vita. Accusano Bonatti di aver sempre scelto per compagni degli alpinisti che potessero giocare un ruolo di secondo piano rispetto a lui, dimenticando che l’incontro con i francesi è stato del tutto casuale.

Eppure la sua colpa è soltanto quella di essersi salvato. Probabilmente, erano in molti a volerlo morto. Ma nessuno, o molto pochi, pensano a ciò che egli ha fatto per salvare i compagni.

L’accorata difesa di Mazeaud, che spiega come Bonatti sia riuscito comunque a portare in salvo due dei sei compagni, non basta a tenere l’italiano al riparo dalle critiche. «Più tardi, Mazeaud scriverà in una sua relazione che mi deve la vita, che senza di me sarebbero morti tutti e sei; e un giorno la Francia mi assegnerà il più alto riconoscimento ufficiale, la Legione d’Onore, “per la condotta coraggiosa e la solidarietà fraterna manifestate nella drammatica impresa (Walter Bonatti, I giorni grandi)».

Il Pilone Centrale, come dice Bonatti, assume una “celebrità di morte” e sembra richiamare su di sé le migliori cordate internazionali, amareggiando non poco i superstiti della tragedia, i quali vorrebbero onorare gli amici caduti realizzando la prima salita. Che arride invece a Chris Bonington, Don Whillans, Ian Clough e Jean Długosz, 27-29 luglio 1961; seguiti a ruota da René Desmaison, Ignazio Piussi, Pierre julien e Yves Pollet-Villard (28 e 29 luglio).

L’INVERNALE ALLA CASSIN DELLE GRANDES JORASSES
Sull’immane parete nord delle Grandes Jorasses, dal 6 all’8 marzo 1961 André Parat e Jean Puiseux tentano la prima invernale attaccando invano lo sperone Croz. Il 22 e 23 febbraio 1962, gli stessi Parat e Puiseux, con Jean-René Vivet, attaccano la Cassin, bivaccano sotto il diedro di Allain, ma tornano indietro per maltempo.

Il 19 marzo 1962 Guido Magnone, Michel Bastien, Lucien Berardini, con Maurice Gicquel ed Émile Troksiar, arrivano allo stesso punto.

Il 31 marzo 1962, ancora non oltre l’attacco del diedro di Allain, giunge una cordata sloveno-tedesco-americana: Alex Kunaver, Konrad Kirch, John Harlin e Gary Hamming.

I numerosi tentativi testimoniano che uno dei più sentiti problemi è proprio l’invernale alla Nord delle Grandes Jorasses. Dopo il tentativo allo Sperone Croz, che sulla parete è la via di minore resistenza, gli sforzi, l’anno dopo, sono già rivolti alla via più elegante. Come se la parete avesse una sola grande via, che è la Cassin. Di certo parrebbe un peccato anche agli stessi eventuali primi salitori invernali della Croz, non essere passati sulla Walker.

Oltretutto le difficoltà non sono così differenti, e chissà poi che la maggiore verticalità della Walker non dia adito a una speranza di maggiore facilità d’inverno… Indubbiamente sul verticale la neve si ferma meno.

Quello del 1963 è un inverno di grazia per gli alpinisti. Tre grandi imprese vengono compiute: la Direttissima dei Sassoni alla Nord della Cima Grande di Lavaredo, la Nord delle Grandes Jorasses e la Solleder al Monte Civetta, in ordine di tempo. La Nord dell’Eiger e la Nord del Cervino sono già state vinte d’inverno, la prima da Toni Kinshofer, Toni Hiebeler, Anderl Mannhardt e Walter Almberger, nel 1961, la seconda, nel 1962, da Hilti von Allmen e Paul Etter.

Manca la terza nord, l’ultima dei “tre ultimi problemi delle Alpi”. I migliori alpinisti europei e mondiali pensano di risolvere il problema, che di certo è la più grande salita che si possa fare d’inverno con stile e metodi tradizionali. Bonatti e gli altri lo avevano capito e infatti non hanno pensato a metodi himalayani. Ma se si sbagliassero? Se rimanessero definitivamente bloccati con le loro misere risorse? Nell’aver superato questa paura è la meravigliosa grandezza degli uomini che hanno osato così tanto.

L’allenamento per la Walker inizia con l’autunno. Con scrupolo Bonatti e Cosimo Zappelli, come se durante l’estate non avessero fatto niente, cominciano da zero. Lunghissime camminate sulle alture del Mont de la Saxe, del Mont Chétif; con le prime nevi, muniti di sci e di pelli di foca, percorrono le bianche valli Veny e Ferret. Incominciare da capo permette di vivere un progetto, consente di non pensare ad altro; tre mesi di preparazione solamente per una salita. Il successo di un’avventura come questa lo dice l’esperienza, è determinato al cinquanta per cento dall’equipaggiamento. Occorre quindi studiarlo minuziosamente, in ogni minimo particolare. Pensare che le prugne secche contengono i noccioli, e cioè un peso inutile, ha la sua importanza: infatti, o si toglieranno i noccioli, oppure, molto più comodamente, si porteranno ad esempio albicocche secche. Uno dei più gravi impedimenti è dato dal disordine che di solito regna nello zaino enorme. Per prendere un oggetto in fondo, occorre estrarre quasi tutto. Quindi bisogna ovviare, sia pure parzialmente, a queste scomodità. Le calorie necessarie per la salita sono stimate in 30.000. Negli zaini sono tante volte introdotti e tolti i viveri: zucchero, biscotti, gallette, cioccolata, tè, caffè, dadi, caramelle, vitamine, torrone, burro, due borracce di vino, frutta secca. Tutti alimenti che non gelano alle basse temperature. Lentamente, mentre anche il guardaroba si sta riempiendo di nuovi capi, il disegno assume una forma definitiva. Ormai aspettano solo più l’inizio dell’inverno, e una serie di belle giornate. L’attacco è sferrato, subito, il 22 dicembre. I due, accompagnati da tre amici, arrivano alla capanna Leschaux, o meglio, ai ruderi, vi trascorrono la notte, e l’indomani si accorgono che sta nevicando fitto. Lasciano lì nascosto il materiale e tornano indietro.

Le condizioni della montagna sono compromesse per un po’ di tempo, dunque non c’è da temere che la concorrenza possa attaccare la parete. Vi sono infatti altri possibili candidati: Pierre Mazeaud, Michel Vaucher, Toni Hiebeler, Hilti von Allmen, René Desmaison: l’élite europea gravita attorno alle Grandes Jorasses.

Nel frattempo i nostri decidono gli ultimi dettagli: niente razzi e niente radio. Il principio dell’autosufficienza pienamente rispettato e un chilo di meno negli zaini. Se Livanos aveva detto “meglio un chiodo in più che una scatola di sardine”, è rispettato anche il suo principio.

Un banalissimo mal di denti rischia di far naufragare un’impresa così ben preparata. Solo a prezzo di una volontà fermissima Zappelli riesce ad arrivare alla capanna Leschaux. Nella notte non chiude occhio. Eppure bisogna attaccare domani, il tempo è bello, e l’occasione può anche non presentarsi più. Il giovedì, 24 gennaio, 20 gradi sotto zero, inizia una spola massacrante, dai ruderi della capanna fino all’attacco. Hanno con loro un grosso sacco speciale, contenente la maggior parte del materiale, e lo trascineranno su per la parete a ogni lunghezza di corda. Non sono neppure giunti all’attacco che già minaccia di venir buio. C’è ancora il tempo di fare qualche gradino nel ghiaccio verde, sul primo pendio, in traversata ascendente a sinistra, e poi è notte; la temperatura si abbassa sui -25°. Compresse di penicillina vitaminica per il dente malato, neve sciolta con biscotti, formaggio, speck, marmellata. Questi cibi debbono essere consumati subito, prima che gelino.

Comincia la tremenda serie dei bivacchi. Questo non è ancora in parete, ma soltanto alla base di essa. Notte a 3000 metri, in pieno inverno, sovrastati da una mole di roccia e di ghiaccio di cui non si vede niente, è “la Nord”, impassibile. Non osano guardare in su, ma da qualsiasi parte si volga lo sguardo, il pensiero fisso è inesorabilmente rivolto a quei terribili 1200 metri di appicco. A ogni metro li avrebbero attesi difficoltà imprevedibili, e il tempo avrebbe potuto cambiare all’improvviso. Ma anche questa notte di dormiveglia passa e, alle prime luci, i due escono dai sacchi-piuma con grande sforzo. Il freddo, insopportabile da un essere umano normale, morde le mani, i piedi, il viso. Eppure bisogna fare tante piccole manovre, per poter partire. Sciogliere la corda, allacciarsi i ramponi, non toccare oggetti di metallo, che rimarrebbero attaccati alle dita senza la protezione dei guanti. Ci si stringono le ghette con i denti stretti, con l’ansia di far presto, di muoversi. Ma c’è sempre la cinghia dei ramponi che s’inceppa, non si vuol chiudere, o si chiude male, peggio ancora. Allora bisogna togliersi i guanti, imprecazioni, nervosismo. Alla fine della battaglia, tutto è pronto, ma la tensione dei preparativi ha annullato la coscienza del grande momento dell’attacco. Far presto è l’unica parola d’ordine. Alle 8.30 Bonatti risale i gradini intagliati la sera precedente. Il primo chiodo da ghiaccio conficcato in parete è il vero segnale d’inizio della grande avventura. Il ghiaccio è duro e verdastro e non si può evitare di gradinare. Ma la fatica maggiore del capocordata è il recupero del grosso sacco del materiale. A ogni fermata Bonatti tira su, a forza di braccia, quell’enorme saccone di almeno 25 chili, che si mette ad ondeggiare nel vuoto come il pendolo d’un orologio. Manovra che si ripeterà per tante altre volte nella giornata. I due all’inizio sono impacciatissimi: infagottati nei loro abiti di piumino, sentono i muscoli freddi, i movimenti legati. È difficile prendere anche un minimo di confidenza con un elemento così ostile. Sulle roccette procedono con i guanti, sapendo che di lì a poco dovranno toglierli. Il terreno misto di roccia e ghiaccio richiede loro degli equilibrismi al limite. Eppure salgono, veloci loro, lento lo zaino, e le ore trascorrono senza che i due se ne rendano bene conto, impegnati come sono. E poi anche guardare l’ora costa fatica: l’orologio è sepolto sotto il polsino della camicia, il maglione, la giacca-piumino, i guanti, i sopra-guanti. A 150 metri dall’attacco però, il silenzio siderale, neppure interrotto dai loro scarni monosillabi, è improvvisamente disturbato dal rombo di un elicottero. Frenetici cenni si saluto, segnali di riconoscimento, gioia momentanea di non essere più soli. Ma appena si allontana, la depressione è terribile. Si sentono più soli che mai, in mezzo a quel deserto verticale di rocce e di ghiacci, con i loro grandi problemi da risolvere. Nessuno li potrà aiutare, sono proprio soli, rinchiusi in una trappola che può scattare da un momento all’altro. L’azione è l’unico rimedio per non pensare, la calma assoluta è ormai ritornata. Automaticamente continuano verso l’alto, in lotta ormai con la notte, che li sorprende a piantare alcuni chiodi di sicurezza per il bivacco. Con la piccozza scavano nel ghiaccio per ottenere due sedili, e questo lavoro è molto faticoso, e occorrerà farlo per parecchi giorni ancora. Ce la faranno a resistere alla fatica muscolare, al logorio dei nervi e dell’organismo? A stento riescono a infilarsi nel sacco-piuma, e la posizione resterà invariata per tutta la notte. Tredici ore assolutamente fermi, immobili, senza chiudere occhio, con il pensiero fisso al tempo, ai metri fatti e da fare.

Li distoglie per un attimo il gracchiare di un corvo. Come faccia a vivere, non si sa. Certo, poveraccio, patirà anche lui fame e freddo. Per questo i corvi sono sempre stati amici degli alpinisti. In quel luogo poi è l’unico amico. Il ronzio del fornellino a gas è distensivo, e la bevanda che Zappelli sta preparando è l’unica per un pranzo così diverso dal normale. Una fetta di carne qui non si può preparare. E il contorno? Zucchero in cubetti. Dal menù è eliminato anche il caffè. Inoltre bisogna anche fare economia di gas.

All’alba il barometro è calato di alcune linee, e ora il cielo è coperto da tenui veli, che dopo un po’ lo dipingono di grigio. Per ora le condizioni del tempo non sono certo critiche, così, alle nove e un quarto, dopo i lunghissimi preparativi e una bevanda tiepida, Bonatti riparte verso il diedro Allain. I tratti in traversata a sinistra sono veramente impegnativi; il saccone verde s’incastra negli spuntoni, non ne vuole sapere di essere recuperato. E bisogna stare attenti, che la tela non si laceri, altrimenti diventerebbe inservibile. Un passaggio durissimo impegna i due, che vedono ormai il cielo grigio. Credono di essere quasi vicini al diedro, ma lo raggiungono solo dopo una difficilissima traversata verso destra. Ogni loro movimento è accompagnato da sofferenza. E soffrono anche quando stanno fermi. Il vento comincia a turbinare violentemente, riportando una tormenta di neve da lontano. Sono appena le 14, ma il diedro non può essere attaccato. Piuttosto è meglio discutere se è il caso di tornare indietro. Più conveniente è fermarsi. Sotto il diedro c’è un buon terrazzo, che occorre però liberare con la piccozza dal ghiaccio e dalla neve. Intanto il pomeriggio passa, e la decisione non è ancora presa. Violentemente il vento continua a sferzare la parete, e i due, rinchiusi nei loro sacchi, sono teoricamente insensibili alle raffiche. I denti invece cominciano a battere: non c’è niente di peggio dell’inattività. Alla sera si delinea una piccola schiarita, nella tormenta. Bonatti tenta di attrezzare almeno un po’ del sesto grado del diedro. Di nuovo sono nel sacco, a mangiare e cercare di preparare qualcosa di caldo. È l’unico pasto della giornata, e i due approfittano della loro posizione (buona, rispetto al bivacco precedente), per introdurre tutto ciò che lo stomaco può contenere. La notte è freddissima, il termometro scende quasi a trenta sotto zero, se domani il tempo continuerà a essere così brutto, bisognerà scendere. Resistono alla notte, devono espletare alcune impellenti funzioni, che avevano rimandato il più possibile; l’operazione è un vero e proprio supplizio.

Domenica 27, all’alba, dato il persistere del maltempo, dovrebbero scendere, abbandonando l’impresa; ma quella parete è costata troppe ansie e troppi sacrifici; non possono rassegnarsi a una sconfitta. L’equipaggiamento da alta quota permette loro di rinviare per altre 24 ore la dolorosa decisione. Cercando di nascondere la rabbia e la tristezza, Cosimo dice: “Perché scendere proprio oggi, che è domenica?”.

Bonatti bivacca durante un tentativo al Pilastro del Petit Dru.

Nel primo pomeriggio, inaspettatamente, il barometro e il termometro si rialzano un poco. E sebbene il dente ricominci a tormentare Zappelli, le decisioni importanti maturano. Prenderanno viveri per tre giorni, appesantendo sì gli zaini che portano sulle spalle, ma liberandosi finalmente del grosso sacco e delle perdite di tempo che causava. Siccome i viveri, invece che essere abbandonati possono essere ingeriti, con maggiore profitto, ecco che, dal formaggio grana ai datteri, dai biscotti alla cioccolata, ripuliscono gli zaini dalle provviste.

Durante il terzo bivacco riescono ad assopirsi, e così la notte sembra loro più veloce. In realtà il fisico ha dovuto combattere ugualmente una dura lotta per recuperare in qualche modo le energie. All’alba abbandonano il sacco appeso a un chiodo, lo stesso cui sono stati assicurati per 43 ore; dentro vi lasciano un po’ di materiale e di viveri.

Walter Bonatti ed Emilio Fede, dopo la tragedia del Pilone Centrale

Hanno ancora da salire 900 metri di parete e devono superarli in tre giorni. Ormai vi è una scadenza fissa. Oltre quel limite, il rischio sarebbe troppo grande. Alle 8, il sesto grado del diedro Allain li mette subito a dura prova, perché hanno i muscoli intorpiditi da un giorno e mezzo di sosta forzata e perché devono muoversi a mani nude. Al primo contatto con la roccia e i chiodi metallici hanno la sensazione di toccare un corpo rovente: è come una fiammata che, prima di paralizzare le dita, ne brucia l’epidermide. Quando poi la sensibilità ritorna, e insieme ad essa dolori veramente atroci, quasi piangono. Ciò che rende sopportabile quel dolore è l’esperienza: si sa infatti che dura solo pochi minuti.

Cosimo, nella foga di una manovra, si mette inavvertitamente un chiodo tra le labbra, e si brucia la lingua, come se avesse assaggiato un ferro rovente. Per fortuna nel diedro, grazie alla sua verticalità, non c’è ghiaccio o neve fresca sugli appigli. Questo tratto di 30 metri richiede ben due ore di sforzi durissimi. La parete è liscia e i chiodi entrano male nelle fessure, gli zaini pesantissimi spingono nel vuoto. È una lotta bestiale, condotta fino all’impossibile. Ma alla fine anche Zappelli si riunisce al compagno, sopra il diedro. Ancora ghiaccio. Calzano i ramponi e via, in traversata verso destra, poi diritti, fino al diedro di 75 metri. Vi arrivano alle 11.30. Qui la roccia è in condizioni molto strane: zone di parete assolutamente pulite, si alternano con incrostazioni di neve inconsistente, appiccicata persino agli strapiombi. Per fortuna solo raramente sono costretti a ripulire certi tratti, alla ricerca di fessure e appigli. Con ampie spaccate, il più delle volte riescono a evitare questi punti; la manovra è acrobatica, tutta sospesa nel vuoto, ma veloce.

Roberto Gallieni (a siniistra) e Walter Bonatti

Ormai i muscoli sono caldi, la fiducia in loro stessi aumenta. È la fiducia che li fa vincere metro su metro, senza essere sopraffatti dalla sofferenza, che li spinge verso l’alto, mentre tutto congiura per il loro abbandono, per il loro ritorno, ora, finché è ancora possibile. Tra poco non lo sarà più, dopo il pendolo, l’emozionante passaggio con la firma di Cassin. Il camino ghiacciato, la traversata, il pendolo. Qui la verticalità assoluta, il vuoto di 600 metri, di tipo dolomitico: con un unico salto, si arriverebbe alla crepaccia terminale, sul ghiacciaio. E su questo vuoto, mentre il sole sta ormai tramontando, e il buio arriva di colpo, i due si calano e oscillano con il fiato sospeso; al momento di ritirare la corda, non esitano. Il tempo è più che mai splendido, sono in stato di grazia, e per la prima volta, dentro, sentono con certezza che ce la faranno. Lo strapiombo nero è l’ultimo ostacolo della giornata, prima del bivacco Rébuffat. Ancora i preparativi, molto concitati, per passare la notte in qualche maniera. E’ la quarta in parete: l’equipaggiamento non reggerà ancora per molto, visto il ghiaccio che c’è all’interno dei sacchi-piuma. Si ancorano ai chiodi e alle corde, in una posizione scomodissima. Con miracoli di pazienza anche il fornello, a rischio di farlo precipitare nel vuoto, è messo in funzione. Poi, mentre sonnecchiano, Walter scivola urlando, ed è trattenuto dalle corde. All’orizzonte, sull’Aiguille Verte, una grande macchia scura copre il cielo stellato; il barometro è in lenta diminuzione. Riprende la tortura dell’attesa, sapendo che ormai bisognerà uscire in vetta a tutti i costi, con qualsiasi tempo e in qualsiasi modo, pena la fine.

I primi albori di martedì li sorprendono attaccati alle placche nere, il passaggio-chiave, il freddo è atroce. Bonatti non mette chiodi in più, perderebbe troppo tempo. Un fitto nebbione ostacola ancora di più le manovre. A forza di braccia, con le mani gelate, raggiungono le placche grigie, e quindi finalmente la schiena d’asino, dove le difficoltà diminuiscono un poco. Sono scatenati: in un’entusiasmante progressione rubano allo sperone metro su metro. Nevaio triangolare e camino rosso. La temperatura di -35° li paralizzerebbe se si fermassero. La tormenta li investe con le prime violente raffiche. A 4000 metri due uomini lottano disperatamente per salvare la propria vita, per superare gli ultimi ostacoli prima della notte. Non vedono niente, neppure il tramonto, tra le sferzate della bufera. Con il cuore in tumulto, senza perdere un attimo di respiro, traversano sotto la Torre Rossa, si attaccano al diedro strapiombante. Lo stile, la sicurezza non contano più. Vivono ormai in un’altra dimensione, che si può definire “eroica”. L’uomo si trasforma, anche se non perde coscienza del pericolo; vi è più esaltazione fisica, le capacità normali si triplicano, ingigantiscono. E ci si rende perfettamente conto di tutto ciò. Accecati dalla tormenta, preparano il bivacco; di questo sanno tutto, compreso che sarà l’ultimo, comunque vadano le cose.

Una foto scattata da Roberto Gallieni su una via nuova aperta nel Bianco con Bonatti.

O uscire in vetta l’indomani, o morire nella giornata o nel bivacco seguente. Ma intanto bisogna superare la notte. Non si parla di fornellino, di mangiare, di dormire. Appesi ai chiodi, sperano solo nel sacco-piuma. Ma questo non tiene più caldo, perché completamente gelato e rigido. Tutta la notte si massaggiano e sbattono forte i piedi. La sonnolenza li attanaglia, ma non devono cedere, se no non si sveglierebbero più. Furiosamente la tempesta si abbatte su di loro, senza pietà. La montagna vive il suo corso naturale indipendentemente dalla presenza di due uomini. Uomini che ci fanno pensare di quale stupenda materia siamo stati creati, per poter resistere a una simile prova di logorio: tredici ore di paura e di sofferenza; quinto e ultimo bivacco in parete. Un attimo di tregua all’alba: il ghiacciaio del Leschaux è inghiottito dalle nubi; sopra la vetta, altre nubi. Ancora 150 metri, non difficilissimi d’estate. Penosamente si rimettono in moto, le mani e i piedi si rifiutano di obbedire; eppure occorre fuggire verso l’alto. L’ultimo baluardo di 150 metri, in mezzo alla tormenta, di nuovo scatenata, fino alla cornice finale.

Bonatti, ormai allo stremo, pianta la piccozza al di là del filo, e con un ultimo sforzo si tira su e si rotola dall’altra parte. Sono le 10 del 30 gennaio, e Bonatti è in piedi sulla vetta, con il volto incrostato di ghiaccio, curvo per poter resistere alla violenza del vento, che gli trafigge la pelle scoperta con mille e mille aghi di ghiaccio. Gli sembra impossibile che si possano vivere nello stesso momento due realtà diverse. Davanti a lui la liberazione di un incubo durato una settimana; dietro, l’incubo che continua. Zappelli infatti è ancora sotto, impegnato a sfondare con i piedi insensibili il ghiaccio, ad aggrapparsi con le mani, con il solo desiderio di farla finita, al limite della resistenza fisica e psichica. Ma non è finita. Courmayeur è laggiù in fondo, 3000 metri più bassa. La verticalità non c’è più, è sostituita dagli infidi pendii nevosi, su cui si può scivolare, perdersi, morire sfiniti. Ancora dieci ore durerà la drammatica avventura. Una discesa estenuante verso il mondo abitato, verso la fine di questa storica cinquantesima ascensione della via Cassin.

LA NORD DEL CERVINO
Nel 1964 le Grandes Jorasses lo vedono ancora protagonista. Assieme allo svizzero Michel Vaucher, in quattro giorni di scalata, tra il 6 e il 10 agosto, sale alla Punta Whymper (una delle sei cime delle Grandes Jorasses) per lo sperone nord, quello incastonato tra lo sperone della Walker e quello della Croz. Si tratta di un itinerario estremamente difficile (da loro valutato ED) che verrà ripetuto solo nel 1976 da Pierre Béghin e Xavier Fargeas, che realizzano anche la prima invernale (valutandola ED+): sarà ancora Béghin nel 1977 a farne la prima invernale solitaria.

I due, il secondo giorno, si trovano coinvolti in una situazione estremamente critica, ma facendo forza sulle loro eccezionali capacità e su un morale non comune, riescono a venir fuori anche questa volta pressoché indenni.

Walter Bonatti e Mario De Biasi

Lasciamo raccontare a Bonatti cosa è successo la mattina del 7 luglio:
«Ce ne stiamo ognuno appollaiato sulla propria scaglia, senza parlare. Vaucher è sistemato una quindicina di metri sotto di me. Ci addormentiamo nel buio che ci avvolge.
Mi sveglio di colpo: la roccia trema come scrollata dal terremoto. Provo la sensazione spaventosa di precipitare. No, è la montagna che si sta sfasciando sopra di me. Verso l’alto, nelle tenebre, vedo arrossarsi la parete, come se improvvisamente fosse diventata una colata lavica. Tutto si sfascia nell’impatto e si incendia per attrito. L’aria è lacerata da un tuono incessante. È un attimo, e la cascata di fuoco mi è sopra, e incredibilmente mi scavalca. Intravedo un paio di blocchi scuri, grandi come vagoni, che rimbalzano e lampeggiano qui a lato. Mi accorgo di urlare, affondo la testa tra le spalle, contro la roccia, per scomparire in essa. Non penso, aspetto e basta. Tutto s’imprime nella mente. Una massa d’aria mi schiaccia contro la parete, togliendomi il respiro.
La cascata di rocce e di fuoco è passata, è già laggiù verso il ghiacciaio. Anche il rombo ora si attenua fino a cessare. Miracolosamente mi ritrovo incolume, seppure coperto di polvere di roccia e di ghiaccio. Nell’aria è rimasto l’odore acre dello zolfo. Ma di Vaucher, che ne è di lui? Urlo il suo nome. E lui risponde gridando il mio. È illeso. La montagna è tornata immobile e muta come se nulla fosse accaduto, ma il tumulto dentro di noi stenterà a scomparire.Alle prime luci dell’alba vedo la parete letteralmente dragata. Rilievi e concavità sono cancellati, raschiati via dalla frana. Il ghiacciaio laggiù appare nero e piatto per centinaia di metri verso valle. Alla base della parete sono sparite persino le tre larghissime crepacce, falciati via i seracchi. Mi sporgo nel vuoto per capire. Ecco dove si è staccata la massa rocciosa. Un intero sperone alto forse centoventi metri risulta mancante… (Walter Bonatti, Montagne di una vita)».

Walter Bonatti (a sinistra) e Carlo Mauri

Dopo quest’impresa così “fortunosa” Bonatti sente che qualcosa sta cambiando dentro di sé: forse sente che gli orizzonti della disciplina alpinismo cominciano ad andargli un po’ stretti: ma sente anche che allargarli a dismisura porterebbe presto alla sua stessa fine fisica. Decide allora di chiudere con l’alpinismo, ma forse ancora non riesce a trovare tutta la forza per staccarsi da qualcosa che in fin dei conti ama al disopra di tutto.

Il 1965 diventa così l’anno del suo capolavoro, quello che ne chiuderà in pratica la carriera alpinistica d’alto livello: una via nuova, diretta, invernale sulla Nord del Cervino.

La direttissima alla parete nord del Cervino non è stato mai un problema sentito. Forse perché in anticipo sulla normale fantasia degli alpinisti. E infatti è proprio il migliore di tutti, Walter Bonatti, che la concepisce. Ma va oltre, vuole vincere la parete d’inverno, dove già altri lo hanno preceduto sulla via Schmid. E per di più in occasione del centenario della conquista dello “scoglio più bello delle Alpi”.

Walter Bonatti e Pierre Mazeaud

Deve essere l’ultima sua scalata ed è una grande idea. Unico appunto: l’illogicità di attaccare d’inverno una via nuova. Ma Bonatti non è già forse salito da solo sul pilastro del Dru? Non ha già conferma­to di essere la perenne eccezione?

Con Alberto Tassotti e Gigi Panei attacca il 10 febbraio lo stesso itinerario già tentato nel lontano agosto 1928 dalle guide vallesane Viktor Imboden e Kaspar Mooser. Il tentativo dura 4 giorni, durante i quali riescono a superare anche il tratto in obliquo che diventerà esempio delle massime difficoltà mai superate dal grande Walter: la Traversata degli Angeli. Poi il maltempo li respinge, costringendoli a una ritirata pazzesca. Rimasto solo a Zermatt, Bonatti concepisce il disegno ecceziona­le di salire da solo. Anche se, come lui apertamente ci dice nel suo libro, prende la decisione in relazione all’am­biente giornalistico, che già «pompa» un così clamoroso insuccesso, e in relazione alla paura che qualcuno at­tacchi la «sua» via (per poi riuscire dove Bonatti ha fallito…): questa è una decisione dove l’ideale si sposa perfettamente con il senso pratico, in quanto entrambi sono fuori dal comune. Il 19 febbraio inizia la grande prova di un uomo solo, alle prese con una montagna terribile, nelle peggiori condizioni, solo di fronte alla sua propria terribile volontà.

Reinhold Messner e Walter Bonatti al Piolet d’Or del 2010.

Così, per l’ultima volta si accinge a superare se stesso e apre una nuova dimensione dell’alpinismo, realizzando ciò che mai era stato realizzato: da solo, in inverno, una nuova via sulla parete nord del Cervino. Per quasi una settimana il suo mondo è quello tetro, senza sole, ghiacciato, di quelle rocce instabili e rotte dal gelo. Ma anche questa volta Bonatti ritrova la forza mistica che lo sostiene in queste occasioni e quasi con dolcezza e senza fretta si alza sul muro ghiacciato e disumano. Così racconta il suo passaggio solitario del tratto chiave: «È quasi mezzogiorno quando arrivo all’inizio della Traversata degli Angeli. Le sue rocce, estremamente lisce e compatte, non ricevono che pochi chiodi, sempre malsicuri; inoltre hanno una tale inclinazione da costringermi ai limiti dell’equilibrio. La Traversata degli Angeli stavolta appare ammantata di uno strato di neve instabile che devo ripulire a ogni passo. Se almeno Panei si fosse dimenticato di levare quei pochi chiodi che a malapena ero riuscito a conficcare! Sono centoventi metri di scalata obliqua, quasi orizzontale, su placche ripide, ghiacciate e infide. Roba da angeli, appunto. Queste placche mi impegnano fino a sera. Vi procedo con la massima cautela, a brevi tratti per volta, piantando rari chiodi che hanno un effetto psicologico più che di assicurazione. Poi torno indietro per caricarmi sulle spalle lo zaino, che pare crescere di peso. Procedo insomma con il solito sistema, avanti e indietro, ma essendo in traversata non posso appendermi alla fune».

2 gennaio 2009, casa Cassin, Lecco. Reinhold Messner, Riccardo Cassin e Walter Bonatti al 100° compleanno del grande Riccardo.

Il 23 febbraio è la conclusione, la vetta.

«… Verso mezzogiorno mi sembra di udire, tra le raffiche del vento, delle grida umane. Pochi minuti dopo le voci si ripetono. Non ci sono dubbi: qualcuno è lassù. Ma dove? Sulla cima o su una delle due creste? Allora grido anch’io: “Chi siete? Dove siete?”. Dalla loro risposta saprei orientarmi verso la vetta, perché da dove mi trovo vedo soltanto rocce senza forma. Schiacciato contro quel cielo azzurro-ghiaccio, il Cervino appare senza cima. Ma le voci si perdono nel vento e tutto torna come prima… Sono ancora solo con la mia fatica. Gli sforzi di tutti questi giorni e l’aria sempre più rarefatta appesantiscono il sacco in maniera insopportabile. Mi sembra di essere diventato un personaggio biblico, condannato, per i suoi peccati, a salire eternamente. Verso le tre del pomeriggio, quando mi trovo a soli cinquanta metri dalla vetta, improvvisa e splendente, appare la croce. Il sole l’illumina da sud e la rende incandescente. Rimango quasi abbagliato. Penso alle aureole dei santi. Gli aerei, che finora mi hanno assordato con il loro rombo, sembrano intuire la solennità del momento. Forse per discrezione, si allontanano per un po’ e mi lasciano percorrere gli ultimi metri in silenzio, completamente solo. Come ipnotizzato, stendo le braccia verso la croce, fino a stringere al mio petto il suo scheletro metallico: le ginocchia mi si piegano e piango (Walter Bonatti, I giorni grandi)».

Il primo a tentarne la prima delle a tutt’oggi rarissime ripetizioni sarà Reinhold Messner, di cui sappiamo la forza e il valore. E’ assieme a compagni fortissimi e d’estate, eppure dopo la Traversata degli Angeli è costretto a tornare indietro nella bufera: «Avrei potuto dire che sono tornato perché il tempo era cambiato. Invece ci tengo a dire che sono tornato perché non sono riuscito a passare. Ciò che quell’uomo ha saputo fare da solo su quella parete ha del fantastico e dell’incredibile (Reinhold Messner)».

Ueli Steck, che il 13 gennaio 2009 salirà da solo la via Schmid nel tempo record di 116 minuti, è tra i pochissimi ad aver ripetuto la via Bonatti, anch’egli da solo. E’ il 14 marzo 2006, e impiega il tempo di 25 ore: una buona parte delle quali, per sua stessa ammissione, spesa sulla Traversata degli Angeli!

Da sinistra, Emilio Villa, Mario Bianchi, Walter Bonatti, Andrea Oggioni in partenza per lo Sperone della Punta Walker (seconda ascensione italiana), Grandes Jorasses, 1949.

I GRANDI VIAGGI
Successivamente al ritiro dalle scene dell’alpinismo estremo, Bonatti decide di trasferirsi dalla verticalità delle pareti alle distese del mondo orizzontale: in questa operazione importa nel nuovo campo di gioco le regole etiche che avevano da sempre contraddistinto il suo grande alpinismo, proprio perché le motivazioni di fondo erano le stesse: la ricerca del proprio limite nel confronto leale con la natura selvaggia.

Nando Sampietro, l’allora direttore del settimanale Epoca, era affascinato dall’idea che qualcuno potesse incarnare, nel secolo XX, la mitica figura di viaggiatore ed esploratore di Henry Stanley, una specie di moderno Ulisse, reporter nei luoghi più selvaggi della terra. Bonatti accetta la sfida, interpretando a suo modo quest’idea e rifiutando gli aiuti esterni.

Inizia una grande serie di viaggi esplorativi per la realizzazione di ormai storici reportage per Epoca. La collaborazione con questo settimanale va dal 1965 al 1979. Bonatti, estroso e creativo, non si limita a stupendi servizi fotografici: in alcuni casi realizza imprese rilevanti, exploit esplorativi sempre caratterizzati dall’incontro della natura selvaggia con l’esploratore che non si concede alcun lusso turistico ma ama raccontare un luogo soprattutto inserendo un se stesso quasi primitivo nella storia, con tutte le fatiche e i rischi del caso, rinunciando a mezzi e tecnologie che inevitabilmente riducono le esperienze e gli ambienti. Non c’è quasi luogo su questo pianeta dove Bonatti non sia stato: e ogni volta paesaggio naturale e avventura personale divengono un’unica cosa, quell’esperienza che non è altro che il segreto del suo successo con i lettori.

Bruno Detassis e Walter Bonatti

Nel 1965, tra maggio e agosto, Bonatti (ispirato da Jack London) è in Alaska: valica il Chilkoot Pass sulle tracce della corsa all’oro, poi discende in canoa per 2500 km il fiume Yukon (da Whitehorse a Tanana) e il suo affluente Porcupine, in 30 giorni.

Nel 1966, da aprile a luglio, è la volta dell’Africa equatoriale: in Tanzania sale il Monte Meru e il Kilimanjaro, mentre in Uganda segue il percorso del Duca degli Abruzzi del 1906 e raggiunge la cima del Ruwenzori. Trascorre intere settimane con i kikuyo, i guerrieri delle tribù Masai. Attraversa da solo un territorio selvaggio di 1200 km, convivendo con i coccodrilli e nuotando tra gli ippopotami del Nilo Victoria presso le cascate Murchison, anche per provare la convivenza pacifica con gli animali feroci.

Nel 1967 Bonatti si reca in Venezuela, nell’Alto Orinoco, ed entra in contatto con le popolazioni indigene degli indios Waikas e Makiritares, tentando di raggiungere il Cerro Marahuáca in una vegetazione impenetrabile. Ma il suo scopo principale è quello di individuare la sorgente del rio Marañon nella Cordillera Raura (il fiume andino che con l’Ucayali origina il rio delle Amazzoni). Non gli riesce, anzi è costretto a una rocambolesca discesa del fiume, a piedi, a nuoto e in zattera.

Dal settembre 1968 al gennaio 1969 si reca a Sebanga, nell’isola di Sumatra: quaranta giorni da solo nella giungla per studiare il comportamento della tigre al cospetto dell’uomo. Entra in contatto con i Sakai, una popolazione di aborigeni provenienti originariamente dalle giungle malesi. Sale il Krakatoa, esplorandone a fondo il cratere, ma anche altri vulcani delle isole dell’Indonesia.

Nel 1969, da luglio a novembre è prima in Australia: ne compie il periplo e la traversata sud-nord marciando nel deserto salato del Lago Eyre. Poi visita le isole Marchesi (Polinesia), dove riesce a seguire le tracce del grande romanziere Herman Melville: costui, arruolatosi nel 1841 sulla baleniera Acushnet, aveva disertato con un compagno e aveva raccontato nei suoi romanzi Typee e Omoo le avventure di quella fuga, tra le quali anche la prigionia presso una popolazione cannibale.

Molti critici ritenevano pura invenzione l’impianto del libro. Bonatti nell’isola di Nuku Hiva ritrova i luoghi precisi narrati da Melville e porta quindi interessanti prove della veridicità di tale storia. Infine trascorre un mese fra le statue Moai nell’isola di Pasqua.

L’immane parete del Naso di Zmutt con a sinistra la via di Walter Bonatti del febbraio 1965.

Nell’inverno 1970-1971 in Perù e Cile attraversa il deserto di Atacama e sale sul vulcano Licancabur. Fra le tante esperienze al limite della sopravvivenza: vita sull’isola Mas a Tierra (quella del marinaio Selkirk che ispirò Robinson Crusoe a Daniel Defoe); salita dell’Aconcagua 6957 m, la cima più alta delle Ande; partendo dalla Penisola di Taitao arriva fino alla Laguna di San Rafael, alla testata dello Hielo Continental Sur; col suo compagno Folco Doro Altan, con cui ha già scalato alcune vette patagoniche nel 1958, naviga in canotto lungo l’intero corso del fiume Santa Cruz, dal Lago Viedma fino all’Atlantico, con l’intento di ricordare la prima esplorazione del geografo Francisco Moreno avvenuta nel 1877, seguita a quella nel 1834 del giovane Charles Darwin che aveva dovuto rinunciare all’impresa dopo ventun giorni per le difficoltà incontrate nel risalire con le scialuppe del Beagle l’impetuosa corrente. E infine la settimana passata in totale isolamento nella tempestosa isola di capo Horn.

Dal dicembre 1971 al gennaio 1972, e poi da aprile a giugno, doppio viaggio in Africa: in Burundi tra i pigmei Batua, poi alle più remote sorgenti del Nilo. A Ujiji ritrova il mango sotto il quale s’incontrarono Livingstone e Stanley, poi scala il Ras Dashan in Etiopia. In Namibia va alla ricerca dei gorilla dei Monti Virunga, poi assieme ai pigmei dell’Ituri cerca e raggiunge le sorgenti del fiume Congo. Memorabile il reportage sulla discesa nel cratere del vulcano attivo Nyiragongo (Zaire), al cui fondo trova un lago di lava ribollente.
Nel 1973 decide di ripercorrere un celebre itinerario fluviale nelle regioni dell’Amazzonia venezuelana, quello compiuto tra il 1799 e il 1804 dal barone Alexander von Humboldt, descritto nei trenta volumi del Viaggio nelle regioni equinoziali del Nuovo Continente. L’avventura durerà due mesi e si snoderà lungo i corsi d’acqua Adabapo, Casiquiare, Padamo ed il grande Orinoco, a bordo di diverse imbarcazioni in uso nella zona. Le impressioni che ne ricaverà Bonatti sono sorprendentemente simili a quelle che Humboldt riportava 174 anni prima nel suo diario.

Nel 1974 è in Nuova Guinea tra i Dani, dove vede e fotografa il mitico Puncak Trikora, l’ex Wilhelmina Peak, secondamontagna della Nuova Guinea indonesiana. Nel 1975 in Venezuela, sulle tracce de Il mondo perduto di Conan Doyle, tenta di scalare il Salto Angel dell’Auyàn Tepuy. Trasportato in elicottero sull’altopiano, non riesce a raggiungere l’orlo della parete per scendere nel baratro. Dopo 12 giorni viene salvato dall’elicottero.

Walter Bonatti fotografato dal compagno Luigi Bignami sugli strapiombi di Furggen durante la prima invernale (20-21 marzo 1953). Foto tratta dal libro di Alfonso Bernardi Il gran Cervino.

Da novembre a dicembre 1976 è in Antartide, dove esplora le Valli Secche McMurdo, con Carlo Stocchino, oceanografo e meteorologo del CNR, leader della spedizione, il tecnico elettronico Ivo Di Menno, l’ammiraglio Enrico Rossi, idrografo e ufficiale di Stato Maggiore della Marina Italiana e l’alpinista neozelandese Gary Ball.

Nel 1978 torna in Sudamerica, alla ricerca delle sorgenti del rio delle Amazzoni, questa volta nella stagione secca. Esplora la sorgente dell’Urubamba, poi le montagne della Cordillera Chila e della Quebrada Huarajo dalle quali nasce il rio Apurimac (alto Ucayali). Trova che la sorgente del rio delle Amazzoni identificata dagli americani con una targa è solo una pozza: e così scopre una sorgente assai più copiosa qualche km più lontano. Dopo aver scalato l’anticima del Cerro Yarupa riprende il percorso (da lui interrotto nel 1967) del grande rio Marañon raggiungendo finalmente Iquitos.

Nel 1985-1986, con Melchiorre Foresti ed Elio Sangiovanni, ritorna in Patagonia a ovest dello Hielo Continental, con l’intento di compiere una spedizione in completa autonomia, procurandosi il cibo lungo il percorso e senza utilizzare mezzi di trasporto. Ma le difficoltà si fanno insuperabili risultando impossibile procurarsi il cibo senza contravvenire ai divieti di caccia imposti dalle autorità (non potendo vivere di pesca perché tutte le acque della Patagonia sono prive di qualsiasi forma di vita). I tre componenti del gruppo sono costretti a rinunciare a proseguire con il loro proposito originario e la spedizione assumerà per forza di cose caratteristiche alpinistiche, impegnandosi nella salita ad una vetta inviolata, alla quale verrà conferito il nome di Punta Giorgio Casari, in ricordo di un amico scomparso. Altri suoi viaggi notevoli sono quelli del marzo 1986, quando nel Sahara algerino attraversa il Tassili e l’Hoggar, e del febbraio 1987, quando attraversa l’Alto e il Medio Atlante marocchino. Sono da ricordare alcuni suoi servizi per la rivista Airone.

Nell’inverno 1987-1988 tenta la vetta patagonica del San Lorenzo, ma sull’anticima lo blocca il maltempo. Negli ultimi dieci anni sono frequenti i viaggi in compagnia dell’inseparabile Rossana Podestà. Nel 2008 sale alcuni vulcani nella penisola della Kamtchatka, estremo lembo della Siberia sullo stretto di Bering; nel 2009 effettua un trekking nella parte sud del Madagascar; nel 2011, piuttosto provato, compie il suo ultimo viaggio: 3.800 km sull’altopiano Gilf Kebir, tra Libia, Sudan ed Egitto.

Alessandro Gogna in arrampicata sulla via Bonatti alla Chandelle, 11 agosto 1988.

GLI ULTIMI ANNI
Nella sua attività di conferenziere di regola si limita al racconto delle imprese e dei viaggi, avendo cura di evitare commenti sul contenzioso K2, cui dedica invece ampi spazi nei propri libri, considerandolo troppo complesso da poter essere esaurito nel breve spazio di una serata.

Inoltre Bonatti, per protesta nei confronti dell’ufficialità e della stampa a lui ostili nelle vicende del K2, per decenni nega la sua partecipazione a trasmissioni televisive e altri eventi pubblici. Solo con la revisione finale del 2008 riappare in pubblico (a Che tempo che fa, RAITre, il 17 gennaio 2009).

Sposato dal 1972 al 1979 con Giulia Carron-Ceva, per lungo tempo (dal 1980 fino alla fine) è compagno dell’attrice Rossana Podestà. Questa aveva rilasciato un’intervista in cui diceva che avrebbe scelto un uomo come Walter Bonatti per fuggire su un’isola deserta. Lui, reduce dal divorzio, le scrive. I due quindi s’incontrano a Roma dandosi appuntamento all’Ara Coeli e si aspettano per quasi due ore: lei all’Ara Coeli, lui, che ha confuso i monumenti, davanti all’Altare della Patria. E’ famosa la frase di Rossana, dopo averlo trovato: «Che razza di esploratore sei che non riesci a trovare una persona a Roma?». La coppia si trasferirà successivamente a vivere a Dubino (in provincia di Sondrio), nella parte alta del paese, in un casale al limitare dei boschi.

Quando nel corso dell’estate 2011 a Bonatti è diagnosticato un incurabile cancro al pancreas, Rossana Podestà sceglie di tenergli nascosta la notizia per timore di un suicidio. La leggenda dell’alpinismo planetario si spegne a Roma nella notte tra il 13 e il 14 settembre 2011, all’età di 81 anni. Rossana non è al capezzale, allontanata dal personale medico per la mancanza di un documento di matrimonio. Ma il 10 dicembre 2013 la coppia si riunisce ancora…

La bellezza della residenza di Dubino, arricchita dal buon gusto dei padroni, dai mille oggetti trovati nei tanti viaggi e dalla ricchissima documentazione di libri e immagini di Walter, dopo la loro scomparsa avrebbe dovuto diventare un grande museo a disposizione di tutti. E invece non si è trovato il modo, perché la nostra attenzione oggi è colpevolmente assai distratta. Solo gli appunti, i filmati, i libri e le foto hanno potuto trovare degna ospitalità al Museo Nazionale della Montagna di Torino.

Fulvio Scotto sulla via Bonatti alla Corna di Medale, 30 ottobre 1982.

I COMPAGNI, A VOLTE I RIVALI
Sono molte le figure importanti di cui sarebbe necessario parlare. Volutamente tralasciamo quelle di Ardito Desio, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, responsabili del suo malessere di una vita; ma anche quella di Cesare Maestri, il nemico “a distanza” e di Michel Vaucher, suo compagno per una volta sola, sia pur ben significativa.

Michel Darbellay
Citiamo Michel Darbellay come rivale di Walter Bonatti, perché è stato il primo a salire da solo la parete nord dell’Eiger, quella parete che Bonatti giusto un giorno prima aveva tentato, anche lui da solo. Bonatti parte il 31 luglio 1963, giunge in giornata sopra al secondo nevaio, ma è investito da una frana in seguito alla quale riporta la frattura di una costola. Bivacca lì per la notte, ma il giorno seguente, a causa della frattura e del dolore che essa gli procura, si ritira dalla parete, arrivando a valle per mezzogiorno. Dove dichiara: “Nessuna montagna vale la vita”.

L’impresa di quei giorni 2 e 3 agosto 1963, amplificata dal tentativo di Bonatti, rimbalza il 28enne Darbellay sulle prime pagine del mondo intero, e presto diviene una guida assai ricercata.

Ma lui non se ne vanterà mai, per gli stessi motivi per i quali su una vetta non si preoccupa mai di scattare fotografie. E’ prudente, e spesso ripete: “Non abbiamo il diritto di cadere!”.

Prima di partire per la Nord dell’Eiger da solo aveva detto alla mamma che andava a raccogliere un po’ di albicocche: e per ciò che riguarda la salita, lui ricorderà di continuo quanto fosse felice, vicino all’euforia, sospeso nel vuoto, senza alcuna incertezza all’orizzonte.

Nato il 21 agosto 1934 a Orsières (Vallese, Svizzera), frequenta la montagna fin dalla più giovane età con il padre e i fratelli. Dai 15 anni ai 22 pratica un alpinismo classico, necessaria gavetta per progetti impegnativi. Si distingue per la grande velocità (parete nord del Cervino in 6 ore, pilier Bonatti al Dru in 12 ore, parete nord del Fletschhorn in 3 ore, via Ratti-Vitali all’Aiguille Noire de Peutérey in 6 ore), Darbellay diventa guida alpina e maestro di sci a Verbier.

Muore a Martigny l’11 giugno 2014, grande esempio di un alpinismo che a volte ci sembra vada a scomparire.

Urdukas (Baltoro), 21 luglio 2004. Alessandro Gogna sulla fessura-camino salita da Bonatti in solitaria nel 1954.

René Desmaison
Coetaneo di Bonatti, e come lui segnato da numerose polemiche nella sua carriera alpinistica, René Desmaison nasce a Bourdeilles (Dordogne, Aquitania) il 14 aprile 1930. Scopre la montagna durante il servizio militare a Briançon. Tornato a Parigi si mette a fare vari lavori, prima commesso in un negozio di articoli sportivi poi venditore di trapani. Nel 1953 sposa Odette de Roquebrune, da cui avrà Sylvie, Mireille e Pascal. Sono anni difficili, in realtà non s’impegna in lavori più stabili perché l’unica sua aspirazione è quella di arrampicare e andare in montagna.

La prima fase della sua carriera alpinistica è strettamente legata a Jean Couzy, con il quale crea una cordata formidabile. I due ottengono una serie di successi di assoluto rilievo, tra i quali spiccano la parete ovest del Petit Dru (1955), la prima salita della cresta nord dell’Aiguille Noire de Peutérey (1956), la prima salita della Direttissima della parete nord-ovest del Pic d’Olan (1956), la prima invernale della parete ovest del Dru (inverno del 1957), una nuova via sulla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey (1957) e la prima salita dello Sperone Margherita sulla parete nord delle Grandes Jorasses (1958). La morte prematura di Jean Couzy nell’autunno del 1958 pone fine a una cordata che avrebbe senza alcun dubbio garantito una lunga serie di exploit incredibili.

Campo base del Gasherbrum IV, 1958. Da sinistra, Walter Bonatti, Riccardo Cassin e Carlo Mauri.

Con la trafila di successi conseguiti assieme a Couzy, Desmaison si avvia a essere considerato nel decennio successivo uno dei maggiori esponenti dell’alpinismo mondiale, alla pari di Walter Bonatti. Desmaison ha il carattere di un lottatore indomito, è tenace, spesso irriducibile: dotato di qualità fisiche fuori dal comune non ha neppure quei peli sulla lingua a volte necessari per non dilatare inutilmente la polemica.

Nel 1959 s picca per bellezza ed eleganza d’esecuzione la via dedicata a Jean Couzy sulla Nord della Cima Ovest di Lavaredo, già tentata con lui l’anno prima. Con Pierre Mazeaud, dopo tre o quattro giorni di attrezzatura, il 6 luglio attaccano decisi a non scendere ed escono in vetta l’11, seguiti dai compagni Pierre Kohlmann e Bernard Lagesse. Usano 300 chiodi e 15 a pressione: qui forse fa la sua comparsa l’A4, una nuova frontiera che verrà spostata poco più tardi nello Yosemite californiano, con l’introduzione dell’A5.

Agli inizi degli anni ’60, René si separa dalla moglie e si sposa con l’attrice Simone Damiani, già madre di due figlie, Josette e Nöelle. Questa donna, fin da subito, lo introduce nel mondo dello spettacolo, favorendo perciò quella mediatizzazione che sarà tipica del decennio e vedrà in René e Walter i massimi esponenti. In questo modo dunque Desmaison si affranca dal suo lavoretto sgradito e precario, diventa guida alpina, professore all’ENSA, consulente tecnico di materiale da montagna: una star del teatro alpinistico.

Walter Bonatti festeggiato a Cervinia al ritorno dalla sua grande e ultima impresa sulla Nord del Cervino. A sinistra di Bonatti la campionessa di sci Giuliana Minuzzo, a destra Camillo Pellissier. Foto: Mondadori Portfolio/Sergio Del Grande.

Assieme a Jean Puiseux, Georges Payot e Fernand Audibert nell’inverno del 1961 sale la via Gervasutti sulla parete nord del Pic d’Olan impiegando quattro giorni e tre bivacchi. Segue la vittoriosa spedizione francese del 1962 al difficile Jannu 7710 m (Himalaya del Nepal): Desmaison giunge in vetta il 27 aprile, assieme a Robert Paragot, Paul Keller e lo sherpa Gyalzen Mitchu.

Grande è l’exploit della seconda salita invernale, in compagnia di Jaques Batkin, dello sperone Walker alle Grandes Jorasses (1963): la prima gli è stata appena “soffiata” qualche giorno prima da Bonatti e Zappelli.

Lo vediamo poi in numerosa compagnia, il 28 e 29 luglio 1961, dietro agli inglesi Chris Bonington e Don Whillans, nella seconda ascensione del Pilone Centrale di Frêney del Monte Bianco, ancora sulle tracce del rivale Bonatti, due settimane dopo la tragedia. E non stiamo a elencare altre prime nel Monte Bianco e nel Massif des Écrins per esigenze di spazio.

Segue una impresa solitaria di assoluto rilievo, ossia la salita della parete ovest del Petit Dru; qualche anno dopo, nel 1966, l’alpinista francese tornerà nuovamente su quella parete, questa volta per trarre in salvo, insieme a Gary Hemming, due tedeschi in difficoltà. Questa operazione di salvataggio estremamente difficile e pericolosa provocherà penose e assurde polemiche nei suoi confronti, che gli costano l’esclusione dalla Società delle guide di Chamonix. Ciò provocherà a catena il non essere invitato alla spedizione nazionale al Makalu del 1971. Quanto a solitarie, non possiamo non ricordare la prima sulla Ovest dell’Aiguille de Blaitière (via Brown, 6-7 luglio 1970).

Si susseguono anche i suoi successi invernali, regolarmente documentati dai settimanali. Dal 4 al 7 febbraio 1964 è con Georges Payot sul fantastico versante Nant Blanc dell’Aiguille Verte, fino all’apoteosi del febbraio 1967, quando dall’1 al 6 con Robert Flematty compie la prima invernale del Pilone Centrale del Frêney, un’impresa da molti considerata impossibile.

L’attacco della via Bonatti-Oggioni al Pilastro Rosso di Brouillard. Foto: Ugo Manera.

Nel gennaio 1968 Desmaison compie un passo mediatico epocale: collegarsi con il pubblico via radio durante un’altra mirabolante impresa, dal 17 al 25 gennaio, il Linceul alle Grandes Jorasses. È il primo al mondo a farlo, più di trent’anni prima dei telefoni satellitari e di internet. Con tecnica non ancora così evoluta come l’attuale superano muri di ghiaccio fino a 75° e, per una bufera, rimangono tre giorni bloccati nella loro tendina.

Nell’inverno del 1971, Desmaison tenta di aprire una via diretta sulla parete nord delle Grandes Jorasses, alla Punta Walker, insieme a Serge Gousseault. La cordata, dopo dodici giorni di battaglia in parete, rimane bloccata a ottanta metri dalla cima. Ciò causa la morte per sfinimento di Serge Gousseault, mentre Desmaison resiste per altri tre giorni, 342 ore in totale in parete, finché non viene recuperato con una delicata operazione di salvataggio. La ripresa dalla durissima esperienza vissuta sulle Jorasses nel ’71 sarà molto lunga e si completerà solo nel 1972, quando l’indomabile alpinista francese percorre con disinvoltura la cresta integrale di Peuterey in solitaria (10-12 agosto). Quanto alla via nuova sulle Jorasses la completa nel 1973 assieme a Giorgio Bertone e Michel Claret.

Nel 1988 ha termine il suo matrimonio con Simone: nel 1991, dalla sua nuova compagna Caroline Bernaud, ha un’altra figlia, Aurélie. Dunque Desmaison è ancora papà a 61 anni!

René Desmaison scrive vari libri in cui racconta le sue avventure, La montagne à mains nues (1971), 342 heures dans les Grandes Jorasses (1973), Professionnel du vide (1979), Les Andes vertigineuses (1983), Au royaume des montagnes (1992), Pérou-Équateur (1993), Les forces de la montagne (2005). Desmaison, dopo circa un migliaio di ascensioni, tra cui 114 prime, si mette finalmente a riposo nella sua nuova casa nel Sud della Francia, sulle colline del Luberon. Muore a Marsiglia, dopo lunga malattia, il 28 settembre 2007.

Franco Perlotto e Walter Bonatti

Roberto Gallieni
La figura dell’ingegnere Roberto Gallieni, nato a Milano nel 1929, è indissolubilmente legata a quelle di Walter Bonatti e Andrea Oggioni che si legarono l’ultima volta alla stessa corda in occasione del tragico tentativo di salita del Monte Bianco lungo il Pilone Centrale del Frêney. Roberto Gallieni non è soltanto “cliente”, amico e compagno di cordata di Walter Bonatti, ma fa salite anche con i più noti alpinisti lecchesi fra cui Carlo Mauri, Gigi Det Alippi e Dino Piazza. Proprietario di una grande fabbrica di cravatte, Gallieni con Bonatti compie numerose salite nelle Alpi occidentali fra cui la cresta sud dell’Aiguille Noire, la parete est del Grand Capucin, la via della Poire e della Sentinella Rossa al Monte Bianco e la parete nord-est della Grivola, nonché le prime ascensioni della Chandelle du Tacul per la parete sud-est e del contrafforte centrale sud-est del Mont Maudit: ad alcune di queste salite partecipa Andrea Oggioni. Inoltre, con Mauri e Oggioni, Gallieni compie la seconda ascensione invernale della via Burgasser-Leisz sulla parete sud del Dente del Gigante.

Nonostante il fisico prestante, Roberto Gallieni non si considera all’altezza dei suoi compagni di cordata e così ogni mattina arriva nella sua casa di Milano, in via Vittorio Veneto 22, il signor Ermanno Patorno, allenatore della squadra nazionale femminile di nuoto, per fargli fare un’ora di ginnastica. L’allenamento è tale da permettergli di compiere in Dolomiti trenta salite in trenta giorni. Tali sono la determinazione e la resistenza di Gallieni da farlo definire affettuosamente da Gigi Det Alippi “un trattore con la ridotta”.

La riservatezza di Roberto Gallieni, soprattutto per non preoccupare i famigliari, è tale da spingerlo a coniare lo pseudonimo di “Ing. Giuseppe Brambilla” che utilizza in diverse occasioni soprattutto nei rapporti con la stampa. Ciò trova conferma nella telefonata di Roberto Gallieni al Det Alippi in occasione del tentativo alla parete nord del Cervino “Mi trovo in Sardegna per lavoro, andiamo subito alla Nord del Cervino? Ho preparato tutto, anche le sette lettere per mia moglie, così che per una settimana è tranquilla: ho incaricato il mio cliente di spedirgliene una al giorno. Prendo l’aereo e a mezzogiorno sono a Lecco, alla sera possiamo essere al rifugio Hörnli: ti va?”. Il tentativo non potrà aver luogo per la gran quantità di neve fresca, così Det Alippi e Gallieni salgono la cresta di Zmutt e poi la parte alta della parete ovest del Cervino seguendo il percorso della via Ottin-Daguin. Roberto Gallieni muore il 15 maggio 1991 in un incidente automobilistico nei pressi di Verona.

Walter Bonatti e Andrea Oggioni

Carlo Mauri
Nasce a Lecco il 25 marzo 1930. Ragno di Lecco, dopo le prime ascensioni effettuate sull’arco Alpino, tra le quali spiccano le invernali alle Lavaredo assieme a Bonatti ma soprattutto la prima solitaria della via della Poire sul versante della Brenva del Monte Bianco nel 1959, Mauri è protagonista di numerose spedizioni. Oltre al già citato Gasherbrum IV: nel 1956, con Alberto Maria de Agostini per raggiungere la vetta del Monte Sarmiento nella Terra del Fuoco; nel 1969 e successivamente nel 1970 con Thor Heyerdahl, fa parte dell’equipaggio del Ra, natante interamente costruito in papiro, con il quale attraversa l’Oceano Atlantico.

Seguendo un po’ la carriera avviata dal Bonatti esploratore, successivamente all’avventura del Ra, avvia altre avventure per tutto il pianeta: nel 1972-73 ripercorre a dorso di cavallo, assieme al figlio quattordicenne Luca, le orme de Il Milione, la Via della seta da Venezia a Pechino; poi in Patagonia e al rio delle Amazzoni, luoghi in cui realizza numerosi documentari e reportage giornalistici, alcuni dei quali per la RAI. Sempre con Heyerdahl partecipa alla spedizione del Tigris nel 1977. La sua carriera alpinistica è inficiata da un incidente a una gamba: Mauri è affetto da pseudoartrosi infetta della tibia sinistra risoltasi con una riduzione di 4 cm dopo tre interventi tradizionali. Nel 1980 è il primo italiano a farsi operare con la tecnica dell’apparato di Ilizarov di distrazione osteogenetica presso il professor Gavriil Abramovič Ilizarov. Dopo sei mesi di terapia riesce a recuperare i 4 centimetri persi. Muore per un improvviso infarto cardiaco il 31 maggio 1982 mentre sale la via ferrata del Pizzo d’Erna, sopra a Lecco.

Da sinistra, Bonatti, Oggioni, XX ai Piani dei Resinelli

Pierre Mazeaud
Nasce a Lione il 24 agosto 1929. Avvicinato alla montagna dal padre, valente alpinista, dopo essersi fatto le ossa in Delfinato, nel 1958 approda alle Dolomiti dove l’anno seguente con René Desmaison apre in più giorni la famosa via Couzy alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo.

Sopravvissuto nel luglio 1961 alla grande tragedia del Pilone Centrale del Frêney, Mazeaud diventa grande amico di Bonatti: con lui apre una bella via nuova alle Petites Jorasses (1962). Grande partigiano di un alpinismo senza frontiere, arrampica con i più grandi talenti di quegli anni: infatti, nel 1965, con Roberto Sorgato e Ignazio Piussi apre sulla Punta Tissi (Civetta) la via del Miracolo.

Di Mazeaud va ricordato anche l’intenso impegno in politica: è stato ministro per la gioventù e lo sport, membro dell’Assemblea nazionale e deputato dell’Haute-Savoie. Tra i suoi libri ricordiamo: Le Pilier du Frêney, 1965; La montagna è una parte di me (Tamari, Bologna 1967), Montagne pour un homme nu, (Arthaud, 1971); Everest ‘78 (Denoél ,1978); Nanga Parbat montagne cruelle (Denoél, 1982); Des cailloux et des morches ou échec à l’Himalaya (Orban, 1985). È accademico del CAI e del Groupe de Haute Montagne.

Da sinistra, Bonatti, Villa e Oggioni dopo la Ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, 1949.

Andrea Oggioni
Nasce a Villasanta (Monza) il 20 luglio 1930. Si forma sulle pareti della Grigna, poi in Dolomiti con l’amico Josve Aiazzi, quindi assieme a Walter Bonatti sul massiccio del Monte Bianco. Si impone subito come uno dei più forti alpinisti italiani, diventando il più giovane “accademico” del CAI. Di carattere sereno e gioviale è famoso per la sua capacità di non lasciarsi mai scoraggiare. Durante la prima al Pilastro Rosso di Brouillard confida al compagno Bonatti: «Ho passato una notte veramente tranquilla. Non che me ne fossi infischiato del maltempo, ma c’eri già tu a preoccupartene. Era dunque inutile che anch’io stessi in ansia. E dopo tutto, non c’è rimedio!».

Poco prima del tragico tentativo al Pilone Centrale del Frêney è ancora con l’amico Walter nella prima ascensione del Nevado Rondoy Nord (Ande di Huayhuash, Perù).

Come per Riccardo Cassin, o per Maestri e Bonatti, anche per Oggioni ci sono cime negategli con discutibili motivazioni da Desio e dal CAI: il K2 e il Gasherbrum IV.

Muore il 16 luglio 1961, a soli trentun anni, di notte al Colle dell’Innominata, a un’ora dalla salvezza della Capanna Gamba, dove le squadre di soccorso stanno riposando. “Non ce la faccio più”, sono le sue ultime parole: ha speso tutto se stesso per aiutare i compagni.

Dal 1948 al 1961 Andrea Oggioni è solito annotare in un diario le sue impressioni, poi pubblicate postume nel marzo 1964 con il titolo Le mani sulla roccia, Tamari Editori. Inoltre, assieme all’amico Aiazzi, è protagonista del film La Grignetta di Renato Gaudioso (1953).

Da sinistra, Andrea Oggioni, Riccardo Cassin e Walter Bonatti

Cosimo Zappelli
Nasce a Viareggio il 23 febbraio 1934. Infermiere diplomato, esercita la professione di guida alpina e maestro di sci. Divulgatore, fotografo e collaboratore di diverse case editrici viene travolto assieme al cliente Stefano Fazio da una frana il 7 settembre 1990 sul Pic Gamba, nel massiccio del Monte Bianco.

Dopo le imprese con Bonatti alla Nord e alla Est-sud-est del Grand Pilier d’Angle, con lo stesso scala per la prima volta in inverno la via Cassin sullo sperone Walker delle Grandes Jorasses: «L’impresa sulle Jorasses ci ha uniti e ha reso profonda la nostra amicizia», ha detto Bonatti profondamente commosso ai funerali.

Diventato guida nel 1964, compie numerose altre ascensioni nel gruppo del Monte Bianco, tra cui lo sperone est e la Pointe de l’Androsace del Mont Maudit nel 1964, la via diretta per lo spigolo sud-est dell’Aiguille Croux nel 1967, il primo percorso integrale della cresta di Brouillard nel 1973, le prime invernali della parete nord del Dente del Gigante (1964) e della cresta di Tronchey alle Grandes Jorasses nel 1973. Nel 1974 partecipa a una spedizione al Caucaso Centrale con le guide di Courmayeur. In seguito scala montagne nell’Africa equatoriale, nell’Iran, nell’Himalaya e nel Nepal.

Poco prima di morire Zappelli dà alle stampe un Manuale sul soccorso alpino, testo di fondamentale interesse. Ma l’argomento non gli è nuovo: con Görlich aveva già pubblicato SOS in montagna (1975). Altri suoi libri: Alti sentieri attorno al Monte Bianco (Tamari, 1969), Alpinismo su roccia e ghiaccio (Istituto Geografico De Agostini, 1970) e Guida non è solo un mestiere (Tamari, 1976). Il suo testamento è il libro Una ragione di vita (Giunti, 1990).

Tessera della Pel e Os di Monza

HANNO DETTO DI LUI
Riferendosi alla conquista della Est del Grand Capucin: «la più grande impresa su roccia realizzata fino ad oggi, un’impresa di cui l’alpinismo italiano può andare fiero (Gaston Rébuffat)» ma anche: «La prima salita della parete est del Grand Capucin ha tolto la stessa ipoteca che era stata tolta per il calcare venti anni prima sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. Ormai si è affermata l’opinione che non vi sia conformazione granitica anche estremamente ripida che non possa essere superata con una tecnica adeguata, a condizione di impiegarvi il tempo ed i mezzi necessari. Si devono sempre trovare fessure chiodabili, quando si abbia una certa abitudine nella scelta dei passaggi (Jean Couzy)». «Io credo che la nitidezza che c’è in alta quota chiunque è andato in montagna l’ha ben presente, quanto tu vedi che il profilo della roccia e il cielo azzurro dietro sono smaglianti e inequivocabili. Ecco, quella nitidezza è quello che lascia Walter. È bello perché è luce (Michele Serra in Al di là delle nuvole)».

Il saccone usato da Walter Bonatti nella sua solitaria al Dru, 1955.

APPARATI
I suoi giorni grandi
1949
*inverno, Torrione Brassamonti, parete est, via Bonatti, prima ascensione, con compagno;

*inverno, Torrione Alben (Prealpi Bergamasche), via Bonatti, prima ascensione, prima invernale, con Camillo Barzaghi;

*data esatta sconosciuta, Torrione Magnaghi Centrale (Grignetta), parete sud, via Ruchin, seconda ascensione, con Andrea Oggioni e Josve Aiazzi;

*data esatta sconosciuta, Torrione Magnaghi Meridionale, parete ovest, via Clara, prima ascensione, con Camillo Barzaghi;

*data esatta sconosciuta, Torrione Magnaghi Meridionale, parete nord-ovest, via Marinella, seconda ascensione, con Camillo Barzaghi;

* data esatta sconosciuta, Nibbio (Grignetta), parete est, via Antonio Sant’Elia, seconda ascensione, con Andrea Oggioni e Josve Aiazzi;

*27-29 giugno, Croz dell’Altissimo (Dolomiti di Brenta), parete sud-ovest, via Oppio-Colnaghi-Guidi, seconda ascensione, con Andrea Oggioni e Josve Aiazzi;

*22-23 luglio, Pizzo Badile (Alpi Retiche), parete nord-ovest, via Bramani-Castiglioni, terza ascensione, con Camillo Barzaghi;

*13-14 agosto, Aiguille Noire de Peutérey (Monte Bianco), parete ovest, via Ratti-Vitali, quarta ascensione, con Andrea Oggioni ed Emilio Villa;

*17-19 agosto, Grandes Jorasses (Monte Bianco), parete nord, via Cassin, sesta ascensione, con Andrea Oggioni, Emilio Villa e Mario Bianchi;

*4 settembre, Punta di Campiglio occidentale (Dolomiti di Brenta), via Detassis-Ruffo, seconda ascensione, con Andrea Oggioni e Josve Aiazzi;

*6 settembre, Punta di Campiglio orientale (Dolomiti di Brenta), parete sud, via 50° CAI Monza, prima ascensione, con Andrea Oggioni e Josve Aiazzi;

*24 settembre, Bastionata del Resegone (Prealpi Bergamasche), via Giuseppina, prima ascensione, con Camillo Barzaghi e Carlo Casati;

*13 novembre, Punta Stoppani (Prealpi Bergamasche), camino sud, prima ascensione, con Camillo Barzaghi e Carlo Casati;

La parete sud della Tofana di Rozes, dove Bonatti il 28 agosto 1952 tracciò la via della Tridentina con Pietro Contini.


1950
*data esatta sconosciuta, Ago Teresita (Grignetta), diedro Bonatti, prima ascensione, con Carlo Casati;

*data esatta sconosciuta, Pizzo Varrone (Alpi Orobie), spigolo nord-est, prima ascensione, con Carlo Casati;

*30 giugno-2 luglio, Pizzo Céngalo (Alpi Retiche), sperone nord-ovest, via Gaiser-Lehmann, terza ascensione, prima italiana, con Carlo Casati;

*6-7 agosto, Punta Sant’Anna (Alpi Retiche), spigolo nord, prima ascensione, con Piero Nava;

*18 settembre, Corna di Medale (Grignetta), pilastro sud-ovest, prima ascensione, con Carlo Casati;

Il Petit Dru con il Pilastro Bonatti, prima che lo distruggessero i crolli.

1951
*data esatta sconosciuta, Croz del Rifugio (Alpi Cozie), parete sud, via Bonatti, prima ascensione, con compagno;

*20-23 luglio, Grand Capucin (Monte Bianco), parete est, prima ascensione, con Luciano Ghigo;

1952
*data esatta sconosciuta, Torre Costanza (Grignetta), parete sud-ovest, prima ascensione, con Gaetano Maggini (o Camillo Barzaghi?);

*data esatta sconosciuta, Bastionata del Resegone, parete sud, via Bonatti, prima ascensione, con Adelino Bombardieri;

*17 luglio, Grandes Jorasses, Pointe Young (Monte Bianco), parete sud, prima ascensione, con Enrico Peyronel;

*28 agosto, Tofana di Rozes (Dolomiti), parete sud, via della Tridentina, prima ascensione, con Pietro Contini;

L’impressionante terreno di lotta della via Bonatti d’inverno. Catherine Destivelle, sola, è riuscita nell’impresa di ripetere l’exploit di Bonatti dal 10 al 13 marzo 1994. Archivio Catherine Destivelle.

1953
*22-24 febbraio, Cima Ovest di Lavaredo (Dolomiti), parete nord, via Cassin, prima invernale, con Carlo Mauri;

*27 febbraio, Cima Grande di Lavaredo (Dolomiti), parete nord, via Comici, seconda invernale, con Carlo Mauri;

*20-21 marzo, Cervino (Alpi Pennine), cresta di Furggen integrale, prima invernale, con Roberto Bignami;

*24 maggio, Punta Fiorelli (Alpi Retiche), parete nord-ovest, prima ascensione, con Roberto Bignami;

*7 giugno, Picco Luigi Amedeo (Alpi Retiche), spigolo sud-sud-ovest, prima ascensione, con Roberto Bignami;

*21 giugno, Torrione Est del Monte di Zocca (Alpi Retiche), spigolo nord-est, prima ascensione, con Roberto Bignami;

*28 giugno, Punta Walter Paganini (Alpi Retiche), parete ovest (via Bonatti-Sacchi), prima ascensione, con Pericle Sacchi;

*6 settembre, Pizzo Palù Centrale (Bernina), parete nord, via Feutl-Dobiasch, terza ascensione, con Roberto Bignami;

1954
*18 novembre, Torre Bignami (Presanella), parete sud-est, prima ascensione, con Giordano Cunaccia, Clemente Maffei ed Enzo Violi;

1958, celebrazione del ventennale delle prime ascensioni della parete nord dell’Eiger e della direttissima delle Grandes Jorasses (sperone punta Walker): Riccardo Cassin riceve il premio. Anderl Heckmair subito dietro in giacca grigia; vicino al tavolo Guido Tonella, Bruno Biondo (al microfono). Ultimo in fondo, Walter Bonatti.

1955
*5 luglio, Pic Coolidge (Delfinato), parete nord-est, prima ascensione, con Laura Bizzarri;

*17-22 agosto, Petit Dru (Monte Bianco), pilier sud-ovest (Bonatti), prima ascensione, prima solitaria;

1956
*14 marzo-18 maggio, Traversata scialpinistica delle Alpi, 1795 km, 73.193 m di dislivello, prima traversata, con Lorenzo Longo, Bruno e Catullo Detassis, Alberto Righini e altri compagni saltuari (Alfredo Guy e Luigi Dematteis);

*25-26 dicembre, Monte Bianco, versante Brenva, sperone Moore, terza invernale, con Silvano Gheser, Jean Vincendon e François Henry;

1957
*1-3 agosto, Grand Pilier d’Angle (Monte Bianco), parete est, via Bonatti-Gobbi, prima ascensione, con Toni Gobbi;

*11-12 settembre, Monte Bianco, via della Poire, decima ascensione, con Marcello Bareux;

1958
*4 febbraio, Cerro Francisco Moreno 3393 m (Patagonia), sperone est, prima ascensione assoluta, con Carlo Mauri, Folco Doro Altan e René Eggmann;

*7 febbraio, Cerro Adela Central 2938 m (Patagonia), canalone ovest-sud-ovest, prima ascensione assoluta; continuazione per cresta al Cerro Adela Sur 2840 m, El Ñato 2807 m, El Doblado 2665 m, fino al Cerro Grande 2751 m e al Cerro Luca (prima assoluta), prima traversata, con Carlo Mauri;

*6 agosto, Gasherbrum IV (Karakorum), spedizione nazionale Cassin, prima ascensione assoluta, con Carlo Mauri;

1958, Trento, Piazza Dante, fiaccolata in onore dei conquistatori del Gasherbrum IV. Da sinistra, Riccardo Cassin (capo-spedizione), xx, Walter Bonatti, Carlo Mauri.

1959
*data esatta sconosciuta, Dito del Diavolo (Monti Sibillini), settore sud, via del Tetto, prima ascensione in libera;

*estate, Mont Maudit(Monte Bianco), versante sud-est, via Cretier, terza ascensione, con compagno/i;

*19 giugno, Petit Greuvetta (Monte Bianco), parete ovest, prima ascensione, con Andrea Oggioni e Bruno Ferrario;

*5-6 luglio, Pilastro Rosso del Brouillard (Monte Bianco), via Bonatti-Oggioni, prima ascensione, con Andrea Oggioni;

*6-7 agosto, Mont Maudit, contrafforte sud-est, via Bonatti, prima ascensione, con Andrea Oggioni e Roberto Gallieni;

*13 settembre, Monte Bianco, versante Brenva, via Major, prima solitaria;

*19 settembre, Monte Bianco, via Frendo-Roch-Sarthou, seconda ascensione, con I. Gargaglia (o Guargaglia);

*20 settembre, Spalla sud-ovest del Mont Maudit, sperone est, via Giannina, prima ascensione, con Andrea Oggioni e Bruno Ferrario;

Inaugurazione monumento a Mario Puchoz: da sinistra, Walter Bonatti, Ardito Desio, Gino Soldà, Achille Compagnoni, Ubaldo Rey e Sergio Viotto. Una delle rarissime foto in cui i protagonisti appaiono assieme dopo il rientro in Italia.

1960
*26 giugno, Petit Mont Blanc (Monte Bianco), canalone nord-est, prima ascensione, con Giuseppe Catellino;

*5 luglio, Picco Luigi Amedeo (Monte Bianco), pilastro Rosso di sinistra, prima ascensione, con Andrea Oggioni;

*3-4 agosto, Chandelle du Tacul (Monte Bianco), parete sud-est, via Bonatti-Gallieni, prima ascensione, con Roberto Gallieni;

1961
*9 marzo, Monte Bianco, versante Brenva, via della Sentinella Rossa, prima invernale, con Gigi Panei;

*28 marzo, Col de la Brenva (Monte Bianco), parete sud-est, prima solitaria e prima invernale;

*26 maggio, Cerro Paria Norte (Ande, Cordigliera Huayhuash), fianco est, prima ascensione assoluta, con Andrea Oggioni e Bruno Ferrario;

*31 maggio, Nevado Ninashanca (Ande, Cordigliera Huayhuash), cresta nord-est, prima ascensione, con Andrea Oggioni, Bruno Ferrario e Giancarlo Frigieri;

*5-6 giugno, Nevado Rondoy Norte (Ande, Cordigliera Huayhuash), parete est, prima ascensione assoluta, con Andrea Oggioni;

*luglio, Mont Maudit, versante sud-est, via Kagami, seconda ascensione, con compagno/i;

*1 agosto, Monte Bianco, versante Brenva, via Diagonale, seconda ascensione, con compagno/i;

*20-22 settembre, Monte Bianco, versante Frêney, via diretta Bonatti-Zappelli, prima ascensione, con Cosimo Zappelli;

Michael Lerjen-Demjen (sopra) e Patrick Aufdenblatten procedono di conserva nella salita in velocità della via Bonatti al Cervino, 27 settembre 2011.

1962
*22-23 giugno, Grand Pilier d’Angle (Monte Bianco), parete nord, via Bonatti-Zappelli, prima ascensione, con Cosimo Zappelli;

*10-11 luglio, Petites Jorasses (Monte Bianco), parete est, via dell’Amicizia, prima ascensione, con Pierre Mazeaud;

1963
*25-30 gennaio, Grandes Jorasses (Monte Bianco), parete nord, via Cassin, prima invernale, con Cosimo Zappelli;

*25-26 agosto, Punta Innominata (Monte Bianco), parete est, prima ascensione, con Cosimo Zappelli;

*18 settembre, Trident du Tacul (Monte Bianco), parete sud-ovest, via Bonatti-Zappelli, prima ascensione, con Cosimo Zappelli;

*11-12 ottobre, Grand Pilier d’Angle, parete est-sud-est, via Bonatti-Zappelli, prima ascensione, con Cosimo Zappelli;

1964
*30 luglio, Trident du Tacul (Monte Bianco), spigolo nord, prima ascensione, con Livio Stuffer;

*6-9 agosto, Grandes Jorasses, Pointe Whymper, sperone nord, prima ascensione, con Michel Vaucher;

Bonatti maestro di sci a Bardonecchia, 1955.

1965
*18-22 febbraio, Cervino (Alpi Pennine), parete nord, via Bonatti, prima ascensione, prima invernale e prima solitaria;

1971
*data esatta sconosciuta, Aconcagua (Ande Argentine), via normale, salita;

*maggio 1971, Volcán Licancabur (Ande cileno-argentine), versante nord-est, via Inca, in solitaria

1976
*data esatta sconosciuta, The Twins (Antartide, Royal Society Range), prima ascensione assoluta, con Gary Ball;

*2 dicembre, Mount Lister (Antartide, Royal Society Range), parete ovest, prima ascensione certa, con Gary Ball;

*3 dicembre, Mount Hooker (Antartide, Royal Society Range), versante ovest, prima ascensione assoluta, con Gary Ball;

*4 dicembre, Mount Giulia (Antartide, Royal Society Range), parete ovest, prima ascensione assoluta, con Gary Ball;

*7 dicembre, Mount Rucker (Antartide, Royal Society Range), per colle Ovest e parete nord, prima ascensione assoluta, con Gary Ball;

1985
*27 novembre, Punta Casari (Ande Patagoniche), versante sud-ovest, poi sud e sud-est, prima ascensione assoluta, con Melchiorre Foresti ed Elio Sangiovanni.

Bonatti, dopo la sua impresa, festeggia i 100 anni della conquista del Cervino.

I grandi tentativi
*30-31 luglio 1954, K2 (Karakorum), tentativo fino a quota 8100 m, sperone degli Abruzzi, bivacco senza tenda né ossigeno, con Amir Mahdi (spedizione italiana al K2, salita di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli);

*2 febbraio 1958, Cerro Torre (Patagonia), parete ovest, tentativo, con Carlo Mauri;

*agosto 1959, Monte Bianco, Pilone Centrale del Frêney, primo tentativo, con Andrea Oggioni e Roberto Gallieni;

*marzo 1961, Cervino, parete nord, via Schmid, tentativo, con Giuseppe Catellino;

*9-16 luglio 1961, Monte Bianco, Pilone Centrale del Frêney, secondo tentativo, con Roberto Gallieni, Andrea Oggioni, Robert Guillame, Antoine Vieille, Pierre Mazeaud e Pierre Kohlmann;

*31 luglio-1 agosto 1963, Eiger, parete nord, tentativo di prima solitaria;

*24 luglio 1964, Grandes Jorasses, Pointe Whymper, parete nord, tentativo di prima ascensione e prima solitaria (per la futura via Bonatti-Vaucher);

*1975, Auyan-Tepui (Ande Venezuelane), Salto Angel, parete sinistra, sperone di sinistra, tentativo.

Libri di Walter Bonatti
1961 – Le mie montagne. 282 pp, Zanichelli Editore (ristampato nel 1983)

1971 – I giorni grandi. Arnoldo Mondadori Editore (ristampato da Zanichelli nel 1978)

1980 – Ho vissuto tra gli animali selvaggi. 224 pp, Zanichelli

1983 – Le mie montagne. 181 pp, Rizzoli Editore

1984 – Avventura. 253 pp, Rizzoli Editore, Milano

1984 – Magia del Monte Bianco. Massimo Baldini Editore

1985 – Processo al K2. 123 pp, Massimo Baldini Editore

1986 – La mia Patagonia. 227 pp, Massimo Baldini Editore

1989 – L’ultima Amazzonia. 207 pp, Massimo Baldini Editore

1989 – Un modo di essere. Dall’Oglio Editore

1995 – K2 storia di un caso (ristampato nel 2003)

1996 – Montagne di una vita. Baldini Castoldi Dalai editore

1997 – In terre lontane. 440 pp, Baldini Castoldi Dalai editore

1998 – Fermare le emozioni. L’universo fotografico di Walter Bonatti. 171pp, Edizioni Museo Nazionale della Montagna

1999 – Solitudini australi. 129 pp, Edizioni Museo Nazionale della Montagna

2001 – Una vita così. 510 pp. Baldini Castoldi Dalai editore

2003 – K2 La verità – storia di un caso. 282 pp, Baldini Castoldi Dalai editore

2006 – Terre Alte. 303 pp, Rizzoli Editore

2008 – I miei Ricordi. 416 pp, Baldini Castoldi Dalai editore

2009 – Un mondo perduto. 463 pp. Baldini Castoldi Dalai editore

2016 – Il sogno verticale (a cura di Angelo Ponta), Rizzoli

2018 – La montagna scintillante. 215 pp. Solferino editore

2019 – Scalare il mondo (a cura di Angelo Ponta), Solferino editore.

21 giugno 1953. Walter Bonatti in vetta al Torrione Est del Monte di Zocca (Alpi Retiche), dopo la prima ascensione dello spigolo nord-est, con Roberto Bignami. Foto: Roberto Bignami.

Libri su Walter Bonatti
1996 – Marco A. Ferrari, Frêney 1961, un viaggio senza fine pp. 245, Edizioni CDA & Vivalda, Collana: I licheni (Vincitore del premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” Sezione Montagna – XIV Edizione 1996) (ristampato nel 1998)

2004 – Angelo Granati, Ho fatto un sogno pp. 77, Edizioni Maremmi Editore. Ristampa 2012 in formato ebook con Narcissus.

2008 – Fosco Maraini, Alberto Monticone, Luigi Zanzi, K2 una storia finita pp. 144, Edizioni Priuli & Verlucca editori

2010 – Barbara Tutino, Walter Bonatti pp. 56, Editore Cantagalli.

2012 – Rossana Podestà, Walter Bonatti. Una vita libera, Rizzoli editore, 2012

2013 – Reinhold Messner, Walter Bonatti. Il fratello che non sapevo di avere, Mondadori Electa, 2013

2014 – Roberto Serafin, Walter Bonatti. L’uomo, il mito, Priuli & Verlucca, 2014

2019 – Bonatti, una vita libera, collana di 16 volumi, Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport, a cura di Angelo Ponta (N°1 La montagna nel sangue 1948-1951; N°2 La ferita e il trionfo 1952-1956; N°3 K2 la storia avvelenata; N°4 Verso la Patagonia 1956-1958; N°5 Gasherbrum IV La montagna scintillante; N°6 Conquiste e tragedie 1959-1961; N°7 Ai confini del cielo 1962-1965; N°8 Il grande nord 1965; N°9 Avventure africane 1966; N°10 Nel mondo perduto 1967; N°11 Tigri e vulcani 1968; N°12 Oceani e deserti 1969; N°13 Solitudini estreme. 1970-1971; N°14 Alle origini della terra 1972; N°15 Giganti bianchi, inferni verdi. 1973-1975; N°16 Il mare di ghiaccio e il grande fiume. 1976-1978)

2021 – Walter Bonatti. Stati di grazia, Solferino editore.

Filmografia
Italia K2 (1955),regia di Marcello Baldi, film ufficiale della spedizione italiana al K2;

Le Pilier de la Solitude (1959), regia di Hélène Dassonville;

Finis Terrae (1999), prodotto dal MuseoMontagna con Rai e Televisione Svizzera e per la regia di Fulvio Mariani, ripercorre per intero, assieme a Walter Bonatti, la straordinaria vicenda dell’esploratore salesiano Alberto Maria De Agostini nella Terra del Fuoco e in Patagonia;

Les naufragés du Mont Blanc (2002),regia di Denis Ducroz, edizione italiana I naufraghi del Monte Bianco, CDA&Vivalda Editori;

Walter Bonatti: con i muscoli, con il cuore, con la testa (2012), di Michele Imperio e Fabio Pagani, Produzione Road Television;

Al di là delle Nuvole (2013), RAI 3 Sfide;

K2 – La montagna degli italiani (2013), regia di Robert Dornhelm, fiction Raiuno;

W di Walter (2013), di Rossana Podestà e Paola Nessi, Edizioni Contrasto;

Grimpeurs (2015) di Andrea Federico. Documentario sulla tragedia del Frêney che vide coinvolte le cordate Bonatti-Mazeaud nel luglio del 1961;

Onorificenze e riconoscimenti
– 1953, ammissione al Club Alpino Accademico Italiano, fondato nel 1904;

– 1954, nomina a guida alpina (fatto che gli “sospende” la qualifica di socio del CAAI;

– 1957, ammissione al prestigioso GHM, Groupe de Haute Montagne, gruppo elitario di alpinisti fondato in Francia nel 1919; 

– 1965, 25 febbraio, Roma. Medaglia d’oro al valore civile, con la seguente motivazione: «Alpinista intrepido, già nel 1954 dette luminosa prova del suo eccezionale coraggio e generoso ardimento, contribuendo in modo determinante al successo della spedizione italiana al Karakorum-K2. La continuità delle sue imprese audacissime ha trovato la conferma più fulgida nella conquista invernale della parete nord del Cervino, alla quale si lanciava da solo, dopo aver ricondotto alla base i compagni di un primo tentativo sfortunato. La sua ferrea tempra fisica, dominata da un forte e nobile carattere, gli consentiva di superare difficoltà e ostacoli finora valutati insormontabili, quasi a simbolo della superiorità dello spirito dell’uomo sulle forze materiali. L’epica impresa suscitava la commossa ammirazione del mondo intero e l’orgoglio della Patria»;

– 1971, Trofeo Il gigante dell’avventura, per i suoi reportage foto-giornalistici. Iniziativa della rivista Argosy di New York;

– 1971, Premio Die Goldene Blende. Per i suoi reportage foto-giornalistici. Iniziativa della rivista Bild der Zeit di Stoccarda;

– 1973, Premio Die Goldene Blende. Per i suoi reportage foto-giornalistici. Iniziativa della rivista Bild der Zeit di Stoccarda;

– 1994, ammissione al gruppo Ragni della Grignetta, fondato nel 1946, in qualità di socio onorario;

– 1998, gli è intitolato il rifugio Walter Bonatti 2025 m nel Vallone del Malatraz in Val Ferret;

– 1999, la città di Monza lo premia con il Giovannino d’oro;

– 2000, Parigi. Ufficiale, Ordine della Legion d’Onore, con la seguente motivazione: «Un gigante dell’avventura dalla notorietà internazionale, un uomo coraggioso e generoso che non ha esitato a prendere tutti i rischi per soccorrere i compagni».

– 2004, 2 dicembre, Roma. Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, per iniziativa del Presidente della Repubblica.

Recatosi alla cerimonia di premiazione il 21 dicembre 2004, scopre in quell’occasione di essere stato premiato unitamente ad Achille Compagnoni. Offeso per il fatto di essere stato accomunato a Compagnoni, del quale aveva una pessima opinione a seguito dei fatti del K2, Walter Bonatti, con lettera al Segretario Generale della Presidenza della Repubblica del 25 dicembre 2004, rifiutò l’onorificenza;

– 2005, 21 marzo. E’ insignito della Laurea Honoris Causa in Scienze ambientali presso l’Università degli Studi dell’Insubria;

– 2009, 26 aprile. Riceve il Piolet d’Or alla carriera;

– 2012. Con la sua scomparsa, e in suo onore, il premio Piolet d’Or alla carriera venne rinominato Piolet d’Or alla carriera, premio Walter Bonatti.

– 2013, 21 giugno. Gli è intitolato il piazzale antistante la sede del CAI provinciale di Bergamo.

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5 Comments

  1. says: Alberto

    Tra le onorificenze non compare la Medaglia d’Argento al valor civile e cavaliere al Merito della Repubblica assegnatagli dal PdR Einaudi nel 1955 [Rivista Mensile del CAI vol 74 fascicolo5-6 (1955) 178]. Bonatti non ne accenna mai nei suoi libri e ‘processi’. Fu l’unico della spedizione a riceverla (oro a Compagnoni e Lacedelli, cavalieri tutti gli altri); le motivazioni sono intuibili, così come è intuibile chi intercesse per fargliela ottenere.

    Bisogna poi dire che la foto ‘notata’ da Marshall nel 1994, fu notata da tutta Italia a corredo dell’articolo titolato “Compagnoni e Lacedelli sul K2 – la prima documentazione fotografica dell’impresa” e pubblicato sul Corriere della Sera il 29 settembre 1954. La ricostruzione del razzista australiano (e di chi ci andò dietro) è assai approssimativa: non si considera minimamente il metodo di funzionamento degli apparecchi respiratori con tutte le sue implicazioni.

  2. says: Mihai Tanase

    Exceptionnel, avec quelques photos inédites pour moi.
    Merci pour ce superbe travail documentaire.

  3. says: Alberto Conserva

    Fantastico resoconto di una grande intensa vita, senza sbavature, di grandissimo interesse.

  4. says: Ezio Bonsignore

    Anzitutto grazie di cuore per l’eccellente lavoro di tutto questo sito.

    In merito alla vicenda del K2, da semplice escursionista c’è una domanda che mi tormenta da quando, tanti e tanti anni fa, sentii parlare per la prima volta della polemica: e cioè cosa, esattamente, si sarebbe voluto che C ed L facessero.

    B afferma che, data l’ oscurità, non era possibile attraversare la fascia rocciosa per arrivare al campo IX. Date le circostanze, il consiglio di mollare le bombole e scendere subito era quindi senza dubbio corretto e sensato. E quale sarebbe invece stato il comportamento corretto secondo B? C ed L sarebbero dovuti scendere a prendere lui e M per portarli al campo IX, attraversando quindi per due volte la fascia definita insuperabile? Oppure magari smontare la tenda e portarla in basso? In ogni caso, passando la notte in quattro in una tendina da due, e quindi dovendo il giorno dopo scendere di corsa facendo così fallire la spedizione, visto che non ci sarebbe stato tempo per un altro tentativo?

    Nella mia modestissima prospettiva di passeggiatore di montagna, sono pienamente d’accordo che se l’alpinismo vuole mantenere un qualche senso e valore, deve assolutamente conservare un minimo di rispetto umano. In particolare, nessuna vetta vale l’abbandono di un compagno in difficoltà, mai.

    Però chi non per sua colpa, e anzi in questo caso in un certo senso per suo merito, si trova costretto a richiedere un tipo di assistenza che comporta il fallimento di tutta una spedizione, dovrebbe quanto meno avere l’ onestà di dirlo chiaramente – cosa che B non mi pare abbia mai fatto.

    Se sto dicendo fesserie, me lo si dica

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