Allievo

di Erri De Luca
(pubblicato su Fondazione Erri De Luca in data 02 marzo 2021)

Come a molti bambini, mi è stata insegnata la bicicletta e il nuoto. Sono due avviamenti all’indipendenza, insegnano a muoversi da soli. Si apprendono senza maestri, con l’aiuto di un adulto che si dedica.
Per la bicicletta si usavano le rotelle di supporto per mantenere l’assetto e impedire cadute. La persona che m’insegnò scelse di non usarle, dovevo imparare cadendo e superando il timore di cadere. Mi reggeva il sellino in partenza e mi lasciava andare. Cadevo, non ho imparato e non imparo alla svelta. Volevo rinunciare, non me lo permise. Era vergogna arrendersi, vergogna la paura di cadere. Ho imparato, perché la mortificazione del ritiro era più forte del dolore delle ferite.

Foto: Diego Zanesco


Un bambino doveva imparare a pedalare. La bicicletta non era un giocattolo, era l’apprendimento a fare da solo. Era il primo lasciapassare per allontanarsi. Quel poco di aria in faccia era l’anticipo di ogni successiva libertà. Difficile e rischiosa, bisognava guadagnarla e comportava un po’ di vuoto intorno.
Fu così per il nuoto. I bambini facevano il bagno dove potevano toccare il fondo con i piedi. C’erano le camere d’aria a ciambella per sicurezza, ma erano per le bambine. I maschi facevano senza. Un adulto decise che era tempo di farmi galleggiare e di nuotare. Mi portò dove non toccavo il fondo e mi fece vedere i primi movimenti. Li eseguivo male, finivo sott’acqua, mi tirava fuori. Bevevo, tossivo, avevo paura, ma avevo saputo dalla bicicletta che si doveva fare. Era una stazione di passaggio da un’età dell’infanzia a un’altra. Le prove affrontate consegnavano un invisibile diploma di abilità. Ogni apprendimento affrancava dall’inferiorità.
Imparai a galleggiare in posizione da morto, non so se si chiama ancora così la sospensione orizzontale del corpo sull’acqua, che utilizza il principio di Archimede.
È una prima scoperta che rimuove la paura di affondare. Poi imparai a muovere gambe e braccia per restare a galla. Si dedicò a quelle lezioni per una settimana. Guadagnavo così l’approvazione degli adulti. Era un riconoscimento che aiutava a crescere, il verbo più importante dei bambini. Capivo che non consisteva in un traguardo raggiunto, perché seguiva subito un nuovo gradino da affrontare.
Non so se provai allora gratitudine per chi mi ha insegnato la bicicletta, il nuoto. So che non ho ricambiato, non ho trasmesso a un bambino quegli addestramenti. Sono rimasto allievo.

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  1. Sempre belli i racconti di Erri!
    In questo mi sono rivisto in quelle esatte circostanze così profondamente descritte.
    Proprio a Napoli (a Bacoli) stavo imparando a nuotare alla stessa “scuola” di De Luca e un giorno venni lasciato incustodito dagli adulti che se ne erano andati al largo e chiacchieravano disposti in circolo nell’acqua calma. Io mi sedetti in una ciambella e remando con le mani li raggiunsi senza che loro se ne accorgessero. La ciambella si ribaltò e io finii verso il fondo come un sasso (non galleggiavo e neppure oggi galleggio molto) e mi ricordo ancora i corpi dei miei genitori e dei loro amici visti da sott’acqua mentre scendevo. Mi spinsi con le gambe dal fondo e riemersi vicino a mio padre che mi acchiappò stupito al volo, salvandomi. Non volevo più mollare il suo collo anche usciti dall’acqua. Ho ancora in gola il sapore vomitevole dell’acqua marina, ma grazie per avermelo fatto ricordare. Era una bella scuola, nonostante possa non sembrarlo.

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