Cento giorni a cavallo per i 100 anni dei parchi nazionali

Intervista a Paola Giacomini, che assieme ai suoi due cavalli Custode e Tcigherè ha cavalcato dal Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise al Parco nazionale del Gran Paradiso. Ecco le sue riflessioni raccolte durante il cammino che ha compiuto.

Cento giorni a cavallo per i 100 anni dei parchi nazionali
di Alessandro Santoni
(pubblicato su piemonteparchi.it il 5 ottobre 2022)

Assieme ai suoi due cavalli Custode e TcigherèPaola Giacomini ha percorso tutti i 1890 km che separano i primi due parchi nazionali italiani, ovvero il Parco nazionale del Gran Paradiso e il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

“L’idea che ho avuto è stata quella di festeggiare questo compleanno con un viaggio a cavallo, che mi ha permesso di visitare questi due parchi e anche di riflettere su quante cose siano cambiate in questo strano secolo e sulle nuvole tempestose che si stanno addensando all’orizzonte” spiega Paola.

Il viaggio si è articolato attorno a tre temi principali: il ghiaccio che se ne va, il lupo che torna, la foresta che invade i pascoli. Ed il tutto si è concluso con una splendida cerimonia il 18 settembre scorso al cospetto del Gran Paradiso.

Noi l’abbiamo intervistata durante la sua avventura per raccontarvi questo splendido viaggio.

Paola Giacomini assieme ai suoi cavalli Tcigheré e Custode sullo sfondo delle Alpi Apuane. Foto: Paola Giacomini.

Paola, quando e dove è cominciato il tuo viaggio?
Ho cominciato il mio viaggio il 9 giugno da Alba Fucens. Si tratta di un’antica città romana che venne abbandonata e dimenticata dopo essere stata rasa al suolo da un terremoto. L’ho trovata un giusto mix tra natura e civiltà, un equilibrio tra uomo e natura e per questo un giusto luogo per iniziare il mio cammino.

Come sta andando il viaggio? Come stanno i tuoi cavalli?
I cavalli stanno bene. Sono pieni di volontà e sono molto sereni. Sono molto contenta di loro e spero anche loro di me.

I due cavalli Tcigheré e Custode

Durante tutta la tua attraversata avrai avuto sicuramente la possibilità di visitare molti luoghi, quali sono stati i tuoi preferiti?
Non saprei dire. Ieri ho pensato “oggi è il giorno più bello del viaggio”, ma non sai quante volte ho detto questa cosa, perché l’Italia è talmente varia che non ci sono due posti che si somigliano e non posso scegliere un posto più bello, sarebbe ingiusto nei confronti di tutti gli altri. Non ce l’ho davvero un posto preferito e forse preferisco non averlo!

Durante il tuo tragitto hai visitato altri parchi nazionali?
Si, ho visitato ben 10 parchi nazionali. Alcuni li avevo già visti, mentre altri sono stati una scoperta completa. Ma passare a cavallo anche nei posti che avevo già attraversato è stato come se fosse la prima volta. Al Gran Sasso, per esempio, ero già stata più volte, ma è stato come se lo vedessi per la prima volta, mi sono immersa completamente nella sua natura come mai prima.

Il viaggio a cavallo è una lente di ingrandimento pazzesca per molte cose. Anche il motivo del viaggio ha contribuito molto a ciò e ha dato un senso maggiore al tutto. Il percorso ha guadagnato un valore importante, anzi talmente grande che non riesco ancora a metterlo a fuoco.

La borraccia e l’acqua simboli di questo viaggio

Parlando sempre di parchi, come vedi il rapporto tra le comunità locali e i parchi che hai attraversato?
É raro trovare la giusta armonia tra la gente del posto e la gente del parco. Un esempio l’ho trovato in chi viene a vivere qui per via del parco ed è contento per il semplice fatto di poter vivere in un’area naturale protetta. A differenza di chi vive qui da molte generazioni ed è ostile nei confronti del parco e perplesso per le scelte più varie: dal chiedere permessi in più, al vedere il selvatico in un certo modo.

Molte volte mi è capitato di sentire da parte dei parchi la soddisfazione di aver raggiunto una buona comunicazione con la gente del posto per poi sentire, subito dopo, la persona del posto che mi dice “Qui c’è questo parco e non si può combinare più niente”. Altre volte ho avuto l’idea che i parchi naturali dovrebbero prendersi più cura delle persone che vivono da sempre sul territorio e che hanno bisogno di sentirsi parte coinvolta. Anche loro fanno parte della natura. Chi vive in posti del genere con i propri animali si deve preoccupare della risorsa che gli dà da vivere.

Quindi di questo bisogna tenerne conto e si può migliorare. Esempi virtuosi in questo senso, per esempio, sono il Gran Sasso e il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Devo ancora mettere a fuoco questa cosa, ma il contrasto con le comunità locali l’ho trovato a volte aspro e diffuso un po’ dappertutto, anche dove i parchi ritenevano di aver fatto un buon lavoro e in realtà avevano speso molte energie per la comunicazione con le persone. In sintesi, il rapporto rimane conflittuale e irrisolto. C’è ancora molto da lavorare.

Tcigheré e Custode

Uno degli obiettivi del tuo viaggio era riflettere su come sono cambiati il paesaggio e l’ambiente
Si, è tutto inselvatichito, purtroppo. Quando sono nati i primi parchi nazionali, e di conseguenza tutti gli altri, era anche il momento in cui, a causa dell’industrializzazione, quelle stesse aree erano destinate a diventare disabitate a causa della scelta di molte persone di trasferirsi in città per condurre una vita più comoda. Il parco dell’Abruzzo era già avviato a questo destino. Tutto il sistema del tratturo e della pastorizia era talmente al limite della sopravvivenza per così tante persone, in pascoli ormai saturi di bestiame, che non c’era più posto e le persone non sopravvivevano più.

Ogni sistema funziona se ci sono le risorse e quando le risorse finiscono occorre trovare altre vie per sopravvivere, e questo vale sia per le piante che per gli animali e le persone. Se guardiamo una foto di com’erano questi posti un secolo fa, certi versanti erano completamente spogli e sovrapascolati e segnatissimi dalla presenza umana. Ora, invece, sono foreste inestricabili dove non c’è quasi più memoria del passato. Cento anni sono veramente un respiro nella storia di un pianeta.

Perciò è stato interessante sapere dalla gente come si immaginano che sarà tra cento anni il posto dove abitano oggi. Le risposte sono state le più varie: c’è chi ritiene che sarà ancora come adesso, c’è chi ritiene che sarà sempre meno raggiungibile perché, andando via tutti, la viabilità e la possibilità di penetrare nel territorio diventeranno sempre più difficili.

E tu invece come ti immagini che saranno i luoghi che hai visitato tra 100 anni?
A me piacerebbe che la componente umana e le forze della natura raggiungessero un equilibrio, almeno nei posti più inaccessibili. Una stabilità che renda certe montagne, apparentemente inospitali, una casa sia per il bestiame domestico che per il bestiame selvatico e che il paesaggio si adatti di conseguenza.

Ad esempio, quando l’uomo capta in maniera opportuna l’acqua, permette l’esistenza di fonti che sono importanti sia per gli animali domestici che per quelli selvatici. Quello che mi piacerebbe, quindi, è una specie di “tregua” nell’utilizzo dell’acqua a vantaggio di tutti.

Paola Giacomini e i suoi cavalli sul Monte Comone

Il tuo vuole essere un messaggio di speranza ed equilibrio?
Si, di equilibrio, tra uomo e natura. Di speranza non so, perché l’equilibrio richiede grandi sforzi e, proprio per questo, nel presente non è tanto possibile, dato che siamo impegnati in una folle corsa. Quando bisogna pulire e dissodare un campo, ad esempio, bisogna percorrerlo molte volte, per anni. Ma poi sono sufficienti pochi anni e fenomeni naturali come un’alluvione perché torni ad inselvatichirsi.

Il fatto che la natura si riprenda i suoi spazi può essere negativo, nel senso che se certe zone diventano selve inestricabili non va bene a nessuno, non va bene neanche al lupo che ha bisogno che ci siano le praterie, perché senza le praterie non c’è il capriolo, non c’è la preda. È tutto collegato. In un primo momento, quando una foresta torna in un posto in cui prima non c’era, sembra una bella cosa. Ma quando scompaiono gli habitat, con essi scompaiono anche le specie animali. Quindi occorre raggiungere un equilibrio che consenta la convivenza tra l’uomo e le altre specie viventi.

Qual è infine la tua prossima tappa?
Ora sono alle pendici del Monte Rosa, e poi l’ultima tappa sarà il Gran Paradiso dove si concluderà il viaggio e dove porterò quello che ho raccolto lungo la strada. In questo viaggio ho una piccola borraccia di ferro, in cui ho raccolto l’acqua di tutte le sorgenti e fonti che ho incontrato e man mano le ho mescolate. Quando arriverò al Lago di Serrù, il 18 di settembre, le farò evaporare su un braciere per trasformarle in una nuvola che diventi neve per il ghiacciaio che si sta sciogliendo. Spero che faccia freddo quel giorno.

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