Molto tempo fa, in un angolo smarrito dal destino in qualche parte della galassia, nacque il pianeta Terra. Ribollì ed esalò vapori pestilenziali, poi fu cosparso di terribili esplosioni, ma alla fine si consolidò. Al fuoco e all’acqua, irresponsabili attori di questi cataclismi, fu dato il compito di narrarne la storia e registrarne gli eventi nel corso del tempo. Tutti e due si munirono di un quaderno. Il fuoco scelse le rocce magmatiche, l’acqua quelle sedimentarie.
Pareti di granito, gneiss, calcare e dolomia diventarono la memoria della Terra e ancora oggi lungo placche e fessure, stratificazioni e strapiombi si può sapere qualcosa di quelle ere lontane.
All’ombra delle stesse pareti, qualche tempo dopo, apparvero gli uomini, e ad alcuni di essi venne in mente di raccontare i loro gesti disseminando la pietra di segni, incisioni, macchie variegate ed altri generi di graffiti. Molto altro tempo trascorse dall’apparizione degli uomini, ma questo non infastidì le pareti che rimasero dov’erano. Ad un certo punto, ad alcuni venne in mente l’idea di registrare sulle pareti la storia dei loro gesti e delle intense sensazioni di forza e di scioltezza che provavano durante la teoria dei loro movimenti.
Qualcuno imparò a fissare sul verticale l’incanto e la vertigine, la paura e la dolcezza, il terrore e la felicità provocati da una nuova danza nata al cospetto del vuoto.
Rocca Sbarua, con le sue pareti di gneiss che si innalzano da qualche parte in Piemonte, venne cosparsa di itinerari tracciati per non dimenticare queste sensazioni e permettere di riviverle così come erano apparse ai primi salitori (Giovanni Cenacchi).
Così mi vide la Sbarua
di Paola Mazzarelli
(pubblicato su Rivista della Montagna (speciale Roc) n. 79, ottobre 1986)
La Sbarua fu il primo posto che vidi.
Venivo da un altro pianeta e portavo con me un paio di scarpette che avevano il potere magico di creare pareti là dove prima non c’era che pietra. Dalle suole, appena le calzavo, scaturivano appigli e appoggi e di mano in mano che mi innalzavo la parete cresceva ai miei passi di danza, ed era bianca e liscia e perfetta come i sogni, i gabbiani e le onde del mare. Il cielo era sempre a portata di mano. Di notte, quando era ora di andare a dormire, bastava che me le togliessi e la parete svaniva nell’ombra. Mi ritrovavo nei prati a contare le stelle. Si faceva l’amore sulle rive del mare. Nel sangue scorrevano le onde, le conchiglie ed il bianco. Avevo il calcare nel cuore.
Parcheggiammo la macchina sulla soglia di casa. Casa di altri, antica e cadente, quattro mura fatte di sassi e una porta di legno. Dentro, dai buchi dei muri, si vedevano le capre ammassate.
«Qui non vive nessuno», disse l’amico.
Appena lo disse l’acqua della fontana smise di scorrere e il fumo si congelò nel camino. Fu allora che uscirono le salamandre. Si muovevano lentamente, così lentamente che a tutta prima mi parvero immobili.
«È perché è appena piovuto», disse l’amico.
Infatti era appena piovuto. Dal sottobosco di felci esalavano vapori leggeri. Ma io ricordavo che la salamandra vive nel fuoco e di esso si nutre, ed è antica quanto la memoria dell’uomo e molto più della scienza. «Qui il fuoco ha creato la pietra», dissi e sentivo le conchiglie sbriciolarsi nel sangue. Forse le salamandre erano rimaste da allora.
Quel giorno ne vedemmo migliaia sul sentiero. Ci guardavano passare. È sgradevole essere fissati da una salamandra perché è come se non vi vedesse. Non c’è moto di paura nei suoi occhi e la sua indifferenza sconcerta. Guarda oltre, fissa e lontana, e vi sembra che sappia, da sempre, che voi non siete che polvere. Almeno i gabbiani, sulle pareti del mare, ci gridavano contro e ci contendevano l’aria. Ma lei, non si capisce che vede. Dove sta, dove è stata tutto il resto del tempo, tutti i giorni in cui, in seguito, tornammo in Sbarua e mai che riuscissimo a trovarne una, una sola, sul sentiero o lungo il torrente? Ma, a volte, la pietra lassù ha le stesse macchie di giallo vivo sul dorso e se guardate bene vi pare che lentamente, molto lentamente, respiri.
Il sentiero corre a mezza costa nel bosco di faggi. La città più vicina è cinquantanni indietro nel tempo.
Quando vivevo qui tutte le case erano abitate e avevano porte e finestre. Era abitata anche l’ultima baita lassù, che da qua non si vede, sotto il grande strapiombo ai confini del mondo, che un tempo le faceva da tetto. Al|ora la pietra si chiamava Rocca Bianca ed era infatti molto più chiara. Poi vennero quelli della città e le cambiarono nome. E allora ebbe inizio la storia. Ma tutto ciò avvenne così tanto tempo fa che oramai se ne è perduto il ricordo. L’erba mi è cresciuta addosso e anche le ortiche.
Quel giorno dal sentiero vidi un vecchio trascinarsi nel campo sulle stampelle di legno, dietro due vacche ed un cane. Mi venne in mente mio padre, di cui non serbo ricordo. Però non guardai. La miseria è sempre improbabile e fa volgere gli occhi.
Mi ricorda il giorno in cui ho dimenticato il dialetto e per parlare dovevo tradurre da una lingua straniera. Ma era così faticoso che smisi di parlare del tutto, comperai le scarpette, quelle magiche, da uno zingaro alto e sottile, e me ne andai a raggiungere gli altri sulle rive del mare. Laggiù faceva sempre caldo e non c’era bisogno di una casa col fuoco per dormirci la sera. Per mangiare si chiedevano soldi ai turisti.
La pietra inventata, il calcare bellissimo e ardito, la sognavamo di notte e di giorno, sempre più verticale, più liscia e più bianca. Non davamo ascolto a nessuno. Dei padri si era persa memoria. E così, a poco a poco, cominciarono a formarsi leggende che ci dicevano figli dell’aria e del vento. Forse non eravamo nati da niente e per questo avremmo trovato ciò che cercavamo nel mondo.
La Sbarua mi vide arrivare con le mie scarpette che conquistavano il mondo e mi venne incontro d’un balzo. Era autunno e c’erano i faggi d’argento.
«Credono che siamo sempre gli stessi, Giusto o Guido o Gian Piero», mi sussurrò all’orecchio l’amico, ridendo dei vecchi che ci guardavano immobili insieme alle capre.
Mi ricordai del giorno in cui Ellena aveva salito lo spigolo sotto la Vena di Quarzo. Era il 1929 e il mondo andava in rovina. Di Ettore poi non seppi più nulla, ma per lungo tempo nessuno ripetè la prodezza e ora, siccome ho dimenticato di metterci uno spit, lo spigolo è abbandonato a se stesso.
«Dove andiamo?».
«Qui», dissi.
“La fessura della prima placca, se superata in arrampicata libera, è uno dei passaggi più difficili del gruppo”. Così diceva la guida.
Mi ricordai del giorno in cui eravamo saliti quassù per sfuggire la miseria della guerra appena finita. Bianciotto aveva in mente lo spigolo rosso. A me sembrava follia. Lo percorse d’un fiato, in scarponi, senza neppure fermarsi. Chiodi, naturalmente, nessuno.
«Andiamo allo spigolo Bianciotto», annunciai all’amico.
Mi inorgoglivo di tanta virtù. Avevo due friend e un paio di nut, la tuta, il calcare negli occhi. Tutto qui il famoso sesto della Sbarua? E subito la roccia si offese. Sull’ultimo passo all’improvviso non mi offriva più appigli. Il granito non era roccia che io allora potessi capire.
Io credevo solo al calcare, pietra che seduce e lusinga. Pietra che illude ed inganna. Nulla nel calcare è mai come appare. Tutto sfugge, sottile, mutevole, incerto. È pietra di immagini, fantasia ed eleganza, specchio di ciò che abbiamo negli occhi.
Per questo è facile amarla. Sul calcare si può sempre tornare, percorrere itinerari diversi, ripetere i gesti. Il granito è tutt’altro, roccia oggettiva, sicura, che nulla concede. Si deve prenderla intera e vuole coraggio, decisione, fermezza. Il calcare nulla dice di sé, lascia mille aperture. Il granito fa male alle braccia, consuma la pelle, chiede rigore. Il calcare ha mille volti, ogni volta diversi, ogni volta un poco più sottile e più vago. Noi, che siamo nati al calcare, alla sua indifferente vaghezza, sul granito ci sentiamo assaliti e crediamo che debba spezzarci le ossa.
Il granito è pietra dei padri. L’hanno creato i giganti, tagliandolo netto e facendo sprizzare scintille. Ogni appiglio è dato per certo e da sotto si legge tutta la via. Il calcare è pietra dei figli. Ha un riso sommesso. L’hanno intessuto gli gnomi con mille finezze. Pietra dell’aria, ci pare sia fatto di sogni. Il granito appartiene alla storia ed è pietra di fuoco e di terra.
Io credevo che la pietra non fosse che sogno, invece in Sbarua la pietra ha occhi e memoria. Caddi nel vuoto, dentro l’oro brunito dei faggi. Lo spigolo rideva di me.
La Sbarua è fatta così. Non ama la gente boriosa. Ha conosciuto altre passioni e ben altre cordate, e sa fare confronti. Non si lascia inventare. Ama la gente, nota ed ignota, che viene dai paesi vicini a ripercorrere senza rancore le vie che hanno segnato la sua giovinezza. Forse hanno fatto la storia, ma nessuno è diventato famoso, salvo che per aver superato in un momento di grazia uno spigolo o un diedro o una placca. I loro nomi si sono persi nel vento. Ma credo che a loro, di questo, non importi più nulla. Oggi ci vengono con moglie e figlioli, magari solo a raccogliere i funghi. Alcuni, la ragazza li aspetta per andare a ballare la sera. Altri se la tirano dietro sulla pietra che consuma le dita e lei grida che non riesce a salire.
“Siamo arrivati al rifugio, dopo una bella passeggiata, questa mattina verso le nove. Subito siamo partiti per affrontare la via Gervasutti-Ronco alla Rocca Sbarua. Il tempo era bello e la temperatura favorevole. Da molto tempo desideravo compiere quella salita e sono contenta perché non ho avuto problemi neppure sull’ultimo tiro che mi avevano descritto come molto difficile. È stata proprio una splendida giornata. Purtroppo è giunta l’ora di ritornare a casa, ma spero di poter tornare presto quassù, in questo luogo selvaggio dove ho vissuto momenti così felici (dal libro del Rifugio)”.
«Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini che penano nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono quello che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Ma oggi, oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi (Giusto Gervasutti)».
Guardo Giusto salire nel diedro: dülfer perfetta. Dieci metri di roccia assoluta, tagliata di netto. «Non fermarti — mi dice — sali subito, con decisione».
Roccia aggressiva, diritta e severa. Roccia d’attacco. Senza spigoli dolci, senza incertezze.
«Perché non a incastro?».
«Incastro? Sarebbe?».
Sale senza fermarsi ed è subito fuori, lo seguo, più lento. Mano, piede. Mano, piede. Pugno. Riposo. La roccia preme contro il dorso delle mani e ferisce le nocche. Non sono abituato a tanta rudezza. Dal taglio della fessura il granito respira lentamente. Lui guarda giù e da strappi alla corda. Sulla placca lì accanto un’altra fessura corre diritta e sottile: neppure due dita. Giusto la osserva dall’alto.
«Impossibile», dice. E ricomincia a tirare la corda.
A me pare di veder brillare uno spit. O forse, è un grano di quarzo. In Sbarua quel diedro è diventato famoso. Quarto più, dice la guida. Facile, ridono i figli del calcare. Invece è temibile ancora. Ci vuole lo stesso vigore di allora, la stessa grinta ir-ruenta, la stessa passione di affrontare la roccia.
Il granito non è pietra che invecchi. Invecchia la nostra memoria. Sulla placca lì accanto gli spit brillano come avessero il sole di dentro. Questa è la storia del mondo. Li ho piantati un giorno in cui ero ubriaco e ora non si tolgono più. Spit, spit, spit, dicono i moschettoni. Spit, spit, spit, ripetono le scarpette. Spit, spit, spit. Il vento passa tra i faggi.
«Osa, osa sempre e sarai simile a un dio (Giusto Gervasutti)». Voyage Selon les Classiques. Padre mio, non mi riconosci? Ho piantato gli spit perché ero simile a te, a te che arrampicavi con passione e furore, cavaliere ed amante. Forse anche con lontano rancore.
«Non bestemmiare — dice accanto a me Gian Piero, mio fratello maggiore — Anch’io ho rischiato molto da vicino di diventare un fallito».
Gian Piero è sempre così duro con me. Pure da lui ho imparato moltissimo. Padre, perché mi hanno tradito gli spit?
«Se mi fosse dato di vivere senza la possibilità di sognare e di lottare per un sogno, bello quanto inutile, sarei un uomo finito (Giusto Gervasutti)».
lo non ho strade, né montagne, né mari. La storia mi sfugge di mano. Sulle rive del mare non c’erano altro che i gabbiani e le onde. Le conchiglie sono tutte in frantumi. Dove volevi che andassi, se tu stesso mi hai portato ad arrampicare con te? Per questo ho piantato gli spit. Anche se sono ancora ubriaco.
«Comanderò alla vita e alla morte».
“Ora sta sulla pietra Ignazio il ben nato. Oramai è finito. Che c’è?
Contemplate la sua figura: la morte l’ha coperto di pallidi zolfi e gli ha messo una testa di scuro minotauro.
Ormai è finito.
La pioggia entra nella sua bocca. Il vento come pazzo il suo petto ha scavato…”.
Così ha detto il poeta. Noi siamo venuti dopo, lavoriamo in équipe, ripetitori ed epigoni, seguaci, figli dei figli, nipoti dei nipoti, mille di una progenie senza casa che vive sulle rive del mare. I nostri nomi si disperdono al vento. Sugli spit posso cadere e la morte non mi fa più paura.
Guarda la placca, come è bella! Ha l’argento dei tronchi dei faggi quando scende la sera e il sole illumina il bosco di luce radente. Ha la ruggine antica delle felci quando viene l’autunno.
Il giallo del dorso della salamandra, l’ocra della terra scaldata dal sole, la bianca trasparenza del quarzo.
«Quello che non sono riuscito a capire è come si svolga l’esistenza di tanti altri uomini che non sanno staccarsi da terra (Giusto Gervasutti)». È semplice, padre. Non hanno alternative né scelte. Per questo abbiamo piantato gli spit.
Esaltato, nevrotico, indifferente quando non assente; ostinato e caparbio nell’inseguire una meta sbagliata eppure cosciente dell’errore, mio fratello mi rimprovera sempre.
Eppure da lui ho imparato a ripercorrere tutta la storia.
«Non vi è modo migliore di onorare un compagno caduto che quello di intitolare alla sua memoria una nuova via. Cosa vi è di più grande, per il ricordo di un uomo, che una traccia ideale ed eterna sul sasso che da millenni esiste e per millenni, dopo l’ultimo uomo, ricorderà chi nell’audacia fu superiore all’uomo? (Giusto Gervasutti)».
No.
Saranno altre vie, perché noi non abbiamo vissuto tempeste né grandi passioni. La casa è ormai abbandonata. Noi siamo nati al calcare e abbiamo vissuto una giovinezza di sogni inseguendo la voce del vento.
Aprimmo lo Scudo di Enea, Gordon Flash, il Belvedere, Paperetta Show.
Quel giorno la Sbarua divenne all’improvviso più grande. Piantammo milioni di spit su tutte le placche. E dalle scogliere immaginarie i figli del calcare invasero il rifugio e cacciarono le famiglie che mangiavano polenta sui tavoli sotto le betulle. Fu un giorno straordinario. In poche ore tutte le vecchie vie vennero richiodate, liberate e variate.
Se ne aprirono mille di nuove. Sullo spiazzo accanto al rifugio piantarono le tende i migliori arrampicatori del mondo e con i fotografi vennero anche quelli della televisione. Ci ricoprimmo di gloria. Io lo so perché ero là, con le scarpette che conquistavano il mondo. Per questo ve l’ho raccontato.
Ora in Sbarua non va più nessuno. L’acqua ha ripreso a scorrere nella fontana del paese e le salamandre escono solo quando piove. Sullo spigolo sopra il grande tetto della parete delle Placche Gialle, che mio fratello Guido (Rossa, NdR) aprì con i primi chiodi a espansione che mai furono visti, abita il picchio muraiolo. Dal chiodo a cui sono appeso per l’eternità lo vedo arrampicare lieve e leggero sulla placca, beccando qua e là nelle minuscole pieghe della pietra. Di me non ha nessuna paura. Poi, all’improvviso, apre le ali ed è un bagliore di fuoco spruzzato di bianco, un battito come di grande farfalla che si spalanca nel grigio e illumina tutta la pietra. E la sua voce di flauto passa sui valloni invasi dalla nebbia, sale per pietraie e canali, per creste e dirupi e ghiacciai e chiama per pareti interminabili, da quell’unico spigolo che nessuno di noi è mai riuscito a salire.
Se andate a Rocca Sbarua
(facciamo notare che questo testo è vecchio di 39 anni…, NdR)
Accesso. Da Pinerolo (35 km da Torino) si seguono le indicazioni per Talucco. Attraversato il paese si continua fino al termine della strada. Ampio posteggio sulla sinistra. Si prosegue a piedi per il sentiero che sale al Colle di Ciardonet 1094 m e di lì, traversando a mezza costa, raggiunge il rifugio situato alla base della parete principale (45 minuti dal parcheggio).
Rifugio. 36 posti letto, è aperto da inizio settembre a fine giugno, anche in pieno inverno se le condizioni meteorologiche lo consentono. Per informazioni e prenotazioni telefonare al gestore: 0121/78027. Campeggio possibile nei pressi del rifugio.
Periodo consigliabile. L’ottima esposizione della palestra rende le vie agibili anche in pieno inverno. Particolarmente consigliabili i periodi da ottobre all’inizio dell’inverno e da fine febbraio ad aprile.
Stato di chiodatura. Vie generalmente attrezzate e con ottime soste. Utili una serie di blocchetti ed eventualmente qualche friend. Difficoltà dal III al 7a+ (VIII+). La varietà di itinerari facili e di media difficoltà rende la palestra particolarmente adatta anche ai principianti e alle scuole di arrampicata.
La roccia, gneiss con intrusioni di quarzo, è sempre ottima e consente un’arrampicata di puro stile granitico.
Bibliografia. Per la localizzazione si rimanda alla guida di Gian Piero Motti, Rocca Sbarua e Monte Tre Denti, GEAT-CAI, Torino 1969. Schizzi e descrizioni delle vie aperte in seguito, recentemente riordinati con una certa chiarezza da un anonimo volenteroso, si trovano nel libro del rifugio. Orientarsi è comunque sempre facile, e chiunque si trovi sul luogo vi potrà dare le informazioni necessarie.
Itinerari scelti. Si distinguono grosso modo tre tipi di itinerari che, nel tracciato e nelle tecniche di realizzazione, rispecchiano lo spirito delle diverse generazioni di arrampicatori che hanno frequentato la palestra dalla fine degli anni ’20 ad oggi. Le prime vie, di concezione classica, furono aperte prima e dopo la guerra lungo le direttrici di salita più evidenti. Sono quasi tutte ancora molto ripetute. Tra queste le più belle sono forse la Gervasutti-Ronco, con la famosa uscita in dülfer (IV+) e lo Spigolo Bianciotto, un tempo valutato di VI e oggi declassato a V+, che Bianciotto salì senza chiodi di assicurazione.
Più facile, ma divertente, lo Spigolo Rivero, sullo sperone Rivero (IV con passi di V), e la Vena di Quarzo, breve e molto singolare (IV).
Al periodo delle realizzazioni in artificiale o con tecnica mista appartengono due delle vie più belle del gruppo: lo Spigolo Centrale, oggi spesso ripetuto in libera (120 m, A1 o 6a+ max.), e la Motti-Grassi (140 m, A1 o 6a+ max., con un passo di 6c se interamente in libera). Entrambe sono decisamente consigliabili. La via delle Placche Gialle, aperta in più riprese da Guido Rossa con i primi chiodi ad espansione, attende ancora la prima ripetizione in libera. La chiodatura, tuttavia, non è eccezionale, e per una ripetizione conviene munirsi di qualche chiodo e qualche blocchetto. Negli anni ’80 la nuova generazione ha tracciato una serie di vie di concezione più moderna, aperte dall’alto e chiodate a spit, generalmente su placca o in fessura. La più bella (è uno degli itinerari più interessanti di tutto il gruppo), è senz’altro Voyage Selon les Classiques (100 m, 6b), via di placca con un’entusiasmante e raffinata uscita in fessura. A questa si può collegare il Belvedere (6b/c), duro movimento di incastro, a destra del grande tetto che domina la Sbarua Centrale. A destra dello Spigolo Bianciotto una fila di spit segna un’altra via su placca, Flash Gordon (6b). Meno continuo, ma con una bellissima uscita, è lo Scudo di Enea, (6a, uscita 6b).






Bellissimo testo di Paola.
Solo non è più vero che “ora in Sbarua non va più nessuno”, anzi, ma io ci torno sempre volentieri, perché si riesce ancora a trovare un po’ di tranquillità e della vecchia magia
Molto bello.
Onirico, romantico, anche ironico: nell’era dell’informazione istantanea, della “valorizzazione” e dell’iperturismo, c’è ancora qualcuno in grado di scrivere testi del genere?