La «resistenza» dell’associazionismo ambientale, escursionistico e alpinistico nelle zone del bacino marmifero, dove la denuncia dei danni delle attività estrattive diventa una forma di protesta sociale.
Dissenso sulle Apuane
di Guido Sassi
(pubblicato su ilmanifesto.it il 20 novembre 2025)
L’arrampicata come forma di dissenso sociale non è una novità: basta tornare agli anni ’70 del Nuovo Mattino per averne un esempio lampante. A volte, però, la protesta va oltre e diventa ferma opposizione, contrasto a politiche degradanti per l’ambiente e chi ci vive, in una delle sue forme più primitive ed esplicite: l’occupazione del territorio. Se poi lo spazio viene impiegato per esprimere libertà e rendere tangibile uno stile di vita sano, la ribellione diventa veicolo di cultura.
Nelle Alpi Apuane, da anni ci sono associazioni che non solo denunciano le ripetute violazioni delle norme a tutela dell’ambiente e i danni che l’attività estrattiva nelle cave di marmo recano, ma che cercano in qualche modo di sviluppare iniziative per non abbandonare il territorio al mero sfruttamento economico. “Versante Apuano” è una di queste: Andrea Gelfi, uno dei fondatori, si è trasferito dalla bergamasca da un quarto di secolo.
Nelle Apuane pratica scialpinismo, scala e ha aperto alcune falesie d’arrampicata proprio nel cuore del bacino marmifero. «Secondo me gli scalatori devono fare la loro parte. Può sembrare poca cosa, ma attrezzare pareti, falesie, essere presenti fisicamente e percorrere i sentieri che portano ai luoghi d’arrampicata è un modo per presidiare il territorio. Ci si imbatte in divieti di accesso, in cave abusive, in discariche a cielo aperto dove vengono scaricati copertoni, cavi elettrici, filo per tagliare il marmo. La marmettola (uno scarto della lavorazione del marmo, NdR), non è semplice carbonato di calcio, è impregnata di oli esausti. Dovrebbe essere smaltita in appositi contenitori e invece quando piove finisce nelle doline e si solidifica, deviando i corsi d’acqua e inquinando le falde d’acqua potabile».
Portare l’arrampicata in mezzo ai territori devastati dalle cave persegue vari scopi: «Innanzitutto cerchiamo di mantenere fruibili gli accessi alla montagna. Per esempio, sul monte Tambura hanno riaperto cave chiuse da quarant’anni, ma la strada di accesso insiste sul sentiero di accesso e non ci lasciano passare. A volte chiudono proprio. Ma è importante arrivare a discutere con queste persone, evitare che passi il concetto per cui la montagna è un luogo esclusivamente da recintare e da sfruttare. Talvolta si riesce a instaurare un dialogo».
Gelfi e compagni hanno in progetto una falesia che hanno chiamato Monorotaia. «Anche i nomi sono importanti, devono ricordare le problematiche e i lasciti derivanti dalle attività estrattive. Ci sono vie che si chiamano Macelleria apuana, Ladri di pietre, Marmo trafficanti. La falesia è in cima al Monte Sella, lì c’è una cava abusiva pienamente attiva. Abbiamo già tracciato 20 itinerari, in ambiente montano. Anche l’accesso avviene attraverso vecchie cave abbandonate, lungo la valle di Renara».
“Versante Apuano” non condanna l’attività estrattiva in toto, ma il modo in cui viene svolta. «Sul Monte Altissimo hanno completamente raso al suolo il Picco di Falcovaia e per l’accesso a cava Mossa e cava Macchietta hanno aperto una vera e propria strada che passa sul sentiero di accesso a un’altra falesia. Tra l’altro, noi percorriamo un tratto di una vecchia via di lizza, un sentiero di sassi fatto a suo tempo a mano dai vecchi cavatori, su pendenze difficili. Quello era un modo ammirabile di lavorare, in equilibrio con l’ambiente».
Gelfi pratica anche scialpinismo, nonostante l’attività sia osteggiata e diverse cave mettano delle recinzioni a chiudere il passaggio su ampi tratti di montagna. Gianluca Bricolani, di “Apuane Libere”, denuncia una situazione insostenibile. «Ci sono 70 cave attive dentro il parco e 90 fuori, altre 500 chiuse. Molte non sono attive da decenni, ma sono ancora in attesa di bonifiche. Noi quando usciamo sul territorio cerchiamo di pulire come possiamo: abbiamo raccolto una tonnellata di rifiuti negli ultimi quattro anni, ma sono altre le dimensioni del fenomeno: da soli non riusciamo a impattare. Vengono chiusi continuamente sentieri: l’ultimo in ordine di tempo è il 174, alle pendici del monte Borla. Il sentiero 33 è stato interrotto alle Cervaiole, la storica via Vandelli è stata addirittura allargata. Negli ultimi venti anni è stato estratto più marmo che in duemila anni di storia, 13 milioni di tonnellate l’anno». E oggi l’80% del prezioso oro bianco non viene nemmeno più segato e lavorato, diventa polvere per l’industria chimica.
Marzio Nardi, nel 2019, ha girato un film dal titolo evocativo: Carie. Coadiuvato da Achille Mauri e Federico Ravassard, ha portato l’arrampicata nelle cave di marmo dismesse. «Credo che sia l’apertura di falesie e vie su roccia vergine, che la riqualificazione di luoghi sfruttati e abbandonati, siano approcci degni, che possono coesistere», ha spiegato lo scalatore torinese.
La realizzazione del film ha mostrato non solo che è possibile ridare una funzione sociale e ricreativa ai siti estrattivi, ma è anche la testimonianza di come la natura possa tornare a vivere proprio in quei luoghi così peculiari. Le Apuane sono un bacino che accoglie il 45% della biodiversità della penisola, con 152 specie di interesse conservazionistico e 93 specie endemiche italiane, di cui 30 locali, dislocate in altrettanti habitat di interesse comunitario.
La vita nei luoghi dello sfruttamento si alimenta anche di attività che resistono al concetto di una montagna che sia solo lavoro. Il rifugio Donegani, in Orto di Donna, è un presidio e un riferimento per escursionisti e alpinisti. L’attività estrattiva prosegue a poca distanza dalla struttura stessa, ma ormai in un mondo quasi a parte. «Siamo continuamente investiti dalla polvere di marmo e rispetto al passato i cavatori non vengono nemmeno più al rifugio – spiega Rebecca Lanfranchi, che lo gestisce da cinque anni – Le macchine fanno gran parte del lavoro, gli operai sono molti di meno e ormai mangiano in cava, quando un tempo in rifugio ne venivano 20 o 30 a pranzo ogni giorno».
Un altro fronte molto caldo è quello legato all’escursionismo, tra chiusure di sentieri storici e nuove aperture. Anche in questo caso, il fine è quello di garantire a popolazione locale e turisti la possibilità di continuare a godere del territorio. «La realizzazione della variante del Sentiero Italia è stata la novità più importante degli ultimi anni – spiega Maurizio Lapi, coordinatore per il CAI della rete operativa delle sezioni apuane – Percorre la zona del Monte Altissimo, del Tambura e della Focolaccia: permette di vedere il bello della montagna, ma anche i disastri che sono stati causati. Valorizza le Apuane, ma consente anche di prendere coscienza con il problema. Come Club Alpino Italiano abbiamo acquisito anche un sentiero che faceva parte della linea gotica nei pressi di Folgorito. E dopo la pandemia abbiamo registrato un aumento della frequentazione su tutti i nostri sentieri».
Rimangono purtroppo insoluti i nodi delle chiusure e della manutenzione. «Il caso più eclatante è forse quello del sentiero 142, ex 31, che da Azzano, nell’Alta Versilia, conduceva fino a Vagli, in Garfagnana. Passa per le cave del Monte Altissimo e da un quarto di secolo è interrotto per le attività di cava. L’amministrazione comunale ha offerto alla ditta titolare dei permessi di acquisire il terreno su cui insiste il sentiero, per appena un milione di euro. I titolari degli usi civici, però, si sono opposti e il Consiglio di Stato in un primo momento ha dato loro ragione».
I casi di interruzione sono diversi sul territorio e ogni volta si propone il tema di come garantire la sicurezza del cantiere – perché tale è una cava – con la necessità di trovare soluzioni. Per esempio, varianti «che permettano comunque di usufruire del territorio e non costringano a chiudere e basta. Per quanto riguarda la manutenzione, ci sono realtà che cercano di aiutare. La fondazione della cassa di risparmio di Lucca ha messo a disposizione 400 mila euro per interventi di manutenzione straordinaria e parte di questi fondi li spendiamo anche su sentieri che toccano le aree investite dall’attività estrattiva. Come per il sentiero 141, che passa dall’Altissimo e da Vagli di Sotto. Tocca una cava dismessa e sono programmati interventi di riqualificazione, anche con pannelli informativi. Bisogna dire che la natura fa di per sé un gran lavoro nel sanare le ferite, il problema è che spesso le cave vengono riaperte in siti già parzialmente rinaturalizzati e il danno lì è doppio».





È una lotta contro i mulini a vento….