“E così tutto ciò che è superficiale, assume le sembianze di una profondità che non c’è: un ologramma proiettato sulle terre alte, un’illusione con il fiato corto…”.
E se pensassimo come una montagna?
di Davide Sapienza
(pubblicato su Annuario CAI di Bergamo, 2022)
La cosa più lampante che ricordo dei primi momenti in cui arrivai in montagna da bambino è una percezione che da adulto, articolata in un pensiero, ha attraversato diverse epoche emozionali nel mio rapporto con le alte terre. A sei anni vedevo gli abitanti della montagna e qualcosa mi diceva che eravamo molto differenti. Vedevamo il mondo diversamente e io ne ero molto affascinato.
C’era quel qualcosa che mi faceva sentire una verità simile alla materia prima, che poi da adulto ho capito essere materiale prezioso da sgrezzare per essere condiviso con chi non sa più dove cercarla, quella materia prima. Sebbene fossimo separati da meno di cento chilometri di distanza, era un mondo che trasmetteva da frequenze differenti e la distanza nello spazio, una volta tornato in città, sembrava essere anche una distanza di epoche. Però mi piaceva. Mi attraeva. Non so se fu questo a farmi decidere di salire in montagna per restarci e fare lì il mio campo base da dove scoprire il mondo, durante la giovinezza.
So, però, che allora come oggi la montagna parla ancora a quel bambino e lo interroga su cosa è adesso l’uomo maturo. Nei primi anni ho avuto alcune illuminazioni: per esempio, studiando poesie e testi sui nativi americani o sugli Inuit dell’Artico e i Sami della Scandinavia, sentivo riflesso in me un modo di concepire il mondo che il giovane adulto qui, sotto la montagna, sentiva molto vivo. Ma come condividere questi pensieri? Quando trascorsi alcune settimane con una famiglia Inuit sull’Isola di Baffin, per scrivere un libro e dei reportage giornalistici, l’amore per l’Artico mi riportava sempre a osservare dove erano le montagne: dall’Europa alle Americhe, l’alto Artico è un orizzonte di rilievi in una vastità senza confini.
Approfondendo i miei studi sulla cosmologia di queste popolazioni, imparai a vedere il territorio da una prospettiva totalmente diversa da quella che vivo in montagna, dove abito. Lavorare con poeti nativi americani come Lance Henson (Cheyenne) e John Trudell (Sioux-Santee), mi sgrezzò la poetica per capire che anche noi, come le montagne, siamo forme della Terra. Ma anche una prospettiva sociale e politica sul territorio e la sua vitalità, la Terra Madre, ciò che vuole dirci sentendoci come suoi figli e osservandoci incuriosita quando ci vede esagerare. E negli ultimi decenni, in montagna, si è esagerato nel tradire i cicli naturali, tentando di usare una sorta di chirurgia plastica per trasformarla in un attraente oggetto del desiderio a misura del consumo di massa. Mentre la mia vita e il lavoro ispirato dalla montagna si faceva sempre più intrigante e l’esplorazione dei territori approfondita, quando mi sembrava di avvertire un’illuminazione, avevo la netta percezione che essa provenisse dalla montagna, che non avevo meriti in questo, se non una pelle sottile e la sensibilità per ascoltare la sua conversazione. Il suo pensiero si realizza, in ogni “persona” del paesaggio, da quelle umane a quelle rocciose a quelle legnose a quelle d’acqua – rivoli, torrenti, fiumi. Poi un giorno lessi il libro A Sand County Almanac di Aldo Leopold, un forestale morto nel dopoguerra cercando di spegnere un incendio. Lui era diventato padre della visione ecologica più profonda, quella che parte da una rivoluzione prima di tutto di tipo spirituale. Tre anni fa quel volume è stato pubblicato da Piano B Edizioni in Italia con il titolo di un capitolo fondamentale: Pensare come una montagna.
In questa serie di riflessioni, che partono da una profonda conoscenza del territorio di un uomo la cui esistenza gronda di esperienza, è dopotutto l’evoluzione che Madre Terra ci chiede di compiere: decentrare il pensiero verticistico che abbiamo di noi stessi rispetto al territorio, alla catena alimentare e all’universo stesso in cui viviamo; uscire da schemi che promuovono cose disconnesse dalla realtà, idee che non possono (più) funzionare, false notizie sulla fauna selvatica che rimbalzano da isterici personaggi a una precisa campagna di disinformazione in mala fede. Abbiamo un’idea troppo fissa della realtà: la realtà e la percezione che abbiamo della montagna ora sono divaricate in due direzioni diverse. E come se l’ago della bussola si fosse sdoppiato e noi vedessimo solo quello che resta fermo, ormai giunto alla fine dei suoi giri di orizzonte. La politica ha provocato danni giganteschi ma essa riflette, anche in montagna, il volere di piccoli gruppi di interesse che da questa fissità traggono benefici concreti e personali, non collettivi; rinunciando alla fatica di esplorare culture diverse, si è permesso a persone che di territorio sanno quasi nulla e percepiscono ancora meno, di gestirne la governance e di orientarla non a favore della Montagna, di cui siamo ospiti, verso la riscossione di dividendi immediati, comportandoci spesso inconsciamente come se non ci fosse un futuro.
Un triste edonismo che non fa bene agli abitanti delle terre alte, spesso vittime di incomprensioni colpevoli da parte di chi vive nelle città. La montagna è un pensiero complesso: lo vediamo restando fermi ad osservarla, oppure camminando o ancora abitandola. Ma va detto che sempre più sono le persone incapaci di produrre e perciò di comprendere i pensieri complessi e l’economia che dovrebbe essere un sistema in sintonia con la montagna, la casa della comunità che lavora e vive, diffonde un benessere — materiale e spirituale — sempre più slegato dal pensiero naturale.
Perché la montagna pensa e addirittura sogna, ma in un’epoca in cui è assente un sogno collettivo, un’idea da realizzare che possa aprire orizzonti nuovi, diventa difficile coglierne la complessità. E così tutto ciò che è superficiale assume le sembianze di una profondità che non c’è: un ologramma proiettato sulle terre alte, un’illusione con il fiato corto.
Pensare come una montagna è il coraggio di capire che ciò che è stato è stato e ciò che è va osservato nella nuova luce irradiata dalle antiche radici della montagna, che non può prescindere da uno sforzo culturale collettivo, dalla condivisione di visioni differenti e percezioni della realtà agganciate a sensibilità variegate. Un pensiero che possa dare un ruolo di primo piano alle tessiture e alle trame articolate, spesso misteriose, sempre affascinanti, di quel pensiero complesso. Quello della Montagna, che se ne faremo parte, invece di volerla possedere, saprà curarsi di noi.



Io penso, invece, che la natura sia molto più semplice di come gli umani vogliono vederla. Non mi sento di colpevolizzare gli abitanti delle città, essi stessi vittime del sistema – sempre che vogliamo continuare ad avere una visione antropocentrica.
Invece di continuare a parlare di ciò che non va, noi che diciamo di amare le montagne dovremmo cominciare a promuovere le realtà che funzionano.
Penso, inoltre, che per quanto siamo tutti parte di un unico grande organismo e che siamo al contempo umani, terra e cielo e montagne e mari, ancor prima siamo umani e dovremmo ricordarci del ruolo che potremmo ricoprire sulla Terra, quello di custodi e giardinieri.