Un viaggio in bikepacking di 45 giorni per conoscere a fondo il Nepal, un Paese diviso tra il timore reverenziale delle vette più alte del mondo e la calda accoglienza dei suoi abitanti. Il team di Esplora ci ha raccontato cosa gli è rimasto da questa esperienza dal carattere introspettivo e spirituale
Unleash the adventure: l’impresa di Esplora in Nepal
di Benedetta Bruni e Daniele Pansardi

L’ultima volta che li abbiamo incontrati, Marco Ricci e Davide Ciarletta, il team di Esplora, stavano per prendere un aereo per Katmandu per raggiungere il loro compagno di viaggio Giuseppe Papa, guida cicloturistica e già a sua volta impegnato in una traversata della vicina India. Una volta atterrati, hanno preso un autobus che in 24 ore li ha portati a Mahendranagar, al confine tra i due Paesi, dove i tre avventurieri si sono ricongiunti e hanno dato il via alla loro spedizione. Un’esplorazione di 1.300 km in 45 giorni fatta di tigri, benedizioni e della maestosità delle montagne. Ma anche e soprattutto di persone, di storie che travalicano i confini linguistici e spirituali, di gentilezza e accoglienza, anche quando si ha poco o nulla da offrire. Tutto questo in bici, un mezzo che permette di prendersi il proprio tempo e indugiare dove serve. Abbiamo fatto un’altra chiacchierata con Marco e Davide, ora impegnati a portare il docu-film sulla loro esperienza “Lung Ta – Cavalli al Vento” in giro per l’Italia.
L’intervista a Marco Ricci e Davide Ciarletta, co-founder Esplora
Com’è andato il vostro viaggio in Nepal?
Il viaggio è stato molto intenso ma ci ha fatto conoscere tantissime persone. Nelle prime due settimane e mezzo abbiamo attraversato il sud del Nepal, la zona della giungla del Terai. Lì c’è solo turismo interno, quindi la gente non aveva mai visto degli occidentali dal vivo. Per loro eravamo come degli alieni, ma ci hanno accolto ugualmente a braccia aperte. Nella seconda parte del viaggio, quando abbiamo iniziato a salire l’Himalaya e il circuito dell’Annapurna, abbiamo incontrato tanti trekker e una popolazione abituata e pronta al turismo. Sono stati sempre molto accoglienti e ospitali, ma l’impatto è stato diverso. Gli è solo sembrato strano che fossimo in bici, anche se non eravamo gli unici.
Come vi siete adattati a un viaggio in bici così lungo? E quali sono stati i vantaggi di utilizzare questo mezzo?
Sebbene avessimo esperienza per i viaggi in bikepacking, non avevamo mai fatto 45 giorni dall’altra parte del mondo. Non è stato particolarmente difficile in realtà. Avevamo comunque delle bici che pesavano 30 kg tra attrezzatura e abbigliamento, che era adatto sia al caldo della giungla che ai 5000 dell’Himalaya. Dall’altra parte, il Nepal non è un Paese così remoto e isolato, e in un certo senso era una sicurezza sapere che bene o male potevamo sempre trovare qualcuno. Secondo noi, il vantaggio della bici è che è un mezzo che permette di andare alla velocità giusta per godere di ciò che si ha intorno. Inoltre, ti fermi quando vuoi, e questo non rischia di intaccare sulla tua tabella di marcia perché si può sempre andare più veloci dopo. In generale, permette di essere più liberi.

L’attrezzatura che avevate con voi è stata sufficiente?
Prima di salire il Thorong-La, quindi prima di iniziare il circuito dell’Annapurna, abbiamo fatto una pausa di un paio di giorni a Pokhara dove abbiamo deciso di lasciare alcune borse per alleggerire il carico, tra cui tutti i vestiti estivi. Siamo stati comunque abbastanza bravi e tutto ciò che avevamo erano cose che effettivamente ci servivano. L’unica pecca è che avevamo una tenda troppo tecnica. Era un modello da alpinismo ultraleggero che purtroppo non era utilizzabile sotto i 3.000 m perché era talmente ermetico che si creava troppa umidità all’interno. Andava invece benissimo oltre i 5000 m. Dunque per quasi tutto il viaggio abbiamo dormito ospitati da altri o in situazioni di fortuna.
Ora che siete tornati, quale oggetto avete trovato essere essenziale e non potrà mai più mancare nel vostro equipaggiamento?
Il filtro dell’acqua. In Nepal l’acqua corrente non è potabile e si può bere solo da bottiglie sigillate. Noi avevamo un filtro ai carboni attivi e lo abbiamo utilizzato spesso in montagna, perché come dicevo in Nepal non è un problema trovare della civiltà, ma chiaramente più ci addentravamo nel circuito dell’Annapurna e salivamo l’Himalaya, più i prodotti diventavano costosi. Senza dimenticare che gli Sherpa devono portare tutto sulle spalle. In questo modo, abbiamo potuto anche scaldare l’acqua raccolta da torrenti o corsi d’acqua.

Come vi siete sentiti a 5000 m con la bici?
Per noi è stata la prima volta, mentre a Giuseppe, che è alpinista e vive a Chamonix, capita spesso di arrivare ai 4000, ed era anche già stato ad altezze simili in Nepal. Ci siamo affidati a una guida del luogo, Madu, che ci ha spiegato come acclimatarci per evitare problemi. Un giorno infatti siamo arrivati ai 3600 m, abbiamo lasciato le bici e camminato fino a raggiungere i 5000, abbiamo dormito lì e poi siamo tornati a riprenderle. Per fortuna nessuno di noi è stato male. Dipende poi dalla velocità con cui si procede: noi siamo saliti abbastanza piano spingendo la bici, abbiamo ascoltato il nostro corpo, abbiamo mangiato bene e siamo rimasti sempre idratati.
Ci raccontate qualche episodio curioso vissuto durante il viaggio?
Ci sono stati in particolare tre momenti piuttosto curiosi nel nostro viaggio. A Katmandu, un giorno io (Marco) e Davide camminando per strada siamo stati chiamati da una signora anziana che ci faceva segno dalla sua finestra al terzo piano di salire in casa sua. E lei, pur non parlando nessuna lingua oltre il nepalese, ci ha fatto un rituale di benedizione con la tikka, il caratteristico simbolo induista in fronte, e ci ha regalato dei doni, tra cui i frutti guava, che vedevamo per la prima volta. È stato un momento bizzarro e inatteso, e ci ha augurato un buon viaggio per tutto il percorso.
Il secondo riguarda delle tigri. Pedalando nella giungla abbiamo incontrato un posto di blocco dove ci hanno intimato di non proseguire perché il pericolo di attacco delle tigri era molto alto. Non ci abbiamo creduto subito, ma dopo un po’ si è fermata una camionetta militare e ci ha caricato su insieme alle bici, portandoci per 22 km, ovvero lungo il tratto che non potevamo attraversare da soli, fino al posto di blocco successivo, dove il rischio attacchi era più basso.
Il terzo è avvenuto verso la fine del viaggio, la notte che abbiamo lasciato Campo Alto a 4900 m per raggiungere il Thorong-La a 5416 m. Siamo partiti alle 2 del mattino, con -20 gradi, e nel buio abbiamo scorto una lucina in mezzo alla montagna. Era una piccolissima capanna con dentro Aide, nepalese, che gestiva questo bivacco per sei mesi l’anno senza mai scendere. Ci ha accolto dandoci dell’acqua calda e noi, per ringraziarlo anche se avevamo finito i soldi, gli abbiamo regalato delle batterie, una torcia da testa e un paio d’occhiali. Forse ci ha preso per pazzi, ma per noi quell’acqua calda aveva un valore inestimabile.

Il documentario ha anche delle finalità benefiche?
Sì, prima di partire abbiamo aperto un crowdfunding con GONESA – Good Neighbour Service Association, un’associazione nepalese di ristrutturazione e costruzione asili nido e in generale supporto all’istruzione. Il 50% del ricavato ha coperto alcune delle loro attività, l’altra metà le spese per la produzione del documentario. Tra l’altro, per coloro che hanno donato più di 20 euro è incluso anche un libro fotografico con un racconto del viaggio, che è in fase di finalizzazione e faremo uscire a breve.
Come è stato accolto il documentario Lung Ta – Cavalli al vento?
Abbiamo fatto la prima proiezione domenica 2 giugno 2024 presso la Società Agricola La Macina (CO), con una social ride, una mostra fotografica con alcuni scatti del Nepal, live set e dj set con musica del documentario prodotta e creata ad hoc. È stato un bel momento: c’erano più di 100 persone, tutte molto entusiaste. Abbiamo in programma anche altre proiezioni: fino a dicembre lo porteremo in vari contesti e nel frattempo lo candideremo ai film festival come il Banff e il Trento Film Festival, poi lo caricheremo online. Il 15-16 giugno 2024 abbiamo organizzato un evento insieme a Wizard Cycling Crew dove abbiamo pedalato fino al Rifugio Nicola, ai Piani di Artavaggio (LC), con proiezione di Lung Ta e una notte in tenda. Poi sarà la volta di Chamonix e Courmayeur e a luglio dell’Upcycle Café Milano.

