Cresta Kuffner

di Nicola Bertolani, pubblicato su NikoBeta il 12 agosto 2011

“I cartografi possono ben tracciare confini lungo le dorsali montuose, stabilire che un versante appartiene a una nazione e un versante a un’altra.
L’alpinista che le scala dai due lati dimostra che una montagna unisce e non separa.
Lassù calpesta il confine inventato e lo cancella (Erri De Luca, Il più e il meno, Feltrinelli, Milano 2015)”.

La cresta Kuffner. Foto: Nicola Bertolani.

Non esiste una vera e propria data spartiacque ma è innegabile che da un certo momento in poi alcuni uomini e donne, abitanti delle basse terre, hanno guardato in su con occhi diversi. I picchi più alti, almeno in Europa, erano stati tutti praticamente già saliti e lo stile era perlopiù quello imperialista e colonialista: l’uomo si avvicinava a terre sconosciute prima col solito pretesto di conquista e dopo di supremazia, dominio con l’immancabile arroganza di sfruttamento.

Era nato l’Alpinismo ma con queste premesse, del tutto classiche e ricorrenti nella storia dell’uomo, penso che quasi nessuno ne potesse auspicare la longevità e soprattutto prevedere gli sviluppi.

Fu proprio allora, verso la fine del diciannovesimo secolo che i nostri bisnonni alzarono lo sguardo a quelle guglie, pinnacoli e cupole ghiacciate e ne intravidero una seconda anima, una nuova funzione.
Le pareti acquisirono dignità propria, il fine era sempre quello di raggiungere il punto più alto, ma ora lo si faceva per versanti diversi, con diversi avvicinamenti e soprattutto una diversa mentalità. L’uomo si era scoperto anche in questa disciplina romanticamente legato ad una ricerca “del bello”, ad innalzare l’estetica a funzione etica. Non bastava più salire ma era divenuto importante per “dove” e “come” farlo.

Un chiaro esempio lo si ebbe giusto qualche lustro prima della fine del secolo.
Era il 1865 ed un gruppo di quattro alpinisti della Alpine Club inglese insieme a due delle più forti guide del momento, i cugini Anderegg, realizzarono tramite lo Sperone della Brenva la prima traversata dall’italiano ghiacciaio della Brenva, sbucando all’ominimo Col e poi giù in Francia, per le Corridor ed i Rochers Rouges Inferiori.
Chiunque capiti da quelle parti, ma anche solo dalla val Veny vede bene che il Bianco, in quel versante, poggia con insistente violenza su un bacino tormentato di ghiaccio facendolo esplodere sotto e stando in piedi solo perché sorretto da mille pilastri e lame granitiche che, puntellando il gigante, ne sostengono la ciclopica mole.

È una visione che toglie il fiato tanto è possente e tangibile la presenza della natura in quei contrasti, scenari che annichiliscono l’uomo ma al contempo lo attraggono magneticamente.

Su di lì passa lo Sperone della Brenva che a ben guardare è come prua in mezzo ai ghiacci. Li frange e divide mettendosi a nudo come la linea più logica e naturale, per pensare di poter salire in quel dedalo di feroce bellezza.
Salita che fu affrontata dai primi salitori gradinando per centinaia di metri con energiche ed interminabili sciabolate di piccozza sul ghiaccio a 60°, tra seracchi e crolli che qui trasmettono le sensazioni di terremoti.
Questa impresa passò in secondo piano solo per la salita del Cervino il giorno prima e dall’enorme eco mediatico che ebbero le quattro conseguenti morti.

Ecco è da scelte come questa che mi piace pensare sia nato il vero germe dell’Alpinismo. Persone che guardano le cose con occhi diversi e ne trovano un nuovo lato estetico, di sfida con sé stessi prima che con altri. Dovevano pensarla così anche Burgener e Moritz v. Kuffner che qualche anno dopo, nel 1887, hanno guardato da Courmayeur la cima del Bianco, che allora doveva apparire più alta e pericolosa dell’Everest oggi, ed hanno tracciato nei loro occhi e desideri quella che sarebbe divenuta una delle più estetiche creste del monte Bianco e non solo.

Moriz Von Kuffner. Foto: dal blog di Nicola Bertolani.

Armati di scarpe di pelle senza suola in gomma ne ramponi, con un rudimentale bastone con arpione in capo chiamato alpenstock (l’antenato delle nostre iper-tecniche piccozze) e soprattutto senza nessun mezzo di assicurazione intermedia ma solo una corda di canapa, che spesso veniva usata dalla guida solo per “sollevare di peso” il cliente; ecco con questa attrezzatura insieme a J.Furrer ed un portatore si infilarono anche loro su per la Brenva.

Allora le propaggini del ghiacciaio dovevano spingersi fino all’inizio della val Veny ad Entrèves, dove la Dora prende vita non lontano dagli attuali impianti di risalita ma, alla fine di quel secolo, la salita era ancora tutta da farsi a piedi e senza sconti. Pensare che quattro persone partirono così, senza indicazione alcuna se non la certezza del punto di arrivo ma con nessuna esperienza e notizia sul percorso da farsi, ha tutti i crismi dell’esplorazione di terre vergini in continenti inesplorati. I nostri protagonisti salgono per i margini orientali del ghiacciaio fino a portarsi su un isolotto roccioso a sud della Tour Ronde. Lì bivaccano il primo giorno vicino a quello che poi diverrà il bivacco fisso della Brenva a circa 3060m. Il seguente ridiscesero sul ghiacciaio e risalirono tra crepacci fino ad individuare un canale di fuga per sbucare quasi sullo spartiacque, vicino alla Calotte de la Brenva. Lì aggirarono “una alta torre di roccia” (probabilmente il Dente sud-est della Fourche) e bivaccarono in piena cresta nei pressi di quello che ora è l’Alberico e Borgna, lasciando con lungimiranza ai posteri in eredità due tra i più iconici bivacchi del gruppo.

Alexander Burgener. Foto: dal blog di Nicola Bertolani.

Ma fu il giorno seguente che il gruppo disegnò quello che a tutti gli effetti può essere ricordato ed annoverato come un capolavoro di eleganza, intuito e determinazione. Salirono completamente la cresta a precipizio che dopo ottocento metri di caduta collega il dente in alto: il mont Maudit, con la piramide in basso: la tour Ronde.

Non paghi di ciò in cima al Maudit alle tre e mezza del pomeriggio, ridiscesero al col della Brenva e risalirono fino a quel puntino che si erano dati come meta finale: il monte Bianco che, da dove lo vedevano loro a Courmayeur, distava solo: tremilacinquecento metri di dislivello, un secolo di esplorazione e la riscrittura dei paradigmi dell’Alpinismo vivi fino ad allora. Non sono forse questi quei “piccoli passi per un uomo, ma un grande passo per l’umanità” che rendono l’esplorazione ai limiti dello scibile umano una delle più meritevoli e palpitanti ragioni d’essere della civiltà umana?

Io penso di sì.

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