La montagna sulla carta

di Alberto Sciamplicotti

E’ strano come l’andare in montagna spinga verso l’arte dello scrivere. Forse è lo stesso alpinismo, o come veniva definito un tempo il cimento eroico e l’agone con la natura, quello che fa tendere allo scrivere. Eppure, questo equivarrebbe a considerare la genia alpinistica come una stirpe che provi piacere nell’angoscia, che consideri la paura della morte, il timore del vuoto o l’ansia data dall’affrontare un terreno in cui l’imponderabile gioca un ruolo spesso determinante, come frutti da raccogliere e da cui distillare emozioni da poter offrire alla narrazione. Il raccontare diventerebbe il negare di essere semplici uomini, il volersi offrire come risolutori delle angosce della vita quotidiana, soggetti vincenti del confronto con quella paura che da sempre accompagna l’uomo: il timore della morte.

Ogni scalata sarebbe così la prova da superare per affermare il diritto all’esistenza. Da questo potrebbe scaturire un postulato che suonerebbe come “sono perché arrampico”, dove il diritto all’esistenza verrebbe determinato dall’aver saputo sconfiggere l’eterno timore. Ma se la conquista di questo diritto è la conseguenza del confronto con l’angoscia, allora vorrebbe dire che il piacere, cioè la vita, deriva dalla paura e quindi dalla morte.

In questo contesto un ipotetico lettore sarebbe paragonabile a un voyeur, un guardone che provi il piacere solamente spiando il piacere di terzi, attraverso l’angoscia vissuta dagli altri, impossibilitato a godere in prima persona perché troppo grande il timore personale.

Questo spiegherebbe anche perché esista una mole di scritti riguardo alle attività di montagna non paragonabile a quella di nessun’altra iniziativa, per così dire sportiva, svolta dall’uomo. L’unica eccezione sembrerebbe valere per quelle attività legate al mare e più specificatamente alle traversata in barca a vela tanto incredibili sono le somiglianze, al di là dell’ambiente di azione, che legano queste due facce dell’avventura.

Uno Sport Come un Altro?
Perché non è stato scritto altrettanto dello sport del calcio o della pallacanestro o del tennis tavolo? E’ indubbio che anche in una qualunque di queste attività vi siano delle componenti generatrici d’angoscia: un calcio di rigore, un uno contro uno in difesa nella zona dei tre punti, una pallina giocata sul filo della schiacciata. Quello che fa la differenza dall’alpinismo è soprattutto però la dimensione temporale. Un dribbling, seguito da un contrasto con l’avversario in area di rigore e culminante con un calcio dal dischetto, sarà un’azione che nonostante sia vissuta intensamente e con la paura di fallire, durerà tutt’al più una manciata di minuti, quando non secondi. Mancherà quindi inevitabilmente quella dilatazione temporale propria dell’azione alpinistica e che permette la riflessione e il confronto con le emozioni generate dall’azione stessa.

E’ questa sostanzialmente la differenza fra alpinismo e arrampicata sportiva, una distinzione che travalica anche le eventuali differenze tecniche. Durante un’ascensione, per semplice che sia, il tempo per confrontarsi con le paure del vuoto, della solitudine, della morte o del semplice fallire, sarà sempre abbondante e ogni istante porterà a una presa di coscienza maggiore di quanto si sta vivendo e dello sviluppo interiore che l’accompagna. Tutte cose che tempi minori di azione non permettono di catturare.

Ma è solo questo che spinge a scrivere? Quasi non c’è alpinista o escursionista o semplice frequentatore di ambienti dai grandi spazi, montagne, deserti di sabbia o di ghiaccio, oceani, che non abbia provato almeno una volta a mettere nero su bianco le sue esperienze, a cominciare dal Petrarca e dalla famosa lettera in cui descriveva le emozioni provate durante un’ascensione, passando per il racconto di Stevenson della traversata dei Cevennes a dorso di mulo o per le relazioni e le descrizioni delle ascensioni dei più titolati alpinisti contemporanei. Così, per rispondere alla domanda conviene ripercorrere la storia, parallela a quella dell’alpinismo e per molti versi a questa simile, della narrativa di montagna.

Mont Aigulle
Mont Aiguille, detto l’Inaccessibile

La Nascita della Narrativa di Montagna
La nascita dell’alpinismo viene fatta coincidere, per convenzione, con l’ascensione del Mont Aiguille realizzata dal capitano Antoine de Ville su ordine del Re di Francia. Conseguentemente, gli scritti relativi a questa impresa, più militare che sportiva o di esplorazione e realizzata con l’ausilio di tecniche cantieristiche, sarebbero le prime opere letterarie di montagna. Ma a ben vedere si tratta di relazioni atte a testimoniare presso il Re e la corte il buon andamento di quanto compiuto per la maggior gloria del reame di Francia. Per trovare il segno d’inizio della vera letteratura di montagna bisogna giungere fino all’Ottocento, alla conquista del Monte Bianco, a De Saussure e ai suoi scritti e alla calata degli inglesi sulle Alpi. A dire il vero, nel periodo intercorso fra la prima ascensione del Mont Aiguille e quella del Bianco, furono dati alle stampe testi di autori tedeschi e svizzeri con argomento la montagna. Rimasero però esempi isolati nel tempo, da cui in ogni caso era già possibile scorgere i germogli degli sviluppi futuri.

Guide e Horace-Bénédecit de Saussure verso la vetta del Monte Bianco
L’ascensione del Monte Bianco secondo Horace-Bénédict de Saussure

La relazione dell’ascensione del Bianco di Horace- Bénédict de Saussure fu il testo che ispirò, pur con diverse variazioni, tutti gli scritti a seguire. Pur essendo figlio dell’Illuminismo, de Saussure risentiva già dell’influenza del nascente Romanticismo e i suoi scritti testimoniano questo doppio legame culturale. Le due ideologie – rappresentanti gli estremi dell’animo umano: la ragione e l’emozione – guidavano la sua mente e la sua penna. Le paure, i sentimenti di angoscia e di puro terrore dati dal trovarsi in un ambiente all’epoca sconosciuto, dal bivaccare su un ghiacciaio all’affrontare colli nevosi e creste ghiacciate, facevano da contraltare al raziocinio della ricerca scientifica che aveva ispirato quell’ascensione.

Gli autori seguenti furono guidati nei loro scritti da questo dualismo, maggiore in uno dei due opposti a seconda delle ragioni che ispiravano le loro opere. Si andò così dalle asettiche relazioni sulle esplorazioni compiute del Reverendo Coolidge alle serate, così simili alle odierne proiezioni sulle imprese alpinistiche, in cui erano narrate, enfatizzandone gli aspetti emotivi, le avventure montane. Con il passare del tempo la parte scientifica perse d’importanza e, di conseguenza, gli scritti smarrirono questo aspetto. Contemporaneamente, partì dalla cultura tedesca l’esaltazione dell’estremo opposto: l’emotivo.

L’alpinista divenne così colui che vinceva le sue paure, i suoi timori e quindi i suoi difetti; ma un essere senza difetti, o che tende a esserlo, perde la sua umanità caduca per assurgere a qualcosa di più elevato. Era il momento di Lammer e delle sue teorie sull’uomo che cerca la sfida con la morte per essere più della vita stessa. Questi concetti, che influenzeranno tutto l’alpinismo del Centro-Europa, arrivano a sfiorare solamente le idee alla base della cultura alpinistica anglosassone, dove l’alpinismo era visto più come una parte integrante dell’educazione dei giovani che frequentavano i college e quindi come un’attività formativa, al pari dell’equitazione o del canottaggio. Non è un caso che le classi sociali dedite a questa attività fossero profondamente diverse nelle due culture: di estrazione sociale elevata, alta borghesia e aristocrazia, per gli anglosassoni e più popolare per la cultura tedesca del Centro-Europa. Differente era anche l’alpinismo praticato. Più esplorativo e volto alle alte quote con la supervisione di guide l’uno, più dedito al superamento di difficoltà tecniche e soprattutto senza o con poco ausilio di guide, l’altro. Era normale che la letteratura dei due modelli fosse differente e rispecchiasse le rispettive caratteristiche.

Inoltre, la cultura anglosassone aveva dalla sua anche la grande tradizione della narrativa di viaggio, legata alle esplorazioni compiute in Africa e in Oriente.

Questi due blocchi culturali rimasero praticamente invariati fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando per ragioni belliche ebbe il sopravvento lo schema narrativo inglese. La Francia e l’Italia, per tutto questo tempo rimasero come su una linea di confine: legato al modello inglese ma fortemente influenzati dal fascino delle idee di Lammer.

Ritratto di Eugen Guido Lammer
Eugen Guido Lammer

Fra le due guerre mondiali, fu inevitabile che anche l’alpinismo fosse usato come veicolo di propaganda per gli ideali proposti dal Fascismo e dal Nazismo. La salita della Nord dell’Eiger o le imprese di Comici o degli altri alpinisti tedeschi o italiani furono quindi usate per esaltare la razza di appartenenza e la cultura propugnate dai due regimi. Ancora una volta ritornava l’assioma dell’alpinismo come attività che eleva l’uomo rendendolo più dell’uomo stesso; la variante era l’aggiunta che solo alcune culture e alcune razze, le elette, potessero produrre individui capaci di intraprendere questa salita verso Dio. Ecco allora una letteratura di montagna carica di enfasi, pronta a esaltare l’individualità vincente come espressione della cultura di appartenenza e destinata ala vittoria quasi per volere divino.

Una Nuova Visione
Perché nuove idee e modelli narrativi venissero alla luce, bisognerà attendere quella rivoluzione alpinistica che mosse i suoi primi passi negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50 del ventesimo secolo, nell’area della Yosemite Valley.

ritratto di Warren Harding
Warren Harding

Già le relazioni sulle ascensioni di Royal Robbins e Warren Harding esulano completamente da quanto letto fino a ora. I loro racconti e articoli risentono delle influenze sociali che agitavano gli Stati Uniti in quegli anni: l’insofferenza e l’individualismo beat si fanno strada e la scrittura sincopata, be-bop, di Kerouac e degli autori della beat generation ispira anche la narrativa legata all’alpinismo. Chi arrampica comincia a non essere più l’uomo che vincendo le sue paure diviene qualcosa di migliore, ma un soggetto che attraverso il suo rapporto con la montagna e i grandi spazi aperti inizia a capire meglio se stesso e le sue debolezze. La paura non è più un momento da superare, ma uno da vivere e interiorizzare come parte di ciascuno di noi, da comprendere e accettare. In questo contesto, ecco i racconti di ascensione presentare gli alpinisti come normali persone che litigano fra loro, dicono parolacce e a volte bestemmiano: finalmente l’alpinista torna a essere un uomo. E’ una rivoluzione che però non viene compresa appieno nel mondo alpinistico europeo. Gli statunitensi sulle Alpi aprono nuove vie, ma per molti il loro contributo finisce qui. L’insofferenza individualistica di un Gary Hemming è per i più solamente un atteggiamento snobistico o, quanto meno, folcloristico. Nessuno riesce a  scorgere invece la carica individuale così pura e così intensa, ma anche così simile a quella beat, da essere votata a una insofferenza autodistruttiva.

Il passo successivo riflette quanto accade nella società ed è l’evoluzione della cultura beat in hippy. La ricerca individualistica evolve in ricerca comunitaria ed è ancora il mondo alpinistico statunitense a indicare la nuova strada. I grandi arrampicatori di Yosemite non sono più solitari individui, ma leader di gruppi di “lavoro” e le esperienze sono vissute a livello comunitario, dagli intensi training di allenamento, alle salite con le nuove tecniche, fino ai trip e agli sballi di acidi e marijuana. In Europa si comincia ad avvertire questo cambiamento e anche la narrazione viene coinvolta. In Germania è Reinhard Karl a incarnarlo maggiormente e i suoi scritti riflettono le sue insofferenze verso una società consumistica, la ricerca di qualcosa che in qualunque attività dell’uomo, non solo l’alpinismo, rifletta questo desiderio di sviluppo interiore ma non individuale. Nel Regno Unito, dopo Chris Bonington, grande alpinista ma ancora legato a un modello narrativo classico, sono gli scritti di Pete Boardman e Joe Tasker a mostrare il medesimo desiderio di cambiamento. Anche qui l’uomo non è solamente il soggetto vincente nel confronto con la montagna, ma diviene il vero oggetto della ricerca. In Italia, la rottura con la cultura classica alpinistica viene da quella cerchia di persone che ruota intorno alle strutture granitiche della Valle dell’Orco. Ispirandosi palesemente al movimento della Yosemite Valley, il gruppo de “il Nuovo Mattino” ha fra i suoi rappresentanti di maggior rilievo Gian Piero Motti.

Gian Piero Motti ritratto
Gian Piero Motti

In un suo scritto, dal titolo profetico I Falliti, disegna la figura dell’alpinista come individuo preso nel pieno delle contraddizioni della società in cui vive. Ma Motti non riesce a superare il gradino che porta all’accettazione dei limiti personali e, nel suo “sentire-soffrendo” se stesso e il mondo che lo circonda, arriva all’unica soluzione che sente come praticabile: il suicidio. A indicare la strada rimangono gli altri, i sopravvissuti a quegli anni di ricerche spasmodiche.

Da allora la narrativa di montagna, almeno in Italia, è rimata ferma al bivio fra innovazione e tradizione. I suoi autori, affascinati dalle nove possibilità offerte dalla rivoluzione culturale dell’alpinismo iniziata negli anni ’60 ma ancora legati ai vecchi modelli, sembra non riescano a distillare qualcosa di veramente nuovo. Negli Stati Uniti i frutti nati dalla rivoluzione di Yosemite sono ancora lì, ma i loro semi non sembra abbiano generato ancora nulla. Come ogni rivoluzione, sembra aver perso il suo impatto dirompente nel momento in cui è stata fagocitata e digerita da quella società che l’aveva generata, in un ripetersi uguale a se stesso di quello che era stato l’iniziale schema innovativo. Il mondo di lingua tedesca sembra non sfuggire a questa situazione. Unico, ancora una volta, forse è il mondo anglosassone che sembra aver trovato con gli scritti di alpinisti non più delle classi agiate, ma delle classi più popolari, minatori, giovani punk, disadattati, operai, il modo per proseguire un’evoluzione letteraria legata all’alpinismo.

E’ inevitabile che in un mondo in stallo fra vecchi valori e assenza di nuove idee ed etiche, anche nell’alpinismo e nell’espressione letteraria che gli è propria, non si rilevino momenti particolarmente innovativi. La cultura legata all’alpinismo riflette, come qualunque parte della società, le situazioni e le incertezze legate a ogni particolare momento storico.

Sembra allora questa la risposta alla domanda che ci ha portato a compiere quest’excursus storico. Sono certamente le pulsioni generate dall’affrontare le paure di un’ascensione, il confronto con esse, la sottile inquietudine che spinge a effettuare un’escursione su un percorso sconosciuto, in poche parole i sentimenti che nascono dal vivere un’avventura, che fanno tenere allo scrivere e a voler comunicare queste emozioni. Come tutto questo verrà poi percepito alla fine dalla forma mentis, quindi come sarà anche elaborato nella forma scripti, dipenderà essenzialmente dal contesto sociale in cui viene vissuto.

E’ indubbio, arrampicare, stare appesi a una corda su un qualunque pinnacolo di roccia o di ghiaccio, o anche solamente camminare o sciare attraverso paesaggi disabitati, sono attività irrazionali: la spinta a compierle può essere data solamente dall’anelito a soddisfare quella fame emotiva che si agita in ognuno di noi, quello stesso bisogno che ci spinge a cercare di essere amati e a voler comunicare le emozioni e i sentimenti. Il risultato finale, come in qualunque atto d’amore, sarà dato da quanto si saprà spogliare l’anima di tutte quelle sovrastrutture imposte, suggerite, consigliate dal mondo esterno, dalla società in cui si vive. Solo in questo modo la letteratura di montagna, priva della visione egocentrica dell’alpinista scrittore, saprà farsi vera letteratura e non mera descrizione di salite, traversate o discese.

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