di Ugo Ranzi
La prima immagine che mi viene in mente pensando alla val Badia sono i grandi prati fioriti intervallati da boschi di conifere. Le grandi distese prative d’estate sono cosparse di fiori di tutti i colori; d’inverno quelle pianeggianti diventano piste per il fondo e quelle pendenti favolose piste per lo sci da discesa.
Super conosciuta per lo sci, anche grazie alla coppa del mondo che disputa alcune gare sulla pista della Gran Risa, la val Badia è meno conosciuta per l’alpinismo; gli appassionati di ferrate conoscono la Tridentina, gli alpinisti la Cima Scotoni e i muri del Sass dla Crusc ma per il resto se ne parla poco.
La famosa Gran Risa non me la sono mai goduta appieno vuoi perché quasi sempre ghiacciata, vuoi perché ci va troppa gente e quindi occorre dare un occhio davanti alle difficoltà e un occhio dietro a controllare la traiettoria di qualche kamikaze. La pista che dall’arrivo della funivia del Lagazuoi scende fino alla capanna Alpina è bellissima per l’ambiente in cui si svolge. Si scia sotto la mitica parete della Cima Scotoni, quella della piramide umana a tre e della via dei Fachiri; sotto la via del Drago di Claude Barbier e Almo Giambisi; sotto il diedro Consiglio della Cima del Lago, meno mitico ma tanto bello. E poi la discesa si conclude con il suo originale ritorno attaccati alle corde del traino dei cavalli che dalla capanna Alpina ti riportano all’Armentarola.
Quella che più mi piace è la discesa dal rifugio Kostner alla partenza della seggiovia. L’anfiteatro con Il Piz da Lech il Sasso delle Nove e quello delle Dieci è lo spettacolare punto di partenza. Durante la discesa, con la costante vista del passo Campolongo centinaia di metri sotto, ho l’impressione di sciare sospeso in aria. Il sogno mai realizzato è la discesa con gli sci della val Mesdì.
Dopo tanti anni a Pinzolo e in val di Fassa, da una ventina d’anni trascorro le mie vacanze estive in val Badia, a Colfosco o a La Villa. Colfosco offre una vista fantastica verso la val Mesdì e la propaggine nord del gruppo Sella dove, di notte, brilla la lucina del rifugio Pisciadù.






La prima volta in val Badia
Marco lo avevo conosciuto alla scuola Graffer in Dolomiti di Brenta, era uno degli istruttori. Aveva finito le scuole, si era diplomato ed era partito per il militare. Dopo il CAR lo avevano dislocato a Corvara in val Badia, gli mancavano i suoi amici e lui mancava a loro. Un giorno con Giorgia, amica trentina discendente di grandi arrampicatori, decidemmo di andare a trovarlo. Grazie alla sua funzione di istruttore di roccia degli alpini aveva un po’ più di autonomia rispetto al resto della truppa e ottenne facilmente il giorno di licenza per stare con noi. Ci portò in giro a conoscere un po’ la valle che, concentrato sulla val di Fassa e sulle Dolomiti di Brenta non avevo mai visitato. Siamo saliti dalla val Setùs al rifugio Pisciadù e scesi dalla val Mesdì, dall’Armentarola siamo andati al rifugio Scotoni. Erano ancora luoghi poco visitati e conosciuti, la ferrata Tridentina che porta ogni anno migliaia di appassionati al Pisciadù forse non era stata ancora neanche pensata; il grande prato davanti allo Scotoni era tristemente disseminato di croci di un cimitero di guerra austriaco, sul Gran Piz da Cir non era ancora crollata la famosa via Adang.
Vista Piaciuta Salita
Quasi sempre scelgo una salita perché qualcuno me ne parla o perché è molto conosciuta o perché leggo da qualche parte una relazione attraente. In val Badia invece per ben due volte ho scelto delle salite perché mi aveva attirato la loro linea; niente di complicato, erano due linee di facile individuazione: uno spigolo, quello del Mur del Pisciadù e un camino che per 600 metri percorre la parete del Sass Ciampàc dalla base alla vetta.
Sass Ciampàc, il gran camino curvo
La via più conosciuta e frequentata del Sass Ciampàc è la via Adang e, probabilmente, è la più bella.
Poco frequentato invece è il gran camino curvo che è una delle vie che più mi ha impegnato psicologicamente pur con difficoltà di poco più di terzo grado. Al tempo in cui l’ho salito non c’era ancora Google e neanche le utili guide del Bernardi, esisteva si una delle guide dei Monti d’Italia ma era esaurita e introvabile. Morale non ne sapevo niente, era solo una di quelle linee tracciate dalla natura che ti dicono “vieni a salirmi”.
Era ancora il periodo in cui mi piacevano diedri e camini. I diedri potevano avere qualche incognita i camini no, in qualche modo, o a spaccata o in opposizione, si riusciva sempre a salirli o almeno pensavo così. Si aggiunga il fatto che in camino non c’è la paura dell’esposizione.

Fu così che una mattina di agosto io e Massimo ci presentammo agguerriti alla base. Ci rendemmo presto conto che non era una salita frequentata. Praticamente non c’era nessun chiodo, le difficoltà non erano elevate ma quaranta metri senza protezioni intermedie non erano il massimo per due neo papà. Non si trovavano neanche i soliti mozziconi di sigaretta maleducatamente lasciati alle soste. Le soste bisognava inventarsele dopo il solito avviso “ancora tre metri”, quello che spesso arriva quando invece mancano cinque metri ad un comodo terrazzino o a una fessura ben chiodabile. Un po’ di chiodi di tranquillità li ho piantati io e in qualche passaggio non facile ho dovuto piantarli al volo. Insomma quasi un’atmosfera da prima salita. Ovviamente così non era, la via era stata aperta da Eugen Gerhardt e Alois Reither nel 1910. Come gran finale si sbucava in vetta dopo aver strisciato attraverso un cunicolo ghiaioso spiacevolmente angusto.
Su una guida del Bernardi il tracciato suggerito sale sulla destra del camino e solo in tre tiri lo percorre. Probabilmente è questa la ragione per cui non abbiamo trovato soste e tracce, noi lo abbiamo seguito integralmente.
Il panorama dalla vetta è molto bello come pure la discesa al passo Gardena col sentiero del passo Crespeina.
Mur del Pisciadù orientale via Dalla Chiesa
Guardando la val Mesdì dal suo sbocco sulla passeggiata che sale da Corvara alla cascata del Pisciadù ovviamente la punta che più si nota è il Daint de Mesdì. Girando lo sguardo verso la cascata si nota un gran spigolone curvo che chiude a sinistra la parete del Mur del Pisciadù.

L’avevo guardato spesso durante le passeggiate con la famiglia poi un giorno, l’ultimo giorno di una vacanza, con Maurizio ci eravamo regalati un’uscita antelucana, prima della partenza, per dare l’ultimo saluto annuale alle montagne della val Mesdì ed avevamo fatto un sopraluogo alla base dello spigolo. Proprio lì sotto avevamo incontrato un branco di camosci che ci avevano affascinato con la loro abilità di movimento sui pendii rocciosi, un ricordo indelebile che si era aggiunto alla vista dello spigolo che ci era piaciuto molto. L’avevamo quindi messo in programma per l’anno dopo. Cosa che facemmo con grande soddisfazione anche perché non avendo consultato nessuna relazione era come fare una via nuova, c’era anche Massimo. Una bella salita su roccia ottima, con difficoltà moderate e chiodatura al minimo sindacale compensata da tante clessidre. Una salita particolarmente panoramica. E in cima invece di una sequenza di doppie, una buona grappa al rifugio del Pisciadù.
La ferrata Tridentina e Cima Pisciadù
La Tridentina è una delle ferrate più conosciute e anche una delle prime realizzazioni un po’ impegnative. Per buona parte scorre parallelamente alla cascata del Pisciadù, c’è una prima metà abbastanza facile e arrampicabile senza necessità di usare gradini e funi. Alla fine di questa sezione si può uscirne e salire per sentiero al rifugio Pisciadù. La seconda parte invece è difficile e premia i salitori con il finale su un aereo ponticello sospeso. La prima volta, preoccupati dai racconti terrificanti di alcuni salitori, abbiamo usato la corda per la parte difficile, bisogna dire che erano ancora poco diffusi il doppio cordone, il dissipatore e tutto il resto oggi usuale (io comunque uso ancora un solo spezzone di corda con dissipatore). Dopo di allora l’ho salita tantissime volte di giorno, di notte, da solo, in compagnia. Non al mattino per evitare le interminabili code. Da anni salgo dopo le tre del pomeriggio, non si incontra quasi nessuno e si gode veramente l’ambiente. Unico inconveniente qualche volta l’arrivo da sud di un temporale pomeridiano non raro in montagna, che costringe ad uscire prima della parte difficile onde evitare spiacevoli scosse.
Poco sopra al rifugio Pisciadù c’è l’invitante parete sud della cima omonima. L’avevo guardata tante volte dopo la salita della Tridentina ma ero sempre un po’ troppo stanco per concatenarla alla ferrata, per cui decidemmo con Massimo di sceglierla come obiettivo a se stante. Per andare all’attacco invece di salire dalla ghiaiosa val Setùs abbiamo colto l’occasione per salire al rifugio dal bel sentiero che si dirama a destra della val Mesdì.
Torre del Lago
Salendo dalla capanna Alpina poco sopra il rifugio Scotoni si arriva al laghetto Lagazuoi, sopra questo sale la via. La Cima del Lago non è famosa come la vicina, bellissima e celebrata Cima Scotoni sulla cui parete sud ovest sono state tracciate vie storiche ma è bella pure lei. Il pilastro su cui Claude Barbier ha tracciato una ardita via, saldandosi alla parete alla Cima del Lago forma un bellissimo regolare diedro inclinato. Durante una proficua campagna alpinistica del CAI di Roma negli anni ‘50, Paolo Consiglio e compagni hanno aperto sulle allora vergini pareti delle cime nel gruppo del Fanis e delle Conturines. Furono loro a salire per la prima volta quel diedro.
Questa via l’avevo scoperta sulla meritevole guida 69 Arrampicate in Dolomiti di Lele Dinoia, Marco Polo e R. Roseo. Non c’erano molte pubblicazioni simili a quel tempo, c’era il 100 arrampicate classiche del Pause ma era solo descrittivo. Questa invece dava, oltre a tutte le informazioni generali, una descrizione molto dettagliata. Per parecchi anni mi sono ispirato a questo libro nelle mie scelte compiendo una ventina di salite tra quelle valutate al disotto del TD (Tres Difficile).
Il diedro Consiglio l’ho salito con Massimo negli anni ’70, la realtà corrispondeva alle caratteristiche descritte dalla guida. Dopo uno zoccolo non difficile ma che richiede attenzione, seguono sei/sette tiri nel diedro di roccia favolosa. A quel tempo la via non era ancora di moda e quindi i chiodi erano pochissimi, ma l’arrampicata fu veramente entusiasmante.

Lagazuoi via Consiglio
Anche sul Lagazuoi Nord la premiata ditta Consiglio e company ha tracciato una via. Entusiasmati dal diedro della Torre e, istigati dalla guida Dimensione Quarto della Vivalda, con Massimo e Maurizio siamo andati a ripeterla. Mi è piaciuta meno, non ha una sua caratteristica e la roccia non è eccezionale. Peccato non aver avuto il coraggio di fare lì vicino la storica via del Drago di Claude Barbier.
Dalla capanna Alpina avevo guardato tante volte con desiderio anche un’altra realizzazione di Paolo Consiglio, la via sul Terzo Pilastro del Bandiarac nel gruppo delle Conturines ma non c’è mai stata l’occasione di salirla.
Sass Songher
Domina la valle con la sua massiccia mole ma non ha particolari attrattive per l’arrampicata. Però vale la pena salirci in vetta, non ci sono difficoltà si tratta di un sentiero, perché offre una vista a 360 gradi su tutta la val Badia. In agosto le guide collocano delle fiaccole su una via dello spigolo sopra Corvara e le accendono quando è buio offrendo uno spettacolo molto suggestivo.

Gran Piz da Cir
Il passo Gardena è proprio bello, da una parte incombono le pareti del Gruppo Sella percorse da vie famose come la Vinatzer del Sass dla Luesa o la via sulla Torre del Murfreid dal lugubre nome “della Morte obliqua”.

Sul lato opposto svettano il Gran Piz da Cir con i suoi satelliti e il Sass Ciampàc. La normale del Piz da Cir è facile, l’inizio è addomesticato da una fune metallica e dopo, solo in qualche tratto occorre l’uso delle mani. Ci ho portato anche mia moglie Mila, non proprio appassionata di roccia, e mio figlio Matteo da bambino perché anche loro potessero ammirare il panorama della vetta, che spazia dalla val Badia alla Val Gardena, e una sequenza di montagne col Sassolungo, il gruppo del Sella, i Fanis e laggiù in fondo le Tofane.

Il Piz da Cir era di moda negli anni ’30, il camino Adang era la via più celebrata, era di media difficoltà, 3° grado, ma doveva essere molto bello. Mio zio Raffaele l’aveva salito con Francesco Jori, uno dei forti di quegli anni, e me lo magnificava perché lo salissi. Meno male che non l’ho salito quel giorno del 1962 in cui è crollato, per fortuna senza vittime.
Claudio, che non ne sapeva nulla, seguendo le indicazioni di una vecchia guida del CAI si era presentato sotto la parete pensando di godersi una bella arrampicata classica. Dopo aver girato un bel po’ di tempo inutilmente alla ricerca dell’attacco, chiedendo informazioni scoprì che la via non esisteva più. Restano la via Camerun che a me non è piaciuta e la via Stuflesser che alcune guide (libri) suggeriscono.

Anfiteatro del rifugio Kostner
Il rifugio Kostner si trova all’estremità sinistra del favoloso anfiteatro del Vallon che racchiude Sas dles Nu, Sas dles Diesc, Piz da Lech. E’ un anfiteatro rivolto ad est e deve essere bellissimo guardare la luce dell’alba che illuminando queste cime scende lentamente fino alla loro base.
Ho fatto una salita su ognuna di esse. Sul Sasso delle Nove e Sul Sasso delle Dieci ho salito le due belle realizzazioni della grande cordata Detassis/Castiglioni, due camini molto eleganti. Sul Piz da Lech invece di salire l’ennesimo camino Detassis/Castiglioni, ho scelto la via Dorigatti/Giambisi un po’ più difficile ma anche lei molto estetica. Di questa via ho un ricordo particolare: è stata l’ultima volta che ho provato il senso di paura nell’andare all’attacco, sensazione che poi scompariva appena iniziavo le salite per essere sostituita dall’entusiasmo dell’arrampicare.
Era una sensazione che avevo da sempre quando andavo all’attacco di una via mai percorsa prima. Non ricordo perché quella sia stata l’ultima volta, forse dopo d’allora ho fatto solo salite descritte tiro per tiro o salite plaisir dove non c’era più l’incertezza della direzione o della posizione della sosta.
Sul Sass del Rifugio ho fatto lo spigolo Kostner, una via di cui non ho visto niente. Era stato l’anno con le mie vacanze estive più piovose, per cui sceglievo delle vie brevi non difficili in modo da poter arrampicare velocemente, in gara con l’arrivo della pioggia normalmente prevista per la tarda mattinata. Avevo letto di una breve via subito sopra il rifugio Kostner. Quella mattina non pioveva ancora ma c’era un gran nebbione e più o meno a tentoni raggiungemmo la parete. Forse esagero un po’ ma credo che la visibilità non superasse i 3 metri. Non so se la via fosse bella ma senz’altro ci fu la soddisfazione di una via in più in quella stagione alpinistica un po’ sfortunata.
L’Armentarola
Dopo un’arrampicata o una passeggiata è bello andarsi a riposare all’Armentarola in mezzo ai prati pianeggianti più estesi della zona magari prendendo uno yogurt con frutti di bosco al Pré de Costa o rilassarsi su una delle artistiche panchine locali.

A sud salgono i boschi verso l’altopiano del Pralongià, a nord svettano le selvagge Conturines sulle cui pareti al pomeriggio, con un po’ di fantasia si può scorgere l’ombra del “profilo della Badessa”.


Selvatici?
Scorrendo le mie diapositive della val Badia ne ho trovata una con il laghetto Laganzuoi e i ghiaioni sopra di esso. In mezzo alle ghiaie con un po’ di attenzione si scorge un puntino scuro: si tratta di un camoscio che avevo fotografato da un centinaio di metri di distanza. Erano gli anni ’70 e se ti avvicinavi di più gli animali scappavano.
Quando ero ragazzino nei boschi di Cadine, paese poco sopra Trento, era impossibile avvicinarsi a meno di 20 metri dai merli. Lo stesso per tutti gli animali selvatici del bosco, scoiattoli, tassi, coturnici, ecc.
La situazione è cambiata, i merli razzolano nei giardini a pochi metri da te e devi stare attento con l’auto a non investirli perché non si spostano. Per non parlare dei cinghiali in città.
Qualche mese fa ho incontrato dei camosci ai piani Resinelli. Premetto che in 60 anni di frequentazione avevo visto in tutto solo un capriolo nel bosco vicino all’Alippi e qualche pernice sulla Direttissima, di camosci nemmeno l’ombra. Questi camosci stavano brucando tranquilli in uno dei prati a Pra Cassin disinteressandosi della mia presenza. Mi sono avvicinato per fotografarli e solo quando sono stato a meno di 20 metri mi hanno guardato ma l’espressione degli occhi sembrava dire “vorrà mica farsi un selfie?”

Qualche mese fa al telefono con mio cugino, cacciatore, che abita a Cadine, mi disse “anni fa ho speso un mucchio di soldi per andare a caccia del cervo sugli Appennini, adesso qui sotto casa ne ho tre che mi stanno mangiando l’insalata dell’orto”.
Li dobbiamo chiamare ancora Selvatici?

Bell’articolo.
Luoghi per me ben conosciuti, ma piacevoli da ripercorrere con gli occhi di qualcun’altro, che ha più o meno le mie capacità e possibilità.