Sul confine

di Alessandro Gogna
(considerazioni al riguardo di Sul confine di Alberto Paleari)

La lettura de Sul confine di Alberto Paleari (MonteRosa edizioni, 2021) scorre al tempo stesso veloce e lenta. Veloce perché appassiona senza neppure aver bisogno di tinte tendenti al “giallo”, lenta perché ricorda ad ogni riga l’essenza di ciò di cui è fatta: l’andare a piedi.

Sono 34 i passi e i valichi alpini che vengono raccontati, tutti situati al confine tra Italia e Svizzera, tutti nelle Alpi Lepontine Occidentali, tra il Passo del Sempione e il Passo di San Giacomo. L’autore ci avverte che “Un confine è tale solo se divide gli uomini o se dagli uomini viene attraversato; è per questo che si tracciano i confini, per dividere e perché vengano attraversati”.

Per comprendere appieno il significato che ha il suo cammino, Paleari ci conduce per mano in un viaggio pedestre che ad ogni pagina fiorisce in storie, a volte personali, più spesso ricerche storiche. L’emozione nasce dal camminare in una natura splendida e assai spesso selvaggia, affascinati però anche dalle vicende di chi ci ha vissuto, o semplicemente quei posti ha scoperti e poi attraversati ben prima di noi, quando ancora la montagna non aveva difficoltà a entrare dentro i nostri cuori perché eravamo pieni di rispetto.

Maggiori comodità di accesso e conoscenza geografica dei luoghi tendono a diminuire quella sacra reverenza che un tempo si provava di continuo, con il bello e con il brutto tempo, di giorno, di notte, all’alba e al tramonto di ogni giornata: eppure nell’intenzione di che ne scrisse o ne raccontò c’era la voglia di far accrescere il comune amore per la montagna, rispettoso quel tanto da poter parlare di sacro. Forse però conoscenza non si traduce automaticamente in amore, forse quest’ultimo può essere davvero pieno solo se c’è ancora una discreta porzione di mistero da vivere.

Ed ecco allora che il racconto di Paleari indugia su quel mistero, nelle sue parole è più ciò che non è detto rispetto a ciò che invece è apparentemente spiegato: così si anima una leggenda, descrivendo un luogo o un tempo adoperando le proprie emozioni piuttosto che la macchina fotografica o l’altimetro; oppure le proprie intuizioni piuttosto di carta geografica o di archivi storici (entrambi comunque ben presenti sullo sfondo, solido piedistallo di una grande esperienza di quei luoghi e dei tempi andati).

In definitiva questo è il confine che campeggia nel titolo, simbolo di un ostacolo tra i popoli ma anche mezzo per rimescolarsi, non foss’altro che per gli scambi commerciali dei contrabbandieri. Trovarsi sul confine, poi andare oltre, poi tornare: un gioco simbolicamente simile a quello dell’alpinismo, che Paleari conosce bene. Lì, alla salita alla vetta e al conseguente “trionfo” segue la necessaria discesa a valle. Qui invece esiste un valico di confine, come se l’attraversamento fosse la ricerca di un altro mondo, inconsciamente quello interiore. Che dev’essere necessariamente seguito dal ritorno, pena l’estraniarsi. Come se la ricerca della felicità fosse un viaggio a tappe consecutive, nell’alpinismo con una conquista via l’altra, nell’attraversare un confine con la trasgressione del preferire la mescolanza all’isolamento dei popoli. Sulle montagne alla ricerca della perfezione dell’impresa, sui passi alla ricerca di nuove dimensioni del proprio essere, facilitate da un tipo di avventura che meglio si presta all’apertura al diverso da noi stessi e alla sua accettazione, nel bene e nel male.

Il confine è anche un limite: la nostra società deve imparare a riflettere sull’importanza di avere dei limiti, perché senza paletti non c’è mai libertà. E siccome viviamo in un mondo globalizzato che ha fatto di tutto per eliminare limiti e confini, siamo forzatamente costretti a ricrearceli.

Paleari ne ricrea di continuo in questo suo libro, permeato del ricordo del suo grande amico recentemente scomparso, Erminio Ferrari, suo compagno in tante avventure e ascensioni. La ri-creazione del limite (o del confine, se preferite) si nutre della nostalgia dell’amico perso: il quale, come un genius loci, afferma di continuo la sua necessaria presenza, per ricordarci che la morte, in fin dei conti, è soltanto un passaggio. L’ultimo, quello senza ritorno.

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