Lecco, l’attacco del sindaco di Sirtori: «Basta ciclisti nella nostra città, entrano nel cimitero per lavarsi e cambiarsi». Proibito anche parlare ad alta voce.
Nel cimitero di Sirtori vietato l’ingresso ai ciclisti
di Barbara Gerosa
(pubblicato su milano.corriere.it il 25 agosto 2025)
«Entrano con le biciclette in gruppi di cinque o sei persone. Vanno alla fontanella, poi in bagno. Sporcano, urlano, rispondono in malo modo a chi gli fa presente che si trovano in un luogo di culto. Insulti, parolacce. Dopo mesi di schiamazzi e conseguenti lamentele da parte dei cittadini la misura ormai era colma: sono dovuto intervenire con un’ordinanza. Chi non la rispetta rischia una multa da un minimo di 25 a un massimo di 500 euro».
Vietato l’ingresso ai ciclisti nel cimitero di Sirtori, 2.700 abitanti, sulle colline della Brianza lecchese. Lo ha stabilito il sindaco Matteo Rosa, che nelle ultime ore ha firmato i divieti: stop all’accesso al camposanto comunale con biciclette o velocipedi, nessun utilizzo della fontanella o dei servizi igienici «se l’ingresso non è finalizzato a visite di culto, commemorazione o manutenzione delle tombe». Infine è proibito «parlare ad alta voce all’interno del cimitero, in quanto luogo di silenzio, rispetto e raccoglimento». «Ho dovuto mettere i cartelli e chiedere agli agenti di polizia locale di presidiare i cancelli — sottolinea Rosa — E tutto questo solo per far rispettare norme che considero di basilare buona educazione. Ma a chi può venire in mente di sciacquarsi tra le tombe? Eppure accade: ora basta».
La zona è molto frequentata dai ciclisti: Sirtori si trova infatti in cima alla salita del Lissolo, tra gli itinerari più ricercati dagli amanti della bicicletta, con il camposanto, posto proprio alla fine del percorso, scelto come punto di sosta per ricaricare borracce o andare in bagno.
«Le alternative ci sono — spiega il sindaco — A una trentina di metri dal cimitero si trova una fontanella pubblica nel parco giochi, poco distante c’è un distributore d’acqua automatico, e anche un bar molto conosciuto nel mondo del ciclismo, frequentato negli anni persino da campioni come Gianni Bugno e Riccardo Magrini, con spazi e parcheggi dedicati alle due ruote. Lo sa cosa mi ha risposto l’ultima volta un ciclista fermato mentre si rinfrescava dopo aver posteggiato la bicicletta su una tomba? ‘Qui l’acqua è più buona‘. Davvero una vergogna».
Sui social, nel gruppo «Sei di Sirtori se…», fioccano i commenti sull’ordinanza anti-ciclisti: «Ha fatto bene, il cimitero non è un parco pubblico», scrive Sabrina. «Un’ordinanza demenziale, bastava mettere una fontana all’esterno», dice Oscar. «Falli venire a lavarsi e a bere a casa tua, così risolviamo il problema e gli offri anche un bel caffè», replica Stefano. In tanti si sono schierati con il primo cittadino, vicepresidente provinciale di Fratelli d’Italia. «Ma qui la politica non c’entra nulla — conclude — È solo una questione di rispetto. Abbiamo messo i cartelli, i vigili faranno passaggi frequenti, con un presidio nelle ore più affollate della giornata. Tolleranza zero, quando scatteranno le prime multe sono certo che il malcostume finirà».
Solo due anni fa, come raccontato dal Corriere, il sindaco di Oliveto Lario, comune sulla sponda lecchese del lago di Como, aveva deciso di chiudere in tutti i fine settimana estivi il cimitero della frazione di Onno, trasformato dai turisti in una sorta di «stabilimento balneare» dove cambiarsi il costume e lavarsi dopo una giornata in spiaggia.
——————————————————————————————————————————————————————————–
Con Antonio Montani tra i luoghi più affollati delle Dolomiti: «Siamo senza difese, la gente deve imparare a camminare di più».
La vera montagna è in Calabria
di Riccardo Bruno
(pubblicato su corriere.it il 13 agosto 2025)
Non era ancora salito a vedere il tornello in cima al Seceda. «Certo che fa impressione, ma me la fanno ancora di più i sentieri qui attorno lastricati con gli autobloccanti».
Antonio Montani, architetto e presidente nazionale del Club alpino italiano, si muove un po’ spaesato su questo reticolo di camminamenti «protetti» dal cemento a 2500 metri, due fili di fettucce in plastica per impedire che la gente invada i campi già tagliati. In questa settimana di Ferragosto sono migliaia i turisti che arrivano ogni giorno fin quassù grazie alla funivia.
Colpo d’occhio quasi balneare: baite strapiene con sdraio, ombrelloni e perfino pouf per ammirare comodi la magnifica corona di vette dolomitiche. Tantissimi stranieri, orientali con parasole e sandali, arabi con telefonini in mano, nessuno rinuncia a un selfie.
«Questa non è più montagna» è categorico Montani. Poi aggiunge quella che sembra una provocazione ma non lo è: «Il CAI non dovrebbe più occuparsi di luoghi come questi, ma dell’altra montagna. Per evitare che anche lì si verifichino fenomeni di questo tipo».
Il Seceda, nel cuore della Val Gardena, con il suo tornello metropolitano piantato da un giorno all’altro dai proprietari dei terreni inferociti dal boom di turisti (5 euro per passare, moltissimi che accettano, istituzioni che non sanno intervenire, perfino l’annunciato cartello che doveva indicare la possibilità di una via alternativa gratuita non è mai stato messo) è il simbolo dell’overtourism di quest’estate. Ma non è l’unico esempio.
Il presidente Montani mostra un lungo elenco, con luoghi e cifre, stilato al CAI: Lago di Braies (oltre un milione di visitatori nei tre mesi estivi, effetto partito sulla scia della serie tv Un passo dal cielo), Tre Cime di Lavaredo (14 mila persone al giorno, il limite per un parco sarebbe di 3 mila), Skyway sul Monte Bianco (in 20 minuti si arriva a 3400 metri, 250 mila ingressi all’anno), chiesetta di San Giovanni a Ranui (foto iconica con cime alle spalle, tre micro-parcheggi e migliaia di presenze).
«In tutti questi casi c’è una strettissima correlazione tra afflussi in massa, strategie di marketing e accessibilità — commenta Montani — Chi ora si lamenta dovrebbe fare un esame di coscienza: si tratta di lacrime di coccodrillo, perché tutto questo è stato voluto e cercato. Poi a volte la situazione esplode e diventa fuori controllo».
Altra provocazione: «Per trovare posti incontaminati meglio andare in Basilicata o Calabria».
Gli impianti (parecchio costosi: al Seceda il biglietto è 52 euro) permettono a tutti di arrivare in quota con facilità e godere di spettacoli mozzafiato. Non è un bene? «Per come la intendiamo noi, la montagna si basa su un rapporto intimo tra uomo e natura, consolidato dalla fatica fisica — ribatte Montani — Semmai dobbiamo spingere a far camminare di più le persone e a quel punto si creerebbe una selezione naturale».
Obiezione: così molti, per età o altre difficoltà, non potranno permetterselo? «Il bello della montagna è che mette ognuno davanti ai propri limiti. Anche a me piacerebbe scalare il K2, so che non sono in grado e vi rinuncio. Non è obbligatorio che tutti debbano arrivare dappertutto».
L’idea di sviluppo seguita in questi decenni è andata poco d’accordo con questa filosofia. Anche qui al Seceda, per disciplinare gli accessi è stato ipotizzato dal prossimo anno il numero chiuso, mentre gli esercenti chiedono anche un potenziamento degli impianti per evitare le code. Dall’alto, poi, non si può non notare un vasto cantiere che spezza il manto verde, un nuovo bacino idrico per l’innevamento artificiale.
Tutto questo non sembra turbare i visitatori che si mettono diligentemente in fila per poter scattare la stessa immagine con sullo sfondo il gruppo delle Odle che Tim Cook ha usato per una presentazione di Apple.
«Temo che il vero assalto alla montagna debba ancora arrivare — osserva Montani — E creerà sempre maggiori conflitti tra turisti e residenti. Di fronte a tutto questo le comunità locali non hanno alcuna possibilità di difendersi, perché chi arriva compra tutto, è un modello che porta ricchezza per pochi e penalizza chi resta fuori. La conseguenza sarà la disgregazione di comunità che si fondano sulla condivisione e la solidarietà».
Il CAI conta 360 mila soci, con una crescita costante di 10 mila all’anno. «Organizziamo escursioni e corsi, investiamo molto nella formazione — spiega Montani — Sono però milioni le persone che frequentano la montagna, soprattutto dopo il Covid. Come facciamo a intercettarle?». La prima lezione è questa: c’è un altro modo per godere la natura.
Il commento
di Carlo Crovella
“Semmai dobbiamo spingere a far camminare di più le persone e a quel punto si creerebbe una selezione naturale” afferma il Presidente del CAI. E ancora: “Il bello della montagna è che mette ognuno davanti ai propri limiti… Non è obbligatorio che tutti debbano arrivare dappertutto”.
Sante parole! Mi pare di averle già sentite da almeno una decina di anni (abbondante), ripetutamente espresse in pubblico da un illustre sconosciuto, un certo Carlo Crovella da Torino, un rompiballe, un fissato, un pazzo scatenato, pensate un sostenitore della “montagna per pochi…”.
Se questa visione si sta diffondendo, io non posso che esser felice: non per me, bensì per le montagne. Meno cannibali prenderanno d’assalto le montagne e meglio esse staranno.
Infatti render le montagne più scomode comporta un meccanismo di “selezione naturale” fra chi sale a piedi e chi non riesce o non vuole salire a piedi. In nome dell’amore che diciamo di provare per le montagne dobbiamo avere il coraggio di saper dire a chi non è disposto (anche per motivi oggettivi) a camminare e sudare, che non ha i requisiti per andare fino in cima.
La montagna non è “per tutti”, perché è selettiva. E deve rimanere selettiva, sennò non è più montagna.





«Il bello della montagna è che mette ognuno davanti ai propri limiti. Anche a me piacerebbe scalare il K2, so che non sono in grado e vi rinuncio. Non è obbligatorio che tutti debbano arrivare dappertutto». Eccellente, condivido pienamente le idee del presidente CAI e di Carlo Crovella. Saper rinunciare a qualcosa è una potente rivoluzione contro la bulimia consumistica. La montagna senza artifici fa ancora sentire la potenza della Natura, è la prima linea, la fortezza da cui bombardare l’ideolgia del profitto-consumo a ogni costo.
Mi piacciono le parole del presidente Montani, quasi tutte.
solo su una frase sono in disaccordo:
«Il CAI non dovrebbe più occuparsi di luoghi come questi, ma dell’altra montagna. Per evitare che anche lì si verifichino fenomeni di questo tipo»
Credo invece che il CAI dovrebbe occuparsi sopratutto di luoghi come questi, per denunciare e se possibili limitare i fenomeni in atto. E dovrebbe combattere strenuamente per limitare l’ulteriore diffusione di questi modelli.
A parole sono tutti bravissimi ed ispirati per lavarsi la coscienza, ma la realtà dei fatti va nella direzione opposta: sempre più impianti e laddove già esistenti, si modernizzano per portare in quota più gente, sempre più strade, sempre più piste di downhill, sempre più ciclabili in quota da 3 metri di larghezza perché poi deve poter transitare il mezzo di soccorso (insomma altre strade), bivacchi tecnologici per feste del sabato sera, feste con dj nei rifugi, concerti di popstar su ecosistemi delicati come le praterie alpine che richiamano migliaia di persone, influencer che trasformano luoghi normalissimi (in Dolomiti ce ne sono centinaia più belli del Seceda) in concentrazioni di esseri umani instagramguidati. Manca qualcosa?
Questa estate ero con mia moglie a Ortisei,ho notato la lunga fila per il Seceda,ma soprattutto l’ abbigliamento:sandali,ombrellini da sole,escluso il paesaggio sembrava di essere in qualche località balneare .Ho preso la funicolare poco distante,non c’era nessuno quattro tedeschi noi due tutti equipaggiati adeguatamente,unica differenza era che per arrivare in val di Funes a Ranui bisogna camminare per tre quattro ore a voi le conclusioni