1989 – La Grande Traversata del Kangchenjunga

1989 – La Grande Traversata del Kangchenjunga
di Paolo Ascenzi

Il Kangchenjunga è una montagna leggendaria. A differenza della maggior parte degli Ottomila è visibile da molto lontano; da Darjeeling, situata al confine con il Sikkim, le vette de “I Cinque Tesori della Grande Neve” sembrano librarsi sulle colline dell’Himalaya orientale. Opuscoli promozionali propongono ai turisti di assistere allo spettacolo veramente unico dell’“Alba sul Kangchenjunga”. Pertanto, non c’è da meravigliarsi se dal 1838 al 1849 il Kangchenjunga sia stato considerato il “Terzo Polo” della Terra fin quando i rilevamenti del Department of Survey of India appurarono che l’Everest ed il K2 erano più alti.

Situato al confine fra il Nepal e lo Stato indiano del Sikkim, il Kangchenjunga è la cima più alta dell’India e il più orientale degli Ottomila. Di forma piramidale, il Kangchenjunga presenta cinque cime (in ordine decrescente di altezza): la Vetta Principale 8586 m (Main Summit), la Cima Ovest o Yalung Kang 8505 m, la Vetta Centrale 8482 m (Central Summit), la Cima Sud 8476 m (South Summit) e il Kangbachen 7902 m, due opposti versanti trapezoidali (sud-ovest e nord-est) e due triangolari (sud-est e nord-ovest) delimitati da quattro creste. La cresta sommitale, lunga circa 1,5 km con direzione da nord-nord-ovest a sud-sud-est, forma con le creste est e ovest una gigantesca croce. Queste creste comprendono numerose cime la cui altezza è compresa fra 6000 e 8586 m. Dalla Vetta Principale tramite la cresta ovest ci si collega allo Yalung Kang; da qui al Kangbachen e allo Jannu; seguendo la cresta nord-est ci si collega al Gimmigela Chuli (The Twins) 7350 m (a 4,2 km dalla Main Summit) e e ai successivi Nepal Peak 7180 m e Kirat Chuli (Tent Peak) 7365 m.

Dalla Cima Sud, la cresta est si collega alla Cima Orientale 7730 m e da qui al Simvo 6812 m, fino al Siniolchu 6888 m; la cresta sud-ovest scende al Talung Col 6685 m per poi risalire al Talung 7439 e alle successive elevazioni dei Kabru.

Kangchenjunga da sud (Sikkim), ottobre 1977

I quattro principali ghiacciai che si irradiano dal Kangchenjunga puntano in direzione est (ghiacciaio Zemu), sud-est (ghiacciaio Talung), nord-ovest (ghiacciai Kangchenjunga e Ramtang) e sud-ovest (ghiacciaio Yalung). La cresta nord-est, la cresta sommitale e la cresta sud-ovest rappresentano la linea di confine fra il Nepal e l’India.

Viaggiatori, scienziati, esploratori, pandit, visionari, alpinisti
Joseph Dalton Hooker fu il primo occidentale a esplorare parte del Sikkim settentrionale e del Nepal orientale dall’aprile 1848 al febbraio 1849 soprattutto con intento botanico; ai piedi del Kangchenjunga raggiunse la quota di 4760 metri.

Nel 1852, il Bengal Army Revenue Surveyor Captain Walter Stanhope Sherwill raggiunse la Singalila ridge dal fiume Kulhait, esplorò il territorio a ovest del Jongri e del Kabur e redasse la mappa delle sorgenti dei fiumi Ringbi, Yunga e Yalung.

Nel 1855, Hermann von Schlagintweit, in forza al Magnetic Survey of India, salì il Tonglo Peak e raggiunse la cresta sommitale del Phalut, da qui dipinse i famosi panorami dell’Everest e del Kangchenjunga.

Portatori in discesa dal Jongsong Peak, 1930. Dal libro di Frank Sydney Smythe Kangchenjunga adventure (1930).

Nel 1861, il Major James Lind Sherwill raggiunse il Guicha La, da cui poté osservare il ghiacciaio Talung, e salì il Kabur fino alla quota di 5030 metri.

Nel 1876, Elizabeth Sarah Nina Mazzuchelli raggiunse i pendii meridionali dello Jannu provenendo dal Kang La e Tseram dopo aver attraversato la Singalila ridge.

Negli anni 1878-1881, il Captain Henry John Harman iniziò il rilievo del Sikkim, tentò di salire alcune vette fra cui il Chomiomo 6836 m e raggiunse il Dongkya Pass.

Negli anni 1879-1881, i pandit Lama Ugyen Gyatso e Babu Sarat Chandra Das rilevarono la regione a nord del Kangchenjunga (Jongri, Kang La, Yalung, Kangbachem e Chorten Nyima La).

La prima ipotesi di salita del Kangchenjunga appartiene al Major John W.A. Michell che in occasione di una conferenza nel 1882 presso l’Alpine Club of London disse “one of its northern spurs at any rate seems to present no insuperable obstacles”.

Il Kangchenjunga da est (Zemu Glacier). Foto: Vittorio Sella.

Nel periodo ottobre-dicembre 1883, W. Robert completò i rilievi iniziati dal Captain Henry John Harman ed esplorò i fiumi che scendono dal versante orientale del Kangchenjunga.

Il 1883 vide le prime ascensioni del Massiccio del Kangchenjunga ad opera di William Woodman Graham accompagnato dallo svizzero Emil Boss e dalle guide svizzere Joseph Imboden e Ulrich Kaufmann. Il 2 e l’8 ottobre 1883, Graham effettuò la prima ascensione del Jubono e del Kabru fermandosi a non più di 15 metri dalla vetta di quest’ultimo definita “poco più di un pinnacolo di ghiaccio”. Superato il Guicha La raggiunsero il ghiacciaio Talung e, attraversato il Kang La, salirono una vetta, non identificata, di circa 5800 metri da cui studiarono una possibile via di salita del Jannu, ma la stagione avanzata li costrinse a tornare a Darjeeling.

Il Kangchenjunga visto da sud. Foto: Vittorio Sella.

Nel corso dell’inverno 1883-84, il pandit Rinzin Namgyal compì il primo periplo del Massiccio del Kangchenjunga riportandone un’abbondante documentazione di tutti i versanti e la prima accurata mappa. Esplorò dapprima il ghiacciaio Yalung, che risalì fino alla quota di circa 5800 metri, poi proseguì in direzione nord e, superati il Jongsong La e il Chorten Nyima La, tornò a Darjeeling, via Lachen, dopo aver nuovamente raggiunto la valle del fiume Lhonak.

Negli anni 1890, il Political Officer del Sikkim John Claude White raggiunse il ghiacciaio Talung provenendo da Jongri dopo aver attraversato il Guicha La. L’anno successivo con il fotografo di Calcutta T. Hoffmann raggiunse dal monastero di Talung il ghiacciaio Zemu che venne risalito fino alla quota di 5350 m e successivamente il Naku La risalendo la valle di Lhonak. Durante questa esplorazione, Hoffmann effettuò le prime riprese del versante nord del Siniolchu.

Nel 1896, il Major W.A. Waddell dell’Indian Army Medical Corps accompagnato dal Sirdar Kinthup raggiunse lo Zemu La da Jongri.

Il Kangchenjunga visto da nord

Nel 1899, la spedizione condotta dall’alpinista britannico Douglas William Freshfield, di cui facevano parte Edmund Johnston Garwood, la guida alpina Angelo Maquignaz, il fotografo Vittorio Sella e il fratello Erminio, Erminio Botta, C. Dover e il pandit Rinzin Namgyal, compì il periplo del Massiccio del Kangchenjunga in direzione opposta a quella seguita quattro anni prima da Rinzin Namgyal. Infatti, risalirono la Poki Cha Valley, esplorarono il ghiacciaio Zemu, attraversarono il Thangehung La, percorsero la Tamrachen Valley e raggiunsero l’omonimo ghiacciaio, poi superarono il Thé La e raggiunsero Lhonak da cui salirono al Jonsong La, percorsero quindi la Kangchen Valley e pervennero al ghiacciaio Jannu, infine attraversarono il Senon La e il Kang La. Nel corso della spedizione fu salito il Kabur e ciò permise di esaminare la parete sud del Kangchenjunga e la parte alta ancora inesplorata del ghiacciaio Yalung.

Kangchenjunga, 1955. Sotto al campo 2, la scaletta on cima al Lower Icefall. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Il primo tentativo di salire il Kangchenjunga fu effettuato nel 1905 dalla spedizione condotta da Alexander “Aleister” Crowley, che vide la partecipazione di Jules Jacot-Guillarmod, Charles-Adolf Reymond, Alexis Pache e Alceste Rigo De Righi. Il tentativo, che ebbe luogo lungo il versante sud-ovest, permise di individuare la via per la cima che fu percorsa dai britannici nel 1955. L’esatta quota raggiunta dagli alpinisti non è ben nota; infatti, sebbene la quota di 6500 metri raggiunta il 31 agosto sia la più accreditata, non si può escludere che il giorno successivo Reymond, Pache e Salama, una guida che era stata con Crowley al K2 nel 1902 e che aveva fatto venire dal Kashmir, abbiano raggiunto la quota di 7600 metri. A seguito della morte di Pache e tre portatori travolti da una valanga (2 settembre 1905), la spedizione abbandonò ogni altro tentativo.

Kangchenjunga, 1955. Superamento della crepaccia terminale tra l’Hump Gully e il Lower Icefall. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Fra coloro il cui nome è legato all’esplorazione del Kangchenjunga merita ricordare lo scozzese Alexander Mitchell Kellas noto per i suoi studi di fisiologia dell’alta quota e per aver salito alcune vette dell’Himalaya in uno “stile leggero” accompagnato soltanto da pochi portatori locali. Nel 1907 esplorò i versanti est e nord del Massiccio del Kangchenjunga raggiungendo il Zemu Gap da nord, il Simvo Saddle, il Nepal Gap, il Langpo, il ghiacciaio Kangchenjunga ed effettuò tre tentativi di salita del Simvo. Nel 1911, Kellas compì alcune prime ascensioni nel Sikkim fra cui quelle del Pauhunri e del Chomiomo, nel 1912 salì il Kandchenjau e nel 1920 effettuò l’ascensione del Narsing.

Nel 1920, Harold Raeburn esplorò il versante sud del Kangchenjunga. Con il Lieutenant-colonel H.W. Tobin, raggiunse il ghiacciaio Talung dal Guicha La e risalì il ghiacciaio Tongshyong nel tentativo di raggiungere lo Zemu Gap. Con Colin Grant Crawford, esplorò il ghiacciaio Yalung e dalla quota di circa 5800 metri raggiunta sullo sperone ovest del Talung Peak ebbero la scoraggiante visione della parete sud-ovest del Kangchenjunga. Raggiunta la quota di circa 6400 metri sul versante sud-ovest della montagna, ritornarono sui loro passi attraverso il Rathong Pass.

Kangchenjunga 1955, il campo 3. Foto: The Mount Everest Foundation.

Affascinati dall’Oriente, Nikolaj Konstantinovič Rerich, pittore, antropologo, diplomatico, teosofo, archeologo, poeta, scenografo e costumista russo, e i suoi famigliari partirono per l’Asia nel 1923 dove rimasero per quattro anni e mezzo. Viaggiarono attraverso il Sikkim, l’India, il Ladakh, il Tibet, la Cina e la Mongolia. Durante il viaggio Roerich realizzò 500 dipinti e lasciò scritto: ”L’Himalaya è una vera Mecca per uno scienziato”. Nel Ladakh, visitando monasteri buddisti e parlando con la popolazione locale, raccolse la leggenda del passaggio di Gesù Cristo per quelle terre antiche. Affascinato, non meno che dalle storie dei monaci buddisti, dal Kangchenjunga, dichiarò che nei suoi anfratti si nasconde l’ingresso a Shambhala, il misterioso paese dei saggi tibetani. Le sue ceneri sono sepolte su un’altura di fronte alle vette himalayane che aveva tanto amato e magistralmente ritratto.

Kangchenjunga 1955. L’Upper Icefall, sotto al campo 3. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Una spedizione dettata dalla necessità di effettuare il rilievo fotografico dei ghiacciai meridionali del Kangchenjunga ebbe luogo nel 1925 sotto la guida di N.A. Tombazi. Raggiunta Jongri e superato il Guicha La, venne attraversato il ghiacciaio Talung, risalito il ghiacciaio Tongshyong e raggiunto per la prima volta lo Zemu Gap dal versante sud. Dopo aver salito il Kabru ed esplorato il ghiacciaio Rathong, N.A. Tombazi ritornò sui suoi passi attraverso la Singalila Ridge.

Nel 1926, il Captain J.E. Hugh Boustead affermò di aver attraversato lo Zemu Gap provenendo dal Guicha La. Nel 1936, Harold William Bill Tillman mise in dubbio questa possibilità in quanto ipotizzò che Boustead, nel frattempo nominato Colonnel, avesse attraversato un altro passo alla testata del ghiacciaio Tongshyong.

Kangchenjunga 1955. Il campo 6. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Il 1929 vide la spedizione guidata dal tedesco Paul Bauer raggiungere la quota di 7400 metri lungo l’ardito e difficilissimo sperone nord-est che domina il ghiacciaio Zemu e che sarà chiamato da Kurt Diemberger “Sperone della Fantasia”. Alla spedizione parteciparono i forti alpinisti Eugen Allwein, Peter Aufschneiter, Ernst Beigel, Wilhelm Fendt, Karl von Krauss, Joachim Leupold, Alexander Thœnes, e il fotografo Julius Brenner. Nello stesso anno, l’americano E.F. Farmer raggiunse il ghiacciaio Yalung attraverso il Kang La con la segreta intenzione di salire in solitaria il Kangchenjunga; il 27 maggio fu visto per l’ultima volta mentre da solo saliva in direzione della Talung Saddle.

Due anni dopo, Bauer tornò per salire lo sperone nord-est del Kangchenjunga con Allwein, Aufschneiter, Brenner, Fendt, Leupold e a Hans Hartmann, Hans Pircher, Hermann Schaller e Karl Wien. Gli alpinisti raggiunsero la sommità dello sperone nord-est a circa 8000 metri per poi doversi arrendere a un facile ma impraticabile pendio ricoperto di neve instabile. Sulla montagna rimasero per sempre Hermann Schaller e il portatore Pasang. Per il bellissimo libro Am Kangehenzonga, che narra le spedizioni condotte nel 1929 e nel 1931, Bauer fu insignito della medaglia d’oro dei Giochi Olimpici di Los Angeles del 1932 in quanto vincitore della competizione letteraria.

Kangchenjunga 1955. In alto sulla parete sud-ovest. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Nel frattempo (1930), il versante nord-ovest del Kanchenjunga aveva visto il tentativo dell’International Himalayan Expedition sotto la guida di Günter Oskar Dyhrenfurth; membri della spedizione furono Harriet Pauline Hettie Heymann Dyhrenfurth, Hermann Hoerlin, Marcel Kurz, Erwin Schneider, Frank Sydney Smythe, Uli Wieland, il medico H. Richter, il cineoperatore Charles Duvanel e tre inglesi residenti in India: il colonnello Harry Walter Tobin, J. S. Hannah e George Wood-Johnson. Abbandonato il progetto di salire la parete nord-ovest, gli alpinisti tentarono la salita della cresta ovest su cui raggiunsero la quota di circa 6400 metri. Fallito il tentativo di salire il Kanchenjunga per la continua caduta di colossali valanghe, Schneider e Smythe compirono la prima salita del Ramthang Peak e Schneider e Hoerlin quella del Jongsong Peak. Anche questa volta, il Kanchenjunga impose un prezzo oneroso: la vita di Chettan, il più forte dei portatori d’alta quota. La medaglia d’oro dei Giochi Olimpici di Berlino del 1936 fu assegnata a Günter Oskar Dyhrenfurth e alla moglie Harriet Pauline Hettie per le spedizioni del 1930 nel Massiccio del Kangchenjunga, in cui fu stabilito il primato d’altitudine con la prima salita del Jongsong 7459 m, e del 1934 nel Karakorum, in cui Hettie Dyhrenfurth stabilì il primato femminile d’altitudine scalando il Sia Kangri 7422 m.

Joe Brown

Nel 1933 ebbe luogo la Houston-Mount Everest Expedition il cui obiettivo era fotografare le vette di alcuni Ottomila fra cui il Kangchenjunga. Durante il secondo volo del 4 aprile, i due aerei i cui equipaggi erano formati dal pilota Commodore Peregrine M.F. Fellows, Marquess of Douglas and Clydesdale, e dal cineoperatore A.L. Fisher e dal pilota Flying Officer Richard C.W. Ellison e dal cineoperatore Sidney G.R. Bonnett, raggiunsero il Kangchenjunga alla quota di 10400 metri, ma una cappa di nuvole spessa circa 500 metri avvolgeva la vetta e ciò impedì una accurata ripresa fotografica.

Il 1935 vide entrare nella storia dell’Himalaya lo Sherpa Tenzing Norgay, il futuro primo salitore dell’Everest con Edmund Percival Hillary. Durante questa spedizione, Conrad Reginald Cooke compì la prima ascensione in solitaria del Kabru Nord (18 novembre 1935).

Nel 1936, alla spedizione formata da Paul Bauer, Adi Göttner, Günther Hep e Karl Wien riuscirono le prime ascensioni del Siniolchu e del Simvo.

George Band

Nell’autunno del 1937, l’ufficiale britannico John Hunt, il cui nome è indissolubilmente legato alla prima ascensione dell’Everest, la moglie Joy e Conrad Reginald Cooke furono ai piedi del Kanchenjunga, nel bacino glaciale Zemu, con portatori d’alta quota di comprovata esperienza che avevano partecipato a diverse spedizioni agli Ottomila dell’Himalaya: Pasang Kikuli, Dawa Thondup, Pasang Dawa Lama, Ang Kitar, Rinzing e Hawang Sherpa. Gli alpinisti salirono il Sugarload, il Keiberg e la prima della tre cime del Nepal Peak, inoltre raggiunsero il Nepal Gap, lo Zemu Gap e la Simvo Saddle.

Il 27 e il 29 maggio 1939, alla spedizione svizzero-tedesca formata da Ernst Grob, Herbert Paidar e Ludwig Schmaderer riuscirono, rispettivamente, le prime ascensioni del Kirat Chuli e del Nepal Peak.

Nel 1940 avrebbe dovuto aver luogo la spedizione neozelandese al Kanchenjunga sotto la guida di S. Conway, ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ne impedì la realizzazione.

Kangchenjunga 1955. La fessura finale. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Alla fine del marzo 1947, il pilota della RAF K. Neame effettuò una serie di riprese del Kangchenjunga e delle regioni limitrofe, purtroppo di scarsa qualità data la presenza di nuvole, per l’americano doctor Church allo scopo di mettere in atto un programma di irrigazione di quelle terre.

G.C.G. Lewis, che nell’ottobre 1951 aveva esplorato il ghiacciaio Yalung e i suoi tributari con G. Frey e il Sirdar Tenzing Norgay, vi tornò con John W.R. Kempe nel maggio 1953. Superata la Singalila Ridge e attraversato il Chumbab La ebbero modo di esaminare da vicino la parete sud-ovest del Kangchenjunga giungendo alla conclusione che una via di salita era possibile nonostante il parere negativo espresso da Smythe nel 1930.

Kangchenjunga 1955. George Band sopra al campo 6. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Nel 1954, la spedizione condotta da Kempe e formata da John Tucker, Ronald Jackson, Gilmour Lewis, Trevor Braham e il medico Donald Stafford Mathews esplorò la parte superiore del ghiacciaio Yalung per trovare una via che permettesse di raggiungere la grande terrazza glaciale che taglia la parete sud-ovest (“Great Shelf”). Questa spedizione esplorativa fu fondamentale per permettere l’anno successivo la prima ascensione della Vetta Principale del Kangchenjunga.

Il 25 maggio 1955 quando Joe Brown e George Band e il giorno successivo Norman Hardie e Tony Streather, giunsero in vetta al Kangchenjunga si fermarono ai piedi della cupola nevosa sommitale per rispetto del luogo considerato sacro dai Lepcha e dai Limbu, popoli autoctoni del Sikkim e del Nepal Orientale, ed importantissimo centro di culto dalla fede buddista. Così, hanno fatto dopo di loro tutti coloro che sono giunti sulla vetta de “I Cinque Tesori della Grande Neve”. La spedizione fu però funestata dal decesso dello sherpa Pemi Doje.

Panorama dalla vetta verso nord: in primo piano la cresta nord-est. Oltre, Gimmigela Chuli (The Twins) 7350 m, Nepal Peak 7180 m e Kirat Chuli (Tent Peak) 7365 m. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Lo sperone nord-est fu salito soltanto il 31 maggio 1977, poco meno di cinquanta anni dopo il primo tentativo, in occasione della terza ascensione della Vetta Principale del Kangchenjunga, da parte del maggiore Prem Chand e dallo Sherpa Nima Dorjee, membri della spedizione indiana guidata dal colonnello Narinder Kumar, più noto come The Bull.

Il 16 maggio 1979, Doug Scott, Pete Boardman e Joe Tasker raggiungono la Vetta Principale del Kangchenjunga salendo dal Colle Nord in stile alpino e senza fare uso dell’ossigeno supplementare.

Sotto la guida di Masatsugu Konishi, il 14 maggio 1980, Ryoichi Fukada, Haruichi Kawamura, Ang Phurba II, Nao Sakashita e Shomi Suzuki aprirono un grandioso itinerario sulla parete nord del Kangchenjunga seguiti tre giorni dopo da Dawa Norbu, Motomu Ohmiya, Toshitaka Sakano e Pemba Tshering.

Reinhold Messner, Friedl Mutschlechner e Ang Dorje salirono in vetta il 6 maggio 1982 aprendo una nuova variante sul versante nord parzialmente in stile alpino con l’aiuto di alcuni Sherpa senza fare uso dell’ossigeno supplementare.

Panorama dalla vetta verso ovest. Oltre lo Yalung Kang (in primo piano), lontani sono il Chamlang, il Makalu, il Lhotse e l’Everest. Dal libro di Frank Sydney Smythe, Kangchenjunga the untrodden peak (1956).

Il 17 ottobre 1983, Pierre Beghin effettuò la prima effettiva salita solitaria del Kangchenjunga in stile alpino senza fare uso dell’ossigeno supplementare. L’11 gennaio 1986 vide la prima salita invernale ad opera di Krzysztof Wielicki e Jerzy Kukuczka che fu funestata dalla morte di Andrzej Czok colpito da edema polmonare. La prima ascensione femminile fu effettuata dal versante nord-ovest dalla britannica Ginette Harrison il 18 maggio 1998. Il XX secolo vide le due ascensioni di Denis Urubko, unico alpinista per ora ad essere riuscito a salire da due diversi versanti “I Cinque Tesori della Grande Neve” (parete sud-ovest, 13 maggio 2002, e parete nord-ovest, 19 maggio 2014).

Vetta Occidentale (o Yalung Kang), Meridionale e Centrale del Kangchenjunga furono salite rispettivamente il 14 maggio 1973 da Yutaka Ageta e Takeo Matsuda, il 19 maggio 1978 da Wojciech Wróż ed Eugeniusz Chrobak e il 22 maggio 1978 da Wojciech Brański, Zygmunt Andrzej Heinrich e Kazimierz Olech. Il 26 maggio 1974, il Kangbachen fu salito dai polacchi Wojciech Brański, Wiesław Klaput, Marek Malatyński, Kazimierz Olech e Zbigniew Rubinowski.

L’itinerario di salita al Kangchenjunga. Dal libro di Mario Fantin I quattordici Ottomila.

Il 28 aprile 1962, René Desmaison, Paul Keller, Robert Paragot e lo Sherpa Gyalzen Mitchu effettuarono la prima salita dello Jannu, seguiti il giorno successivo da Jean Bouvier, Pierre Leroux, André Bertrand, Yves Pollet-Villard, Jean Ravier, Lionel Terray e lo Sherpa Wangdi.

Purtroppo, il Kangchenjunga vide anche la scomparsa di alcuni dei massimi esponenti dell’alpinismo himalayano, fra cui “La Signora degli Ottomila” Wanda Rutkiewicz (1992) e “Le Petit Prince de l’Himalaya” Benoît Chamoux (1995).

Kangchenjunga, versante sud-ovest, nel 1982. Foto: Adriano Favre.

Траверс – Traversare
Dal 18 al 20 maggio 1984, gli alpinisti giapponesi Toichiro Mitani e Seishi Wada effettuarono la prima parziale traversata della cresta sommitale del Kangchenjunga. Infatti, salirono dapprima la Cima Sud e seguendo la cresta sommitale raggiunsero la Vetta Centrale; poi dal colle fra la Vetta Centrale e la Vetta Principale, i due alpinisti giapponesi scesero, al campo V da dove raggiunsero la Vetta Principale lungo la via aperta dalla spedizione inglese del 1955.

Questa notevole impresa ebbe scarsa eco sui media europei e americani, ma non passò inosservata a Mosca, che nel 1987 inviò una squadra di alpinisti formata da Evgenij Igorevič Tamm, Eduard Myslowskij, Valentin Andreevič Ivanov, Sergej Beršov, Sergej Efimov e Valerij Chriščatyj per effettuare una ricognizione del versante Yalung del Kangchenjunga.

Krzysztof Wielicki e Jerzy Kukuczka al campo base dopo la loro prima invernale al Kangchenjunga (11 gennaio 1986)

Il 1989 fu un anno denso di avvenimenti in Unione Sovietica e nell’Europa Orientale. Il 15 febbraio, il generale Boris Vsevolodovič Gromov fu l’ultimo soldato dell’Armata Rossa a lasciare l’Afghanistan attraversando il Ponte dell’Amicizia sul fiume Amu Darya; i giorni 1 e 2 maggio videro la grande traversata del Kangchenjunga e il 9 novembre la caduta del Muro di Berlino che segnò l’inizio del dissolvimento del blocco sovietico e la fine del socialismo reale.

La storia della traversata del Kangchenjunga ebbe inizio nel 1982 durante la marcia di ritorno dall’Everest di cui gli alpinisti sovietici Eduard Vikent’evič Myslovskij e Vladimir Balyberdin (il 4 maggio alle ore 14.35), Michail Turkevič e Sergej Beršov (il 4 maggio alle ore 22.25), Sergej Efimov e Valentin Andreevič Ivanov (il 5 maggio alle ore 13.20), Kazbek Valiev e Valerij Chriščatyj (l’8 maggio alle ore 01.47) e Valerij Chomutov, Jurij Golodov e Vladimir Pučkov (il 9 maggio alle ore 11.30) avevano salito per primi il pilastro sud-ovest. Scrisse il capo-spedizione Tamm: “… Esausti e contenti del successo, ma ancora non completamente consapevoli di ciò che eravamo riusciti a fare, lasciammo il campo base dell’Everest… Una sera, la prima volta in cui nel corso della nostra spedizione ci eravamo seduti attorno ad un falò, fra una canzone e un’altra, posi una domanda inattesa: Dove andiamo la prossima volta?

I partecipanti del raduno in Tien-Shan del 1988 che effettuarono la traversata del massiccio del Pik Pobeda.

Lì per lì, la domanda sembrò fuori luogo: eravamo ancora completamente presi dall’Everest, ma una volta posta diede inizio ad un nuovo progetto.

Non ricordo da chi, ma la prima parola pronunciata fu Kangchenjunga… Una proposta alternativa fu la salita della parete sud del Lhotse… Così, ci rendemmo conto che dopo aver salito l’Everest era necessario trovare un degno obiettivo che avrebbe sicuramente rappresentato un grande problema alpinistico… Emerse anche una terza possibilità: la traversata Everest-Lhotse. Ciò dipese dal timore della dirigenza del Comitato per lo Sport dell’URSS che i superiori non avrebbero considerato degna del nostro Paese una spedizione alpinistica che in un modo o nell’altro non avesse previsto la salita della vetta più alta del Pianeta.

Pertanto, furono richiesti i permessi per le tre ascensioni lasciando alle autorità del Nepal la libertà di concedere quello relativo alla scalata che per prima si fosse resa disponibile. Venimmo a sapere che per alcuni anni due delle opzioni che avevamo preso in considerazione sarebbero state impraticabili; infatti, soltanto le quattro vette del Kangchenjunga potevano essere salite nel 1989. Così avvenne la scelta dell’obiettivo della spedizione che corrispondeva alla nostra prima idea”.

In vetta al Pik Pobeda è il più insidioso Settemila dell’URSS.

La cresta sommitale del Kangchenjunga divenne così teatro della Seconda Spedizione Sovietica in Himalaya della primavera del 1989.

La selezione dei membri della spedizione ebbe luogo l’anno precedente e fra le diverse prove cui furono sottoposti i candidati merita menzionare le gare di velocità per raggiungere le vette dell’Elbrus e del Pik Communism (fino al 1962 Pik Stalin e poi dal 1998 Pik Imeni Ismail Samani), entrambe vinte da Anatolij Bukreev, e la grande traversata del Pik Pobeda la cui Vetta Principale venne raggiunta salendo la cresta dal Pik Vazha-Pshavela. Da lì, gli alpinisti attraversarono la Vetta Armenia Sovietica, raggiunsero la Cima Orientale del Pik Pobeda, scesero al Passo Chon-Teren, e quindi salirono la Vetta Topografi Militari. Per la prima volta nella storia dell’alpinismo aveva avuto luogo una traversata che comprende vette di 7000 metri ed è lunga più di 18 km.

I componenti della Seconda Spedizione Sovietica in Himalaya (Kangchenjunga 1989).

Ventidue alpinisti, provenienti dalle diverse città e regioni dell’URSS, superarono le dure selezioni: i “Moscoviti” Vasilij Elagin, Evgenij Klinetskij, Vladimir Koroteev e Alexander Šeinov; i “Kazaki” Viktor Dedij, Zinur Chalitov, Grigorij Luniakov, Vladimir Suviga e Kazbek Valiev; i “Leningradesi” Sergej Arsent’ev, Vladimir Balyberdin, Anatolij Bukreev, Valerij Chriščatyj e Michail Možaev; i “Russi” Sergej Bogomolov, Vladimir Karataev, Alexander Pogorelov e Evgenij Vinogradskij; e gli “Ucraini” Sergej Beršov, Rinat Chajbulin, Viktor Pastuch e Michail Turkevič.

Oltremodo complessa fu l’organizzazione della spedizione sia dal punto di vista economico sia per quanto riguardò l’acquisizione dei materiali. Scrive Vasilij Senatorov nel libro ufficiale della spedizione: “La peculiarità del sistema finanziario del Comitato Statale per lo Sport, così come delle altre istituzioni sovietiche, è che tutto il denaro, indipendentemente dalla sua origine, confluisce in un unico conto … Per coloro che elargiscono denaro, questo sistema è vantaggioso in quanto: in primo luogo, è più facile finanziare sport senza scopo di lucro, in secondo luogo, pianificare le proprie lunghe missioni all’estero e in terzo luogo, tutte le istituzioni che spendono soltanto valuta e quelle che la introitano si trovano in una condizione paritaria non privatistica. Tutti con “il cappello in mano”! Non è questo il modo migliore affinché gli allenatori e i professionisti siano remissivi e ubbidienti?

Vie di salita percorse dagli alpinisti sovietici in occasione della traversata del Kangchenjunga.

È facile eliminare questo sistema feudale: le federazioni sportive dovrebbero ottenere lo status di persona giuridica e il diritto di guadagnare e spendere il denaro autonomamente. Però, la loro indipendenza non si addice ai burocrati perché non soltanto renderebbe inutili i meccanismi di distribuzione del denaro, ma toglierebbe il potere ai funzionari che lo gestiscono”.

“… Purtroppo, in URSS non viene prodotta pressoché alcuna attrezzatura alpinistica che non solo possa essere paragonata a quelle che sono prodotte all’estero, ma che abbia anche soltanto i requisiti minimi di sicurezza. Così, in tutto il mondo per le ascensioni impegnative si utilizzano scarponi impermeabili di plastica in grado di impedire il congelamento dei piedi. Le nostre fabbriche producono soltanto calzature di pelle in cui più di un centinaio di dita si sono congelate, purtuttavia anche quelli non si trovano nei negozi. I becchi delle piccozze occidentali sono fatti, a differenza di quelli prodotti in URSS, di un tipo di acciaio che non si consuma quando si utilizzano sul ghiaccio duro. Le stesse considerazioni valgono per i ramponi. Dalla qualità di questi materiali dipendono la sicurezza e la vita degli scalatori. Quale comfort deriva dall’abbigliamento in “goretex”! Un tessuto impermeabile che non lascia passare il vento e che non permette l’accumulo di umidità all’interno grazie ad uno speciale strato di ordito. Quanto sono robusti, impermeabili e soprattutto leggeri, i sacchi da montagna prodotti da centinaia di aziende in Europa, America e Asia! Tutto diventa un problema nel nostro Paese. L’unico materiale alpinistico competitivo sul mercato mondiale è rappresentato dai chiodi da ghiaccio in titanio che fino a poco tempo fa erano prodotti artigianalmente mentre ora sono prodotti dalle industrie.

La parete sud-ovest del Kangchenjunga dopo una nevicata. In primo piano il campo base.

Tutte le attrezzature tecniche vennero acquistate dalla nota ditta della Germania Occidentale “Salewa”, mentre i capi d’abbigliamento furono realizzati su disegno di Sergej Efimov presso una ditta di abbigliamento sportivo. Ai nostri amici nepalesi piacquero particolarmente i completi antivento realizzati con tessuti dai colori sgargianti blu, rosso e giallo: per questo motivo furono denominati ‘pappagalli’. Unico neo furono le tende a semi-botte dette ‘hangar’”.

La Seconda Spedizione Sovietica in Himalaya lasciò Mosca nei primi giorni del febbraio 1989 e attraverso il valico di frontiera di Kaharbitar, arrivò in Nepal dall’India il 12 febbraio. Dopo non poche peripezie il campo base venne raggiunto all’inizio del mese di marzo e posto nello stesso luogo che aveva visto le precedenti spedizioni dirette alla parete sud-ovest del Kangchenjunga.

Ricorda Vasilij Senatorov: “Tumulo di Pache non era il nome più allettante del luogo in cui avremmo dovuto vivere per due mesi… Il luogo fu così chiamato nel lontano 1905, quando una tragedia si consumò non lontano sul fianco della montagna.

Le vette del Kangchenjunga dal “Great Shelf”.

Il tenente svizzero Alexis Pache era membro della prima spedizione alpinistica al Kangchenjunga. Gli scalatori riuscirono a salire fino a 6300 metri. Durante la discesa, attraversando un pendio, due portatori d’alta quota scivolarono e trascinarono nella caduta Alexis Pache e un altro portatore. Tutto sarebbe finito senza danni se non avessero causato, con la loro caduta, una valanga che seppellì tutti e quattro. Gli amici incisero il nome dell’alpinista su una pietra e da allora la cima della collina rocciosa prese il nome di Tumulo di Pache”.

Per circa un mese e mezzo gli alpinisti attrezzarono la parete sud-ovest del Kangchenjunga in previsione della traversata per la quale fu indispensabile piazzare un campo a circa 8200 metri di quota fra la Vetta Principale e lo Yalung Kang. Lungo la grande seraccata che precede il “Great Shelf” furono piazzati i campi I e II che, man mano che la spedizione procedeva, divennero poco più che depositi di materiali. Nevralgico fu invece il campo III, posto sul “Great Shelf” alla quota di circa 7200 metri, che divenne il vero e proprio campo-base d’alta quota da cui si dipartivano le tre direttrici di salita: Vetta Meridionale, Vetta Centrale e Vetta Principale – Yalung Kang. Lungo ciascuno di questi itinerari furono piazzati i due campi IV e V, la quota degli ultimi era fra i 7900 e gli 8200 metri.

Con la prima decade di aprile iniziarono le salite alle vette Meridionale, Centrale e Principale che videro l’apertura di tre vie nuove: la cresta orientale della Vetta Principale, la cresta sud-est della Vetta Meridionale e la via diretta della Vetta Principale.

Sulla cresta sommitale del Kangchenjunga.

La cresta orientale della vetta principale
Al contatto radio delle 8.00, Vasilij Elagin disse che si stavano preparando a partire. Volevano vedere com’era il tratto di cresta che collega la Vetta Principale con quella Centrale. Le loro intenzioni non erano più un segreto per nessuno. Inoltre, il tempo era favorevole agli alpinisti.

Il detto preferito di Vasilij Elagin era: “Dio non è insensibile. Vedrà dei bravi ragazzi e li proteggerà”. Questo rozzo auspicio sembrò avverarsi. L’Onnipotente prese sotto la sua protezione gli alpinisti. Il vento diminuì di intensità rispetto al giorno precedente. Ciascuno aveva con sé due bombole di ossigeno di cui una di riserva; uscirono dalla tenda alle 10.30, dopo aver regolato l’erogazione dell’ossigeno a 1,5 litri al minuto.

Che peccato! La nebbia avvolse il nostro campo base. Solo all’una meno cinque riuscimmo a vederli attraverso il cannocchiale: puntini rossi e blu che salivano in uno stretto camino fra grigie rocce rotte. Esattamente alle 13.00, orario della regolare comunicazione radio, Alexander Šeinov andò in onda.

Sulla cresta sommitale del Kangchenjunga.

“Siamo a 50 metri dal colle. Va tutto bene, andiamo a vedere com’è la cresta”, disse Alexander Šeinov al posto del capo [Vasilij Elagin, NdT] che aveva perso la voce. Poi, improvvisamente, cambiò argomento e rassicurò coloro che erano rimasti al campo base: “Al campo V c’è cibo e la notte è trascorsa soddisfacentemente”. Dal basso, il profilo frastagliato della cresta orientale della Vetta Principale del Kangchenjunga sembrava inaccessibile. Era impensabile che nelle restanti poche ore di luce sarebbero stati in grado di trovare un passaggio in quel labirinto di rocce.

I ragazzi decisero che avrebbero continuato la salita fino alle tre del pomeriggio, poi sarebbero tornati indietro. Tuttavia, raggiunto il colle si accorsero che il versante nord della cresta era nevoso. Salendo questo versante il quartetto giunse in vetta alle 15.30.

Dalla comunicazione del mattino, la radio al campo base rimase sempre in ascolto. Alle 16.00, Eduard Myslovskij sentì un fruscio e poi una voce.

“Iniziamo la discesa” annunciò Vasilij Elagin.
“Da dove?”.
“Dalla vetta”.

Erano rimasti sulla vetta per mezz’ora. Scattarono fotografie l’un l’altro e dell’Himalaya che giaceva ai loro piedi. Lontano verso ovest si poteva indovinare nella foschia la piramide dell’Everest. Un palo segnaletico a strisce sporgeva dalla neve della cima. Qualcuno nello zaino aveva casualmente un pennarello e allora vi hanno lasciato sopra i loro autografi: Mosca, Vasja [Vasilij Elagin, NdT], Vova [Vladimir Koroteev, NdT], Ženja [Evgenij Klinetskij, NdT] e Šura [Alexander Šeinov, NdT]”.

Sulla cresta sommitale del Kangchenjunga.

La cresta sud-est della vetta meridionale
Va tutto bene, tutti stanno bene. Domani cercheremo di trovare un modo per raggiungere la Vetta Meridionale”.

La mattina dopo lasciarono la tenda alle 8.30 del mattino, con l’erogatore dell’ossigeno regolato a 1,5 litri al minuto. Solo chi saliva per primo aveva aumentato il flusso a 2 litri al minuto. Sopra di loro torreggiavano risalti di rocce marce e grigie di difficoltà di IV e V grado. In quel labirinto, dovevano trovare una via di salita e lasciare una corda fissa.

Salirono con molta attenzione, alzando lo sguardo verso l’alto perché poteva cadere qualche pietra, inoltre era facile far cadere accidentalmente una pietra su chi saliva dietro, smuovendola con un piede o con la corda.

Il vento si era calmato, ma a volte le raffiche erano così forti che sembravano volerli sospingere verso l’alto.

Ad un certo punto, Michail Turkevič si accorse che le gambe non volevano più saperne di muoversi. Era già successo pochi minuti prima sebbene la respirazione fosse accettabile anche se faticosa. Così decise di controllare l’erogatore dell’ossigeno: la manopola della bombola d’ossigeno era posta sullo zero. Probabilmente, era stata colpita accidentalmente da una pietra.

Incontro delle cordate sulla cresta sommitale del Kangchenjunga il 1° maggio 1989.

La maggior parte della salita si snodò un po’ a sinistra della cresta, dietro la quale si indovinavano i lisci bastioni del versante orientale. Incredibilmente, le rocce erano tiepide. Quando fu necessario, Michail Turkevič si tolse i guanti per salire qualche tratto. Poi, però, dovette riscaldare a lungo le mani. Nessuno era mai salito lungo quell’itinerario, infatti non incontrarono tracce di salite precedenti.

Poco prima della vetta, dopo essere saliti a sinistra lungo un pendio di neve, si imbatterono in una corda gialla lasciata dai giapponesi che erano saliti fin qui lungo un altro itinerario.

Alle 14.00 raggiunsero la Vetta Meridionale o meglio si fermarono poco sotto di essa perché il punto massimo della montagna era delle dimensioni di una scrivania, da cui in direzione del Sikkim sporgeva una enorme cornice di neve soffiata, di quindici metri.

In basso, sulla superficie bianca del ghiacciaio, era chiaramente visibile il campo base d’alta quota [ossia il campo III, NdT] caratterizzato da macchie gialle. Più in basso, un infinito mare di nubi si stendeva a perdita d’occhio. Avrebbero voluto rimanere a lungo in vetta, ma vi rimasero soltanto mezz’ora: il luogo era gelido e ventoso. Dopo pochi secondi, le dita che premevano il grilletto della cinepresa cominciavano a dolere. Le raffiche di vento erano così forti da obbligarli ad aggrapparsi alle rocce.

Dopo aver lasciato alcune bombole di ossigeno vuote e una piena, i vessilli del Club Alpino di Donetsk e del Club Alpino Giovanile di Sumy su cui erano appuntati i distintivi dei giornali Char’kov Gazeta e Komsomol’skaja Gazeta, Sergej Beršov, Michail Turkevič, Alexander Šeinov e Rinat Chajbullin iniziarono la discesa. Si lasciavano alle spalle un itinerario ben segnalato fino al punto di partenza della traversata [la cima della Vetta Meridionale; NdT] e un migliaio di metri di corde fisse. Alle 20, il quartetto era giunto al campo III d’alta quota”.

Un autografo testimonia l’arrivo sulla Vetta Principale del Kangchenjunga.

La via diretta alla Vetta Centrale
La vera sorpresa di quel giorno venne dal gruppo guidato da Valerij Chriščatyj. Gli alpinisti lasciarono il campo base il 13 aprile senza il loro capo in quanto Valerij Chriščatyj continuava a tossire e il medico gli aveva ordinato di essere trascorrere un’altra notte al campo base. Però, la mattina dopo, Valerij Chriščatyj salì senza interruzioni dai 5500 m. del campo base ai 7200 m. del campo base d’alta quota [ossia al campo III, NdT] dove raggiunse il suo gruppo.

La mattina del 15 aprile il collegamento radio ebbe luogo mentre stavano salendo.
“Stiamo già salendo pian piano”, annunciò Valerij Chriščatyj alle 8.00.
“Abbiamo preso due bombole di ossigeno, ma saliamo senza farne uso”.
“A che ora sei partito?” chiese Eduard Myslovskij.
“Abbiamo fatto colazione e siamo partiti”.
“Allora, a che ora?”.

Erano partiti alle 4.30 del mattino, quando il freddo raggiunge l’acme e le stelle brillano intensamente. Avevano valutato esattamente la situazione: al campo V sul ramo centrale del ghiacciaio avrebbero trovato quattro bombole d’ossigeno lasciate dai moscoviti. Le otto bombole che trasportavano sarebbero state sufficienti per coloro che in futuro avrebbero fatto la traversata. Dopo aver fatto questo trasporto di materiali, cioè aver lavorato per la squadra, avevano acquisito il diritto di “salire in vetta”.

Vette a perdita d’occhio dalla cresta sommitale del Kangchenjunga.

Alle 13.00, al successivo collegamento radio, Valerij Chriščatyj disse: “Siamo a 15 minuti dal campo V. La tenda è scossa dal vento. Andiamo a vedere”.

In effetti, il sostegno centrale della tenda “Hangar”, mal ripiegata dai moscoviti, era stato portato via dal vento, e ora la tenda era gonfiata dal vento come fosse un paracadute.

Valentin Ivanov dette il suo assenso, ma ordinò di scendere subito dopo. Valerij Chriščatyj stava giocando il tutto per tutto.

Valentin, siamo saliti dal campo III senza ossigeno! È un risultato per tutta la spedizione!”.
“Il prossimo collegamento è fra 30 minuti” tagliò corto l’allenatore.

Non era certamente soddisfatto delle decisioni autonome dei ragazzi, ma capiva che sentendo odore di vittoria non gli avrebbero dato retta. Aveva il diritto di imporsi dopo che il quartetto aveva eseguito onestamente il compito assegnato? È vero, erano ambiziosi … ma i componenti della squadra nazionale non erano stati scelti in base al loro carattere. Erano atleti forti, molto forti e lo avevano dimostrato.

Quando alle 13.30 Valerij Chriščatyj entrò di nuovo in contatto radio, Valentin Ivanov gli chiese con fare professionale quali fossero i piani del gruppo. Discussero i dettagli e decisero che i quattro avrebbero cercato di scendere per la notte al campo III.

Intanto, il tempo passava. Soltanto alle 16.00 tornò in onda Valerij Chriščatyj.
“Siamo sull’ultimo pendio. Da qui, in mezz’ora saremo in cima”, trasmise contento.
“Sbrigati”, lo esortò Ivanov, che si rendeva conto che non avrebbero avuto il tempo di scendere prima che calasse la luce del giorno.

Collane di fiori per i vincitori. L’ufficiale di collegamento Raj Ganesh Rai si congratula con Anatoly Bukreev.

Soltanto alle 17.30 la prima cordata formata da Valerij Chriščatyj e Anatolij Bukreev raggiunse la vetta. Faceva molto freddo e senza aspettare gli alpinisti di Leningrado, che stavano ancora salendo la cresta, iniziarono la discesa. Quel giorno, non riuscirono a raggiungere il campo III e trascorsero la notte al campo IV. Era stata una giornata molto lunga: quasi 16 ore di salita senza ossigeno supplementare ad altitudini comprese fra 7200 e 8500 metri!

Si era trattato anche di una prima ascensione in quanto nessuno aveva raggiunto la cima della Vetta Centrale lungo quella via”.

Ricorda Vasilij Senatorov: “Gli sherpa non capivano l’obiettivo della spedizione. Era diversa da tutte le precedenti spedizioni tradizionali. Infatti, fino ad allora, l’obiettivo delle spedizioni tradizionali era stato quello di far giungere in vetta un paio dei migliori alpinisti, accoglierli con applausi al loro ritorno e tornare soddisfatti in Patria.

Così, Nga Temba mi chiese gentilmente: “Signor Vasilij, quando il gruppo di Vinogradskij scenderà dalla montagna, posso tornare a casa?”

Rimase deluso quando gli spiegai ancora una volta che i membri della spedizione andavano a Tseram soltanto per ritemprarsi. Nel frattempo, si sarebbe deciso chi avrebbe effettuato la traversata delle quattro vette della montagna. Il nostro buon Sirdar era a conoscenza dei piani della spedizione fin dall’inizio, ma si rifiutava di credere che dopo aver raggiunto con successo la Vetta Principale fosse necessario salire di nuovo.

Dopo esserci riposati era nostra intenzione dar luogo alla rappresentazione del secondo atto dell’opera teatrale “Russi in Himalaya”. Per Nga Temba, la traversata era soltanto una ragazzata e una sfida al destino.

… Gli sherpa e i portatori non riuscivano assolutamente a capire di che cosa stessero discutendo animatamente, a Tseram, gli strani uomini venuti dall’URSS invece di riposarsi”.

Wanda Rutkiewicz

A Tseram ebbe luogo la complessa trattativa per chi avrebbe avuto l’onore di effettuare la traversata delle quattro vette del Kangchenjunga.

“… A Mosca, quando fu programmata l’ascensione, si ritenne che un gruppo formato da sei alpinisti o due gruppi per un totale di otto scalatori avrebbero effettuato la traversata soltanto in una direzione facendo uso dell’ossigeno supplementare. In base a questo numero di alpinisti erano stati calcolati le bombole d’ossigeno, il combustibile, il cibo e il numero dei campi intermedi. In poche parole, erano state pianificate le tattiche di salita. L’esperienza delle precedenti spedizioni in URSS, gli insegnamenti della salita dell’Everest e le relazioni delle spedizioni straniere avevano dimostrato che non più della metà dei membri della spedizione sarebbe stata in forma al momento di effettuare la traversata: gli altri si sarebbero ammalati, avrebbero riportato traumi, ecc.

Soltanto due di loro si ammalarono: Kazbek Valiev e Sergej Bogomolov; quest’ultimo comunque ebbe il permesso dal dottore di partecipare alla prossima salita della montagna, ma non di effettuare la traversata. Pertanto, 20 alpinisti erano pronti ad attraversare le quattro cime del Kangchenjunga. Tutti, naturalmente, non vedevano l’ora di effettuare la traversata.

… Al fine di ampliare in qualche modo la cerchia dei partecipanti alla traversata, qualcuno suggerì di formare due gruppi di cinque persone, ma il cambiamento del piano originale trovò la netta opposizione del Comitato Sportivo Statale. Per questo motivo arrivò a Kathmandu il suo rappresentante Il’dar Kalimulin.

Non è colpa nostra se siamo figli della pianificazione che può diventare un problema! Gli eventi organizzati dallo Stato, come è noto, hanno i loro pro e i loro contro. In un Paese in cui tutto è centralizzato, soltanto il Comitato Organizzatore poteva selezionare, equipaggiare e organizzare una spedizione alpinistica di così alto livello, ma quando divenne chiaro che i membri della spedizione erano in grado di fare più di quanto era stato pianificato, “Sua Maestà il Piano” soffocò l’iniziativa.

Benoît Chamoux

Non importa se hai pianificato qualcosa, ma le circostanze non lo hanno permesso. Però, guai a te, se non hai ottemperato a quanto prescritto e le cose sono andate storte. Preparati al peggio!

Ci siamo mettemmo in contatto radio anche due volte al giorno. Il’dar Kalimulin chiamò Mosca, dove gli esperti si riunirono, nell’ufficio del presidente del Comitato Organizzatore A.I. Kolesov, per decidere se consentire a dieci alpinisti di effettuare la traversata anziché ai sei-otto come previsto dal piano. Nessuno osò affidare la decisione di un cambiamento così insignificante agli allenatori.

Mi ricordo che, in un film sulla polizia sovietica, uno dei personaggi, elencando le caratteristiche al Capo del Ministero dell’Interno, disse: “Egli si trova così in alto che dalle sue finestre si può scorgere la Kolyma.” Evidentemente, dalle finestre del Comitato Organizzatore sul lungofiume Lužnetskaja si poteva scorgere l’Himalaya. Eppure, il buon senso, ovvero “Lasciateli decidere da soli!”, prevalse; le autorità di Mosca, d’accordo con la proposta di Myslovskij e Ivanov, per sbarazzarsi del martello si rivolsero all’incudine. Così, il Capo allenatore dovette prendere la decisione perché Eduard Myslovskij saggiamente aveva deciso di non scendere a Tseram.

I componenti della spedizione erano divisi in due fazioni: “favorevoli” e “contrari” all’uso dell’ossigeno supplementare, come a Lilliput dove era in corso una faida fra chi preferiva portare i “tacchi alti” e chi invece preferiva i “tacchi bassi”. “L’odio fra queste due fazioni”, ha scrisse Swift, “arrivò al punto che i membri di una fazione non mangiavano, bevevano o parlavano con i membri dell’altro partito”. Nella nostra spedizione, tutti sono stati costretti a mangiare, bere e confrontarsi, ma la durezza del dibattito non era da meno.

“I più in forma dovrebbero effettuare la traversata senza fare uso dell’ossigeno supplementare” dissero coloro che erano “contrari” all’uso dell’ossigeno supplementare.

Coloro che erano “favorevoli” all’uso dell’ossigeno supplementare non erano d’accordo con questo approccio se non altro perché, in questo caso, gli alpinisti dei gruppi di Beršov, Vinogradskij ed Elagin non avrebbero preso parte alla traversa. Infatti, se fosse stato deciso di effettuare la traversata senza fare uso dell’ossigeno supplementare, soltanto gli alpinisti di Almaty e Leningrado avrebbero presero parte alla fase finale della spedizione.

Silvio Gnaro Mondinelli, Kangchenjunga, 2003

La disputa sull’uso dell’ossigeno supplementare in alpinismo è antica quanto le salite in Himalaya. Le persone che salgono “senza ossigeno” guardano dall’alto in basso coloro che, nelle loro parole “non possono fare un passo senza il ciuccio”, mentre questi ultimi, riferendosi ai dati della ricerca medica coniugano “fisiologia e ambizione”. Infatti, è inevitabile dover sacrificare le cellule del sistema nervoso per soddisfare la propria ambizione, indipendentemente dallo stato di benessere degli alpinisti in alta quota.

… Nel caso di una traversata in cui fosse stato fatto uso dell’ossigeno, gli allenatori si aspettavano che potesse essere effettuata in due giorni a meno che, ovviamente, il tempo fosse stato cattivo. Quanto tempo invece sarebbe stato necessario a chi avesse compiuto la traversata senza fare uso dell’ossigeno? Avrebbe dovuto trascorrere almeno tre notti sopra gli 8200 metri? Sarebbe riuscito a completarla? Cosa sarebbe successo se qualcuno avesse avuto un incidente o il tempo fosse peggiorato?

Per questi motivi, Ivanov era categoricamente contrario a far compiere la traversata senza fare uso dell’ossigeno e, di conseguenza, si basò su questo principio per selezionare gli alpinisti; nessuno poteva proporre un altro criterio. Dopo aver effettuato l’elettrocardiogramma a tutti i membri della spedizione ed altri esami, Valerij Karpenko si rese conto che tutti i 20 alpinisti erano idonei ad “effettuare la traversata”. Tseram ronzava come un alveare impazzito. Il tempo del riposo era terminato ed era necessario prendere una decisione.

Alla ricerca disperata di un compromesso, Ivanov fece propria la proposta di Beršov secondo cui ogni gruppo di alpinisti avrebbe dovuto indicare i due che avrebbero effettuato la traversata. Tutti i gruppi di alpinisti avevano svolto un ruolo fondamentale per il futuro successo e avevano meritato di indicare i due alpinisti.

… Nell’alpinismo, come in generale nello sport, è giunto il tempo dei professionisti. Se nella squadra nazionale dell’Everest del 1982, l’alpinismo era senza dubbio per la maggior parte dei partecipanti un’attività secondaria sebbene molto importante, nella squadra del 1989 prevalsero gli uomini che trascorrono la maggior parte del tempo in montagna e traggono dal lavoro di allenatori e istruttori dei club alpini, delle scuole di sport e dei campi alpinistici internazionali la principale fonte di sussistenza.

Denis Urubko sulla parete sud-ovest del Kangchenjunga, 13 maggio 2002

Inoltre, nel nostro Paese caratterizzato da un rigido sistema di distribuzione delle prebende, purtroppo non siamo abituati a valutare le persone per le loro competenze, ma in base al loro titolo. Così è più importante avere il titolo di “Artista del Popolo” che dimostrare il proprio talento. È più importante essere un Accademico che un genio. Lo sport non fa eccezione. Soltanto il titolo di “Maestro dello Sport” eleva al più alto grado della gerarchia sportiva.

Alla vigilia delle discussioni a Tseram, uno degli alpinisti venne nella mia tenda per esprimermi il suo pensiero. “Vedi” mi disse “salendo il Kangchenjunga ho già dimostrato le mie capacità a me stesso e agli altri. Certamente voglio fare la traversata, l’ho sognata per due anni, ma è triste rendersi conto che per la maggior parte di noi effettuare la traversata è importante anche per un altro motivo. Quelli che l’avranno fatta probabilmente saranno premiati con il titolo di “Maestro dello Sport”. Ho dedicato tutta la mia vita all’alpinismo, ho abbandonato la scienza, la carriera e rinunciato al denaro, ma mi serve un appartamento. Non posso vivere con mia moglie e mio figlio in una unica stanza senza alcuna prospettiva. L’unico modo per ottenere una casa più grande è tornare con il titolo del Maestro dello Sport. Soltanto in quel caso il Comitato Sportivo e il Comitato Esecutivo prenderanno in considerazione le mie richieste. Anche se fossi Reinhold Messner, ma non avessi il tesserino di Maestro dello Sport, nessuno mi prenderebbe in considerazione…

L’etica pubblica, basata sulla convinzione che un capo saggio conosca le esigenze di tutti i subordinati e al momento dovuto si ricorderà di tutti, fu profondamente screditata da queste parole. Pertanto, nessuno degli alpinisti espose questa motivazione nel corso della discussione generale per paura di apparire venale. Però, sarebbe stato necessario che il Comitato Sportivo Nazionale annunciasse che tutti i componenti della spedizione, sia quelli che avessero fatto la attraversata sia coloro che avessero preparato l’impresa, avrebbero avuto gli stessi onori. Ciò avrebbe evitato oltre la metà di tutte le nostre discussioni”.

Quaranta volte in vetta
Nei giorni 1 e 2 maggio 1989, i due gruppi di cinque alpinisti ciascuno sotto la guida di Sergej Beršov e Vasilij Elagin effettuarono la traversata nei due sensi della lunga cresta sommitale che unisce la Vetta Meridionale allo Yalung Kang.

I componenti del primo gruppo, che fu posto sotto la guida di Sergej Beršov, erano Anatolij Bukreev, Alexander Pogorelov, Michail Turkevič e Evgenij Vinogradskij Beršov. Il loro compito fu quello di salire lo Yalung Kang dal campo V in direzione ovest e tornarvi per passare la notte. Il giorno successivo effettuarono la traversata della Vetta Principale e della Vetta Centrale, salirono la Cima Sud, scesero lungo la via attrezzata due settimane prima dagli “ucraini” e smontarono i campi IV e V.

Il secondo gruppo, guidato da Vasilij Elagin, comprendeva Vladimir Balyberdin, Zinur Chalitov, Vladimir Koroteev e Gregorij Luniakov. Iniziarono la salita il giorno successivo scalando dapprima la Cima Sud e per poi effettuare la traversata delle altre tre vette. Trascorsero la notte al campo V, posto fra la Vetta Principale e lo Yalung Kang, lasciato libero al mattino dai cinque alpinisti del gruppo Beršov. Il giorno successivo salirono la cresta che conduce in vetta allo Yalung Kang e quindi scesero al campo V. La traversata in condizioni metereologiche perfette e secondo una “pianificazione” meticolosa fu… senza storia.

Ottantacinque volte in vetta! Nessuna spedizione era mai riuscita a tanto. … Naturalmente, i risultati della spedizione avrebbero potuto essere ancora più rilevanti. La traversata senza l’uso dell’ossigeno supplementare nelle condizioni meteorologiche favorevoli, che alla fine misericordiosamente ci furono concesse dal Kangchenjunga, sarebbe stata possibile, ma … il piano predisposto che assicurò la brillante vittoria … precluse qualsiasi altra possibilità”.

La memorabile e mai ripetuta traversata delle quattro vette di oltre 8000 metri del Kangchenjunga 1989 fu largamente sottovalutata in Europa Occidentale e negli Stati Uniti. Scrisse José Luis Bermudez nel 1996 sull’Alpine Journal: “La traversata del Kangchenjunga fu un magnifico risultato, ma in quegli anni le maggiori innovazioni nell’alpinismo himalayano furono il portato di spedizioni leggere che si muovevano in stile alpino”. La Seconda Spedizione Sovietica in Himalaya passò quasi inosservata a seguito alla scarsa divulgazione dell’impresa da parte degli organi di stampa sovietici. Infatti, il libro ufficiale della spedizione, redatto dal giornalista Vasilij Senatorov Траверс (“Traversare”) apparve nel 1992 e fu forse tradotto soltanto in tedesco e pubblicato nella Germania Orientale. Oggi, questa lacuna è stata colmata dalla pubblicazione del volume Kangchenjunga 1989, La Grande Traversata per i tipi della casa editrice MonteRosa Edizioni.

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