La difficile via del Paradiso

La difficile via del Paradiso
(episodi di alpinismo difficile nel Gran Paradiso e riflessioni di fine millennio)
di Ugo Manera
(scritto a fine 1999)

Le Alpi per i torinesi appartengono al panorama cittadino e la loro cornice rappresenta oltre i due terzi dell’orizzonte che circonda la città. Ciò offre informazioni ai cittadini sulle stagioni e sul tempo e, quando domina l’azzurro in cielo, li aiuta a riposare gli occhi e la mente dall’ossessione del traffico e della cementificazione.

Tra le infinite cime che si scorgono tutti imparano presto a riconoscere il Monviso ed il Rocciamelone ma, appena diventano un poco più esperti, memorizzano e non dimenticano più, la forma di cappello a tre punte del Gran Paradiso. Forse perché è la cima più visibile da Torino che supera i 4000 metri di quota.

Gran Paradiso, versante nord

Che il Gran Paradiso appartenga un poco ai torinesi lo dimostra il pellegrinaggio che attuano nelle sue valli canavesane durante i fine settimana.

Nel lontano 1957, quando iniziai a scalare montagne, mi interessai presto al Gran Paradiso e vi trascorsi le prime vacanze alpinistiche. Quando poi, qualche tempo dopo, cominciai a ricercare notizie sulle scalate difficili, mi stupii di trovarne cosi poche in questo gruppo tanto “vicino” ai torinesi. Scorrendo l’edizione 1963 della Guida dei Monti d’Italia dedicata al Gran Paradiso, scoprii che le scalate estreme realizzate fino al 1960 erano poche e che tra i realizzatori di queste poche non comparivano i protagonisti celebri della lunga stagione del “sesto grado” avviata, nel 1925, con la salita della parete nord-ovest del Civetta nelle Dolomiti da Emil Solleder e Gustav Lettenbauer. Personaggi che io avevo imparato a conoscere leggendo tanti articoli e libri di montagna. La mia sorpresa aumentava ancora scoprendo che tra gli autori della pregevole guida c’era quel Renato Chabod protagonista, con Giusto Gervasutti, della celebre “corsa” per la conquista della parete nord delle Grandes Jorasses nel massiccio del Monte Bianco.

Gran Paradiso da sud con la bastionata della Becca di Moncorvé

Sfogliando il volume trovai sì il nome di Giusto Gervasutti legato a due “prime”, si tratta però di vie che, seppure belle, sono minori: una al Courmaon, l’altra alla cima Fer. Scalate alle quali il “Fortissimo” probabilmente partecipò più per assecondare l’amico Ettore Giraudo, grande esploratore del gruppo, che per un proprio interesse per gli obiettivi che il Gran Paradiso poteva offrire.

Tralasciando alcune vie divenute celebri ma non difficilissime, come quelle tracciate sulle pareti settentrionali del Gran Paradiso e della Grivola, spicca tra le poche di elevata difficoltà l’ascensione della parete sud della Becca di Moncorvé compiuta nei giorni 6 e 7 luglio 1939 da M. Borgarello, A. Da Monte e L. Notdurfter.

L’Anticima Nord-est del Courmaon

Oggi viene da sorridere leggendo la relazione tecnica stesa dal Borgarello e riportata integralmente nella guida del Gran Paradiso citata; relazione che di tecnico ha ben poco, ma è densa di spunti emotivi e di toni drammatici. Il percorso di questa via è incerto anche dopo la ripetizione con varianti effettuata da Cesare Barbi e Mario Salasco nel 1954 che invece stendono una relazione precisa ed esauriente. Comunque sia, al di la dell’esposizione retorica, Borgarello e compagni la parete l’hanno salita ed il gran diedro, passaggio chiave della via, lo hanno superato.

Quando, nell’inverno 1974-75, effettuai la prima salita invernale della parete, ebbi modo di costatare che le difficoltà di quel tracciato erano molto elevate, non inferiori a quelle di una via molto celebre nel Massiccio del Monte Bianco, via aperta anch’essa nel 1939: la Ratti-Vitali sulla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey. Ciò dimostra che la sud-ovest della Moncorvé rappresentò, a quei tempi, un’impresa di valore assoluto.

Parete sud del Courmaon

I vincitori della Moncorvé appartenevano ad un gruppo tecnicamente molto preparato della Scuola Militare Alpina di Aosta, protagonista di altre imprese rilevanti come la via diretta sulla parete nord del Ciarforon, sempre nel Gran Paradiso, e lo spigolo sud-est del Mont Greuvetta nel Monte Bianco.

Nello scarso scenario di vie di grande impegno, descritte nella guida del Gran Paradiso 1963, salta agli occhi una breve notizia datata 23 agosto 1940 relativa ad una via aperta sulla parete nord-ovest del Becco Settentrionale della Tribolazione da G. ed L. Gandolfo in 9 ore e 30 minuti di scalata con l’impiego di 23 chiodi. Tempo impiegato e materiale usato fanno supporre si tratti di una via difficile ma non ci sono altre conferme in merito.

Il Courmaon con l’estetica cresta Gervasutti (skyline di sinistra)

Gli anni Trenta vedono lo sviluppo delle cosiddette “palestre di roccia”: pareti di bassa quota facilmente accessibili che permettono agli scalatori l’allenamento e la sperimentazione tecnica, passaggio obbligatorio per affrontare gli obiettivi di sesto grado. Il quesito che mi viene spontaneo è: perché le innumerevoli strutture di roccia disseminate lungo le valli dell’Orco e Soana non sono diventate palestre di roccia?

Alba sulla Punta Nord-est del Courmaon

Io credo che Gervasutti e compagni, transitando verso Ceresole Reale, certamente si sono fermati ad osservare le strutture granitiche che poi sono diventate Caporal e Sergent ma l’aspetto di quelle rocce era troppo lontano dall’idea di “palestra di roccia” di quei tempi. Allora l’uso di strutture rocciose di bassa quota era finalizzato all’allenamento, l’impegno estremo era riservato alle grandi montagne, non alle pareti che terminavano nel bosco o in un prato. Per questo, io credo, le pareti canavesane di bassa quota non sono diventate palestre di roccia.

Parete sud della Becca di Moncorvé

La parentesi della guerra rallentò l’attività alpinistica. Nell’immediato dopoguerra molti protagonisti erano scomparsi o avevano ridotto l’attività. Il più celebre degli scalatori torinesi: Giusto Gervasutti era caduto al Mont Blanc du Tacul ed i giovani emergenti erano portati più a ripetere le imprese dei “grandi” del passato che a ricercare nuovi obiettivi. Il Gran Paradiso continuava ad essere ignorato dai più forti anche se si cominciavano a notare segni che preannunciavano l’accelerazione degli anni Sessanta.

Parete ovest del Becco di Valsoera

Nel vallone del Piantonetto, tributario della valle dell’Orco, che sfocia nella valle principale nei pressi del paese di Rosone, vi era una parete ben visibile dal fondo valle: la parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione. Avvolgeva questa parete un alone di tragedia: nel 1937 quattro giovani erano caduti nel corso di un tentativo di scalata. (Durante una ripetizione della parete negli anni Cinquanta Franco Ribetti trovò un vecchio scarpone con i resti di un piede umano).

Parete nord del Ciarforon

La parete venne esplorata in discesa (con calate a corda doppia) nell’agosto 1950 da Piero Malvassora ed Arnaldo Garzini. L’anno seguente ritornarono con un terzo compagno ed effettuarono la prima ascensione. La nuova via risultò molto bella e con difficoltà contenute, divenne presto una delle scalate più ripetute dell’intero gruppo. La procedura seguita per vincere questa parete richiama alla memoria la storia di uno dei grandi problemi della Alpi: la nord del Petit Dru che, dopo numerosi tentativi falliti, venne percorsa in discesa nel 1932 dagli svizzeri Robert Greloz ed André Roch prima che il fuori classe Pierre Allain ne effettuasse la prima ascensione nel 1935. Solo che, mentre il Dru, per quei tempi, era veramente un’impresa estrema, la via sul Becco della Tribolazione presenta difficoltà che non vanno oltre il quarto grado superiore. Questo accostamento dà la misura dei valori in campo.

Parete est del Becco Meridionale della Tribolazione. Foto: Marco Lanzavecchia.

Nel 1954 Barbi e Salasco riportarono l’attenzione sulla parete sud-ovest della Becca di Moncorvé ripetendo la via del 1939 con importanti varianti, seguirono altre ripetizioni da parte di alcuni tra i più forti scalatori torinesi del momento. L’anno seguente, sulla stessa parete, operò una celebre cordata di sestogradisti: i lombardi Josve Aiazzi e Andrea Oggioni. Non si ebbero mai indicazioni precise di dove fossero passati i due forti scalatori.

Le iniziative degli scalatori della nuova generazione, fino a quel momento, erano rivolte alle pareti più visibili o comunque note ma il 17 agosto 1955 Lionello Leonessa e Beppe Tron aprirono un capitolo nuovo salendo per primi la parete ovest del Becco di Valsoera, il più imponente complesso roccioso di tutto il massiccio che, fino a quel momento, era stato del tutto ignorato. Questa ascensione attirò l’attenzione del mondo alpinistico su quella bellissima montagna che negli anni a seguire divenne, per i “forti”, la meta più ambita del Gran Paradiso.

Sulla via Malvassora alla parete est del Becco Meridionale della Tribolazione

Perché allora l’alpinismo difficile non prese piede nel Gran Paradiso fino alla soglia degli anni Sessanta? All’inizio della mia carriera di alpinista non ero in grado di dare risposte esaurienti al quesito ma più tardi quando, percorse tutte le valli, divenni un esperto del gruppo, trovai delle spiegazioni al fenomeno. Riassumerò in tre punti queste spiegazioni.

1°: Predominanza dei gruppi montuosi più celebri
Nell’epoca d’oro del VI grado l’interesse degli scalatori di punta è monopolizzata da una numerosa serie di “Ultimi problemi delle Alpi” attorno ai quali si scatena una vera e propria competizione per arrivare primi. Man mano che il limite dell’impossibile viene spostato in avanti altri nuovi problemi, prima ignoti, si affacciano a rimpiazzare quelli che sono stati risolti, sempre comunque localizzati nei gruppi montuosi più celebri ed alla moda.

Erio Grillo sulla via Grassi-Re della parete est del Becco Meridionale della Tribolazione. Foto: Marco Lanzavecchia.

Salvo celebri eccezioni (Nord del Cervino, Badile, Nord dell’Eiger) questi problemi sono concentrati sulle pareti dolomitiche e nel massiccio del Monte Bianco che sono i gruppi montuosi maggiormente trattati dalla stampa specializzata e garantiscono perciò maggiori riconoscimenti ed onorificenze. Ai campioni dell’alpinismo estremo non rimane tempo per cercare altrove obiettivi degni su montagne poco enfatizzate dalle scalate estreme.

Avancorpo del Mare Percia

2°: Mimetismo dei problemi nel contesto ambientale
Fatta eccezione per il Becco di Valsoera e per il Becco Meridionale della Tribolazione, il gruppo del Gran Paradiso poco evidenzia le proprie pareti difficili. Quasi mai queste ornano le cime maggiori, spesso si trovano su strutture secondarie mimetizzate dall’accavallarsi di creste e valloni che scendono dolcemente interrotti da grandi ripiani solcati da lucenti rivoli d’acqua. L’insieme risulta armonioso e le strutture verticali non si impongono sull’ambiente che le circonda. Solo il ricercatore appassionato riesce a mettere a fuoco i problemi nascosti.

Avancorpo del Mare Percia

Le belle cime del vallone di Piantonetto erano poi protette dalle mani rapaci degli scalatori dalla complessità dell’accesso: prima dell’apertura al pubblico della strada privata della diga del Teleccio, raggiungere a piedi il Piantonetto rappresentava per gli scalatori una vera maratona.

3°: Inadeguatezza dell’ambiente ad ispirare gesta epiche
Eroe è chi lotta con coraggio per un ideale anche a rischio della propria vita e spesso l’alpinismo degli anni Trenta è animato da spinte eroiche. Anche se la concezione eroica era in parte indotta dalle ideologie dominanti in quegli anni, non vi è dubbio che lo scalatore elevava la parete ad ideale degno fino a rischiare il sacrificio della propria vita per conquistarlo. Per questo la parete doveva apparire terribile, come un nemico potente, minaccioso ed inaccessibile, degno di gesta epiche. Nel Gran Paradiso queste pareti terribili non vi erano, esistevano strutture apparentemente impossibili, ma non tali da proporsi come imprese epiche.

Cresta dei Prosces

Le pareti “impossibili” del Gran Paradiso fanno pensare piuttosto ad una visione sportiva della scalata dove la lotta drammatica lascia il posto all’azione tecnica e dove percepisci più che dolore e sacrificio l’invito all’esaltazione sportiva ed al divertimento. Visioni queste della scalata che si affermarono solo molti anni dopo, al decadere dell’alpinismo eroico.

Se allarghiamo lo sguardo a ciò che è avvenuto nelle Alpi, notiamo che l’espansione dell’Alpinismo estremo nel Gran Paradiso è coevo all’esplosione della scalata sulle difficili pareti calcaree delle prealpi francesi, fenomeno anch’esso caratterizzato da una visione più sportiva e ludica dell’arrampicata, lontana dall’alpinismo eroico.

Le pareti di Balma Fiorant: da sinistra, Sergent, Caporal e Parete delle Aquile

Lionello Leonessa era uno scalatore di buon livello, istruttore della scuola di alpinismo G. Gervasutti di Torino, coltivava la passione per la scoperta che lo portava spesso ad aprire nuove vie su pareti poco conosciute ed a ripetere itinerari dimenticati. Dipendente dell’A.E.M. di Torino, ditta proprietaria degli impianti idroelettrici canavesani, trascorreva le vacanze a Ceresole Reale. Aveva avuto così modo di conoscere bene le valli del Gran Paradiso e questa conoscenza lo portò per primo sulla parete del Valsoera.

Tornati dal Becco di Valsoera raccontarono ai torinesi di una splendida scalata paragonabile per bellezza e difficoltà, se non per dislivello, alla celebre cresta sud dell’Aiguille Noire di Peutérey nel Monte Bianco. L’interesse per il Piantonetto si accese tra gli scalatori e Andrea Mellano, mente organizzativa di un gruppo agguerrito che trovava spesso in Romano Perego (lombardo) il proprio braccio, concentrò la sua attenzione sul formidabile spigolo ovest del Valsoera e dopo alcuni tentativi ne compì la prima salita nei giorni 6 e 7 agosto1960 in compagnia di Enrico Cavalieri (genovese) e Perego.

Flavio Leone, prima invernale della via della Fessura al Valsoera

Aprirono una grande via: la più difficile fino ad allora realizzata nel Gran Paradiso, paragonabile alle grandi vie di roccia del Monte Bianco. La notizia si diffuse rapidamente ed il Valsoera attirò ben presto scalatori provenienti da ogni dove.

Il Piantonetto divenne presto alla moda. Gli scalatori venuti per il Valsoera si guardarono attorno scoprendo altre mete. Così Ottavio Bastrenta aprì una bella via sulla Torre Rossa di Piantonetto nel 1964, il biellese Guido Machetto nel 1965 tracciò un difficile itinerario sul Becco della Tribolazione a destra della via Malvassora e l’anno seguente, poco prima di cadere al Mont Blanc du Tacul, Gianni Ribaldone, il più promettente dei giovani scalatori torinesi, aprì una nuova via sul Monte Nero.

Parete sud del Gran San Pietro

Nel 1966 ebbe inizio la lunga storia delle mie “prime” nel Gran Paradiso: con tre compagni salii il vergine spigolo ovest della Punta Teleccio che avevo scoperto, guardandomi intorno, dalla cima del Valsoera. Seguirono nel 1968 una difficile via di Ennio Cristiano e Pierin Danusso sulla Torre Rossa del Piantonetto e la bella via aperta da Gian Carlo Grassi ed Alberto Re sulla parete del Becco Meridionale della Tribolazione, a sinistra della via Malvassora.

Lontano dal Piantonetto, ed indipendente dal movimento che qui si stava avviando, nel 1961 due guide di Cogne: Alfredo Cino Abrame Vincenzo Cento Perruchon salivano la vergine parete sud della Becca di Montandayné tracciando una via difficile di stampo moderno con ampio impiego di mezzi artificiali e condotta con spirito amatoriale. Fatto insolito per le guide valdostane di allora, abituate a muoversi prevalentemente con clienti. Perruchon, dimostrando passione per il nuovo e preparazione tecnica, aprì, 10 anni dopo, una via diretta sul seracco della ghiacciata parete nord della Roccia Viva ricorrendo alla scalata artificiale (chiodi e staffe) su ghiaccio. Tale via venne superata con tecnica frontale (piolet-traction) nel 1979 dagli specialisti Grassi e Comino.

Gian Carlo Grassi sulla Parete del Camoscio Cieco

Ancora sul versante aostano del gruppo registriamo nel 1971 l’apertura di un nuovo itinerario molto difficile sulla parete sud-ovest della Becca di Moncorvé da parte dell’istruttore militare di alpinismo Fausto Lorenzi con due compagni.

All’inizio degli anni Sessanta gli scalatori che, sempre più numerosi, accorrevano in Piantonetto, dovevano adattarsi a pernottare nei diroccati alpeggi della Muanda in quanto il bivacco Carpano, unico rifugio della valle, era fuori mano per le scalate alla moda. Un gruppo alpinistico indipendente di Pont Canavese finalmente avviò la costruzione di un rifugio in un punto strategico che presto divenne la base logistica delle salite in Piantonetto.

Parete nord della Grivola

Il Becco di Valsoera era il più ambito ma per qualche anno l’attenzione degli scalatori più preparati venne monopolizzata dalle ripetizioni dello spigolo ovest. Poi qualcheduno si accorse che sull’ampio versante ovest del monte ci potevano stare tante altre vie e già nel 1964 Cristiano, Danusso, Natale Lino Fornelli e Guido Franco, salivano lo sperone meridionale della parete tracciando una bella via molto ripetuta negli anni seguenti. I maggiori problemi erano però rappresentati dalla formidabile “Torre Staccata”, ardita torre verticale che sembra appoggiata allo sperone principale, separata da esso da una profonda fessura-camino.

La salita diretta della Torre appariva impossibile senza ampio ricorso all’ arrampicata artificiale con impiego di chiodi a pressione, fortunatamente nessuno ebbe il coraggio, a quel tempo, di “profanare” quelle rocce mettendo mano al punteruolo per fare dei buchi. Si attaccarono perciò i fianchi della Torre Staccata e nel 1968 vennero aperti due importanti itinerari ai lati della Torre stessa.

Prima invernale alla parete sud della Becca di Moncorvé

Uno a destra, studiato e salito il 21 luglio da Gian Piero Motti con tre compagni (Grassi, Michele Ghirardi, Guglielmo Rubinetto), l’altro salito il 28 luglio a sinistra seguendo la grande fessura-camino, da una forte cordata tutta canavesana composta da: Carlo Biletta, Giorgio Tondella e Nazareno Valerio. Pochi giorni dopo uno degli apritori della prima via: Guglielmo Rubinetto, moriva in un incidente d’auto ed i suoi compagni gli dedicarono la via che con lui avevano aperto. Divenne la “via di Guglielmo”. Motti ripeté la Via della Fessura e dichiarò essere la via più difficile aperta, fino ad allora, sul Becco di Valsoera.

Negli anni Sessanta anche nel Gran Paradiso si ebbe l’esplosione dell’alpinismo invernale con conseguente corsa per arrivare per primi sulle vie più difficili. L’ ambita prima invernale dello spigolo del Valsoera andò alla cordata: Antonio Balmamion-Giuseppe Castelli-Ennio Cristiano nel gennaio 1967 con due bivacchi in parete. A pochi mesi dall’apertura la via di Guglielmo venne salita in prima invernale da Gianni Altavilla, Grassi, Alberto Re ed io nel febbraio 1969. Manera ritornò nei giorni 23 e 24 dicembre 1972 con Flavio Leone per salire la fredda Via della Fessura precedendo per poche ore Nazareno Valerio, partito con il medesimo progetto ma giunto in ritardo.

Isidoro Meneghin in arrampicata sui Prosces

Nell’estate 1970 con Motti ed altri due amici, ci portammo alla base dello spigolo della Torre Staccata con l’intenzione di tentare l’apertura di una nuova via diretta. Dopo la prima lunghezza di corda ci convincemmo dell’impossibilità di proseguire senza l’impiego di chiodi a pressione per cui rinunciammo e deviammo sulla via dello spigolo.

Per aiutare il lettore a capire il nostro operato è utile una breve parentesi di carattere etico: noi eravamo ben preparati su tutti gli aspetti tecnici dell’arrampicata in uso in quel momento sulle Alpi, quindi anche esperti nell’impiego dei chiodi a pressione, e li abbiamo impiegati qualche volta sulle pareti di fondo valle, ma il praticare fori nella roccia in alta montagna appariva ai nostri occhi come una profanazione: o si passava senza bucare o si rinunciava. Perciò rinunciammo nel 1970.

L’Ancesieu con il tracciato di La Strategia del Ragno

Anche nell’arrampicata vi è un’evoluzione continua e ciò che ci era apparso impossibile senza l’impiego del perforatore, divenne possibile dieci anni dopo, pur nel rispetto della medesima etica. Nel 1980 ritornai sotto la Torre Staccata con: Vareno Boreatti, Isidoro Meneghin, Claudio Sant’Unione e vi tracciammo la via Diretta.

Sul Becco di Valsoera il massimo livello della scalata, senza praticare fori nella roccia, venne raggiunto da Andrea Giorda e Alessandro Zuccon con l’apertura di Sturm und Drang nel luglio 1984 sullo spigolo della Torre Staccata. Questa difficile via richiese una sofisticata progressione artificiale intercalata da tratti in libera molto impegnativi.

Dopo Sturm und drang l’evoluzione dell’arrampicata sul Becco di Valsoera continuerà ma su un’altra lunghezza d’onda: non più staffe e chiodature allucinanti sulle difficoltà estreme ma perforatore e trapano, protezioni inamovibili e grande arrampicata libera sportiva.

Isidoro Meneghin in arrampicata sull’Ancesieu

Nel 1980 anche in Piantonetto venne aperta verso l’alto la scala delle difficoltà: Marco Bernardi, aprendo con Grassi una nuova via sul Monte Nero, superò un passaggio valutato di VII grado. Fu il primo VII grado nel gruppo del Gran Paradiso.

Per molti anni il Piantonetto aveva monopolizzato la ricerca di nuovi itinerari difficili nel Gran Paradiso ma verso la fine degli anni Sessanta qualche scalatore cominciò a spingersi in altri valloni per scoprire nuovi problemi interessanti. Prima di seguire questi volonterosi ricercatori mi soffermerò su un altro importante fenomeno dall’evoluzione dell’arrampicata: la scoperta delle pareti di bassa quota della valle dell’Orco.

Isidoro Meneghin sulla via del Solstizio ai Prosces

Le pareti della valle dell’Orco divennero per i torinesi una piccola “California” ed offrirono il terreno ideale per sperimentare un processo di revisione dell’arrampicata che non rimase circoscritto ma coinvolse molti giovani scalatori in varie parti d’Italia.

In ordine cronologico le strutture che vennero visitate sono: lo Scoglio di Mroz nel basso vallone di Piantonetto (8 ottobre 1972), i dirupi di Balma Fiorant (Caporal) (22 ottobre e 4 novembre 1972), l’Ancesieu nel vallone di Forzo della valle Soana (31 maggio 1980).

Ugo Manera sulla Torre Inferiore del Blanc Giuir

Già nel 1962 venne aperta una difficile via sullo spigolo sud della Guglia del Frate, ardito pinnacolo posto tra le complesse strutture dell’Ancesieu. L’opera fu di Enrico Frachey e F. Vallesa ma si trattò di un fatto occasionale senza seguito immediato, ispirato probabilmente dall’aspetto di vera punta della Guglia.

Occasionale è probabilmente anche la scoperta e la prima salita della possente struttura posta sulla destra orografica del vallone di Piantonetto, denominata da Guido Machetto “Scoglio di Mroz” a ricordo del forte scalatore polacco caduto in montagna. Machetto, tornando dalle scalate in Piantonetto, notò il bello sperone che dal fondo valle appare come una cima ben definita e con gli abituali compagni di scalate, Alessandro Gogna, Miller Rava e Carmelo di Pietro ne effettuò la prima scalata. Gogna vi aprì con Leo Cerruti un’altra via nel 1973 ed anche Grassi vi pose la propria firma nel 1974. L’arrampicata sullo Scoglio non ebbe ulteriori sviluppi fino all’arrivo di una nuova generazione di arrampicatori tra i quali Maurizio Oviglia.

L’esordio dell’arrampicata sui dirupi di Balma Fiorant non fu occasionale ma avvenne a coronamento di un ciclo di ricerca avviato dal nostro gruppo per trovare nuovi sbocchi all’arrampicata in bassa quota.

Maurizio Oviglia sulla parete est del Camoscio Cieco

Negli anni a cavallo del 1970 Motti ed io scalavamo spesso insieme ma più ancora discutevamo di pareti, di arrampicata e delle motivazioni che muovevano questa attività. Per dare un senso concreto ai temi dei nostri dibattiti volevamo tracciare nuovi itinerari più difficili di quelli conosciuti, alla ricerca dell’avventura completa anche sulle pareti che non conducevano su una cima ma terminavano sui prati o nel bosco.

Con queste idee rivisitammo le vecchie palestre di roccia tracciandovi nuove vie ed esplorammo le belle strutture rocciose della valle Grande di Lanzo ma questi luoghi non ci offrivano abbastanza, avevamo bisogno di pareti più “impossibili” ove sperimentare l’incertezza dell’avventura.

Isidoro Meneghin in azione sulla via Incompiuta della Parete delle Aquile

Un giorno la memoria visiva mi riportò davanti agli occhi i bastioni granitici che tante volte avevo osservato dai tornanti della strada che sale a Ceresole Reale. Quelle potevano essere le pareti che andavamo cercando. Galvanizzato da quel lampo cercai Gian Piero un giovedì sera nella sede del CAI per fare la mia proposta. Nell’ascoltarmi Motti scoppiò a ridere: proprio due giorni prima egli era stato sotto a quelle rocce per cercare con il binocolo una possibile via di salita.

Isidoro Meneghin sulla Torre Inferiore del Blanc Giuir

In due tentativi nacque così la Via dei Tempi Moderni portata a termine il 4 novembre 1972. I nostri compagni di cordata erano: Vareno Boreatti e Flavio Leone.

Più di tanto non speravamo di trovare e sull’onda dell’entusiasmo e dell’allegria che caratterizzava il nostro sodalizio, mi balenò la scherzosa idea di chiamare “Caporal” la nostra parete perché, a nostro avviso, di inferiore al mitico “Capitan” californiano, aveva solo la dimensione per cui poteva inserirsi bene nella onorata gerarchia militare ma ad un livello più basso. La mia proposta piacque e Caporal fu.

Isidoro Meneghin sulla via Diretta alla Torre Staccata del Becco di Valsoera

Nell’ambiente degli scalatori torinesi torinese di allora si stava formando un gruppo di giovani scalatori con qualche tendenza trasgressiva; in questo gruppo spiccava Danilo Galante detto “il Mago”, scalatore forte e determinato che, unitamente a Gian Carlo Grassi, manifestava nei confronti miei e di Motti degli atteggiamenti un po’ competitivi. Galante e Grassi scoprirono a monte del Caporal un’altra bellissima parete, vi tracciarono la via Cannabis e denominarono la nuova parete “Sergent” quasi a rivendicare una superiorità sul nostro Caporal.

Caporal e Sergent divennero presto alla moda e molte altre difficili vie vennero aperte dai protagonisti della scoperta e da altri forti scalatori. Con le strutture circostanti il terreno di gioco a disposizione degli scalatori appariva inesauribile.

Parete sud del Monte Castello

In quegli anni si unì al nostro gruppo un forte scalatore scozzese: Mike Kosterlitz che aggregato temporaneamente all’università di Torino, nel tempo libero, arrampicava con noi. Mike portò una concezione nuova dell’arrampicata che spingeva a provare in libera dei passaggi che fino ad allora avevamo sempre affrontato in artificiale. Ci insegnò gli incastri per salire le fessure e l’uso dei blocchetti ad incastro in alternativa ai chiodi da roccia ed ai cunei metallici americani che già conoscevamo. A testimonianza di quel periodo rimangono dei belli ed audaci itinerari. Ancora oggi destano ammirazione il coraggio di Kosterlitz sulle placche del Sole nascente e la determinazione di Galante nell’avventurarsi lungo la Fessura della Disperazione.

Ugo Manera in apertura della via sulla parete sud del Monte Castello

Verso la metà degli anni Settanta il gruppo scopritore di Caporal e Sergent si disperse: Galante morì nel corso di un bivacco imprevisto, avversato dalla bufera, nelle prealpi francesi, Motti interruppe l’attività di scalatore, Grassi e Manera continuarono la ricerca di nuovi obiettivi in altri luoghi e tornano saltuariamente sulle balze di Balma Fiorant. Il primo accompagnando spesso dei clienti, il secondo ad aprire nuove vie sulla Parete delle Aquile sovrastante il Caporal.

Verso la fine del decennio, con l’affermarsi dell’arrampicata libera sportiva, Marco Bernardi, campione emergente in questa specialità, “liberò” molte delle vie che i primi salitori avevano superato in artificiale. Anche scalatori forestieri celebri come: Patrick Edlinger, Maurizio Manolo Zanolla, Marco Pedrini, Romain Vogler, vennero a cimentarsi in questo paradiso dell’arrampicata granitica.

Gian Piero Motti sulla via Perego-Mellano-Cavalieri al Becco di Valsoera

All’inizio degli anni Ottanta una nuova generazione di scalatori pose radici stabili sulle rocce della valle dell’Orco. Tra di essi troviamo, sempre attivo, Roberto Bonelli, già protagonista della prima fase. Spiccano poi tra gli altri: Gabriele Beuchod, Daniele Caneparo, Maurizio Oviglia, Roberto Mochino, Francesco Arneodo. Essi ripercorsero vecchie pareti, ne trovarono delle nuove, aprirono itinerari in arrampicata artificiale sofisticata poi, incalzati dalle novità emergenti, lasciarono questo filone e si convertirono all’arrampicata libera. Sulle placche compatte fecero la prima apparizione gli spit diametro 8 millimetri piazzati nei buchi ricavati con punteruolo e martello.

Parete del Camoscio Cieco

Numerose sono le vie aperte da questo gruppo di scalatori fino al 1986 raccolte, con altre precedenti, nella guida: Arrampicate in valle dell’Orco di Mochino ed Oviglia, pubblicata nel 1987 da Edizioni Melograno. Le loro scalate rappresentarono l’ultima fase dell’arrampicata tradizionale nelle falesie della valle dell’Orco dove, anche se già con qualche spit, le linee di salita ricercavano ancora le fenditure naturali della roccia. Con gli anni Novanta arriverà il trapano e le nuove vie che seguiranno, aperte nella nuova ottica, non saranno più condizionate dalle esigenze dell’arrampicata classica ma solo da quelle dell’arrampicata libera sportiva.

Parete sud del Courmaon

L’Ancesieu è una vera montagna con tanto di cima che incombe con i complessi e giganteschi dirupi sui villaggi del vallone di Forzo in valle Soana. L’esordio dell’arrampicata sulle formidabili pareti del suo versante sud-occidentale avvenne in modo discreto. A differenza del Caporal, dove la scoperta fu seguita da un notevole clamore che ne promosse un rapido sviluppo, qui tutto avvenne in gran segreto e per anni nessuno seppe dei lavori in corso.

Isidoro Meneghin e Claudio Sant’Unione nella prima ascensione alla parete sud del Monte Castello

Le pareti dell’Ancesieu sono lì evidenti, sotto agli occhi di tutti, ma i grandi muri lisci e compatti scoraggiano le iniziative e dove si scorgono fenditure e terrazzi è l’abbondante erba a fare da deterrente. Queste impressioni negative non scoraggiarono Antonio Cotta e G. Saviane che, già fin dall’autunno 1972 (all’epoca della scoperta del Caporal), diedero inizio, in segreto, a numerosi tentativi. L’obiettivo dei due scalatori torinesi era la parete della cima principale il cui acceso è lungo e complesso.

Prosces, via Manera-Oviglia

I tentativi si protrassero per anni senza che nulla trapelasse nel nostro ambiente. Le difficoltà della parete però imponevano il ricorso ad una sofisticata progressione artificiale che non faceva parte del bagaglio tecnico dei due volonterosi che, del resto, non intendevano aggirare l’ostacolo ricorrendo ai chiodi a pressione.

Gli insuccessi consigliarono il ricorso ad uno specialista e fu così che venne coinvolto Isidoro Meneghin. Grazie al suo apporto il 31 maggio 1980, finalmente, la parete venne vinta dalla cordata Bosio-Cotta-Meneghin ed alla via venne dato il nome significativo di La Strategia del Ragno.

Punta Marco

La notizia non venne diffusa, l’Ancesieu continuò a restare segretato, Meneghin, nel corso dei tentativi cui aveva partecipato, aveva individuato altri problemi importanti e, temendo la concorrenza, mantenne uno stretto riserbo assecondato dagli altri suoi compagni. Allora facevo cordata fissa con Meneghin ed eravamo spesso impegnati nella ricerca di nuovi problemi da risolvere; senza svelarmi i segreti dell’Ancesieu, discretamente sondò la mia disponibilità per nuovi tentativi e solo dopo una risposta positiva mi raccontò tutto.

Prima ascensione alla Punta Marco

Isidoro aveva già portato del materiale alla base della formidabile parete dell’anticima, nel Combetto degli Embornei ed in tre riprese tracciammo una via di estrema difficoltà in 20 ore di scalata effettiva.

Era la fine dell’inverno 1981 e nella primavera seguente ritornai con Meneghin sulla parete della cima principale per rettificare, con la via della Sveglia la seconda metà della Strategia del Ragno. Come è nelle mie abitudini, dopo queste due salite, diffusi abbondantemente notizie e relazioni ed i segreti dell’Ancesieu divennero di dominio pubblico.

Sulla via Alison alla Punta Marco

Su queste pareti Meneghin ed altri scalatori tracciarono altre vie ma fu l’avvento bel trapano negli anni Novanta che portò le masse di scalatori all’Ancesieu.

Grassi fu tra i primi scalatori a cercare alternative al Piantonetto. Nel 1971 indicò la strada del lungo e scomodo vallone di Noaschetta visitando la bella Torre Inferiore del Blanc Giuir con Boreatti tracciando una via dal significativo nome di via dell’Esplorazione. Franco Locatelli, anch’egli alla ricerca di novità, visitò l’altrettanto scomodo vallone di Valsoera e dal 1965 al 1969 aprì nuove vie sulla Punta di Valsoera, sulla Piccola Uja di Ciardonei e soprattutto sulla bella parete ovest del Monte Destrera. Grassi ancora, riaprì il capitolo del Courmaon scoprendo nel 1970 la parete est-nord-est dell’Anticima Nord-est.

Fabrizio Ferrari su Nel Corso del Tempo, Becco di Valsoera

Il virus della “via nuova” che aveva contagiato irrimediabilmente anche me, mi spinse ad inseguire Locatelli nella Valsoera aprendo nuove vie sulla Piccola Uja di Ciardonei e Grassi al Courmaon e nel vallone di Noaschetta, è del 1973 il mio primo assaggio alle Torri del Blanc Giuir.

Nel 1974 arrivai per primo alla Punta Marco in Valsavarenche tracciando un difficile e bell’itinerario su questa ardita guglia che non ara mai stata precedentemente salita, in quell’occasione ero con Roberto Bianco.

Punta Teleccio e Becco di Valsoera da ovest

Sempre nel 1974 avevo trovato lo spazio sulla parete nord-ovest del Gran Paradiso per tracciare una nuova e bella via con vari compagni della scuola di alpinismo.

Il vallone di Noaschetta sembrava quello che più aveva da offrire, Grassi vi ritornava nell’agosto 1980 con Marco Bernardi ed altri compagni tracciando per primo una via su quella che è forse la più bella, seppure lontanissima parete della valle: la Cresta dei Prosces.

Venuto a conoscenza di questa “scoperta” subito mi precipitai con Meneghin a “firmare”la bella parete con la via del Solstizio: una esaltante arrampicata realizzata proprio nel giorno più lungo dell’anno 1981. Seguì una rincorsa tra Grassi e me, con compagni, vari nell’aprire nuovi itinerari sulla lontana parete. Nel nostro dialogo a distanza si inserirono Giorda e Zuccon e poi Maurizio Oviglia con nuove vie sempre di grande bellezza.

Punta Teleccio. Sullo spigolo corre la via Carena-Fassio-Manera-Rattazzini (1966)

Con Maurizio, impegnato nella stesura di una guida di ascensioni scelte nel Gran Paradiso, ritornerò nel 1999 per tracciare un nuovo itinerario in una ottica nuova (arrampicata totalmente libera) ma con mezzi di protezione tradizionali, senza l’uso di perforatore o di trapano.

Il vallone di Noaschetta offriva altre importanti strutture: le già citate Torri del Blanc Giuir e la poderosa massa rocciosa del Monte Castello, sulla destra orografica della valle.

Roberto Bianco alla Punta Marco (1974)

Attratto dalle primizie offerte da queste strutture, tornai nel 1981 alla Torre Inferiore del Blanc Giuir e con Meneghin e tracciammo un itinerario difficile sullo spigolo sud. L’anno successivo, in compagnia di Laura Ferrero e Franco Ribetti, effettuai la prima salita dello spigolo sud della Torre Superiore. Lo stesso anno, sul Monte Castello, questa volta con Roberto Bonis, percorsi lo spigolo est della cima settentrionale. L’itinerario sarà ripreso numerose volte e 16 anni dopo Oviglia lo percorrerà in solitaria liberando i passaggi che erano stati saliti in arrampicata artificiale rilevando difficoltà fino al 6b.

Prima ascensione della parete sud del Gran San Pietro

Le risposte di Grassi e Meneghin non si fecero attendere e nello stesso 1982 tre difficili vie nacquero sulla parete sud della Torre Inferiore del Blanc Giuir. Gli stessi, con compagni diversi, “assalirono” il Monte Castello dal freddo versante nord-est per vie sempre molto impegnative.

Intanto un altro appassionato del Gruppo del Gran Paradiso: Andrea Giorda, con Mario Ogliengo, tracciava Aldebaran sulla parete nord-est della cima settentrionale, a lato della via Bonis-Manera.

Prima ascensione della parete sud del Gran San Pietro

Scoperto e risolto un problema, gli accaniti ricercatori, come lo scrivente, immediatamente riprendevano a setacciare i valloni tributari della valle dell’Orco per “inventarne” altri nuovi. Furono così scoperti piccoli gioielli come la Parete del Camoscio Cieco nel vallone del Roc e l’avancorpo del Mare Percia, visti da chissà quanti alpinisti ma mai presi in considerazione per la scalata.

La Parete del Camoscio Cieco deve lo strano nome ad un camoscio moribondo a causa di una malattia che rendeva gli animali ciechi. Trovammo l’animale alla base della parete all’epoca del primo tentativo condotto in inverno e fallito a causa del sopraggiungere del maltempo. Trasformai quella parete in una sorta di proprietà privata tracciandovi, nel corso degli anni, ben 6 itinerari con vari compagni tra i quali: Grassi, Meneghin, Ribetti, Sant’Unione. L’ultimo è recente, del 1998, con Oviglia, estremamente difficile, aperto in arrampicata libera, senza l’uso del trapano o del perforatore.

In arrampicata sull’Avancorpo del Mare Percia

Identica la storia dell’Avancorpo del Mare Percia, formazione rocciosa che non porta su nessuna cima, posta al di sopra dello splendido lago Lillet.

Con la fine degli anni Ottanta si chiude un ciclo nelle arrampicate difficili d’alta montagna nel Gran Paradiso: quello delle realizzazioni con l’impiego esclusivo delle protezioni classiche, ossia senza praticare fori nella roccia e di conseguenza senza spit. Altre vie in questo stile verranno ancora aperte in seguito, ma sebbene di elevata difficoltà, non saranno più di primaria importanza.

La Torre Inferiore del Blanc Giuir

Di quel periodo sono ancora da ricordare due belle realizzazioni sulla severa parete sud-est del Gran San Pietro da parte delle cordate: Manera-Meneghin e Guido Ghigo- Carlo Giorda. Quest’ultima cordata apriva ancora la difficile via Billy sulla Punta Marco.

Citerò ancora una via in arrampicata libera aperta nell’inverno 1987-88 da Manera e Sant’Unione sulla lontana ma suggestiva parete sud della Becca di Montandayné e la difficile Diamante Pazzo sulla parete sud del Becco Meridionale della Tribolazione ad opera dei canavesani Roberto Perucca e Rinaldo Sartore.

Torre Rossa di Piantonetto

La citazione degli ultimi due scalatori mi consente di aprire il capitolo relativo all’attualità della scalata nel Gran Paradiso, si deve infatti ai canavesani l’introduzione massiccia in questo gruppo dell’arrampicata libera moderna con impiego sistematico di protezioni fisse (spit, fix, ecc…) e con (quasi sempre) l’uso del trapano per forare la roccia anche se i primi a dare inizio a questo genere sono stati i torinesi Francesco Arneodo, Pier Giorgio Rossetti e Gianni Tesio che nel 1989 aprirono la difficile via Furore alla Torre Staccata del Becco di Valsoera ricorrendo, in modo determinante, all’uso degli spit.

Torri del Blanc Giuir

L’alpinismo canavesano ha espresso sempre degli scalatori di valore che hanno operato su tutto l’arco alpino e che spesso hanno effettuato scalate importanti nel Gran Paradiso ma è dal 1989 che, gravitando attorno ad Ivrea, si è formato un gruppo di forti scalatori che, stravolgendo il modo tradizionale di scalare, ha introdotto nel Gran Paradiso l’uso sistematico della protezione inamovibile (fix, spit ecc…) e l’impiego del trapano a batteria per praticare i fori nella roccia. L’animatore di questo gruppo è stato Manlio Motto che nel giro di pochi anni è divenuto uno dei massimi esponenti di questo genere di scalata affiancandosi (spesso operando anche insieme) a Michel Piola: il celebre scalatore svizzero, il primo a portare sistematicamente lo spit in alta montagna.

Nelle sue “prime” Motto era accompagnato spesso dalla moglie Adalgisa Ariu e suoi compagni abituali sono stati: Gianni Predan, Rinaldo Sartore e saltuariamente V. Sartore e Rocco Sansano. Ha operato più da indipendente ma nello stesso stile, Roberto Perucca. Motto è un metodico e quando si attacca ad una parete cerca di sfruttarne tutte le possibilità tracciando numerose vie con grande rapidità di esecuzione.

Ugo Manera impegnato nella prima invernale della via della Fessura al Becco di Valsoera

Il gruppo cominciò sulle pareti di bassa quota nel 1989 e nel 1990 sull’ Ancesieu, tracciò numerosi itinerari tra i quali: “Panorama su Forzo”, via molto bella destinata a diventare una classica di alta difficoltà

Tra il 1990 ed il 1992 furono aperti numerosi itinerari sui dirupi di Balma Fiorant, sulla torre di Aimonin e su un bel torrione posto sui contrafforti della cima Testona nel vallone di Ribordone. Questi apritori tracciavano le loro vie salendo rigorosamente dal basso e, specialmente nel primo periodo, lasciando una chiodatura molto distanziata tale da provocare speso nei ripetitori scariche di adrenalina.

Nel 1992 questo tipo di attività viene portato in alta montagna con l’apertura, tra il 19 luglio ed il primo agosto, della via Nel Corso del Tempo, sullo spigolo della Torre Staccata al Becco di Valsoera, una tra le più belle vie di questo genere che si possano trovare, e non solo nel Gran Paradiso.

Courmaon, via Barbi, prima invernale (1965)

Pochi giorni dopo si portavano alla base del Valsoera i fratelli svizzeri Yves e Claude Remy con l’intenzione di aprire una via a spit proprio sullo spigolo della Torre Staccata. Essi avevano avuto da me l’indicazione di un tracciato logico per una via moderna sullo spigolo della Torre, ma quando giunsero all’attacco trovarono le protezioni infisse da Motto, proprio dove intendevano salire. I Remy si spostarono più a sinistra e tracciarono un nuovo itinerario: Agrippine, un po’ forzato dato che interseca più volte i tracciati delle vie esistenti.

Motto continuava l’attività di apritore di vie in altri gruppi montuosi e ritornava nel Gran Paradiso nel 1996 avviando una serie, dal Becco Meridionale della Tribolazione al Monte Destrera nel vallone di Valsoera, che dura tutt’ora.

Il gruppo dei canavesani, non è stato il solo ad operare armato di trapano su queste montagne. Oviglia, impegnato a raccogliere materiale per una guida di scalate scelte, non ha perso l’occasione di aprire qualche nuova via dove vi era ancora spazio sulle pareti. La più importante di queste nuove vie è quella aperta sull’ ardita Punta Marco nel 1998, estremamente difficile e posta in un ambiente di alta montagna molto suggestivo

Prima invernale della via della Fessura al Becco di Valsoera

Oviglia, oltre alle vie moderne, non disdegna di aprire itinerari anche molto impegnativi assicurandosi con protezioni tradizionali (senza fori nella roccia). Oltre alle già citate nuove vie sulla Parete del Camoscio Cieco ed ai Prosces, nel 1998 traccia un’altra difficile via sulla parete sud della Becca di Moncorvé parallela alle due già esistenti.

Troppo vecchio per aggiungere il trapano agli attrezzi di scalata, Manera ritorna ad aprire qualche nuova via con i mezzi tradizionali, tra queste due alla Becca di Gay; una nel 1997 con Patrizio Pogliano e l’altra nel 1998 con Fabrizio Ferrari. Sono scalate che non aggiungono nulla alla nostra storia se non il gusto un po’ nostalgico di un ritorno all’incertezza dell’avventura.

Chiudo con l’ultima importante via moderna (nota) aperta nel 1999: Imago aperta dal basso in più riprese da Daniele Caneparo e Pogliano sulla parete sud del Monte Castello nel vallone di Noaschetta. Si tratta di una delle più belle vie a spit di tutto il gruppo su una parete con roccia di qualità eccezionale che molto ha ancora da offrire a questo genere di scalate.

Sulla Via del Solstizio ai Prosces

Quale sarà il futuro dell’arrampicata nel Gran Paradiso? Si trapaneranno tutte le strutture rocciose, anche le più lontane? Ci sarà anche qui un ritorno all’arrampicata artificiale estrema, come già avviene in alcuni massicci calcarei delle Prealpi Francesi? Oppure il continuo innalzamento del livello dell’arrampicata libera e l’uso di protezioni mobili riporterà l’arrampicata verso uno stile più tradizionale, con progressivo abbandono (o limitazione) dell’impiego del trapano?

Non lo so, certo è che l’impiego indiscriminato del trapano, se da un lato permette spesso di creare dei magnifici percorsi di arrampicata libera, dall’altro favorisce una forma molto consumistica di alpinismo e relega in secondo piano l’avventura che, in passato, è stata forse la componente primaria.

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