Ortles 1804: la vera prima salita di Joseph Pichler

Come in un giallo
di Luca Calzolari
(pubblicato su Montagne360, marzo 2022)

Non si finisce mai d’imparare. Chi pensa che tutto sia stato scoperto, conosciuto e svelato si sbaglia di grosso. Soprattutto quando il tema ha a che fare con la montagna, con l’alpinismo, con vicende lontane secoli e con le tracce che queste storie hanno lasciato nel tempo, proprio come le briciole di pane di Pollicino. Solo che questa non è una fiaba e non c’è un sentiero da segnare, bensì una via alpinistica da riscoprire. Ebbene, dopo più di due secoli il mistero della prima ascensione dell’Ortles potrebbe essere stato finalmente risolto. Quella di cui stiamo parlando è una cronaca affascinante. A sedurre e incantare è la collocazione storica, ma sono anche i personaggi e le testimonianze di ieri e di oggi. Quella che abbiamo di fronte è la ricostruzione di una concatenazione di fatti che, col senno di poi, sembrano usciti dalla mente vivace di uno sceneggiatore creativo. Tutto ha inizio nel lontanissimo 1804, con la prima salita di Joseph Pichler, localmente conosciuto come Pseyrer Josele, sulla montagna più alta della Contea del Tirolo e di tutto l’Impero austriaco. L’Ortles, appunto. Tutto questo accade quando l’alpinismo ha meno di due decenni di storia e la sua diffusione, a causa delle guerre napoleoniche, è molto lenta. Oltretutto, Joseph Pichler sembra tutto fuorché un alpinista. Di lui non esistono testimonianze iconografiche, non un disegno e nemmeno un’incisione. Quindi la fantasia può essere alimentata e fortificata dai pochi elementi in nostro possesso. Come il fatto che Josele sia un cacciatore di camosci, abile come nessun altro in quel periodo. Minuto, forte, taciturno, determinato. Sappiamo anche che sui pendii rocciosi dove gli altri, in quegli anni lontani, arrancano e salgono a stento, lui si muove agile, sicuro e veloce. Tuttavia, quando si presenta di fronte all’ufficiale dell’Arciduca Giovanni d’Austria sicuro di arrivare in cima all’Ortles ed effettuare la misurazione della quota – compito in cui tutti i predecessori hanno fallito – non è che il suo aspetto convinca del tutto il suo interlocutore. “Fallirà anche questo piccoletto” avrà pensato l’ufficiale. Eppure, Joseph Pichler porta a termine la sua impresa. Anzi, c’è di più: fino al giorno della sua morte, arrivata mezzo secolo più tardi, sarà l’unico in grado di ripercorrere la via accompagnando altre persone in vetta, A lungo, gli storici dell’alpinismo hanno pensato di aver individuato il tracciato scoperto e percorso da Pichler. Invece non è così. I dubbi di molti, la curiosità di alcuni e le approfondite ricerche di pochissimi hanno permesso di scoprire quella che appare come una rinnovata verità storica. Merito di Davide Chiesa, e del bilinguismo del suo amico Alfio Capraro. Come si è arrivati alla risoluzione è ben narrato nelle prossime pagine che alla lettura paiono puntuali, affascinanti e dettagliate.

Il mistero svelato
(individuato, a distanza di 218 anni, il percorso della prima, storica ascensione sul colosso del Tirolo)
di Davide Chiesa
(pubblicato su Montagne360, marzo 2022)

L’itinerario effettivo della prima salita all’Ortles 3905 m (la più alta montagna dell’Alto Adige/Südtirol, in tedesco Ortler) è sempre stato un mistero, anche se in tutti i testi la linea di salita viene collocata (erroneamente) lungo un canale della contorta, articolata, enorme parete ovest della montagna. Già negli anni Novanta studiai sulla carta e sul campo tutte le vie storiche e non del gruppo dell’Ortles. Nell’eccellente guida del CAI-TCI del 1984, mi colpì il fatto che Gino Buscaini, nella relazione della prima ascensione, dicesse che il percorso era stato «stranamente prescelto dai primi salitori della montagna». L’autorevolezza di Buscaini e la sua nota precisione erano per me emblematici: in quella via c’era qualcosa che non quadrava. Conoscevo la parete ovest, ci ero passato sotto varie volte dal 1995 al 1997, l’avevo a lungo osservata durante mie ripetute esplorazioni alpinistiche sulle pareti nord dei Coni di Ghiaccio/Eiskogeln, di fronte ad essa, e spesso mi domandavo come fosse stato possibile che nel 1804 (1804!), alcuni audaci fra cui il cacciatore di camosci Joseph Pichler avessero salito una parete così complessa, ripida, difficile e pericolosa lungo quell’itinerario che Buscaini definiva: «ripidissimo, complicato e di una lunghezza considerevole». Nel corso delle mie osservazioni, inoltre, mi accorsi di uno stretto canale nevoso posto molto più a sinistra e più in basso rispetto all’ipotetica via dei primi salitori, chiuso da pareti e speroni rocciosi, nascosto. Lo si intravedeva solo in una angolazione visiva limitata, dai pressi dei Coni di Ghiaccio e della Punta Thurwieser, paradossalmente esposto a sud, all’interno di una parete esposta ad ovest. Stranamente, quel canale non era indicato nella guida di Buscaini.

La parete ovest dell’Ortles, dalla Cima Tuckett: Foto Alfio Capraro, maggio 2008.
La prova della fakenews del Friedmann, la linea errata al centro della parete. Clicca per ingrandire.

Tenni l’idea nel cassetto come progetto alpinistico (ancora ignaro di tutta l’enigmatica storia della prima ascensione di Pichler), anche se la parte bassa di quel tratto di parete sembrava ostica e potenzialmente pericolosa. Forse era meglio che io girassi alla larga da quella parete, considerando il fatto che, se una parete così grande e attraente veniva percorsa assai di rado, un motivo doveva pur esserci.

Pochi anni dopo, nel 2005, la rivista Alp in una monografia dedicata al gruppo dell’Ortles Cevedale, narrava della misteriosa via Pichler, descrivendo per sommi capi la prima salita con tutti i dubbi e le perplessità, tra cui quelle di Reinhold Messner (nella medesima pagina, guarda caso, compariva una mia foto in grande formato della parete ovest).

Poi, nel 2013, quando l’amico altoatesino Alfio Capraro mi mise una pulce nell’orecchio, «Sai che forse ho capito dove potrebbero essere passati i primi salitori dell’Ortles? Lungo una cengia orizzontale!», non volevo crederci. Ecco che ritornava in superficie la parete ovest, la misteriosa Ovest dell’Ortles rimasta per tanti anni nel cassetto! Alfio aveva appena collaborato alla ricostruzione di un altro grande mistero alpinistico della zona, la contestata prima ascensione solitaria di Stephan Steinberger sul Gran Zebrù/Königspitze, apparsa nel mio libro L’anima del Gran Zebrù (2014). Investigatore di professione e, come me appassionato ricercatore dei misteri delle stupende montagne dell’Ortles, il bilinguismo di Alfio fu la chiave dello scioglimento della matassa. Quando mi fece vedere su una foto l’enorme cengia sconosciuta, nascosta, visibile solo da certe quote, dove poteva essere passato il Pichler, sposai la sua tesi e lo spronai, anche come severo mentore, a una più fitta ricerca negli antichi testi in lingua tedesca, sparsi chissà dove in Alto Adige.

I confronti sui testi, sulle interpretazioni di traduzioni e studi delle varie fonti ci accompagnarono a lungo: la foto della Ovest, con la linea rossa tracciata sulla cengia, rimase nel mio cassetto ancora per tanti anni. Fino al 2021, quando riuscii a confrontarmi sulla questione con Reinhold Messner.


La parete ovest
A questo punto, per far comprendere, più che conoscere, l’immensa parete ovest dell’Ortles, che presenta un dislivello di quasi 1000 metri, è doverosa una premessa. Ogni estate, dal Passo dello Stelvio, la vedono migliaia di persone che provengono da Bormio. Quella che appare ai loro occhi, però, non è la Ovest in tutta la sua lunghezza, la sua profondità, il suo sviluppo. La parete è strana, enorme, labirintica, messa di traverso, sale in diagonale verso l’alto: parte da sinistra quasi dal fondovalle e termina a destra poco sotto la vetta, vicino ai 4000 metri di quota. È orlata da barriere di seracchi di ghiaccio verticali e minacciosi; solcata da canali, interrotti, mai completi, mai puliti e regolari; interi settori sono chiusi, nascosti e segreti. Nella parte centrale, poi, si presenta addirittura concava. Ingannano l’osservatore anche le crode, i numerosi speroni, più o meno regolari e continui, e gli innumerevoli torrioni, dai più grandi pilastri ai più piccoli. C’è di tutto… tranne che roccia solida e sicura, e l’intero versante è solcato da scariche continue e feroci.

Il massiccio dell’Ortles, salendo allo Stelvio (litografia di Mansfeld).
Dall’immagine del satellite appaiono le due vie nascoste, in arancione la Cengia, in rosso il Couloir.

Perché, dunque, Pichler scelse questa parete per azzardare la prima salita della montagna? L’attuale via normale da nord, che si svolge su terreno glaciale, non presenta tutti questi pericoli né difficoltà tecniche… Va però ricordato che stiamo parlando di inizio Ottocento! A quel tempo, i ghiacciai incutevano timore alle popolazioni che abitavano sotto di essi, erano masse vive, che davano vita ma celavano mille pericoli. C’è da dire che, in effetti, la parete ovest, nonostante tutte le sue criticità, garantiva un avvicinamento alla vetta più rapido e diretto. La storia alpinistica della parete è molto scarna: poche ascensioni da parte di audaci, ma tutti grandi nomi! Da Messner (con Dietmar Oswald e Hermann Magerer), che nel 1976 salì nella parte bassa il pilastro centrale vergine, a Gino Soldà e Giuseppe Pirovano (con Elisa Rossa Taddei ed Emilio Taddei), che nel 1934 in tre giorni risolvettero la parete al centro rischiando di perdersi in uscita; da Beatrice Tomasson, con le sue guide, a Niepmann con Lansberg, in due salite esplorative di fine Ottocento, ai forti bresciani Claudio Inselvini e Maurizio Piccoli, autori di una via su ghiaccio effimero al centro della parete nel 1997. E infine il tentativo di Messner nel 2004, che si avventurò con i suoi compagni sulla parete alla ricerca della via originaria di Pichler. Anche le foto delle varie pieghe della parete sono sempre state scarse se non assenti, perfino nei volumi di montagna in lingua tedesca e italiana. Il motivo? L’angolazione di ripresa da sud-ovest è permessa solo da uno degli angoli più selvaggi e poco accessibili di tutto il gruppo: il settore che va da Cima Madaccio di Dentro e Cima Campana a Cima Traini, Punta Thurwieser e Coni di Ghiaccio. Nemmeno su volumi fotografici apparivano foto dettagliate della bellissima e misteriosa parete ovest. La ricerca geografica a tavolino della parete era pressoché impossibile, e bisognava indagare sul campo. Solo Alfio ed io, oltre a Messner, fummo catturati da questo enigma. Come mai nessuno aveva ancora risolto il mistero?

La fake news del 1800
Nel corso degli ultimi due secoli tutti gli alpinisti hanno espresso perplessità sull’ipotetico tracciato della prima ascensione dell’Ortles. Per quale motivo, sui testi, la linea della via di salita indicava un itinerario ripido, tortuoso nella parte centrale, con l’uscita sotto pericolosi seracchi di ghiaccio? Non si trattava di una via estrema e troppo azzardata per l’inizio dell’Ottocento? La nostra ricerca ci ha portato a capire che il primo a commettere l’errore fu Louis Friedmann nel 1894, nello schizzo della parete che compare nel suo eccellente capitolo «Der Ortler» nel volume Die Ostalpen. Friedmann era un’autorità in materia, e nessuno ebbe l’ardire o l’occasione di smentirlo.

L’indagine di Alfio è stata assidua e meticolosa: ricerche nelle biblioteche, acquisto di testi storici, ricerche on-line su antichi testi scansionati in digitale (tutti ovviamente in lingua tedesca), oltre che sopralluoghi lungo la cresta dei Coni di Ghiaccio, il miglior balcone di osservazione sulla parete ovest dell’Ortles. Sul disegno della parete ovest, tratto da una sua fotografia, Friedmann – non sappiamo perché – tracciò una linea errata, in contrasto con quanto dicevano i testi e le informazioni dell’epoca.

Nella sequenza delle tre immagini, appare la vera, inedita fino ad oggi, via Pichler: il couloir scoperto dopo oltre 200 anni. Foto: Alfio Capraro, luglio 2008.

Tutti gli autori successivi, non solo quelli di lingua tedesca, presero per buone le indicazioni. Solo Aldo Bonacossa, già nel 1915, come vedremo, si discostò da quella versione. La prima ascensione, commissionata dall’Arciduca Giovanni per conquistare la più alta vetta dell’Impero, fu effettivamente portata a termine il 27 settembre 1804 da Pichler con due compagni che lo accompagnarono in salita e discesa lungo la medesima via. Questa è storia assodata. Ma costoro avevano limiti nella esplicazione geografica dell’itinerario. La seconda ascensione ebbe luogo nel 1826, sempre ad opera del Pichler. Con lui c’era un ufficiale, Schebelka, che venne fatto scendere bendato (era terrorizzato dalla paura) e a tratti portato di peso da tre uomini, e fu lui che riferì (in maniera imprecisa, considerando che non vide nulla) dell’ascensione appena avvenuta. La relazione migliore, la più lunga e più approfondita, fu invece quella del professor Peter Karl Thurwieser, redatta dopo la terza ascensione della parete, avvenuta nel 1834, sempre lungo la via del 1804 e di nuovo sotto la guida dall’ormai settantenne Pichler. Si tratta di un testo di ben 75 pagine (forse fin troppo lungo), importantissimo per il riferimento della quota rilevata durante un “fuocherello”, che fornisce la prova della cosiddetta “fake news” (il dettaglio della questione si trova negli approfondimenti dell’articolo che segue). Il documento è stato tradotto solo di recente da Alfio in italiano, non senza difficoltà nell’interpretare la terminologia di descrizione dei luoghi e delle fasi di scalata. Occorreva infatti immedesimarsi in un mondo e in un tempo che non ci sono più. Oggi gli alpinisti possono far conto su scatti fotografici che possono essere studiati e utilizzati per le scalate; a inizio Ottocento i pionieri dell’alpinismo non disponevano di fotografie né di schizzi preventivi, e quindi per loro valeva esclusivamente il “racconto” delle ascensioni e la descrizione dei luoghi. Anche gli autori successivi, comunque, non avevano immagini dell’articolata parete ovest. Noi, invece, abbiamo avuto il privilegio di leggere la relazione osservando una foto recente scattata da Alfio dalla Cima Tuckett. Friedmann, dunque, sbagliò a tracciare la linea di salita sullo schizzo della parete; ma fu un suo personale errore, un equivoco dovuto alle informazioni fornite dai ripetitori della via o si trattò invece di una leggerezza del tipografo? Non lo sapremo mai.

Era il 1804, i primi conquistatori raffigurati in un antico quadro. Il luogo è Castel Coira, sullo sfondo l’Ortles versante nord.
Die Erschliessung der Ostalpen, il volume del 1894 che serba la relazione del Friedmann (Foto: Alfio Capraro) e la guida originale del Bonacossa (Foto: Lino Pogliaghi).
Messner sulla Ovest nel 2004 (foto tratta dal libro Parete Ovest).

A causa di quello sbaglio, comunque, nacque la “fake news” che per molto tempo ingannò autori e alpinisti e ingenerò in loro delle perplessità. A questo punto occorre aggiungere un altro elemento importante. Noi oggi ragioniamo da alpinisti; Pichler invece ragionava come un cacciatore che insegue camosci cercando di evitare i pericoli della montagna. Durante la nostra ricerca, siamo perciò stati attratti da un’ipotesi: da buon cacciatore di camosci, abituato a prediligere le cenge, Pichler potrebbe forse aver seguito la lunga cengia orizzontale individuata da Alfio sulla parete? Una cengia che allontana lo scalatore dalla vetta, anziché avvicinarlo ad essa. Nessuno storico dell’alpinismo oggi potrebbe pensare che, per dirigersi verso una vetta, si debba tornare indietro orizzontalmente su una cengia che allontana lo scalatore dalla sommità. La conquista delle cime passa, in genere, per la via più facile e più diretta. In diverse parti il racconto del professor Thurwieser sembrava quadrare con la nostra tesi; in altri passaggi invece se ne discostava; in certi passaggi si dilungava in una descrizione troppo articolata, e poteva trarre in inganno vista la differenza di lettura di ben due secoli. In ogni caso, quella cengia, e la risalita sul plateau glaciale della sommità lungo un pendio non ripido e perlopiù ghiaioso, erano tutto sommato al riparo dalle scariche di ghiaccio, ad eccezione del primo terzo del percorso, nella parte bassa della parete.

Denominammo Cengia Pichler la nostra scoperta geografica e topografica. La mia mente però tornava sempre a quel canale nevoso stretto, diretto e misterioso che avevo visto negli anni ’90 e che si trova proprio vicino alla cengia Pichler, poco sopra quest’ultima. Che strana coincidenza… E se invece Pichler fosse passato di lì? “Troppo difficile per quell’epoca considerando che lo stesso percorso era poi stato fatto anche in discesa” mi rispose Alfio. Chiamammo così quel canale innevato Couloir inviolato… Scoprimmo anche che un’immagine scattata dal satellite evidenziava in modo decisamente chiaro, netto e in bianco (neve), sia l’ampia Cengia Pichler sia il Couloir inviolato, i cui attacchi sono molto vicini. Eppure quelle due linee ben definite, che nessuno aveva mai notato, ora cominciavano quasi miracolosamente a delinearsi in una luce nuova. Si nascondeva senz’altro lì la chiave del segreto conservato nelle pieghe dell’immensa e misteriosa parete ovest dell’Ortles.

Il fenomeno Josele Pichler
Ma chi era Joseph Pichler, conosciuto anche come “Pseyrer Josele”? Anche se di costituzione minuta, doveva essere un uomo molto forte, oltre che un eccellente cacciatore di camosci (qualcuno diceva che fosse anche dedito al contrabbando). Di lui non esistono immagini. Sappiamo che parlava poco, ma era serio, sincero, preciso e deciso: era un leader naturale. Originario della Val Passiria, lavorava a Sluderno, vicino a Malles, come cacciatore per il Conte Trapp. Da Castel Coira egli poteva ammirare da nord tutto l’Ortles e il falsopiano della vedretta alta, di cui sono ben visibili le tre punte di roccia nera (in tedesco: Riffeln) che emergono dalla parete ovest direttamente sul pianoro glaciale. Pichler aveva senz’altro capito che, arrivato su una di quelle punte, sarebbe giunto in cima senza difficoltà. Doveva però individuare il passaggio d’accesso sulla parete ovest. Il cacciatore era sempre alla ricerca di ungulati e capace di scalare qualsiasi terreno: «Si arrampicava come un camoscio su per le rocce e, dove gli altri necessitavano di ramponi (grappette, allora, NdA) lui si muoveva senza». Fu assoldato da un ufficiale dell’Arciduca Giovanni d’Austria, di nome Gebhard. Quest’ultimo nell’estate del 1804 ebbe il compito di reclutare chi fosse in grado di conquistare l’Ortles ed effettuare la misurazione della quota. Dopo il fallimento di tutti i tentativi di salita, Joseph Pichler si presentò da Gebhard. A quel tempo si diceva che il montanaro di Sluderno avesse “il diavolo in corpo” e che l’Ortles fosse il suo terreno di caccia. L’aspetto mingherlino e l’età (Josele aveva 40 anni) resero dubbioso l’ufficiale. In ogni caso, il 27 settembre Pichler giunse sulla vetta dell’Ortles con altri due cacciatori. Non solo: per oltre mezzo secolo mantenne l’esclusiva delle salite sulla montagna più alta del Tirolo: dal 1804 al 1854 (anno della sua morte), nessuna comitiva riuscì a salire in cima all’Ortles senza di lui.

Il tentativo di Messner nel 2004
Nel 2004 Messner diede alle stampe, per l’editore Tappeiner, Re Ortles, una ricca monografia che dedicava ampio spazio alle prime ascensioni della montagna più alta dell’Alto Adige, soprattutto a quelle di Pichler, senza però entrare nel dettaglio dell’itinerario di salita. Anche Reinhold, evidentemente, nutriva dubbi e perplessità. Infatti, alla ricerca della misteriosa via, si cimentò nelle pieghe della parete proprio nell’estate del 2004, con suo fratello Hubert e con Wolfi Thomasett. Anche Messner aveva intuito che la via di Pichler non aveva ancora un’esatta ubicazione: la linea errata di Friedmann aveva tratto in inganno tutti. Quel giorno, sull’Ortles, Reinhold se la vide brutta; lo racconta nel suo libro Parete Ovest, del 2009. I tre alpinisti si scontrarono con le difficoltà della parete e con la nebbia, cercando di non perdere l’orientamento e di imboccare il percorso esatto. Giunti circa a metà parete si resero conto di aver sbagliato l’attacco: stavano percorrendo la linea errata di Friedmann, che corre molto più a destra. L’unica cosa da fare sarebbe stata quella di tornare indietro nel mezzo di quei terreni ripidi, tra “paesaggi lunari”, desistendo: ma il solo modo per uscire da quella situazione era continuare verso l’alto, e alla svelta, perché il rischio di scariche era enorme. A un certo punto si accorse e vide quella che poteva essere stata la via dei primi salitori (il cosiddetto Couloir inviolato), molto lontana a sinistra. Cercarono di spostarsi verso sinistra ma furono respinti dalle difficoltà e dall’orientamento in quel labirinto ripido e pericoloso. Palpando il pericolo reale e concreto cercarono di uscire dalla via in modo diretto verso l’alto, sfruttando spigoli di roccia e superando il seracco all’uscita. Anche questa volta il fiuto di Reinhold per la sopravvivenza non lo tradì. Nel libro non sono presenti foto del “couloir”: il mistero della via Pichler continuò quindi a permanere anche dopo il suo fallito tentativo.

Ecco svelata la via attraverso cui Pichler giunse in vetta: con il numero 1 la via della Cengia (1826), con il numero 2 la via Pichler del 1804 lungo il couloir, con il numero 3 la via Messner del 2004, e con il numero 4 la via errata Friedmann. Foto: Alfio Capraro, maggio 2008).
L’autore Davide Chiesa con Reinhold Messner.

Il confronto del 2021
Uno scambio di idee e testimonianze con l’unico che fino a quel momento si era cimentato con la parete era d’obbligo per la nostra ricerca. Incontrai Messner nell’agosto del 2021. Reinhold fu subito incuriosito dalla foto dell’Ortles corredata dalla linea rossa della Cengia Pichler, quella che per anni avevo conservato nel cassetto. Parlammo a lungo dell’argomento. Gli dissi della nostra scoperta della Cengia Pichler. Lui era invece fermamente convinto che i primi salitori avessero seguito un altro canale «più a sinistra di quello da lui percorso», non visibile nella foto: quello che noi avevamo chiamato Couloir inviolato! L’autorevole parere di Messner fu un ulteriore spunto per affinare la nostra ricerca della verità, non lasciando nulla al caso nella disamina delle fonti in possesso.

Dopo quel proficuo incontro, riprendemmo in mano la documentazione. Alfio e io forse ci eravamo concentrati troppo sulla lunghissima relazione del Thurwieser? L’entusiasmo per la scoperta della Cengia Pichler ci aveva portato fuori strada? Riesaminammo con cura tutte le fonti storiche, a partire da quelle in tedesco. Ci immedesimammo di nuovo nei protagonisti dell’epoca, con severità di confronto e a lungo: come se Alfio fosse il Pubblico ministero dell’accusa in un processo, e io l’avvocato della difesa, tornammo sugli antichi testi per notare sfumature, senza paura di avanzare dubbi e di mettere in discussione le nostre certezze. Scoprimmo anche che, nel 2009, Reinhold Messner aveva salito, con suo figlio Simon, un’altra via sulla Ovest, molto più a sinistra di quella del 2004, della quale purtroppo non si conoscono i particolari. La convinzione, e la conclusione del cerchio, la trovai nel pregevole volume Ortles-Cevedale (Zanichelli, 1981), di Luciano Viazzi, che riprendeva i testi del Bonacossa. Mi resi conto che il Couloir inviolato forse tanto inviolato non era. E trovai la conferma dell’ipotesi già formulata da Messner. La via della Cengia Pichler fu probabilmente percorsa per la prima volta (in discesa), ma non nel 1804! Interpretando gli scritti della seconda ascensione della parete del 1826 (quella dell’ufficiale Schebelka), capii che in quell’occasione gli alpinisti discesero per una via diversa da quella del 1804, e che l’unica soluzione possibile offerta dalla parete era la via della Cengia Pichler, meno ripida, meno pericolosa e con ghiaioni. Ulteriori ricerche, con un’altra ottica, ci hanno poi definitivamente convinti che la via percorsa nel 1804 seguì effettivamente il Couloir inviolato, a conferma dell’intuizione sul campo di Reinhold Messner. Nostre foto esclusive e inedite ci diedero la conferma dell’individuazione della via. Ritenemmo quindi inutile ripercorrere la via in quanto non avrebbe influito sul nostro studiò e finalmente concludemmo l’indagine, appurando definitivamente che l’itinerario indicato da Friedmann era fasullo, scoprendo la Cengia Pichler – molto probabilmente percorsa in discesa nel 1826 – la cui esistenza è sempre stata sconosciuta, e facendo luce sull’ignota via della prima ascensione del 1804, avvenuta in un contesto in cui quello che oggi definiamo “alpinismo” non esisteva ancora.

Il primo alpinista
(documenti e relazioni ci aiutano a comprendere le vicende che portarono Joseph Pichler e compagni in vetta all’Ortles nel 1804)
Approfondimenti di Alfio Capraro, Davide Chiesa e Lino Pogliaghi (traduzione dal tedesco sulle fonti ufficiali di Alfio Capraro)
(pubblicato su Montagne360, marzo 2022)

E’ assodato che, alla fine dell’estate del 1804, ben cinquant’anni prima che gli inglesi si affacciassero sulle Alpi, il piccolo Joseph Pichler raggiunse la cima dell’Ortles scalando la parete ovest della montagna lungo le cosiddette Hintere Wandln (Crode di Dentro), portando con sé altri due esperti cacciatori e forti montanari, fidati dell’ufficiale incaricato dall’Arciduca per conquistare la vetta, Johann Leitner e Johann Klausner, oltre a uno strumento per misurare la quota. Utilizzarono corda, ramponcini e alpenstock superando passaggi fino al terzo grado. Era il 27 settembre: erano partiti da Trafoi prima dell’alba e, dopo aver superato quella parete di 1000 metri di dislivello, rientrarono a notte fonda sotto l’infuriare di una tempesta. Sentite le loro testimonianze, il dr. Gebhard redasse nell’immediato una relazione. Il tracciato della via di salita, o meglio la sua individuazione in parete, nel tempo è tuttavia sempre rimasto un mistero. La relazione – come si vede – non era ben comprensibile e dettagliata (fra parentesi le note del traduttore):

Da: Gebhard, «Salita e misurazione barometrica della Orteles-Spitze in Tyrol» in Innsbrucker Wochenblatt dell’8 luglio 18O5 (Notiziario settimanale di Innsbruck: pp. 7 e 8).

« […] Frammento di una lettera dell’ufficiale alpino Gebhard a Sua Eccellenza Reale Arciduca Giovanni: “Eccellenza Reale! È compiuta la grande opera! La misurazione dei barometri sulla Orteles-Spitze alla data del 27 settembre 1804 tra le ore 10 e le ore 11 antimeridiane riportava 194. La misurazione corrispondente a Malles riportava 300. […] Joseph Pichler, il piccolo della Val Passiria, è noto in tutto il circondario per essere una persona che ama la verità; non cerca gloria, non è vanitoso ma è serio e silenzioso; non parla di ciò che non riesce a mantenere. Per la serietà dei miei uomini (si riferisce ai due fidati uomini – Johann Leitner e Johann Klausner – dallo Zillertal che avevano accompagnato il Gebhard in altre escursioni) rispondo con il mio onore. Il racconto che mi fanno circa il percorso da loro intrapreso è quindi da ritenersi privo di esagerazione e alterazione: appena dietro le Tre Fontane Sante, proveniente da Trafoi, si deve salire una pericolosa e assai accidentata parete. Appena la si ha vinta si raggiunge il ghiacciaio il quale è pieno di crepacci […]. Ora si arriva a quelle rocce dalle quali precipitano continuamente sassi di diverse grandezze che possono facilmente danneggiare o colpire a morte chi sale.

Un ghiacciatore dell’epoca (da una litografia di Godefroy Engelmann del 1825).
La vera via Pichler del 1804 lungo il couloir, bella, nascosta e inedita sino a oggi. Foto: Alfio Capraro, luglio 2008.

Dopo questi pericolosi luoghi arrivano altre pareti dove gli appoggi sono larghi solo una suola e dove con grande cautela bisogna guardare come mettere una punta dei ramponi (si riferisce alle grappette a 4 punte che usavano i cacciatori dell’epoca su prati/ghiaioni ripidi). Di queste pareti ce ne sono circa otto […] bisognerebbe fissare chiodi in metallo con anelli e in questi agganciare delle corde. Il primo salitore deve prima però avere sufficiente coraggio di passare quella parte di parete dove continue scariche di sassi sono una seria minaccia alla vita. Nonostante queste installazioni la salita all’Orteles non pare comunque essere possibile tutti gli anni, perché in grande altezza si trova il canale rosso il quale, solo raramente è completamente libero da neve; non lo fosse, allora la salita resterebbe impossibile. (Il canale rosso è molto probabilmente il cosiddetto “canale inviolato” che hanno percorso senza neve, in quanto esposto a sud e a stagione inoltrata). Infine, dopo aver fortunatamente superato le pareti e il canale rosso, si raggiunge nuovamente un ghiacciaio e si può salire senza fatica e senza pericoli fino alla cima; solamente è un immenso lungo cammino. […] Il mio uomo dello Zillertal più anziano mi ha assicurato di non aver mai visto in vita sua una persona scalare come Joseph Pichler. Come un camoscio si arrampicava su per le rocce e dove gli altri necessitavano di ramponi lui andava senza».


Nel 1805, solo un anno dopo, l’audace Joseph Pichler, ormai noto con il nomignolo di Pseirer Josele, individuò anche la via di salita da Solda, sul versante est, per l’Hinterer Grat (la cresta del Coston, che rimane una bella classica anche ai giorni nostri), portandovi lo scettico Gebhard, il quale ebbe così l’occasione di verificare la veridicità della primigenia impresa. Quanto alla prima via di salita all’Ortles del 1804, essa venne ripetuta ben 22 anni dopo – prima ripetizione – il 21 agosto 1826, sempre dal Pichler (allora 62enne) con tre portatori e il cliente, un altro ufficiale austriaco, di nome Schebelka (inesperto e succube peraltro di una tremenda paura), al quale, in discesa, dovettero bendare gli occhi perché preso dal terrore per l’esposizione. La relazione dell’ufficiale viennese Schebelka (pubblicata a puntate sul bisettimanale Der Bote von und fuer Tirol und Voralberg di Innsbruck a partire dal 18 dicembre 1826) risulta però priva di indicazioni precise, in quanto l’autore era completamente perso in quell’ambiente a lui sconosciuto: senza l’assistenza di Pichler e dei tre portatori egli non sarebbe mai giunto all’attacco della parete. L’unica cosa importante è la testuale citazione dello stesso Schebelka, per la quale a scendere per la parete essi hanno seguito in gran parte una via diversa da quella di salita, un percorso fatto solo di rocce e tanta ghiaia (probabilmente per la “cengia Pichler”, cosa che però scopriamo solo ora).

L’estratto della relazione del Gebhard apparsa sul settimanale Innsbrucker Wochenblatt dell’8 agosto 1805.
Estratto della relazione dello Schebelka del 1826.

La terza ascensione di questa via avvenne otto anni dopo, il 13 agosto 1834, con il noto professor Peter Karl Thurwieser di Salisburgo, ma condotta come sempre dall’ormai anziano Pichler, il quale pur a 70 anni permaneva il più esperto conoscitore della montagna. Questi si fermò però proprio sulla poco pronunciata sella a circa 3480 m, quasi in prossimità del plateau sommitale, alla fine del pendio nevoso/ghiaioso e, con legna portata nella zaino, fece un fuoco per preparare il caffè, per riposarsi e in attesa che il figlio Felix (chiamato Lex) con il professore e Michael Gamper di Solda (che fu con lui anche nel 1826) salissero in vetta. Anche per questa discesa scelsero la pericolosa parete ovest. In seguito, e passano cinquant’anni, si registrano solamente due salite – quarta e quinta ascensione – di questa via Pichler: si tratta di quella dei coniugi Tauscher di Pressburg (oggi in Slovacchia) il 25 agosto 1884 (dopo un loro tentativo nel 1883) e di quella di un certo E. Artmann di Vienna nel 1888, entrambe con celebri guide locali, comitive che peraltro scesero dall’attuale via normale (aperta nel 1864) per il rifugio Payer (costruito nel 1875). Sulla parete ovest, su altri itinerari, vi fu ancora qualche saltuaria salita sul finire del secolo e poi l’originaria via del primo salitore pare che venisse nuovamente del tutto abbandonata per oltre un secolo, sino al 2004, quando si registra il noto tentativo/ricerca di Reinhold Messner. Invero la via fu sempre trascurata, sia per gli evidenti pericoli oggettivi rappresentati dalle scariche di roccia e ghiaccio dal ghiacciaio sommitale della montagna sia per le evidenti difficoltà di individuazione.

La parete ovest dai Coni di Ghiaccio: 1 via della Cengia 1826, 2 via Pichler 1804 lungo il couloir, 3 via Messner 2004, 4 via errata Friedmann. Foto: Alfio Capraro, luglio 2008.

Ma torniamo al 1834
Il luogo in cui il vecchio Pichler si fermò per fare il fuoco e aspettare i compagni, con i sassi ben disposti e i tronchetti di legno semi-bruciati, venne rinvenuto nel 1895 da un’altra comitiva, che saliva per un’altra via (spaventosamente friabile, ma meno esposta alla caduta di sassi e ghiaccio) per poi seguire sul ghiacciaio superiore il percorso dell’attuale via dei Meranesi (questa passa ancora oggi, all’insaputa degli alpinisti, nelle immediate vicinanze dello storico fuocherello). Ciò avvenne precisamente il 4 settembre 1895, quando E. Niepmann e Lansberg con le guide di Solda Alois Pinggera e Joseph Reinstadler salirono la parete ovest dell’Ortles nel settore sinistro, per un canalone a destra del Corno di Pleiss. È lo stesso Niepmann a riferire, nella sua relazione, che i resti del fuoco ritrovato potevano essere quelli di Pichler, fermatosi in quel luogo in attesa del prof. Thurwieser, salito alla cima con il Camper e Pichler junior. Importante è che proprio nei pressi del fuocherello, come chiaramente sulla cima, il professore fece i rilievi altimetrici e quindi la quota del fuocherello – 3480 m – è certissima. Non si riesce quindi a capire come mai la traccia errata sullo schizzo del Friedmann, (che appare molto più alta, sul ghiacciaio superiore dell’Ortles, a circa 3700 metri di quota e distante circa 500 metri in linea d’aria), sia stata per così a lungo e fino ai nostri giorni presa in considerazione, accertato che il fin troppo meticoloso Thurwieser aveva effettuato una precisa misurazione della quota esattamente nel punto di uscita dalla parete rocciosa. Una prova certa sarebbe toccare con mano il braciere del fuocherello che, ai giorni nostri, potrebbe essere un sensazionale quanto improbabile ritrovamento.

L’Arciduca Giovanni d’Austria (1782-1859, Wikipedia).
Peter Karl Thurwieser (1789-1865 Wikipedia).
Louis Philipp Friedmann (1861-1939 Wikipedia)

La relazione
La relazione Thurwieser, che fu pubblicata nel 1837, consta esattamente di 75 pagine. Di seguito la traduzione (fra parentesi le note del traduttore):

P. 117: […] 18 minuti dopo le ore 5 mettemmo piede sull’Unterer Ortlerferner. P. 123: […]. Erano le ore 7 e 1/2 che lasciammo il ghiacciaio. Sullo stesso ci eravamo tormentati (a causa dei vari crepacci da aggirare) quasi 2 ore e un quarto […] Diversi klafter (unità di misura di allora che corrisponde a circa 1,8 m) proseguimmo su un cono di detriti, un ammasso di terra e sassi scesi dal canalone (nella descrizione il Thurwieser si rende conto della pericolosità del luogo esposto alla caduta di sassi e ghiaccio).

Pag. 124/125 […]. Giunti alla punta del cono di detriti sgorgava un piccolo ruscello. Subito a destra dovevamo salire. «Lex», disse Josele, «prendi la corda, legatela alla vita e vai su”» Fece come ordinatogli tirandosi dietro 8 klafter di corda (circa 15/16 metri) […] (aiutandosi con la corda salgono poi questa paretina nell’ordine Thurwieser, Camper – che era già salito con lui nel 1826 – e infine Josele) […] Dopo che fummo saliti per un altro po’… il bravo e prudente Josele disse: «Ora dobbiamo prenderci finalmente il tempo per mangiare e bere un po’; poi saliremo fino al ghiacciaio in una tirata».

P. 125: […] (nel corso della breve pausa il Thurwieser descrive l’impressionante stato di erosione della parete concava nella quale si trova),… e che ci accompagna fin qui a sinistra della paretina da noi superata con la corda, e che prosegue oltre, con colorazione soprattutto rossiccia/marrone, con intrusioni di nero, giallo e grigio cenere, roccia notevolmente frammentata, bucata, rosicchiata, strapiombante sopra il ruscello […]

P. 126: Quindi proseguendo avevamo un po’ di spazio per muoverci intorno agli ostacoli, un piacere con questa grande pendenza; però presto venimmo limitati in un canale. Appena mettemmo piede in questo, la nostra guida (il Pichler) iniziò ad andar veloce, consigliandoci di seguirlo celermente. Questo passaggio risulta essere tra i più pericolosi dell’Ortler; perché attraverso questo vengono giù massi dalle rocce superiori, a volte singoli sassi, altre volte intere frane. Il percorso attraverso questo stretto canale durò 7/8 minuti e ci portò quasi dritti alla base della parete, dalla quale pervenivano i pericoli. Nella salita del 21 agosto 1826 (con Schebelka) vi era ancora neve. Noi, dopo la perdurante e caldissima estate, non trovammo neve.

P. 127: Salimmo quindi obliquamente la parte inferiore della parete, mentre alla nostra sinistra il salto verso la “Schneerinne” (canale di neve, conoide) aumentava di pendenza e profondità; arrivammo in breve sotto ad uno strapiombo di roccia il quale ci spinse fino al bordo del dirupo ma ci proteggeva anche da cadute di materiale dall’alto. Nessuno esitò ad abbandonare questo orrido passaggio. Dovesse crollare, l’Ortler a partire da questo sarebbe chiuso; e guai se fosse successo prima del nostro ritorno. Alcuni passi oltre questo passaggio si intravedeva in basso a sinistra la fine della “Schneerinne”. Il suo sfondo, una parete inespugnabile, si eleva sopra ed inizia una stretta e ripidissima valletta (il couloir inviolato?}, che da noi avrebbe dovuto essere percorsa per il lungo. Come si chiamasse non riuscì a sapere… per questa gola sarebbe adatto il nome “Schneerinne Superiore”. Percorre lateralmente l’Ortler, chiusa a sinistra da una aspra cresta di rocce, a destra sovrastata da gigantesche pareti. […]

P. 128: Temendone la sua friabilità e i detriti sui ripidi lastroni, già all’inizio del canale Josele pronunciò: “Dobbiamo guardare di uscire al più presto da questa gola”. […] Faticammo parecchio però procedemmo solo lentamente perché il fondo del canale, che non potevamo evitare, era colmo di terra rossiccia e fittissime schegge di roccia, un composto sul quale nessun passo teneva; i pochi sassi emergenti erano mobili e parte di loro rotolarono fin giù sulla “Untere Schneerinne” (conoide iniziale). Perciò salimmo per quanto possibile affiancati o in coda a breve distanza uno dall’altro. Ci trovavamo in uno dei posti più orrendi che l’Ortler possa offrire ai suoi scalatori.

P. 129: La nostra direzione – dal ghiacciaio basso alla parete – sinora nord-est e da lì fino a questo punto nord-ovest, cambiò quindi ancora e si protrasse fino al ghiacciaio superiore, in un zigzag irregolare verso nord-est, attraverso le “Wandln”e le “Stellen” le quali, prodotti dalle enormi stratificazioni del colosso montano, si innalzavano come una scalinata. “Wandln” significa parete più o meno ripida, “Stellen” è invece il pendio a forma di tetto tra una e l’altra paretina, le quali se non troppo lisce e ripide, sono completamente ricoperte da detriti […] Josele ci fece coraggio dicendo: «Ora non siamo lontani dal ghiacciaio». E veramente, in breve lo vedemmo in vicinanza e lo raggiungemmo senz’altra difficoltà alle ore 11 e 7 minuti, (dal ghiacciaio inferiore a quello superiore essi hanno dunque impiegato 3 ore e 37 minuti).

P. 139: (arrivo in vetta alle ore 12 e 36 minuti).

P. 156: misurazione quota e fuocherello all’uscita della parete:10.739 Pariser Fuss (piedi parigini) = 3482 m.

P. 158: misurazione quota vetta Ortles: 12.044 Pariser Fufi (piedi parigini) = 3905 m.

Il precursore dell’alpinismo
Come abbiamo detto nell’articolo precedente, Louis Friedmann, autorevole alpinista di Vienna, nella sua nota opera Die Ortlergruppe in Die Erschliessung der Ostalpen, 1894) riportò uno schizzo di J. von Siegl, che mostrava una via completamente sbagliata e indicava il tracciato della via Pichler in maniera erronea e, inspiegabilmente, con l’uscita a destra dal canale nevoso iniziale, facendola poi proseguire direttamente in parete. Così, tutti gli altri autori di lingua tedesca si sono adeguati a quel tracciato.

L’unico scettico fu Aldo Bonacossa che, nella sua fondamentale guida del 1915 La regione dell’Ortler, scrisse che la via non era indicabile con precisione, ma dalla descrizione sembrava passasse proprio per il «canale “couloir inviolato”»

L’Ortles oggi, visto dallo Stelvio. Foto: Davide Chiesa.

Va però spiegato che la guida Bonacossa non fu mai distribuita (poiché sequestrata dai comandi militari), a causa degli eventi bellici e quindi non ebbe la diffusione che si meritava.

Ecco comunque la sua relazione tecnica della salita, itinerario 391 di p. 133:

Il punto di attacco dell’Hinteren Wandln si trova nel vallone superiore dell’UntererOrtlerFerner dove il Kleine Eiskogele manda le sue ultime diramazioni. È costituito da un canalone a parecchi gradini al quale sale dal ghiacciaio un pendio di neve. Si risale il canale sino al suo termine superiore – circa un’ora – sotto ad uno strapiombo della parete; se ne esce poi sulla sinistra e si supera una stretta lingua di neve incassata fra ertissime rocce. Continuando ancora un tratto per roccia, si perviene immediatamente al di sotto dell’ObererOrtlerFerner che si raggiunge arrampicandosi da ultimo tra due nere puntine di roccia, a quattro ore dalla base (le due punte di roccia sono citate per la prima volta nella relazione della quarta salita dei coniugi Tauscher del 1884, che confermano di aver ripercorso una via grossomodo corrispondente alle descrizioni del Thurwieser, NdA). Per il cupolone di ghiaccio, quasi senza crepacci, si guadagna in comoda marcia la via normale a non molta distanza dalla cresta tra il Vorgipfel e la vetta, ore una e trenta circa”.

Successivamente all’opera di Friedmann, tutte le guide alpinistiche pubblicate fino ai giorni nostri (Lois Koell, che nel 1960 riporta lo schizzo errato, Peter Holl col tracciato errato su foto, poi Buscaini e altri) ricalcano l’errore del Friedmann.

Fa eccezione Luciano Viazzi, che nel volume Ortles Cevedale (Zanichelli 1981), nell’ambito di una esemplare ricostruzione storica della conquista dell’Ortles, senza peraltro mostrare nessun schizzo, sposa in toto il testo della relazione Bonacossa. Oltre cinquant’anni dopo, Viazzi nota che Bonacossa è forse il primo a ritenere che la comitiva del 1826 sia scesa per una nuova via di rocce e detriti, più facile della salita, ghiaiosa, con terra e sfasciumi; e dice che nemmeno la relazione Thurwieser consente di identificare esattamente il preciso tracciato seguito nel 1834, il quale però «si svolge interamente vicino al limite meridionale della parete sud-ovest», intuendone alla fine la logica via di passaggio della prima vera salita dell’Ortles percorsa da quel diavoletto di Joseph Pichler, buon alpinista prima che nascesse l’alpinismo.

Bibliografia principale
Dr. J. N. Gebhard, Salita e misurazione barometrica della Orteles Spitze, in Innsbrucker Wochenblatt, 1805;

Schebelka, Relazione dal Bote von Tirol und Vorarlberg, Innsbruck, 1826;

Peter Karl Thurwieser, Die Ersteigung der Ortlerspitze im August 1834, in Zeitschrift des Ferdinandeums, Salzburg, 1837;

H. Tauscher – Geduly, Relazione da Zeitschrift des Dt. und Österr. Alpenvereins, Vienna, 1885;

Louis Friedmann, Die Erschliessung der Ostalpen, Berlino, 1894;

Theodor Christomannos, Solda Trafoi, Innsbruck, 1895;

Dr. E. Niepmann, Der Ortler, in Deutsche Verlags Anstalt, Stuttgart, 1905;

Aldo Bonacossa, La regione dell’Ortler, CAI Milano, 1915;

Lois Koell, OrtlerGruppe, Rother, München, 1960;

Ernst Hoene, Ortler. Gipfel-Täler-Menschen, Bolzano, 1979;

Peter Holl, Ortlergruppe, Rother Munchen, 1981;

Luciano Viazzi, Ortles Cevedale, Zanichelli, Bologna, 1981;

Gino Buscaini, Ortles Cevedale, Guida dei Monti d’Italia CAI-TCI, 1984;

Peter Holl, Ortleralpen, Bergverlag Rother, Munchen, 2003;

Reinhold Messner, Re Ortles, Tappeiner, Bolzano, 2004;

Wolfgang Pusch, Ortler, Bergverlag Rother, Munchen, 2004;

Alp, Monografia dedicata all’Ortles-Cevedale, CdA & Vivalda, Torino, 2005;

Reinhold Messner, Parete ovest, Corbaccio, Milano, 2009;

Dvide Chiesa, L’anima del Gran Zebrù, Idea montagna, Padova, 2014.

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