Il film su dieci anni di tentativi di François Cazzanelli al Seimila nepalese è il manifesto di un alpinismo introspettivo, lontano dalla spettacolarizzazione dei tempi moderni.
di Claudio Primavesi
Foto di Damiano Levati

Destino od ossessione? Si possono dedicare dieci anni della propria vita a lottare per raggiungere una vetta che sfiora i settimila metri, in una remota regione del Nepal? Sono le domande che sorgono spontanee dopo aver osservato la locandina di “Kimshung, la montagna del destino”, il film diretto da Damiano Levati che racconta i quattro tentativi di François Cazzanelli alla vetta di 6781 metri nella valle di Langtang. Domande alle quali il film, che ho avuto la fortuna di vedere alla prima proiezione assoluta, il 27 maggio 2026 a Saint Vincent, non dà necessariamente una risposta definitiva. Come tutte le grandi opere, lascia a chi lo guarda la sua, personale, ultima parola. Ma il fatto stesso di avere prodotto un film sul rapporto tra François e il Kimshung è di per sé una risposta. In un mondo dell’alpinismo da sempre competitivo, crudele (per non dire scorretto).
L’obiettivo? La gloria, che arriva dalla conquista di una vetta mediaticamente importante, magari di una nuova via su un Ottomila, non di un “quasi Settemila” poco conosciuto. In un mondo dove, anche in Himalaya, sono arrivati i grandi budget, le spedizioni commerciali e lo spirito dei colossal applicato alle imprese alpinistiche, che trasforma chi arriva in vetta in un attore. O in un eroe. In questo panorama, “Kimshung, la montagna del destino” non è un film di alpinismo. O almeno, non è “soltanto” un film di alpinismo. È prima di tutto un documentario (con i preziosi interventi del giornalista e scrittore Enrico Camanni) che scava dentro la mente di François e dei suoi compagni di scalata, in una dimensione intima, che mette al centro le persone. Che risponde alle domande con altre domande. Che lascia trasparire senza filtri la fatica e il dolore che ci sono dietro a ogni conquista, ma anche il valore dell’amicizia e della condivisione. Una lezione machiavelliana di quasi due ore: la conquista del Kimshung è la prova del nove che la vita è governata al 50% dalla fortuna e al 50% dalla virtù.
La trama
Il film ripercorre tutte le spedizioni di Cazzanelli al Kimshung, con un buon mix di immagini in presa diretta, action cam e dronate. Il rapporto tra François e il regista Damiano Levati è di lunga data e l’affiatamento non è solo prerogativa per il successo di una spedizione alpinistica. Il taglio è documentaristico e il ritmo lento, ma il tempo scorre veloce. “Dovevamo raccontare una storia lunga dieci anni”, dice Levati. La prima spedizione (in stile alpino e leggero, come l’ultima, nonostante in questi anni François sia passato dall’essere un giovane e promettente alpinista a una star mondiale) è del 2015. Cazzanelli arriva in Nepal in compagnia di Giampaolo Corona, su consiglio di Oskar Piazza. Vogliono scalare una montagna meno conosciuta, in una valle fuori dalle rotte dell’alpinismo di massa. Il destino però ha in serbo altri piani: un terribile terremoto che, oltre a seminare morte e miseria, uccide Oskar. Così la spedizione si trasforma in un’operazione di recupero e trasporto delle salme. Poi arriva il 2016 e il secondo viaggio, sempre in compagnia di Giampaolo Corona, con l’aggiunta di Emrik Favre. Per il tentativo di vetta rimangono solo Giampaolo e François. Un sasso, forse un blocco di ghiaccio, sfiora Giampaolo e colpisce in pieno il braccio di François, che sanguina vistosamente. Il dolore e il freddo prendono il sopravvento e, dopo una notte in quota, l’elicottero trasporta Cazzanelli all’ospedale, dove viene operato d’urgenza. “In quei momenti pensi solo a sopravvivere” dice François mentre sullo schermo scorrono le immagini di lui con la tuta completamente imbrattata di sangue.

Ci vogliono otto anni per trovare il coraggio di tornare nella valle di Langtang. “Se penso al Kimshung, il primo aggettivo che mi viene in mente è bastardo. Prima ti colpisce per la sua durezza, la sua verticalità, ma poi quando hai la fortuna di osservarlo al tramonto capisci la sua dolcezza, la sua magia”. La terza spedizione occupa una parte importante del film. François dice, senza mezzi termini, che non ce l’avrebbe fatta a tornare se non ci fossero stati, ai piedi del “bastardo”, i suoi migliori amici come compagni di cordata. Manca Giampaolo che, a causa di un grave incidente in quota, non è più in grado di affrontare il Kimshung. Il tentativo finale lo faranno in quattro: François, Giuseppe Bepi Vidoni, Jérome Perruquet e Francesco Ratti, ma devono rinunciare a 200 metri a causa del vento e del freddo. Quando arriva l’ultima finestra meteo favorevole il destino ci mette ancora lo zampino: un grave incidente a due alpinisti. Non c’è il minimo dubbio: bisogna organizzare i soccorsi. Così si arriva all’ultima spedizione, quella dell’autunno 2025.
“Tornaci un’ultima volta e prova a chiudere i conti con il destino, ma se non ci riuscirai, rimarranno in sospeso” dice Alessia, la compagna di François. Ormai la cordata Cazzanelli-Vidoni è molto affiatata e dal film emerge forte il ruolo di Bepi nel dare nuova energia e motivazione a François (oltre a essere stato determinante nelle fasi di scalata). A loro si uniscono due giovani austriaci: Lukas Waldner e Benjamin Zörer. “Se sono bravi ci aiuteranno, se non sono bravi rinunceranno e se sono più bravi di noi impareremo qualcosa, ma non mi va di fare una gara sulla stessa via” dice François nel film. Il resto è storia: l’arrivo in vetta in quattro, François per primo, le urla, il pianto. “Purtroppo questa sera Lukas e Benjamin non hanno potuto essere qui, sul Kimshung ho conosciuto due nuovi amici”.
Ecco, la chiusura della serata di François a Saint Vincent è la migliore risposta alla competitività dell’alpinismo moderno. Data da uno dei massimi protagonisti dell’alpinismo moderno.

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