Sciare a kitz
di Giuliano Bosco
Chi ha una figlia o un figlio che lavora all’estero lo sa bene. Sono creature autonome e indipendenti ma periodicamente il legame parentale “si risveglia” e quindi diventa opportuno riunire la famiglia o riaccogliendoli tra le domestiche mura o andandoli a trovare dove “accipicchia” sono andati a vivere. Sono passati 6 mesi dall’ultimo viaggio a Monaco di Baviera. È ora di pianificare il prossimo anche perché, nel frattempo, Margherita ha cambiato casa ed è desiderosa di mostrarcela “dal vivo” e non solo in videochiamata…
Le feste di Carnevale di fine febbraio ci offrono l’occasione. Due giornate di vacanza scolastica raddoppiano il fine settimana e ci permettono di dedicare tre giorni alla Baviera. Una giornata finale ce la teniamo per riposarci (viaggiare è piacevole ma stancante specie se i capelli grigi aumentano).
All’aeroporto “Franz Josef Strauss” (politico bavarese, non il compositore… ) di Monaco, Margherita e Alberto ci vengono a prendere in macchina e dopo i saluti di rito mi sporgono un sacchettino di Schuster (il grande negozio di articoli da montagna di Monaco) dentro al quale ci trovo un delizioso cappellino invernale della Eisbär “made in Austria”, una vera rarità in questo mondo di manufatti asiatici, balcanici, turchi o magrebini. Pochi giorni prima ho compiuto 65 anni e questo regalino da montagnino è un degno modo per celebrarli.
Prima tappa la nuova casa, molto carina e ben posizionata vicino al centro e al fiume Isar con i suoi verdi parchi che ne accompagnano il corso cittadino tra cui il famoso English Garden, una specie di parco del Valentino come abbiamo a Torino (le due città si somigliano per molti aspetti, non ultimo l’amore per le “Terre Alte”). A cena ci portano in un grazioso ristorante che raggiungiamo a piedi di nome Fink’s dove gustiamo degli ottimi Knödel (i nostrani Canederli del Nord-est), sorta di grossi gnocchi fatti con pane inzuppato nel latte, e altri ingredienti a scelta.
Per concludere la serata andiamo in un locale molto particolare di nome Gans Woanders in cui parte della struttura di più piani si appoggia su grosse piante. Il tutto ricorda le casette sugli alberi dei bambini ma con altre dimensioni. Molto d’atmosfera.
Poi via a casa non troppo tardi in quanto per la domenica il programma prevede una gita a Kitzbühel, la celebre località sciistica austriaca, tappa immancabile della Coppa del Mondo di sci.
È domenica. La sveglia con luce naturale è piuttosto mattiniera causa l’assenza di tende e di persiane alle finestre; come è noto al nord si usa poco mettere barriere al raro sole disponibile. La fetta di cielo visibile è di un azzurro spettacolare.
Si parte in direzione delle alpi austriache. La località dove siamo diretti dista circa 130 chilometri da Monaco, (più o meno come andare a Cervinia da Torino). L’autostrada a quattro corsie che percorriamo in direzione dei monti è affollata da vetture con portasci sulla capote. Nell’ultima corsia di sinistra ogni tanto sfreccia un missile teutonico (le cilindrate generose non mancano in Germania) che ci ricorda l’assenza di limiti di velocità in molte autostrade come quella che stiamo percorrendo.
Arriviamo in paese e di neve nemmeno l’ombra. Margherita mi aveva avvisato della situazione determinata dal fatto che questa famosa località di sport invernali alpini è collocata alla modesta quota di 762 m. È vero che Kitzbühel risulta essere un posto dove d’inverno nevica molto, ma… siamo ad inizio marzo e la neve in paese c’è solo più nelle cartoline (e trovarne… di cartoline…). In compenso non mancano le auto di sciatori che si dirigono tutte con ordine teutonico verso i numerosi parcheggi disponibili, tutti a pagamento (16 € al giorno). Quindi niente neve in paese ma da qualche parte in alto ci deve pur essere a giudicare dall’affollamento. Il sottoscritto, Margherita ed Alberto ci prepariamo mentre Carla, che aveva già deciso oggi di non sciare, visiterà il paese per poi raggiungerci alla stazione di arrivo dell’impianto di arroccamento (“ovetti”). Devo noleggiare sci e scarponi e avevo visto in rete che un posto famoso per la qualità dei materiali si chiama Element3 ed è praticamente davanti alla partenza dell’ovovia. Per avviare la pratica di affitto dei materiali mi chiedono di compilare un form su un totem presente in negozio in cui mi viene chiesto di indicare un po’ di dati anagrafici e il livello di capacità sugli sci; azzardo un livello “esperto” anche per farmi dare materiali decenti. Infine viene chiesta l’altezza e il peso. L’apparecchio sputa una ricevuta cartacea che bisogna porgere agli addetti i quali partono alla ricerca del materiale richiesto. Nessun controllo sull’effettiva identità del cliente. Nessun documento da depositare e da ritirare a fine noleggio come si fa da noi. Totale fiducia in quello che il cliente scrive sul totem elettronico. In Italia rimarrebbero in esercizio… solo il giorno di apertura.
Mi portano un bel paio di Dynastar 963, bastoncini in carbonio e scarponi Nordica. Tutto in ottime condizioni. Pago subito la “economica” tariffa di € 55,80 e ci avviamo al recupero degli skipass. Anche qui mi aspetta un bel confronto tecnologico con la cassa automatica alla quale chiedo 3 giornalieri e un “andata & ritorno” per l’ovovia. Il tutto produce un esborso di 261,50 €. (ogni giornaliero costa 76 €), Però siamo a Kitz, una specie di Cortina austriaca. Tra l’altro “Kitz” è il vezzoso diminutivo che in tedesco significa cucciolo di camoscio o stambecco che è anche (quest’ultimo) il simbolo del paese.
Saliamo sugli ovetti dell’impianto Hahnenkamm e diamo inizio alla nostra giornata sulle nevi austriache mentre Carla si avvia verso il centro del paese e i suoi negozi di lusso (meno male che la domenica sono chiusi…).
Dagli ovetti, ognuno dei quali porta il nome di un vincitore della mitica discesa libera di Coppa del Mondo, osservo il brullo territorio senza neve che ad un tratto diventa un panorama perfettamente innevato. Potenza… dello zero termico.
Avrei voluto cimentarmi subito con la mitica Streif, la pista della libera, ma i miei due anfitrioni mi fanno garbatamente notare che il tracciato in questione presenta tratti molto, molto ripidi… forse è meglio, per iniziare, andare a cercare qualcosa di meno impegnativo. Pertanto mi faccio guidare da loro che conoscono il comprensorio avendolo già frequentato alcune volte. La giornata è stupenda. Non una nuvola in cielo, totale assenza di vento e temperatura abbastanza bassa da permettere la tenuta del manto nevoso per tutta la giornata. Meglio di così non si potrebbe.
Iniziamo a salire da impianto ad impianto con l’obiettivo di raggiungere il punto più alto del comprensorio principale che si chiama Pelgenstein collocato a “ben” 1938 m.
Qualche osservazione sui moderni impianti austriaci.
Quando si sale in seggiovia a terra una linea luminosa proiettata sulla neve, indica il punto preciso dove bisogna fermarsi per aspettare il seggiolino multiposto; in questo modo si evitano situazioni disordinate e cadute soprattutto da parte dei meno esperti.
Gli impianti sono quasi tutti molto moderni. Il top, a mio parere, sono le seggiovie a 8 (otto) posti con seduta riscaldata che mantengono le natiche al caldo per tutta la salita.
Su molti impianti non sono presenti tornelli di accesso che fa un po’ il paio con la procedura “fideistica” di affitto dell’attrezzatura prima descritto. Ovviamente i tornelli ci sono negli impianti di arroccamento ma non trovarli in alto significa fidarsi della buona fede dei clienti, specie di quelli che dispongono… di attrezzatura scialpinistica.
Arriviamo a Pelgenstein verso mezzogiorno e ci godiamo la vista stupenda sulle alpi austriache in cui spiccano il Grossvenediger (che loro scrivono “Großvenediger” sostituendo alla nostra “s” quella specie di “B” aperta in basso) con i suoi più che dignitosi 3666 m e poi in lontananza verso sud-est il Grossglockner (Großglockner) il quale con i suoi 3798 m è la montagna più alta dell’Austria.
Un commento sul livello tecnico degli sciatori. Molto buono, sicuramente più alto che da noi, questo nello specifico per gli austriaci. Il territorio ad alta densità di rilievi forma un popolo “di montagnini” di prim’ordine. Mi vengono alla mente i nomi del mitico Hermann Bhul e dell’altrettanto fantastico Kurt Diemberger. Entrambi pilastri indiscussi dell’alpinismo mondiale.
Ci sono anche parecchi inglesi e… russi (e la guerra ?) che sciano più o meno come gli stessi inglesi e russi da noi (cioè maluccio…).
Due paroline, invece, sui miei due compagni di sciata. Margherita… ormai la vedo solo più alla partenza e all’arrivo. Troppo veloce. Ma anche Alberto è migliorato assai. Complice l’allenamento e… i verdi anni scende con sicurezza tutte le piste su cui ci siamo cimentati, alcune anche “nere”. La sua velocità di discesa è assai aumentata e molto spesso arriva in fondo prima dello scrivente. Io scendo cauto sia per i materiali a noleggio di cui non conosco le “reazioni” e sia per un leggero fastidio di stomaco che ha origine nella cena della sera prima.
Iniziamo la discesa verso la stazione di arrivo degli ovetti dove abbiamo appuntamento con Carla che nel frattempo ha terminato il suo giro “lustra-pupille” e ci raggiunge salendo con lo stesso impianto che abbiamo preso noi. Gli “ovetti” sfiorano la cima di conifere altissime procurando a Carla una certa apprensione anche perché si era trovata da sola nella cabina. L’appuntamento era per le 14 ma arriviamo con 15 minuti di ritardo. Carla, posizionata al sole, non sembra contrariata dal nostro delay.
Decidiamo di trattarci bene e di andare a mangiare nella terrazza della stazione di arrivo dell’ovovia da dove arriva una musica martellante in stile “pumpa-pumpa”. Ovviamente la stessa idea l’hanno avuta molti altri e ci ritroviamo in coda. L’attesa mi dà modo di osservare l’abbigliamento dei camerieri. Le ragazze hanno le gambette in vista e sulla schiena due alucce stile conigliette di Playboy. Gli uomini, invece, vestono sgargianti divise a scacchi bianchi e neri. Ai tavoli spiccano splendide bionde avvolte da giubbotti di pelliccia con l’aria annoiata. Diciamo che siamo un po’ lontani dallo stereotipo della “montagna-sofferenza” (se non… per il portafoglio…) ma almeno una volta vale la pena di godersi lo spettacolo.


Un cameriere uomo (sfiga…) ci accompagna al nostro tavolo vicino alla ringhiera della terrazza. Un panorama stupendo si offre ai nostri occhi. In primo piano il comprensorio sciistico e in lontananza le vette delle alpi austriache. Impagabile. A proposito… ordiniamo il “pagabile”. Io prendo una zuppa di Gulash, Carla e Margherita optano per un superclassico “salsiccia e patate” mentre Alberto punta pure lui su una zuppa. Ci rifocilliamo adeguatamente (non proprio “economicamente”…) e ci godiamo il bel sole aspettando che la digestione faccia il suo corso. Sciare subito dopo pranzo non si addice alla sicurezza personale, specie in presenza dei cibi ipercalorici tirolesi.
Riprendiamo la sciata promettendo a Carla che saremo di ritorno velocemente. Nel pomeriggio la sicurezza sugli sci del sottoscritto migliora; la zuppa di Gulash deve aver cacciato giù i Knödel della sera prima e anche la confidenza con i materiali a nolo è aumentata. Dopo un paio d’orette rientriamo all’Hahnenkamm dove Carla ci aspetta. Decidiamo di prendere gli ovetti per scendere, anche perché la Streif è adesso tutta in ombra e si presume “ghiacciatina”. Durante la discesa Carla mi prende spesso in giro indicandomi gli sciatori che percorrono la famosa pista in discesa (“… guarda… lì c’è un bambino… poteeeevi farla anche tu… e quando ti ricapita…”). Coniuge impietosa… forse patisce la decisione di non aver sciato. La capisco. Al suo posto farei uguale se non peggio.
Arriviamo alla base e restituisco tutto il materiale riprendendomi le mie calzature conservate in razionali armadi verticali di quelli che da noi vengono usati… negli archivi; anche qui nessun controllo, chiunque può avere accesso al locale.
Facciamo anche noi un giro per il paese per ammirarne la bellezza e il lusso delle vetrine. Ci fermiamo davanti ad un’agenzia immobiliare ad “ammirare” le quotazioni richieste che molto spesso superano il milione di Euro.
Si rientra alla base. La cena decidiamo di farla a casa gustando delle uova all’occhio di bue “adagiate” su un materassino di prosciutto e ammorbidite con una sottiletta. Era la nostra cena classica quando andavamo a sciare a Monginevro accompagnando Margherita bambina che frequentava al mattino un corso di sci collettivo. Sì, perché la figliola è stata messa sugli sci alla tenera età di 3 anni facendole saltare la fase slittino/bob.
Ci rendiamo però conto di non avere pane. Lungo la strada del ritorno ci fermiamo ad una stazione di servizio con annesso minimarket sperando almeno che abbiano del pancarrè. Troviamo invece del “lussuoso” pane fresco e ne facciamo razzia.
Dopo cena prepariamo i nostri trolley in modo da poterli afferrare velocemente per il transfer in aeroporto nel pomeriggio di domani. Mentre sistemo le robe da sci mi accorgo che manca il cappellino nuovo. Lo cerco con affanno. Niente. Perso. Irrimediabilmente perso. Forse quando sono sceso a comprare il pane lo avevo in grembo e mi è caduto in terra. Sfiga… odio perdere le cose, specie se sono nuove. Vabbè, ero arrivato senza cappellino, riparto senza cappellino. Bilancio… in pareggio (ci si consola come si può).







Articolo che ho trovato molto piacevole, per lo stile “cronachistico”, senza fronzoli. Impressioni fondate e condivisibili quelle sul mondo dello sci delle mega stazioni. Interessante, poi, sottolineare l’analogia Monaco-Torino sulla comune passione verso le “Terre Alte”, connessa alla collocazione (di entrambe) molto vicina alle montagne, fattore che ha stimolato lo sviluppo di conoscenze ed evoluzione di pensiero. Non a caso in queste due citta si è storicamente alimentato un motore evolutivo dell’alpinismo. Se la famosa Scuola di Monaco è universalmente conosciuta perché ha aperto le porte all’epopea del VI grado, a Torino lo sviluppo e la sperimentazione, anche se meno eclatanti (ma non del tutto anonimi), sono altrettanto importanti, perché distribuiti nei vari segmenti dell’andar in montagna.
Meno eclatanti non direi perché a Torino dopo il Nuovo Mattino e’ di fatto nata ufficialmente l’arrampicata sportiva con l’annuncio e l’avvento delle gare prima outdoor, che si sono poi svolte a Bardonecchia, e poi indoor, che hanno avuto luogo nella storica palestra(anch’essa un passo avanti notevole) di Palazzo a Vela.
Gare che, non dimentichiamolo, hanno dato un impulso determinante e fondamentale nello sviluppo dell’arrampicata in tutte le sue forme.
“Meno eclatanti” è un tipico commento coerente con l’understatement torinese 😉
Ps io. ricordo un Giovannino Massari che faceva cose mirabolanti sulla pietra ai tempi di Marco Bernardi, Renzo Luzi, etc. (o poco dopo). Chissà se se tu …
Comunque nn c’è dubbio. Torino (e Monaco) sono città di montagnini.
… e Monaco ancor più di Torino, con persone che girano in metro con gli sci e personaggi in tenuta da ufficio con zainetto a spalle e scarpette da arrampicata appese fuori.