Cesare Maestri

Ambizioso, narcisista, polemico, geloso, invidioso, intollerante verso chi è più forte di lui, ma allo stesso tempo generoso, chiaro, ingenuo, sensibile, se n’è andata una leggenda, uno degli scalatori più forti del suo tempo! (Angelo Elli)”.

Cesare Maestri
di Alex Guillermo Martín
(pubblicato su culturademontania.org.ar)

È importante sapere che Maestri era un personaggio, frutto di un’epoca molto diversa da quella attuale e giudicarlo dalla comodità di oggi, dove non ci sono carestie, massacri, né sappiamo cosa sia il dopoguerra, credo sia ingiusto. Ha vissuto in un’epoca in cui scalare nel modo da lui scelto era per dimostrare la sua forza nella vita e in qualche strano modo, dalla sua passione per la montagna, per esprimere l’amore che non aveva ricevuto.

Cesare Maestri con la sua attrezzatura d’arrampicata

Riguardo al fatto che sia vero che abbia scalato il Cerro Torre, personalmente non la penso così, ma vi prego di non essere crudeli con lui, perché non credo che se lo meriti. Dovete capire cosa significasse per il popolo della Repubblica Italiana sentirsi vincente, dopo aver attraversato la Seconda Guerra Mondiale da perdenti…

Attraverso i link presenti in questo articolo potrete accedere ad altri articoli correlati alla biografia di Maestri; in questo modo potrete ampliare la vostra conoscenza di questo particolare alpinista.

Nacque il 2 ottobre 1929 a Trento, nel nord Italia, molto vicino alla Svizzera, all’Austria e alle sue amate Alpi. Aveva due fratelli, Giancarlo e Anna Maestri. Sua madre morì quando aveva solo 7 anni. Suo padre, Toni Maestri, era stato un attore itinerante, ma alla fine della Prima Guerra Mondiale lavorò come funzionario statale.

Nel 1943, in seguito all’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale, suo padre fu condannato a morte per “attività anti-austriaca” (la condanna si riferiva a eventi accaduti 25 anni prima); lui e il padre fuggirono a Ferrara, per poi tornare a Trento alla fine della guerra. Cesare Maestri, per il resto della guerra, si unì a un gruppo di partigiani comunisti, con i quali partecipò attivamente al movimento di guerriglia di liberazione.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, si trasferì a Roma per studiare storia dell’arte, dove riprese la sua attività nel Partito Comunista Italiano. Dopo due anni a Roma, tornò a Trento, cercando un modo per superare le esperienze del periodo bellico. Iniziò ad arrampicare e, da quel momento in poi, per il resto della sua vita, si dedicò quasi esclusivamente all’alpinismo.

Dal 1951 in poi, le sue salite in solitaria iniziarono a distinguersi, come la Detassis-Giordani al Croz dell’Altissimo. Nel 1952, ottenne il brevetto di guida alpina e, tra le altre vie, salì da solo la Solleder sul Civetta. Di particolare rilievo, nel 1953, la Soldà sulla Marmolada; nel 1955 completò la Oppio al Croz dell’Altissimo; e nel 1956 la Micheluzzi al Piz Ciavazes. Oltre alle salite in solitaria, in quegli anni realizzò anche diverse prime invernali nelle Dolomiti.

Cesare Maestri. Foto: www.bergsteiger.de.
Cesare Maestri in arrampica in Dolomiti
Tenzing Norgay e Cesare Maestri alla Paganella nel 1957. Foto: www.corriere.it.

Il controverso Cerro Torre nella Patagonia argentina
La prima spedizione al Cerro Torre cui partecipò fu nel 1958, anno in cui fece parte di una spedizione italo-argentina in Patagonia. La spedizione si incontrò alla base della montagna con un’altra spedizione italo-argentina indipendente, organizzata da Folco Doro Altan e composta, tra gli altri, da Carlo Mauri e Walter Bonatti. Questi raggiunsero il Colle della Speranza sul Cerro Torre e Bonatti dichiarò: “L’ascesa alla cima ghiacciata è impossibile”. 

In quell’occasione, si verificarono attriti tra gli organizzatori delle due spedizioni, che portarono al ritiro degli sponsor, con conseguenti problemi finanziari e logistici; di conseguenza, Maestri non riuscì a scalare il Cerro Torre. Tuttavia, la spedizione ottenne diversi successi su altre vette della zona. 

Un anno dopo, nel 1959, Maestri e l’austriaco Toni Egger, uno dei migliori scalatori su ghiaccio dell’epoca, e una squadra di supporto logistico, tra cui l’amico Cesarino Fava, arrivarono per effettuare la prima salita del Cerro Torre. 

Salirono in cima, ma fu Cesarino Fava che recuperò Maestri, ferito e semi-cosciente alla base della parete: questi raccontò di aver raggiunto la vetta con Egger in piena tempesta salendo per la parete nord e che, durante la discesa, Egger era stato travolto da una valanga, insieme alla sua unica macchina fotografica, e il suo corpo era scomparso. In effetti la salma e parte della sua attrezzatura furono ritrovati nel 1975.

Cesare Maestri in una foto tratta dal libro Dino Buzzati racconta Cesare Maestri (Editrice Rendena, 2017). Foto: Giorgio Salomon.
Cesare Maestri in un’operazione di soccorso alle Cinque Dita, 1951. Foto: www.mountcity.it.
Cervinia, 6 maggio 1955. Cesare Maestri accolto dagli amici dopo la scalata in solitaria del Cervino.
Appena sceso dal Piccolo Dain, Cesare Maestri racconta alla gente la sua salita del Gran Dedro.


In Italia fu salutato come un eroe 

Ricevette una medaglia per il suo coraggio e firmò lucrosi contratti editoriali. Ancora più gratificante fu l’approvazione dei suoi colleghi. Il francese Lionel Terray, veterano di spedizioni sudamericane e himalayane, dichiarò al mondo che Maestri ed Egger avevano compiuto “la più grande impresa alpinistica di tutti i tempi”. Bisogna ricordare che l’Italia del dopoguerra aveva bisogno di risollevare il morale della sua popolazione, impantanata nelle tragiche conseguenze della guerra, e questa impresa di un connazionale aveva tutte le carte in regola per esserlo, contribuendo anche alla crescita della leggenda della prima salita del Cerro Torre.

Il racconto di Maestri non fu messo in discussione fino al 1968, quando una spedizione inglese al Cerro Torre, impossibilitata a scalarlo per una via teoricamente più semplice, iniziò a mettere in discussione il racconto di Maestri. Questa opinione fu ripresa dalla rivista inglese Mountain, diretta da Ken Wilson, che pubblicò un’analisi del resoconto di salita di Maestri, evidenziando quelle che a suo avviso erano debolezze del racconto, che suggerivano un falso. Sempre nel 1968, Carlo Mauri, al ritorno da una spedizione in Patagonia, dichiarò alla stampa: “Torno da un Cerro Torre ancora inscalato”, suggerendo così che la spedizione del 1959 non avesse raggiunto la vetta.

Nel 2005 Ermanno Salvaterra, Rolando Garibotti e Alessandro Beltrami, tre dei migliori scalatori della Patagonia dei nostri tempi, riuscirono dopo quasi 50 anni a salire metro per metro fino alla cima del Cerro Torre lungo la presunta via Maestri, senza trovare traccia dei chiodi che sosteneva di aver lasciato nel 1959. Lo stesso Salvaterra raccontò al giornalista e scrittore italiano Giorgio Spreafico che Maestri una volta gli disse addirittura che quella volta “Davvero, forse non siamo arrivati in cima”.

Cesarino Fava (a sinistra) e Cesare Maestri, 1958. Foto: www.fotonicolaeccher.it.
Hermann Buhl (a sinistra) e Cesare Maestri, 1953
FestivaldiTrento 1965. Da sinistra, 1a fila: Claude Barbier, Gaston Rébuffat, x, Marino Stenico, Michel Vaucher; 2a fila: Cesare Maestri, Georges Livanos, x, Riccardo Cassin, Walter Bonatti, Toni Hiebeler, Bepi De Francesh, Pierre Mazeaud; 3a fila: Gigi Alippi, x, Romano Perego, Roberto Sorgato, Luigino Airoldi, x, Yvette Attinger Vaucher, x, x, x, x (che nasconde una donna), x, x, x, x; 4a fila: donna, x, John Harlin.
Cesare Maestri con il figlio Gian
Sul Campanile Basso. Da sinistra,: Ezio Alimonta, Cesare Maestri e Carlo Claus.
In cima alla Tosa con Cesarino Fava (2000), suo compagno nella tragica esperienza del 1959. Foto: Roberto Serafin/MountCity, www.mountcity.it.

Di nuovo sul Cerro Torre nel 1970
Negli anni successivi, sorsero molte polemiche. Nel 1970, Cesare Maestri tornò al Cerro Torre, questa volta scalando lo spigolo sud-est utilizzando un compressore con il quale infilò centinaia di chiodi a espansione nella roccia. Rispetto allo stile pulito e rapido della sua salita del 1959, questa nuova via fu uno spettacolo da circo. Salì solo fino all’inizio del fungo di ghiaccio, senza raggiungere la vetta. Anche qui, ci furono polemiche, sia per l’uso e l’abuso del compressore, sia per non aver percorso il tratto finale fino alla vetta.

(Vedi più sotto: la controversa spedizione “Campiglio ‘70” al Cerro Torre per il suo versante sud-est dal libro Duemila metri della nostra vita).

Chi fosse interessato ad approfondire l’intera vicenda del Cerro Torre contestato può consultare l’intera storia ai seguenti link:

Cerro Torre – 01 – I documenti originali della conquista
Cerro Torre – 02 – Il diario di Cesare Maestri del 1959
Cerro Torre – 03 – … E se la vita continua
Cerro Torre – 04 – Come nacque il caso Cerro Torre
Cerro Torre – 05 – Il primo processo a Cesare Maestri
Cerro Torre – 06 – La montagna svelata
Cerro Torre – 07 – Tom Dauer (2004)
Cerro Torre – 08 – Giorgio Spreafico (2006)
Cerro Torre – 09 – Grido di Pietra
Cerro Torre – 10 – Kelly Cordes
Cerro Torre – 11 – Un fatto nuovo
Cerro Torre, il verdetto finale – 1
Cerro Torre, il verdetto finale – 2

E sì, la vita continua…
Maestri ha sempre continuato a scalare, senza mai abbandonare l’alpinismo nemmeno in età avanzata. Nel 1998 ha ripetuto la salita della Via Maestri-Alimonta alla Rocca di San Leo, nel comune di San Leo. Nel 2002, all’età di 74 anni, Cesare Maestri ha organizzato la Spedizione 8000 per la Pace, con l’obiettivo di scalare lo Shisha Pangma. Originariamente, Maestri avrebbe dovuto raggiungere la vetta insieme a Sergio Martini e Fausto De Stefani. Tuttavia, dopo un attacco di mal di montagna, è stato fermato dal medico della spedizione, che ha temuto un edema polmonare.

Viveva a Madonna di Campiglio con la moglie Fernanda Dorigatti, lavorando come guida alpina e maestro di sci e gestendo il negozio di montagna “La bottega di Cesare Maestri”. Collaborò inoltre come giornalista per numerose testate giornalistiche e scrisse con successo, pubblicando numerosi libri autobiografici. Nel corso della sua carriera completò circa 3.500 ascensioni, di cui circa un terzo in solitaria. Si impegnò sempre nel rispetto dell’ambiente e nello sviluppo di un turismo capace di creare e garantire posti di lavoro, contenendo al contempo i costi ecologici e la speculazione. Fu particolarmente interessato all’educazione alpina e ambientale dei giovani. 

Non è mai riuscito a riprendersi dal discredito e dalle domande, sebbene abbia sempre sostenuto la veridicità delle sue storie. Sua moglie Fernanda era scomparsa cinque anni prima, all’età di 85 anni. Cesare ci ha lasciato a Tione di Trento all’età di 91 anni, martedì 19 gennaio 2021.

Cesare Maestri, il “Ragno delle Dolomiti”. Foto: www.quotidiano.net.
Un giovane Cesare Maestri. Foto: Paolo Melucci.

Il suo amico e scalatore italiano, Angelo Elli, ha detto:
Maestri è ambizioso, narcisista, polemico, geloso, invidioso, sensibile e intollerante verso chi è più forte di lui. Ma allo stesso tempo è generoso come pochi, lucido, forse ingenuo, sensibile al punto da farsi male con uno spillo, illuso da certi valori in cui crede e che forse non esistono. Maestri ha iniziato ad arrampicare e voleva essere il più forte, ed era ansioso di dimostrarlo. Ha realizzato una spettacolare serie di salite in solitaria, sulle vie più ardue delle Dolomiti, spesso senza attrezzatura. Quindi, come scalatore libero, Maestri aveva le carte in regola. Anzi, si può dire che sia stato uno degli scalatori più forti del dopoguerra”. 

Libri pubblicati da Cesari Maestri
Lo spigolo dell’infinito – Manfrini, 1956
Arrampicare è il mio mestiere – Garzanti, 1964
A scuola di roccia – Garzanti, 1970
Il ragno delle Dolomiti – Rizzoli, 1973
Duemila metri della nostra vita – Garzanti del 1973 (scritto con la moglie Fernanda Dorigatti)
E se la vita continua… – Baldini & Castoldi, 1996

Cesare Maestri. Foto: www.gazzettadellevalli.it.
Calafate. Incontro con Maestri, Fava e il loro gruppo al ritorno dal Cerro Torre. Foto: Insua.

La controversa spedizione di Cesare Maestri  “Campiglio 70” al Cerro Torre per lo spigolo sud-est, dal libro Duemila metri della nostra vita. Estratto da pagina 11 e 12.
Dal 1959, e cioè da quel lontano gennaio, quando Toni Egger e io abbiamo conquistato la vetta, molte spedizioni hanno tentato di salire il Torre per ripetere l’impresa. Giapponesi, argentini, spagnoli, inglesi si sono assunti la responsabilità della loro sconfitta, senza cercare giustificazioni.

Adesso Carlo Mauri e Franco Rho, non convinti della mia vittoria, vogliono le prove fotografiche, quelle che Toni aveva con sé quando fu travolto e spazzato via dalla furia della valanga.

Ma se la testimonianza di tutte le imprese alpinistiche dovessero essere le foto scattate in vetta, quante centinaia di imprese dovremmo depennare dall’albo delle vittorie! Vittorie famose come il Fitz Roy, il Nanga Parbat non hanno avuto adeguate prove fotografiche. Ma il valore degli uomini che le hanno compiute è tanto grande che il dubitarne vorrebbe dire dubitare di tutto l’alpinismo. Vorrebbe dire negare quei valori umani che fanno dell’alpinismo stesso una dura scuola di vita.

Ma Mauri si aggrappa a quelle prove fotografiche, perché se io potessi dimostrare in modo inequivocabile la nostra vittoria lui dovrebbe ammettere che il Torre non è «impossibile». Per non accettare la sua sconfitta, accusa me di un reato che offende tutta la mia vita di alpinista. A questo lui non ha pensato, non ha pensato che per difendere se stesso avrebbe calpestato il mio onore, investendolo con la stessa violenza con cui il vento strappa ogni cosa dal Torre. Quel Torre «maledetto, assurdo, impossibile, tanto impossibile che il solo pensare di salirlo è cosa vana e ridicola».

Bene signor alpinista. Bene signor giornalista. Bene, signori dubbiosi. Volete la guerra? Io la farò, ma a modo mio. Ritornerò sul Torre. Attaccherò la sua parete più difficile nella stagione più impervia.

La mia stanza ora gira vorticosamente e il letto diventa una bara di ghiaccio come quella che ospita il corpo di Toni e dentro mi afferra la paura del Torre, dei suoi strapiombi di ghiaccio, delle sue levigate pareti, dei suoi allucinanti bivacchi.

Ho paura del Torre. Ma ritornerò. Maledetto Torre. Maledetta la volta che sono andato in Patagonia. Basta, sono stufo, ne ho piene le balle di questo alpinismo di merda”.

Il Cerro Torre. Foto: www.altamontanha.com.
Cerro Torre, via del compressore, 1970. Foto: Dal libro Duemila metri della nostra vita, di Fernanda e Cesare Maestri.

La controversa spedizione di Cesare Maestri  “Campiglio 70” al Cerro Torre per lo spigolo sud-est, dal libro Duemila metri della nostra vita. Estratto da pagina 158 a 165 nella fase finale del racconto della salita.
Oggi risolveremo il problema della zona delle «torrette» e arriveremo finalmente ai piedi della parete terminale. Per raggiungerla attraverso un canalino ripidissimo, che forma una sottile paratia di ghiaccio. Quando sono a metà, manovro la piccozza per fare alcune tacche per i piedi. A un tratto la sottile paratia che ho davanti al naso crolla, e io rimango affacciato a questa finestra su questa immane parete che fugge sotto i miei piedi con un vuoto di quasi duemila metri sotto di me. Per un attimo accuso una leggera vertigine.

Ho deciso che in cima non scatterò una sola foto che testimoni la nostra vittoria. I dubbiosi salgano a sincerarsi: non sarò certo io a portare queste prove nelle loro accoglienti abitazioni. Vadano a prendersele le prove. Le lasceremo sulla vetta e saranno tanto pesanti che il vento non riuscirà a strapparle, a cancellarle.

Alla sera arrivo al termine degli strapiombi di ghiaccio. Ezio, ogni volta che finisco la mia filata di corda, si scuote dal suo forzato torpore e sale a sua volta, tira, legata dietro la schiena, la cordina di acciaio e l’argano per issare il carico. Il recupero avviene mediante l’azione di « pompaggio » esercitata su una leva. A ogni movimento il carico si alza di circa dieci centimetri e per quanto l’argano sia demoltiplicato, lo sforzo è sempre notevole e non riusciamo a fare più di trenta «pompate» alla volta.

Carlo intanto facilita il recupero tenendo il carico distante dalla parete per mezzo di una corda annodata al telaio del compressore.

Ancora una volta torniamo alle nostre amache e, dopo aver mangiato qualcosa, cerchiamo di riposare.

[…]

Il tempo è sempre buono.
Saliamo di notte e all’alba attacco la parete finale. Alla nostra destra le cime delle Adele sono alla nostra altezza: segno che stiamo arrivando all’altitudine di 3000 metri, e che quindi mancano poco più di cento metri alla vetta. Mi alzo in arrampicata libera, cioè senza chiodi di assicurazione. Faccio una ventina di metri poi vengo assalito dal rimorso. E se cadessi? Non devo più fare di queste pazzie. Se cadessi metterei i miei compagni in condizione di scegliere se tentare di salvarmi o lasciarmi morire dove sono. Non posso, non devo.

Ho sete. Ho sempre tanta sete. Carlo ed Ezio continuano a sciogliere recipienti di neve al calore del tubo di scarico. Con la corda di servizio isso sino a me questa acqua insipida che puzza di benzina, di olio, che è piena di piume, di peli della barba. Eppure bevo quest’acqua fetida con voluttà, ma è come vuotarla su una lastra infuocata.

Arriva Ezio, insieme recuperiamo il compressore, sale anche Carlo. Riparto, uso moltissime precauzioni. Salgo altri quaranta metri e faccio salire Ezio, che, vedendomi provato dallo sforzo e dalla tensione, affettuosamente mi dice:

«Ti triga Cesare, tiro su mi da sol. Ti triga Cesare».

E io gli do retta. Appoggio il capo contro la parete e riposo. Vedere questo mio compagno faticare mi fa una grande pena, ma ho bisogno di riposare e questo bisogno mi rende egoista, e allora «trigo» e riposando mi preparo alla prossima filata di corda.

Il carico si impiglia, e la parete è fatta in modo tale da non permetterci di vedere dove si è impigliato il compressore. Chiedo perciò a Carlo:

«Carlo, dove si è impigliato il compressore?».
«Da nessuna parte. Tirate».

Per quanti sforzi facciamo, il peso non si smuove di un solo millimetro.
«Carlo, el sa empegnà. Noi ven su».
«Noi sa empegnà, tire che el ven».

Proviamo ma non c’è modo di farlo salire.
«Carlo noi se move. Ostia el se deve eser empegnà da qualche banda».
«Ma putana merda, el vedere ben mi se el sa empegnà. Tire e basta».

Coordiniamo i nostri sforzi e azioniamo la leva con tutta la nostra forza. Il compressore comincia a salire. Riusciamo a dare al massimo dieci pompate, poi crolliamo affranti sull’argano ma continuiamo a issare il carico. A un tratto il compressore sbuca dallo strapiombo.

Per forza facevamo tanta fatica: c’era montato sopra Carlo. E lui si affaccia all’uscita dello strapiombo con le gambe divaricate appoggiate sul telaio del compressore, tenendosi con le mani alla cordina metallica e con un sorriso imbarazzato sulla faccia come quello di un bambino sorpreso mentre sta tentando di mettere il gatto nella vasca dei pesci rossi”.

Confronto tra i luoghi in cui Maestri afferma di aver scalato e scattato fotografie pubblicate nel suo libro Arrampicare è il mio mestiere. Foto: Rolando Garibotti. 
I resti di Toni Egger, ritrovati da Jim Donini nel 1976. Foto: www.altamontanha.com.
Copertina della riedizione del libro Duemila metri della nostra vita. Casa Editrice Vivalda. Autori: Fernanda e Cesare Maestri.

Alle 21 siamo a circa cinquanta metri dalla vetta. In basso, all’altezza del “bus”, Daniele ha fatto un sentiero e si è portato in fuori lungo la cresta per seguirci meglio. Si è fatto un buco nella neve e, come fosse in un palco, ci osserva con il cannocchiale.

Dobbiamo decidere: rimaniamo qui in parete questa notte o scendiamo al bivacco? Se scendiamo perderemo tempo per risalire domani mattina.

La notte sembra buona, il cattivo tempo sembra lontano. Non abbiamo i sacchi piuma, né i sacchi da bivacco che sono rimasti alle amache. Abbiamo poco da mangiare, ma decidiamo di proseguire fino al limite della luce; poi bivaccheremo sulle staffe in parete. Nelle Dolomiti lo abbiamo fatto tante volte, possiamo farlo anche qui.

Avanzo finché improvvisamente cade la notte. Lontano lun­go la sconfinata pianura si accendono le rade luci delle estancie. In fondo al ghiacciaio brilla una piccola luce solitaria. Quella luce siamo noi. Al chiarore di quella lampada i nostri tre compagni staranno dicendo a Fernanda che presto ritorneremo. Che presto le sue pene saranno finite.

Non presto. Domani.

Ci prepariamo per passare la notte, anzi per trascorrere quelle poche ore che ci separano dal prossimo sorgere del sole. I compagni si sono sistemati sul compressore, io qualche metro sopra di loro mi sono costruito una specie di gabbia con le staffe. Mi sembra di essere comodo, ma so per esperienza che fra qualche ora cominceranno i primi crampi, i primi brividi di freddo e allora i minuti diventeranno eterni e a nulla servirà muoversi, cercare di cambiare posizione. Solo l’inizio del nuovo giorno porrà fine a questa prova di resistenza.

Il Fungo del Cerro Torre
Centimetro dopo centimetro, saliamo lungo la difficile parete del Cerro Torre. Foto: dal libro Duemila metri della nostra vita, di Fernanda e Cesare Maestri.
Ancora lungo la difficile parete del Cerro Torre. Foto: dal libro Duemila metri della nostra vita, di Fernanda e Cesare Maestri.

Sento i compagni muoversi continuamente. La notte porta un gelido vento dall’Antartide e cominciamo a tremare. È un tremito convulso che scuote tutto il corpo dalla testa ai piedi, ma questa naturale difesa nulla può contro il gelo che rende insensibile ogni muscolo, ogni parte del corpo. Cerchiamo di rannicchiarci il più possibile per precludere al freddo di insinuarsi nel nostro corpo, ma il freddo entra invisibile da uno strappo della giacca imbottita, da un guanto scucito, tra le maglie del passamontagna, dagli occhi, dalla bocca, dal naso. Solo il pensiero che la vetta è a pochi metri da noi ci da la forza di superare queste lunghe ore.

Mi sembra impossibile, ancora pochi metri e tutto sarà finito.

Vorrei una giornata di sole, vorrei arrivare in vetta con il caldo, con un sole splendente. La discesa è lunga e pericolosa. Dopo la vittoria i nostri nervi, la nostra tensione nervosa avranno un cedimento. La morte potrebbe colpirci a pochi metri dalla base, come con Toni. Non voglio altri morti. Non riesco a liberarmi dal pensiero di quel giorno lontano. Non riesco a liberarmi dal pensiero della morte. Questa volta non voglio morire. Voglio rivedere Fernanda, Gian, la mia casa, voglio vivere, nuotare, correre sulla sabbia, arrampicare. Sì, voglio arrampicare sulle Dolomiti, nel sole, afferrarmi a quelle rocce calde e solide, voglio stagliarmi contro il ciclo, voglio sedermi su un piccolo terrazzino, con il vuoto attorno a me, i corvi che volano. E dentro di me il caldo, il sole.

Un martinetto solleva il compressore, che utilizziamo per fissare i chiodi a pressione e per avanzare verso la vetta. Foto: Dal libro Duemila metri della nostra vita, di Fernanda e Cesare Maestri.

Cerro Torre – 2 dicembre
All’orizzonte nasce il giorno, timidamente, poi prorompe in tutto il suo splendore e spazza via i fantasmi della paura, il gelo che abbiamo dentro, i crampi dolorosi. Ritorna la vita, la consapevolezza che fra poche ore avremo costruito qualche cosa. C’è in noi la speranza che questa impresa sportiva possa servire come certezza per tutti che vi sono uomini pronti a battersi, sul sentiero della non violenza, contro la meschinità e la slealtà che affliggono il consorzio umano.

Il rombo del nostro motore riempie la valle del Torre. È una sfida a tutti i tabù dell’alpinismo. Ad alcuni potrà sembrare una bestemmia: per me è un inno contro i pregiudizi e le idee preconcette, è l’inno dell’uomo disposto a farsi aiutare nella sua fatica da qualsiasi artificio o macchina, purché sia lui stesso a risolvere il problema, con coscienza e raziocinio, senza farsi condizionare o sottomettere da mezzi meccanici.

Ci stiamo avvicinando velocemente al ghiaccio della calotta terminale. Il «fungo» è in parte sotto di noi. Questo enorme strapiombo visto di lato perde il suo aspetto sinistro.

Sopra la nostra testa una piccola cornice di neve ci consiglia di attraversare in diagonale verso una lingua di ghiaccio, che ci permetterà di salire più agevolmente alla vetta. Pianto l’ultimo chiodo a pressione e attacco il ghiaccio assicurandomi con lunghissimi chiodi di nostra fabbricazione. Sono lunghi più di un metro e quando entrano completamente, a meno che non ceda tutta la zona, dovrebbero tenere.

Ma il tempo cambia. Si alza un forte vento di nord-est, che quaggiù corrisponde al nostro scirocco. La vetta comincia a scaricare grossi pezzi di ghiaccio e rivoli di acqua scorrono lungo la parete.

Faccio salire Ezio perché sia più vicino in modo da assicurarmi meglio. Si ferma sugli ultimi chiodi a pressione; mentre lui sale, comincia a nevicare. Sale anche Carlo e in un attimo si scatena, improvviso, il finimondo.

Cesare Maestri (a sinistra) e Mauro Leveghi, presidente del Trento Film Festival. Foto: www.montagna.tv.
Da sinistra: Cesare Maestri, Christine Kopp, Cesarino Fava davanti al negozio di Cesare Maestri a Madonna di Campiglio
Da sinistra, Gianni Villa, Bruno Detassis e Cesare Maestri. Madonna di Campiglio, 2003. Foto: Alberto Villa.

Ho dentro di me il terrore che tutto si ripeta come tanti anni fa. Allora la disgrazia ha avuto inizio così. Riprendo a salire. Ora il pendio si fa meno ripido, ma pianto ugualmente i miei lunghi chiodi. La corda finisce. Mi guardo attorno.

È la vetta. Urlo la mia gioia ai compagni che non vedo. Ma non so dire altro che:
«Ghe son! Ghe son!»

Lo ripeto urlando finché la gola mi brucia. Poi comincio a tirare come un forsennato nelle corde. Sentendo gli strapponi Ezio capirà di salire, anche nel caso non mi avesse sentito.

Ma mi hanno sentito. Anche loro urlano di gioia. E quando la corda che lega Ezio a me, si allenta, capisco che il compagno sta salendo. Sbuca dalla parete verticale in mezzo a un turbinio di vento, che con fragore assordante scaglia intorno neve e ghiaccio. Alza la testa, mi guarda, poi la riabbassa e parte come un toro inferocito. Carica con la potenza dei suoi venticinque anni, con l’orgoglio di quello che ha fatto e mi raggiunge. Ci abbracciamo. Ci stringiamo forte senza dire parole inutili. Quassù non servono.

Instancabile, Ezio assicura Carlo che sbuca a sua volta. Anche lui alza la testa, ci guarda con calma, con calma cerca gli appoggi migliori, vuole dimostrare al Torre che lo sta vincendo con la sua perseveranza e con la sua ostinata resistenza. Lo dimostra con altero sprezzo, e a questa montagna che sta facendo di tutto per impaurirci, sembra dire: «Non ci hai spaventato per cinquantaquattro giorni, vuoi farlo adesso? Illuso, noi abbiamo vinto».

Carlo è con noi. Ci abbracciamo e per un attimo diventiamo tutt’uno, non ci sono più sentimenti singoli ma solo la gioia comune di essere amici, di aver lottato insieme, di aver vinto insieme. E nel nostro abbraccio accomuniamo Claudio, Daniele, Cesarino, Pietro, Renato, Juan Pedro e Fausto. Senza di loro non saremmo sulla vetta di questa montagna. Anche a loro dobbiamo questa vittoria.

È il 2 dicembre 1970 e i nostri orologi segnano le quattordici e trenta”.

(Gli ultimi metri superati su ghiaccio con i “lunghi chiodi” suggerirebbero il raggiungimento della vetta e il superamento dell’intero Fungo. Ma in altre occasioni, lo stesso Maestri chiarì di non aver superato il Fungo, NdR).

Cesare Maestri con Reinhold Messner
Cesare Maestri e il figlio Gian
Trento Filmfestival 2007, Sede SOSAT: da sinistra, Chris Bonington, Cesarino Fava e Cesare Maestri
Consegna del premio Genziana a Cesare Maestri, socio onorario del Trento Film Festival. Foto: www.ufficiostampa.provincia.tn.it.
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