Storie di montagna – 4

Storie di montagna – 4 (4-4)
di Emilio Salgari
a cura di Felice Pozzo
(Storie di montagna, Tascabili, Centro Documentazione Alpina, ottobre 2001)

(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/storie-di-montagna-3/)

Parte terza – “Per terra e per mare”

La montagna in una rivista d’avventure
di Felice Pozzo

Salgari ha attinto le nozioni riversate nei suoi libri da migliaia di fonti.
Uno studente universitario mi ha chiesto recentemente se esiste un repertorio di quelle fonti. Naturalmente chiunque si accingesse a compilarlo sarebbe destinato a trascurare centinaia di voci e perciò ad affrontare un incessante aggiornamento: in tutta sincerità non invidierei il suo titanico tentativo. Ciascuno dei romanzi di Salgari contiene notizie prelevate da dozzine di libri e da altrettanti articoli giornalistici per tacere delle opere enciclopediche.

In un libro tutto sommato privo di troppi addentellati letterari come I drammi della schiavitù (1896), ad esempio, si scopre a prima vista la consultazione o la lettura di volumi di Carlo Bianchetti, Sir Samuel White Baker, Edgar Allan Poe, Jules Verne (due romanzi) e di almeno una ventina di articoli apparsi su “La Valigia” e sul “Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare (33)”.

Ogni studioso di Salgari che affronta una sua opera sa che le possibilità sono infinite e, oltre alle ipotesi plausibili (attenzione a non farsi prendere la mano!), non può far altro che citare quelle fonti che si possono ritenere indubitabili perché i testi o altri particolari significativi concordano alla perfezione.

Cristiano Daglio, per quanto riguarda Le figlie dei Faraoni, è risalito sino a fonti classiche quali Erodoto, Diodoro Siculo, Strabone e Plinio il Vecchio (34). Luciano Curreri, per Cartagine in fiamme, ha pubblicato una postfazione di circa 90 pagine di cui oltre 20 per le sole note, dove ognuno potrà verificare la complessità della questione (35).

Salgari, d’altronde, lavorava come da sempre hanno fatto e fanno gli scrittori degni di tal nome, anche di narrativa, e persino coloro che possono vantare conoscenze dirette dei luoghi che descrivono. Per lui, se mai, il discorso può sembrare un po’ estroso, perché è stato a lungo sottovalutato. Quale mastodontico lavoro di consultazione e documentazione ha svolto, invece!

Aveva, è vero, una fonte privilegiata che spesso facilita le ricerche, proprio in quanto si sa a priori dove cercare con buone possibilità di successo. Si tratta dei settimanali di viaggio e avventure che aveva letto in gioventù e la cui pubblicazione sarebbe durata a lungo, così da riservargli sempre nuovo materiale, sia storico e scientifico che fantastico o incline a quelle esagerazioni tanto care al pubblico.

Fra tutti primeggia il già ricordato “Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare” che, fondato in Francia nel 1877, era stato ben presto proposto in versione italiana dall’editore milanese Sonzogno. Da qui il desiderio di Salgari di dirigere egli stesso un settimanale analogo.

”Per Terra e per Mare” iniziò le pubblicazioni nel 1904 e cessò due anni dopo36. Come ogni direttore si occupò di tutto, sfornò numerosi pseudonimi, sia collaudati che nuovi, sia italiani che stranieri, e ne fece uso scrivendo racconti e articoli. Non è affatto azzardato presumere che siano suoi anche molti dei testi di argomento vario apparsi anonimi o con sigle reticenti.

Abbiamo scelto quattro di quei testi, il primo dei quali, Il misterioso Tibet, possiamo attribuirgli sulla scorta di riscontri decisivi: ed è con questa persuasione che lo presentiamo come primizia. Fu pubblicato sul n. 39 del 1904 con la sigla R.G., sconosciuto autore che inserisce una nota per precisare che “chi desiderasse avere maggiori ragguagli su questo misterioso paese, legga il bellissimo volume del nostro direttore intitolato I figli dell’aria, prezzo lire 2″. Il romanzo in questione era stato dato alle stampe poco prima dallo stesso Donath, editore della rivista.

Ebbene, era abitudine di Salgari promuovere sé stesso, dalle pagine eli “Per Terra e per Mare”, chiamando in causa, appunto, “il nostro direttore”. Se ne ha riscontro in due occasioni, riguardanti articoli che gli sono già stati attribuiti37.

In I Filibustieri del Golfo del Messico, pubblicato sui numeri 41 e 42 del 1905 con lo pseudonimo “Cap. G. Wattling”, si legge: “Morgan occupa nella storia dei filibustieri un posto grandissimo; ma su questo famoso corsaro che fece stupire il mondo colla presa della opulenta Panama, si è già diffusamente occupato il nostro direttore nel suo volume Jolanda la figlia del Corsaro Nero (38), quindi passeremo ad altri non meno celebri“.

Altrettanto dicasi per l’articolo La Costruzione delle Piramidi, pubblicato con le iniziali E.S. sul n. 3 del 1906, dove si richiama l’attenzione sul romanzo Le figlie dei Faraoni (1906):
La casa editrice Donath ha lanciato in questi giorni un nuovo romanzo del nostro direttore capitano Emilio Salgari e che, al pari di tutti gli altri usciti dalla fervida fantasia dello scrittore veronese, è destinato ad avere un grande successo, non solo in Italia, bensì anche negli altri stati, nelle cui diverse lingue sarà tradotto.

Nelle Figlie dei Faraoni – tale è il titolo del lavoro -quantunque si tratti un genere assolutamente nuovo, perché si stacca dai volumi finora scritti dal nostro direttore, i lettori troveranno anche delle avventure straordinariamente emozionanti, che si svolgono in gran parte sul maestoso Nilo e che finiscono con una grandiosa tragedia nel famoso palazzo reale dell’orgogliosa Menfi, il palazzo delle cento colonne d’oro, che formava l’ammirazione del mondo antico…”.

Ma non è tutto.
Abbiamo appurato come Salgari utilizzasse i propri racconti o altri scritti brevi nei romanzi allo scopo di risparmiare tempo e fatica durante il suo massacrante lavoro. Ebbene, è agevole verificare che sovente percorse il tragitto inverso, con lo stesso intento. Così si nota facilmente come Il misterioso Tibet non sia altro che una rivisitazione, con varianti di poco conto, di quanto scrisse in I figli dell’aria.

Trascrivo di seguito alcuni dei brani tratti da quel romanzo, successivamente radunati per formare l’articolo in questione:
Misterioso paese il Tibet, noto da moltissimi secoli eppur chiuso anche oggidì agli europei, di cui ben pochi, e sfidando ad ogni passo la morte, vi poterono penetrare per studiare la religione dei potentissimi Lama e dei Buddha viventi.

Questa immensa regione che occupa il centro dell’Asia, chiusa fra aspre montagne quasi prive di passaggi ed altipiani deserti dove gli uomini a malapena possono vivere, e che al nord confina colla Mongolia, al sud colla enorme catena dell’Himalaya, all’est colla China e coll’alta Birmania e all’ovest col Pamir e col Turkestan, è il più orribile paese che immaginare si possa.

Non è che una serie d’altipiani, per la maggior parte dell’anno coperti di neve e spazzati da venti che screpolano la pelle degli abitanti, e d’un’aridità spaventosa; di montagne che lanciano le loro vette ad altezze enormi e che alimentano coi loro ghiacciai i più giganteschi fiumi dell’India, della Birmania e del Siam; di burroni, di gole, di abissi, di creste, di punte, e di antichi vulcani.

Solamente nelle sue parti meridionali possiede vallate e altipiani che godono un po’ di fertilità ed un clima meno aspro, tanto da permettere la coltivazione di alcuni cereali e l’allevamento di montoni e di cammelli.
La settentrionale e la centrale sono invece un deserto e più arido del Sahara e dello Sciamo.

Eppur le acque non mancano, tutt’altro! Fiumi scorrono da tutte le parti, ma incassati fra gole selvagge e fra rupi scoscese e spaventose ed i laghi sono del pari abbondanti, laghi celebri, perché è intorno ad essi che s’innalzano i più famosi monasteri dei Lama, che ogni anno attirano a migliaia e migliaia i pellegrini provenienti dall’India, dalla China, dalla Mongolia, dalla Birmania e dal Siam, intraprendendo viaggi che spaventerebbero i più audaci esploratori europei.

Il Tibet è la culla del buddhismo, religione vecchia quanto quella di Brahama, di Sivah e di Visnù, che conta milioni e milioni di seguaci sparsi su tutta l’Asia e dove ancora si possono vedere dei buddha viventi, incarnazioni del dio che non è ancora morto.

È là, fra quelle misteriose montagne, che vivono il Gran Lama, l’immortale ed il Dalai Lama, il suo pontefice; è là che si conservano nei monasteri del Tengri-Nor, il lago sacro, le più antiche reliquie della religione; ed è là che si trovano ad ogni passo le vestigia del grande illuminato fuggito da Ceylan per ripararsi fra quegli altipiani inaccessibili a predicare ai popoli la novella religione (39) […].

Tutto il Tibet è terra venerata, perché tutto appare meraviglioso agli occhi dei pellegrini. Qualunque spaccatura, pei fanatici, è stata aperta dal dio; qualunque piramide deve essere d’origine divina; persine i sassi sono cose sante e si portano religiosamente via come reliquia d’una delle trecentosessanta montagne che si elevano in questa regione (40) […]

I tibetani, al pari di tutti i buddhisti dispersi nell’India, nell’Impero chinese, nella Mongolia e nel Turchestan, credono ciecamente alla trasmissione delle anime, ossia alla metempsicosi. […] Da questa strana credenza, sono derivati i cosiddetti buddha viventi, personaggi cospicui ma che sovente, per gelosie dei grandi Lama, scompariscono improvvisamente sotto la poderosa stretta d’un laccio di seta, sapientemente gettato intorno al loro sacro collo da un buddhista spregiudicato e molto bene pagato.

Il Tibet è la terra di questi Buddha che muoiono e risuscitano con una facilità assolutamente straordinaria.
Due pontefici, l’uno più potente dell’altro, si dividono il potere religioso eli quel misterioso paese, rinchiuso fra le più alte montagne ed i più giganteschi altipiani del mondo: il Gran Lama ed il Dalai Lama.

Il primo che s’intitola […] la Perla dei vincitori è il protettore del Tibet ed il custode della religione; il secondo non è che un pontefice in sott’ordine, ma gode la venerazione di tutti per i lumi della sua scienza.

Fra questi due ne esiste un altro, il reggente, che esercita i poteri civili e politici, coadiuvato da quattro ministri, personaggio pericolosissimo perché è quello che s’incarica eli far sparire l’uno e l’altro quando gli danno fastidio o che per i suoi scopi personali reputa necessario creare nuovi e più giovani pontefici. […] Sembra che un Buddha un po’ attempato non piaccia ai governanti forse pel timore che abbia acl abusare della sua posizione e dare dei seri grattacapi.

Quando uno muore o per morte naturale o violenta, i monaci si affrettano a cercarne uno che possa surrogarlo, impresa un po’ difficile perché il Buddha che ha cessato di vivere non ha l’abitudine, prima eli andarsene, eli dire in quale fanciullo trapasserà la sua anima.

Dopo qualche tempo però, in un modo o nell’altro, il fanciullo-miracolo viene scoperto e portato in trionfo a Lhassa od in qualche celebre monastero della regione dove riprende senz’altro possesso del posto che occupava prima.

A udire i monaci tibetani, nessuno dubita che egli sia veramente quello che era morto, poi risuscitato per virtù divina. Dicono che si manifesti subito per una intelligenza straordinaria, che riconosca di primo acchito gli oggetti e gl’indumenti che già aveva più cari e che conosca le persone che prima erano addette alla sua persona.
Che più? Si dice perfino che ricordi perfettamente certi aneddoti della sua vita anteriore!

Non vi è alcun dubbio che i monaci, per coprire bene l’inganno, vadano a cercare il fanciullo più svegliato onde possa degnamente rappresentare la sua parte e che poi istruiscano meravigliosamente onde possa, all’età di cinque anni, sostenere un esame pubblico per togliere gli ultimi dubbi sulla sua identità, esame che si fa con pompose cerimonie nel monastero di Terpaling o di Tascilumpo, alla presenza delle più alte autorità, delle truppe di Lhassa, e d’un ambasciatore straordinario dell’Imperatore della China.

Viene interrogato sopra certe circostanze della sua esistenza passata; deve riconoscere tutti gli oggetti che hanno appartenuto al Lama defunto, vale a dire a lui stesso, chiedere i libri, i vestiti, gli oggetti di cui si era servito (41)”.

È interessante, a questo punto, appurare la fonte da cui Salgari trasse le notizie riferite ai giovani Lama ed alla loro morte prematura, utilizzate fedelmente sia per il romanzo che per Il misterioso Tibet. Si tratta di un articolo a firma C. Amero apparso con il titolo I Buddha viventi (42) sul “Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare” n. 315 con data 11 settembre 1884. Quest’articolo risulta così ben saccheggiato da Salgari che non poche frasi sono pressoché identiche. Per non tediare troppo il lettore, trascrivo solo alcuni brani significativi:

Allorquando uno di questi buddha viventi giudica opportuno di chiudere gli occhi per riaprirli sotto forma nuova, il gran da fare dei buddhisti è di mettersi alla ricerca del fanciulletto in cui risiede l’anima, la volontà, la potenza trasmessa dall’ultimo pontefice. Questo non è certo un piccolo affare…

Quando il fanciullo del miracolo è trovato si recano a prenderlo con grande cerimonia. Il reggente si porta sul luogo ove egli è nato, accompagnato da numerosa scorta d’ufficiali, da deputazioni tibetane e mongole e da un distaccamento delle truppe chinesi di Lhassa; riconducono il pontefice fanciullo al suono delle trombe e di tutti gli strumenti di musica.

Esso risiede nel monastero di Terpaling fino al giorno della sua inaugurazione, che si fa in mezzo a un immenso concorso di preti, di militari a piedi e a cavallo, d’uomini che portano stendardi e di musici… Un ambasciatore inviato dall’imperatore della China assiste a questa cerimonia come pure il generale chinese di Lhassa colle sue truppe. […]

Il diplomatico inglese Turner che ha rappresentato una certa parte nel Tibet alla fine del secolo passato, ha veduto da vicino i misteri della corte pontificale di Lhassa; ve ne sono di terribili! (43) […]

Quando poi ha quattro o cinque anni, fanno subire al fanciullo un esame pubblico che deve togliere gli ultimi dubbi sulla sua identità, se pur ne rimangono ancora. L’interrogano sopra certe circostanze della sua vita anteriore; gli presentano diversi oggetti fra i quali deve riconoscere quelli che hanno appartenuto al Lama defunto – vale a dire a lui medesimo – nella sua precedente esistenza. Non s’inganna giammai, domanda perfino gli utensili, i libri, gli abiti di cui si è servito […]

Un quarto di secolo fa, le cerimonie funebri e le ascensioni al trono si seguivano senza interruzione al Tibet. La cosa non era punto naturale. Il reggente, posto al fianco elei giovane Dalai Lama per sollevarlo dalle cure del governo, oltrepassava evidentemente gli obblighi della sua carica, e con veleni od altri mezzi violenti, accelerava al sovrano il momento della sua trasmigrazione […]”.

Non è altrettanto agevole, invece, attribuire a Salgari gli altri tre articoli: Edelweiss, Il mal di montagna e La pianta delle nevi, apparsi senza firma rispettivamente sui numeri 14, 36 e 46 del 1905. Se per gli articoli “floreali” ogni tentativo al riguardo risulterebbe comunque inadeguato, poiché si tratta di nozioni rintracciabili in qualunque testo di botanica, trascritte senza dar modo di effettuare riscontri sullo stile, ad esempio, o in altri scritti salgariani, per quanto riguarda Il mal di montagna potrebbe recare soccorso – ma senza alcuna pretesa – un brano di argomento analogo tratto da Attraverso l’Atlantico in pallone (1896).

Non c’è, nell’articolo, un accenno agli aeronauti? Si legge:
Par dunque evidente la relazione fra il mal di montagna e la mancanza di ossigeno nel sangue. Però non è questa la causa unica, poiché non si comprenderebbe allora come certi ascensionisti sfuggano a questo malessere e come gli aeronauti non lo provino che dopo aver raggiunto una altezza molto maggiore“.

Di altezze e di voli sperimentali Salgari si occupa appunto nel bel romanzo citato, ed ecco in che modo:
– Più si sale, aumenta il freddo?
– Sì, e l’aria diventa talmente rarefatta eia uccidere gli imprudenti che osano salire troppo in alto.
– E per quali cause?
– Per la diminuzione della tensione dell’ossigeno, che a quelle altezze non penetra più nel sangue e per conseguenza nei tessuti in quantità sufficiente per mantenere le combustioni vitali nel loro stato di energia normale. All’altezza in cui ci troviamo (3700 metri, NdR), già il vostro polso deve avere ottanta battute al minuto, e dovete provare un principio di nausea.
– Infatti provo un certo malessere, signor Kelly.
– Se la salita continuerà, il vostro ventre comincerà a gonfiarsi, sentirete la faccia in congestione e proverete anche qualche vertigine. Più su vi è la morte; ma noi non toccheremo quella zona mortale.
– Lo spero, signor Kelly, se non per me, per voi. Ditemi: vi sono stati degli aeronauti che hanno osato spingersi fino a quella zona?
– Sì, e alcuni non sono più ridiscesi vivi […] (44)”.

Segue una non breve relazione sulle ascensioni aeronautiche ottocentesche, ricche di primati ma anche di tragedie.

L’argomento, ripreso in altri romanzi, destava indubbiamente l’interesse di Salgari. Al nostro scopo, tutto ciò non rappresenta che un piccolo indizio e perciò il dubbio rimane.

Chiude il libro il racconto Una terribile ascensione, apparso sul n. 22 del 1905. Ne è autore G. Battista Comello, collaboratore assiduo di Per Terra e per Mare, tant’è che nello stesso anno 1905 vi pubblicò altri quattro racconti: Il muto feroce (n. 36), Una caccia in barca finita male (n. 40), L’entomologo in escursione (n. 48) e Il diadema del Duca (n. 49).

Si può considerare in qualche modo allievo di Salgari, almeno a giudicare dai racconti citati; dimostra notevole esperienza in scienze naturali (45) e scrive con stile piacevole.

Sono sembrate ragioni sufficienti per riproporre questo suo estroso ed emozionante racconto di montagna che il direttore Emilio Salgari lesse ed approvò.

Il misterioso Tibet
di Emilio Salgari

La spedizione inglese, organizzata dal governo angloindiano per imporre al misterioso Tibet, quasi mai violato da secoli da alcun piede europeo, una specie di protettorato, ha richiamato in questi giorni più che mai l’attenzione dell’Europa e soprattutto ha messo in vivo orgasmo il colosso russo.

Lhassa, la città dei Buddha, la città misteriosa, méta di tutti i viaggiatori, la città inviolabile, ha veduto per la prima volta entrare le truppe anglo-indiane, guidate dall’intrepido generale Macdonald e dal colonnello Younghusband, senza che i suoi celebri templi cadessero e senza che la collera di Buddhha si scatenasse e sterminasse gli audaci invasori. Che cos’è innanzi tutto quel paese misterioso, si chiederanno, non senza ragione, i nostri lettori?… Ecco: è uno dei più vasti regni dell’Asia centrale confinante colla China, che da secoli esercita una certa influenza, anzi una specie di protettorato più nominale che effettivo però, e coll’India inglese, ma che nell’istesso tempo è anche il meno conosciuto, perché i tibetani, gelosissimi guardiani dei loro territorii, hanno sempre impedito ai viaggiatori europei d’inoltrarvisi. Infatti, fino ad oggi, non ostante i molti tentativi fatti, nessuno è mai riuscito a porre il piede in Lhassa, anzi nemmeno a vederla da lontano.

Le immense montagne che separano il Tibet dall’India, le più alte del mondo, essendo formate dalle catene dell’Imalaya ed i deserti che lo dividono dalla Mongolia, nonché gli immensi altipiani nevosi, hanno reso sempre difficilissime quelle esplorazioni, senza contare le ostilità degli abitanti.

Dire quale superficie abbia il Tibet sarebbe impossibile, ignorandosi le sue vere frontiere. Che abbia una vastità immensa, forse pari e fors’anche di più della penisola indostana, è probabile, ma non si crede che abbia una popolazione superiore ai nove od ai dieci milioni di abitanti.

Pochissime sono le sue città, e tutte meschine, all’infuori di Lhassa, la capitale, la sede del Buddha vivente o meglio del Gran Lama, personaggio considerato come divino, che riceve l’adorazione di una moltitudine di devoti, i quali per vederlo e portargli regali, intraprendono dei viaggi immensi attraverso ai più spaventosi deserti del mondo.

Il Tibet è infatti considerato come terra santa. È, si può dire, la Palestina degli asiatici. Tutto è sacro in quel paese, perché tutto appare meraviglioso ai pellegrini che dall’India e dalla lontana Mongolia ogni anno si recano a Lhassa ad adorare il Buddha vivente.

La spaccatura d’una rupe qualunque non può essere stata fatta pei tibetani che da qualche dio, non per opera della natura; una piramide qualunque d’argilla, eretta dalla mano dell’uomo, deve aver servito come punto d’appoggio a qualche famoso Lama., morto per spiccare la volata in ciclo; perfino i fossili delle rocce sono santi; che più, perfino le montagne. E sono trecento cinquanta quelle che si ergono sugli immensi altipiani tibetani, corteggio d’altrettanti dèi intorno alla divinità principale, il Ningiin-tangla, l’eterna piramide nevosa, dai cui fianchi sgorgano i fiumi più famosi che solcano l’India.

Quella immensa montagna è la Tisa dei tibetani ed il Kailas degli Indiani, dinanzi a cui tutti si prostrano sette volte ed alzano le mani sette volte verso il ciclo, perché sia per gli uni che per gli altri essa è la prima dimora del Mohadeo ossia del Gran Dio, il primo e più fiero di quell’Olimpo, alla cima del quale i popoli, ad ognuna delle loro tappe verso l’occidente, hanno veduto risplendere la luce abbagliante della loro divinità; quella montagna è il Meru degli antichi indiani, il pistillo del simbolico loto che rappresenta, secondo le leggende indiane, il mondo.

È su quei fianchi scoscesi che fu costruito il primo monastero buddhista, a cui ogni anno traggono milioni di pellegrini attraverso nevi, frane, dirupi, burroni spazzati da valanghe, ed è da quelle caverne, aperte nei suoi fianchi, che escono i quattro grossi fiumi: il Sastlegi, l’Indo, il Gange ed il Tsangbo, tutti possenti corsi d’acqua e sacri.

Tutto il Tibet settentrionale, che comprende la maggior parte, è un orribile deserto formato da altipiani situati a delle altezze pari alla vetta del Monte Bianco, dove non crescono che poche e rade erbe in primavera, che servono a malapena a sfamare le truppe di jachs ossia di certe specie di bufali assai villosi ed i cammelli selvaggi. Il vento spira sempre lassù così secco e così violento che strappa le carni a brani dal viso e dalle braccia! I tibetani stessi non si avventurano su quegli altipiani ed i pochi che abitano quelle orribili regioni non lasciano mai le profonde gole, dove anche sono tutt’altro che sicuri in causa delle valanghe, che precipitano dai ghiacciai di quelle enormi montagne che fanno corona a quegli spaventevoli deserti (46).

Eppure, anche lassù, dove la respirazione è resa penosa per l’estrema rarefazione dell’aria, si trovano dei monasteri di buddhisti. Come vi vivono i Lama, ossia i sacerdoti? È un mistero.

Il Tibet meridionale invece, è più piano, con valli dove il clima è abbastanza mite, dove cresce abbondante l’orzo, che forma il nutrimento principale di quel popolo, insieme al latte di cammello.

Numerose tribù vi vivono, attendate sotto capanne formate con feltri neri, che trasportano a capriccio, essendo d’indole nomade.

Non mancano mai di avere quelle tende un’asta adorna d’una coda di cavallo o di qualche pezzo di seta per tener lontani i cattivi spiriti.

I villaggi sono invece poco numerosi e per lo più raggruppati intorno alle poche città, quasi tutti male fabbricati e sporchi, con casucce in forma d’alveari, formate con pietre sovrapposte senza cemento ed alcuni fori per dare luce nell’interno.

Gli uomini si occupano dell’allevamento dei cammelli e degli jachs, della fabbricazione dei formaggi e di un certo pessimo liquore ottenuto colla fermentazione della farina d’orzo.

Lhassa, come abbiamo detto, è la capitale e quindi la più importante città del Tibet, dove risiede il Dalai Lama, che rappresenta sulla terra Buddhha che porta il nome di Perla dei sapienti, e di Perla dei vincitori, che è il protettore ed il custode della religione, il reggente che è incaricato del governo del paese.

Il Dalai Lama risiede in un magnifico monastero, che è sorretto da centinaia di colonne dorate, ma non è visibile pel vile popolo. Vive insieme ai suoi lamas, occupando tutto il suo tempo a mangiare, a bere the ed acquavite calda, in attesa che la morte lo colga per tornare subito a rivivere, perché quel personaggio straordinario è immortale.

Appena morto, la sua anima – dicono i lamas – passa in quella di un bambino, trasmettendovi i suoi lumi e la sua volontà.

Non si sa mai chi sia, perciò bisogna ricercarlo quel fanciullo prodigioso, quindi appena il gran pontefice muore, si mandano spedizioni in tutte le parti del Tibet a scovarlo. Quella non è una faccenda facile ma i lamas, che devono essere dei grandi furbi, vi riescono dopo un certo tempo.

Probabilmente lo hanno scelto prima e anche istruito per far credere ai fedeli che in questo risiede veramente l’anima del defunto Dalai Lama.

Appena trovato, lo si conduce con grandi onori nel grande monastero di Terpaling, dove deve rimanere fino al giorno dell’assunzione al pontificato.

È sempre un fanciullo prodigio, d’una intelligenza straordinaria, meravigliosamente istruito, perché appena assunto al potere chiede subito le vesti che portava prima di rinascere, narrando degli aneddoti verissimi della sua vita antecedente.

Quando ha quattro o cinque anni gli fanno subire un esame pubblico, per togliere ogni dubbio sulla sua identità e subire dei lunghi interrogatori sopra certe circostanze della sua vita passata; riconoscere di primo colpo tutti gli oggetti che gli erano appartenuti e conoscere i personaggi che lo hanno avvicinato. Come fa? Non lo si sa.

Il fatto è però che quel fanciullo prodigio non s’inganna mai e che non lascia nel popolo alcun dubbio, che sia il defunto pontefice rinato in altro corpo per opera di Buddha.

Disgraziatamente questi pontefici difficilmente campano molto. Il popolo fanatico crede che si divertano a morire per rinascere più purificati e più illuminati; sembra invece che quei poveri diavoli non se ne vadano all’altro mondo di loro spontanea volontà.

I maligni – e anche nel Tibet ve ne sono – dicono che il reggente preposto al governo, per iscopi politici, li faccia sopprimere prima che tocchino i vent’anni, con un buon laccio di seta ben stretto attorno al collo. E pare che non abbiano del tutto torto, perché alcuni anni or sono il residente del governo imperiale del Celeste Impero, che deve sorvegliare gli atti del reggente, essendo il Tibet sotto il protettorato chinese, preoccupato della morìa continua dei Dalai Lama, dovette intervenire personalmente e far capire a quel fior d’assassino che era tempo di finirla di far rinascere troppo sovente il Buddha vivente.

Malgrado la sua apparente ricchezza, il Tibet è un paese così povero, che non varrebbe la pena di tentarne la conquista. Ben poche sono le famiglie agiate; tutti gli altri non sono che miserabili pastori che vivono con un po’ d’orzo e che solamente nelle grandi occasioni si permettono il lusso di regalarsi un pezzo di carne che mangiano cruda. Sono poi d’una sporcizia ripugnante, le donne comprese.

I pochi ricchi che abitano nella capitale, indossano lunghe vesti di seta adorne di pelli e hanno molte mogli; il popolo non porta che vesti di pelle di montone.

Le donne invece indossano giubbettini a maniche corte, gonne alla tartara, portano i capelli sciolti sulle spalle, adorni di vezzi di perle e di pendagli d’argento.

Un particolare curioso è quello che i tibetani scrivono colla mano sinistra invece che colla destra.

La spedizione inglese guidata dal generale Macdonald, non ha dovuto sostenere gravi scontri durante la sua marcia attraverso quelle orride montagne. Solamente in certe gole, gli ouhla – ossia la casta guerresca – ha opposto qualche resistenza, ma le loro vecchie armi da fuoco a miccia hanno dovuto cedere subito ai fucili moderni.

La colonna inglese è entrata ora nella città inviolabile, senza trovare resistenza, ma pare che comincino ora per essa le maggiori difficoltà perché corre il pericolo di morire di fame, avendo gli abitanti nascosti tutti i viveri onde affamarla e costringerla ad una precipitosa ritirata.

L’Edelweiss
L’edelweiss è una delle più curiose piante alpine, che si trova sulle Alpi e sui Pirenei ad un’altezza di 2000 metri circa. In certi villaggi di queste montagne sostituisce nell’ornamento dell’abito di nozze il fior d’arancio lassù sconosciuto. L’edelweiss orna inoltre il cappello degli alpinisti, di quelli specialmente che non hanno mai fatto ascensioni.

In Germania vi sono fabbriche di edelweiss in cui il grazioso fiore vien fatto con un po’ di cotone. Strano che il poetico fiore dal nome che significa bianco nobile o prezioso, sia spoetizzato proprio dal paese dell’ideale Margherita!

In questi ultimi anni si è potuto riuscire a coltivare il bianco fiorellino anche nei giardini. Ecco in breve il metodo usato.

L’edelweiss (Guaphallium leontopodium) si semina nella seconda quindicina di giugno, a freddo s’intende, cioè fuori di terra, in terreno ben asciutto, composto per due terzi di terra di brughiera e per l’altro terzo di sabbia e terriccio. Al termine d’un mese il germoglio è abbastanza forte per poter essere ripiantato in vasetti a quattro o cinque centimetri di profondità. Queste pianticelle si fanno svernare sotto un’invetriata ma senza riscaldamento. La pianta perde le foglie da novembre a febbraio; ma non bisogna credere perciò che sia morta; verso la metà di febbraio, quando si trasportano i vasi sopra un letto tiepido, si ottiene una buona vegetazione; ma senza fiori, poiché la fioritura ha luogo soltanto il secondo anno. Si ha allora un certo numero di fiori da una pianta, collo stelo lungo circa 20 centimetri. Alla fine della fioritura si raccoglie il seme che viene impiegato per la nuova semina. Le piante così coltivate in vasi hanno il vantaggio di poter esser messe quando sono in fiore, tra le rocce, sia all’aria libera, che all’interno della terra. E l’effetto è bellissimo non solo; ma di lunga durata, dato che questo fiore si conserva pur molto tempo.

Se la terra impiegata per la coltura di questa pianta fosse troppo grassa, il fiore non s’ottiene così bianco, come se la terra fosse un po’ calcarea.

Le piante alpine diventano sempre più rare: non solo i semplici touristes, ma anche i botanici fanno loro una guerra accanita, tanto che alcune varietà sono perfino scomparse.

Perciò si fondò a Ginevra una società protettrice delle piante alpine. Essa ha istituito un giardino in cui si trovano e si conservano tutti i tipi di queste piante delle quali gli amatori possono fare acquisto. Esse vengono coltivate per l’esportazione, con questo vantaggio che si conservano sempre i germogli e si è sicuri che non se ne perdono le razze, ciò che non può assicurarsi delle piante colte in montagna al momento della fioritura, che è il momento meno favorevole per trapiantarle.

Biasimando gli amatori di piante alpine per le loro depredazioni, non possiamo però non scusarli, specialmente perché dal più al meno siam tutti colpevoli, tutti ammiriamo nei giardini botanici gli angoli rocciosi destinati alle piante di montagna.

Anche un amatore può riuscire ad avere nel suo, un piccolo giardino alpino, purché sappia bene usare qualche piccola roccia e qualche sasso irregolare e disporlo fra mezzo le pianticelle. Se avrà ancora gusto sarà questo uno degli angoli più deliziosi del suo giardino.

E questo risultato può ottenersi anche colle piante alpine del giardino di Ginevra.

Il mal di montagna
Il mal di montagna è ben noto alla maggior parte degli ascensionisti a grande altezza. Dalla maggior parte, almeno, poiché non tutti, per cause che vi spiegherò in seguito, lo provano. A 3500 metri s’incomincia a sentire quel malessere particolare, che s’accentua e cresce man mano che si sorpassa quest’altezza e si raggiungono 4200, 4500 e 4800 metri, come nell’ascensione del Monte Bianco. Giunto ad una di queste altezze, l’alpinista è preso da una grande stanchezza, dal bisogno di respirare più di frequente… gli manca l’aria. Fatto appena qualche passo è obbligato di arrestarsi per riprender fiato, spossato pel piccolo sforzo fatto. In alcune persone s’aggiunge la nausea e la tendenza alla sincope. Di questo male non vanno esenti neppure le guide, che pur sono avvezze a lunghe e faticose ascensioni; ma non è questo un male necessario, cioè non s’osserva in tutte le persone, v’è qualche alpinista che può raggiungere le più alte cime senza provarlo, in alcuni provoca solo un po’ di mancanza di appetito, oppure un po’ di difficoltà di respiro inerente alla elevazione a grande altezza; ma con minimo malessere.

Queste eccezioni del resto sono rare e la causa del mal di montagna esiste realmente. È questa l’anossemia, cioè la mancanza d’una sufficiente quantità d’ossigeno, assorbito dal sangue. È stato dimostrato che la rarefazione dell’aria non porta più all’organismo la dose d’ossigeno necessaria per la combustione respiratoria ed organica. L’emoglobina, secondo l’esame d’uno studioso, era ridotta alla fine d’un’ascensione, d’un terzo ed anche d’una metà e non si rilevava alla giusta proporzione che lentamente, dopo la discesa nella valle.

Par dunque evidente la relazione fra il mal di montagna e la mancanza di ossigeno nel sangue. Però non è questa la causa unica, poiché non si comprenderebbe allora come certi ascensionisti sfuggano a questo malessere e come gli areonauti non lo provino che dopo aver raggiunta una altezza molto maggiore. Vi dev’essere un’altra causa e lo si comprende dal fatto che vediamo colti dal mal di montagna certi principianti in fatto d’alpinismo, dopo un’ascensione fatta rapidamente: ma a piccole altezze. E questa causa è dunque la fatica, lo strapazzo, variabile secondo le persone, la loro resistenza, il loro passo e le condizioni nelle quali si fa l’ascensione.

Una compagnia Svizzera ebbe l’idea di formare un tunnel nel masso della lungfrau con ascensore e funicolare per condurre senza fatica i touristes alla sommità della Vergine delle Alpi (Jungfrau, NdR), cioè a 4167 metri d’altezza. Oltre alle difficoltà tecniche del progetto, strati geologici, frane, facilità di spaccatura nei tunnels, si è dovuto pensare pure alla salute dei viaggiatori.

Trasportato in meno d’un’ora al vertice della montagna, il viaggiatore non correrebbe rischio d’esser vittima di gravi accidenti, solo pel grande cambiamento d’altitudini? Donne, fanciulli, uomini d’ogni età e d’ogni condizione di salute potranno sopportar questa rapida ascensione e la conseguente rarefazione dell’aria?

Fu fatta quest’esperienza allo scopo di risolvere il problema. Uno scienziato mise in una campana di vetro due porcellini d’India, uno libero, l’altro in una specie di gabbia da scoiattolo messa in movimento da un motore elettrico. Quando la ruota gira, l’animale è forzato a correre e a salire senza posa: la rotazione è calcolata in modo che l’animale è obbligato ad elevare il proprio peso di circa 400 metri all’ora. La pressione vien lentamente diminuita per mezzo d’una tromba.

Finché la depressione non indica che 3000 metri gli animali si mantengono ugualmente calmi; ma da questo momento l’animale della ruota cade frequentemente, ha l’affanno, soffre manifestamente, l’altro si mantiene calmo. A 4600 metri il primo si lascia cadere sul dorso e non muove più le zampe, lo si direbbe morto, se non si notasse la sua respirazione faticosa.

L’animale libero invece è perfettamente tranquillo e non comincia a sentire disturbi che a partire dagli 8000 metri. Quando si lascia rientrar l’aria nell’apparecchio, i due animaletti riacquistano i sensi, ma il primo resta ammalato per parecchi giorni.

Da questo possiamo concludere che se il mal di montagna è un’asfissia per anossemia, la causa occasionale è la fatica muscolare dell’ascensione. Perciò i viaggiatori che si servono delle ferrovie o funicolari alpine nulla hanno a temere; l’ascensione, fatta senza fatica, non reca alcuna influenza nociva all’organismo.

La Pianta delle Nevi
Gli americani la chiamano Snow Plant of the Sierras, o pianta delle nevi della montagna: essa appartiene alla famiglia delle ericacee ed è detta in botanica Sarcodes sanguinea, a cagione del color rosso di sangue del suo fiore.

Non è una pianta parassita, come ha dimostrato il fisiologo americano Meehan, ma saprofita, cioè che piglia il suo nutrimento da sostanze organiche morte.

Da osservazioni fatte sul posto, dove la curiosa pianta vive, si sa che essa è annuale, e germina sopra le radicule delle conifere, ma che in seguito, assorbe il suo nutrimento dalla terra, entro cui profondamente s’interna.

In quanto al suo sviluppo fuori degli strati di neve, allor ch’è il tempo del suo fiorire, non è cosa eccezionale, poiché si sa che certe piante, in modo speciale la soldanella, fioriscono spesso sotto la neve, senza perforare affatto lo spesso strato che ricopre il terreno delle montagne, nelle parti elevate dove la specie di tali piante cresce.

E noi abbiamo nei nostri giardini, fra i rigori del dicembre e del gennaio nevosi, l’helleborus niger, la bella rosa di Natale, che sboccia imperterrita i suoi fiori; il galanthus nivalis, il bucaneve dal profumo soave, che leva vittorioso sopra il candido lenzuolo di gelo le sue leggiadre campanelle.

Ma quale diversità d’effetti tra i fiori di queste piante nostrane, confondentisi pel bianco colore con quello uniforme degli strati nivei, e il bel rosso fiammante dei fiori della Sarcode, che si leva lassù, tra le sue cime come una sanguinosa vittoria della Natura viva sopra la Natura morta, in un meraviglioso contrasto di rosso e di bianco!

Una terribile ascensione – Avventura nel Caucaso
di G. Battista Cornetto

L’impetuoso Terek scorreva ai miei piedi rumoreggiante, colle sue cascatelle, coi suoi mille gorghi. Camminava lesto su di un argine, dirigendomi verso un gruppo di capanne in mezzo alle quali si scorgeva una casa a due piani in mattoni.

La neve cadeva fitta, fitta; le alte vette delle montagne circostanti erano nascoste dalla neve e dal nevischio.

Il mio povero reticino di seta per la presa degli insetti giaceva sulla mia spalla, involto in un leggero strato di neve. Erano sei mesi ch’io ero in quella regione per studiarvi l’entomologia; pochi esseri mancavano ancora a completare la mia ricca collezione. Anche quella mattina, sfidando la stagione di già molto inoltrata, ero uscito per la solita caccia; ma tutto d’un tratto era stato sorpreso dalla bufera.

Kasbeck, il villaggio nel quale io aveva l’alloggio, è una piccola stazione postale composta da una casa in pietra e da una ventina di basse capanne di legno.

Alte montagne vi chiudono d’ogni parte la vista, veri colossi di granito, sembrano ad ogni istante staccarsi dal masso per schiacciarvi al vostro passaggio. Fra le alte cime ergesi maestosa quella del Monte Kasbeck, ornata qua e là dalle rovine di antichi castelli, di tempi e di monasteri; e là proprio sulla cima, circondati dai ghiacci e dalle nevi, sorgono i ruderi del castello della regina di Tamara; sotto nella valle, da una parte scorre impetuoso il Terek che porta le sue acque al Mar Caspio e dall’altra l’Aragwa che va ad ingrossare il Kür.

Tostoché giunsi a Kasbeck andai a bussare alla porta della casa in mattoni. Una fanciulla Osseta (47) mi venne subito ad aprire.

Entrai, scuotendomi la neve dagli abiti, in una spaziosa camera, che serviva da cucina e da stanza comune; sul focolare, posto in un angolo, ardeva un bel fuoco, attorno al quale stavano seduti parecchi uomini; un cosacco di linea, l’ufficiale di posta, un mendicante greco ed altri Osseti.

Al mio entrare s’alzarono in piedi, salutandomi rispettosi con un:
– Buongiorno! Benvenuto signor dottore.

Con questo solo nome mi conosceva quella gente ospitale.

Salii lesto alla mia camera, ove da sei mesi passava la vita studiando. Misi nella mia ricca collezione la misera caccia della giornata, mi cambiai i panni bagnati e scesi in cucina.

Mi sedetti fra il cosacco e l’ufficiale di posta, mi fu portata la pipa, che accesi subito, cullandomi nel soave profumo del finissimo tabacco turco.

– Com’è andata la caccia, signor dottore? – mi chiese il cosacco.
– Male, amico, per me la stagione della caccia è finita, presto vi lascerò per sempre.

Più d’una volta m’era stato chiesto, fra gli Osseti, s’io mangiassi gli insetti che cacciavo, essi non arrivavano a comprendere come un uomo potesse perdere il suo tempo a rincorrere mosche e farfalle.

Stavamo per porci alla mensa quando un suono di campanelli ci avvertì l’arrivo di una carrozza.

L’ufficiale di posta corse ad aprire la porta: da un forte carro, chiamato telega, tirato da tre vigorose cavalle russe, era sceso un giovane tutto coperto da una pelliccia d’astracano.

– Potete alloggiarmi con la telega e i cavalli? – chiese in russo all’ufficiale di posta.
– Sì, signore, entrate qui, troverete quanto v’aggrada.

Lo straniero entrò; con un movimento impaziente del capo gettò indietro il cappuccio e volse uno sguardo agli astanti; riconobbi quel volto e un involontario grido m’irruppe dalle labbra:
– Alessio Polewscki, tu qui?…

Mi guardò meravigliato, poi col volto atteggiato alla gioia, mi gettò le braccia al collo. L’avevo conosciuto in Italia, sul Sempione, ove gli servii di guida, avendo egli perduto i compagni.

Dopo che ci fummo scambiati i nomi, egli mi aveva chiesto ove andassi.

– A Parigi – risposi – per vedere una farfalla trovata nel Sud Africa.

Con un lampo negli occhi, mi stese ambo le mani e:
– Dottore – mi disse – noi siam fatti l’uno per l’altro, lei si trova in una gita e va a Parigi per vedere un insetto, io giro l’Europa per un documento, mentre potrei stare nel mio palazzo a Pietroburgo.

Da quel momento fummo amici, ma veri amici del cuore e di studio.

Egli cercava un documento antico lasciato da un frate, che insegnava il mezzo e le sicure doti per adoperare la polvere della Cetonia aurita contro l’idrofobia, con immediata guarigione; egli sapeva che questo documento doveva esistere chiuso nell’archivio del castello di una regina… null’altro aveva potuto scoprire da un indecifrabile papiro dell’anno…

Ritornato in Italia gli servii di guida per i principali monasteri ed ordini religiosi.

Eravamo a Roma, quando gli giunse da Pietroburgo un telegramma del padre col quale lo richiamava in patria per il documento in questione.

Alessio mi salutò commosso, promettendomi di darmi presto sue nuove. Ma dopo due giorni partiva pur io per le regioni del Caucaso, senza saper nulla del mio giovane amico e delle sue importanti ricerche.

– Dunque, Alessio, raccontami un po’ che cosa sei venuto a far qui? – gli chiesi, poiché fummo nella mia camera.
– A salire il Kasbeck – rispose con la sua calma abituale.
– A salire il Kasbeck con questa neve, con questa nebbia… sei pazzo?
– Dovresti di già conoscermi ch’io non ischerzo mai: io conto salire il Kasbeck.
– Non comprendo nulla – risposi sinceramente.
– Ne capirai qualche cosa, quando ti racconterò che cosa ho fatto a Pietroburgo dopoché ti lasciai. Appena arrivato, mio padre mi consegnò un biglietto che conteneva poche enigmatiche righe:
Colui che cerca la scienza lasciata da un morto in segreto, si guardi dai custodi che costui v’ha posto, che se ciò non fosse, sarebbe condannato dal destino a custodire quel segreto ch’egli bramava sapere, senza conoscerlo. Un ghellung (48)”.

– Me ne risi di questa minaccia, comprendendo subito che si parava ai miei studi sull’idrofobia, ciò nonostante, pensando che questo ghellung doveva saperla lunga, mi posi a cercarlo per quanto possibile per i villaggi calmucchi; ma ecco che un giorno, mentre dalle finestre del mio palazzo ammirava il paesaggio, sulla via scorgo un giovane calmucco fissare ostinatamente le finestre della mia casa. Un sospetto mi viene alla mente, scendo di precipizio le scale e sono sulla via.

Il calmucco, vedendomi, cercò di fuggire, ma gli fui sopra e presolo per le braccia lo cacciai nella mia abitazione.

Combattei un bel pezzo per farlo parlare, finalmente dopo averlo frugato e trovatagli una somma considerevole in denaro, mi disse che solo dandogli il quadruplo di quella somma avrebbe parlato, se no qualunque mio sforzo sarebbe stato inutile.

– Questa somma che vedi – mi disse – m’è stata regalata dal ghellung che ti scrisse la lettera, affinché spiassi le tue mosse e lo prevenissi in caso che tu andasti al Caucaso.

– Chi è il ghellung di cui parli?
– È un vecchio che abita da solo le rovine d’un monastero, ch’è sui fianchi del monte Kasbeck, nella gola del Danial.
– Non sai altro di questo vecchio?
– Altro!
– Ebbene – dissi dopo aver pensato un poco – tu avrai la somma richiesta; ma starai qui sinché io sarò di ritorno, nessuno ti farà del male, sarai libero d’andare ove t’aggrada; ma se segui uno solo dei miei passi ti consegno alla polizia.
– Ora eccomi qui, dottore, e là c’è il Kasbeck che m’attende, domani cercherò questo monastero e se lo trovo ti assicuro che il ghellung parlerà.
– Con chi vai?
– Solo col mio cane, se non trovo un coraggioso che m’accompagni.
– E se io ti accompagnassi?…

Il sole splendeva. Al suo sorgere noi eravamo già in marcia. L’ascensione che dovevamo fare era una delle più difficili che esistano; fatta poi in quella stagione poteva costarci la vita. Per due ore camminammo in cerca del sentiero che doveva condurci al monastero. Sino al mezzodì si poté camminare comodamente su poca neve in disgelo, ma poi il cammino si fece più duro.

Dopo che ci fummo riposati, l’ascesa ricominciò, ma non era già del bastone ferrato che ci servivamo; ma della picca. La neve cominciava a divenir più alta, tutto era scomparso alla nostra vista, non vedevamo che il bianco della nebbia e il nero della roccia, al basso si sentiva il rumoreggiare del Terek.

Ad un tratto un muraglione liscio, che sembrava inaccessibile, ci si parò dinnanzi, alto da non potersi scorgere la vetta. Ci legammo. Alessio passò primo, io secondo, il cane cercò invano di seguirci.

Per due ore non ci fermammo, il lavoro fu terribile, avevamo le mani sanguinanti dalle punte delle rocce e le vesti a brandelli; il barometro aneroide segnava 2000 metri: ben pochi per la fatica che avevamo fatta.

Dopo un’ora di uguale cammino si presentò ai nostri sguardi meravigliati un monastero antico, ancora in eccellenti condizioni. Non esitammo; sbarazzammo coi piedi la neve che sbarrava la rustica porta ed entrammo.

Da più di un secolo il monastero doveva essere disabitato. Le sale, le celle, i corridoi erano nudi; non un altare, non un quadro, non una panca…

Eravamo in una cella, ammirando l’orrido spettacolo che si godeva dalla sua finestra, quando un rumore ci scosse entrambi. Ci volgemmo: la porta che al nostro entrare era aperta era stata chiusa a catenaccio.

Un urlo uscì dalle labbra di Alessio: – Il ghellung! lo avevamo dimenticato!

Una voce debole rispose:
– Il ghellung sì, mi conosci? chi sei tu?
– Io sono quello che tu facesti spiare a Pietroburgo.
– Scorgo che i miseri servi di Fra Ulasse si vendono.
– Sì, la spia m’ha tutto confessato.
– T’avrà detto anche che tu non uscirai mai più da qui?
– No, questo non me l’ha detto.
– Ebbene tu morrai qui, di fame, come molti altri son morti nelle celle che hai vedute chiuse…
– Ma tu chi sei?
– T’accontento, straniero: io sono il custode del segreto di Fra Ulasse. Quando un secolo e mezzo fa morì, disse che a nessuno sarebbe appartenuto il suo segreto fuorché a quello che qui, in questo monastero, si lascerebbe mordere da un cane affetto d’idrofobia e che salisse la cima del Kasbeck, ove sui ruderi del castello della regina di Tamara, troverebbe il rimedio che potrebbe chiamar suo. Straniero accetti la condizione di Fra Ulasse?
– Lasciami pensare la notte.

Si udirono pochi passi fuori della porta sul corridoio, poi più nulla. Alessio rimaneva immobile col capo chino, pensando…

Lo chiamai, non mi rispose, lo pregai di dirmi che cosa pensava fare, non mi rispose, lo scossi non mi guardò nemmeno.

Così passò quella notte d’inferno: un freddo vento entrava per la finestra aperta: mi rincattucciai, dopo aver bevuto del cognac; la stanchezza ed il sonno mi vinsero, m’addormentai.

Poche parole pronunciate bruscamente mi svegliarono. La stanza era illuminata bruscamente dal sole; Alessio era nella medesima posizione che lo avevo veduto la sera.

– Straniero accetti la condizione di Fra Ulasse?
– Sì.

Retrocessi spaventato, urlando: – Alessio ti perdi?

Non mi rispose. Il ghellung di fuori diceva: – Tu uscirai dalla cella e subito un cane ti morderà. È inutile che tu mi cerchi, rimedi non ne conosco e poi, anche se tu mi cercassi non mi troveresti. Straniero, accetti?
– Sì.
– Ebbene vai.

S’intese un rumore di catenacci, seguito da un cupo rombo dovuto alla scomparsa del ghellung.

Alessio spalancò la porta, sentii un urlo di dolore, un piccolo cane della steppa aveva spiccato il salto e morso Alessio al braccio. Mi slanciai contro il cane, roteando la picca; lo colpii al capo e l’uccisi.

Alessio mi attendeva sorridendo; pareva contento… Cogli occhi sbarrati lo spinsi fuori correndo, gli additai lontana lontana la cima del Kasbeck ove si scorgevano appena i ruderi del castello di Tamara.

– Là c’è la tua vita, vieni!
– Vengo – mormorò calmo – là c’è la mia vita e la mia gloria.
– Ti fa male la ferita?
– No, cammina, va lesto.

Non potevo pensare che quel cane era idrofobo, non potevo pensare a ciò, guardando quel povero amico. Avrebbe egli resistito sino al castello di Tamara? Un brivido mi correva le carni; mi pareva sempre sentire Alessio slanciarsi contro di me, mordermi e graffiarmi ed io con la picca difendermi…

La strada era pericolosa quanto mai, ma Alessio era calmo, col piede fermo. Per cinque ore camminammo faticosamente senza mai parlare, appena appena dandoci qualche occhiata furtiva, come se uno avesse paura dell’altro.

Un sorso di cognac ci rimise in forze, camminando io avevo mangiato del biscotto e della carne secca, Alessio non ne aveva voluto sapere. Quando gli chiedevo come stesse, se gli occorresse nulla, rispondeva:
– Cammina, va più lesto.

Io camminavo tirandolo su spesse volte con la corda; il sole era già alto, ancora ci mancavano mille metri alla cima.

Si camminava su un terreno franato, che l’immenso picco, la punta del Kasbeck, riparava dalla neve, quindi si poteva camminare se non bene, almeno abbastanza sicuri. Arrivati che fummo ai piedi del picco, l’ascesa cominciò faticosa.

La picca ricominciò a lavorare, i colpi si susseguirono ai colpi, la scalata era terribile, eravamo a piombo sul Terek all’altezza di 3000 metri. Brividi di freddo mi passavano per le ossa, pure con un coraggio incredibile a me stesso, lavorava, lavorava. Da lunga pezza, non pensava più a nulla, ero come pazzo; ma quando l’agitazione si calmò un poco, un terribile pensiero mi attraversò la mente.

Se Alessio… Dio, sarebbe terribile!… mi volsi.
Alessio stava pochi metri più basso, aveva la corda legata alle reni. Lo guardai in viso: vivessi mill’anni ricorderò sempre quel volto! Una bava bianca gli inondava la bocca, egli rideva con gli occhi sbarrati!
– Dottore ti piglio – urlò.

Lasciò andare la picca e fece l’atto di arrampicarsi sino a me. Chiusi gli occhi, mi aggrappai a un crepaccio e aspettai la morte. Udii un rumor di sassi cadenti, un urlo terribile, la corda mi diede uno strappo.

Apersi gli occhi pian piano come se temessi d’incontrare uno spettro, guardai a basso. Alessio legato alla corda era sospeso sull’abisso, la sua vita era nelle mie mani.

Non so come ebbi la forza in quell’istante di pensare e d’agire; so che per tutta la vita potrò meravigliarmene. Adagio, adagio, aiutandomi persin coi denti, tirai il corpo d’Alessio ai miei piedi.

Guai se non fosse stato svenuto, per me sarebbe stata la morte. Lo posi ove ero appoggiato coi piedi e salii per quanto mi permise la lunghezza della corda.

Quante volte ripetei questa manovra?
Non lo so; so solo che, quando il sole tramontò io era in cima al Kasbeck a 4800 metri dal livello del mare, con un uomo svenuto e idrofobo, mentre io, colle mani a brandelli e debole di forze, dovevo ancora attraversare i ghiacciai per trovare i ruderi del castello della regina di Tamara, ove potevo trovare la vita per Alessio.

Il povero Russo giaceva ai miei piedi con una larga ferita sulla fronte che s’era fatta, cadendo; gliela fasciai bene, poi lo legai con la corda ad un masso, gli posi fra i denti la fiasca del cognac e gliela vuotai in bocca; lo copersi col mio mantello, mi alleggerii dello zaino, e dopo avervi preso una torcia, mi slanciai di corsa nella neve. Per un’ora non mi fermai, inciampavo, sprofondavo, saltavo su lesto e via ancora. Arrivai al castello di Tamara, febbricitante al pensiero di non trovare il rimedio di Fra Ulasse; sembravo uno spettro nell’aggirarmi per le alte sale del castello, illuminando attraverso le ampie finestre diroccate la bianca neve con la rossa luce della torcia.

Un grido di gioia m’irruppe dal petto quando in una nicchia scorsi, ben riparata dalla neve con sassi, una cassa di forte legno armata di lame di ferro; non senza fatica la levai dalla nicchia e con un colpo di picca l’apersi.

Vidi un libro di cartapecora e un vassoio d’argento. Apersi il libro avidamente, stava scritto in una pagina a caratteri turchi “nel pan di Dio una Cetonia dopo un dì di sonno l’idrofobia è vinta”.

Presi il libro e il vassoio d’argento, ove stavano le polveri delle Cetonie, e mi slanciai nel ghiacciaio ove, seguendo le mie stesse orme, in men d’un’ora fui da Alessio. Levai dal suo zaino un pane intero, lo ruppi, tolsi dal vassoio una delle Cetonie, la polverizzai colle dita, poi alzai gli occhi in volto al mio sventurato amico.

Non era più svenuto; ma mi guardava con un sorriso da pazzo.

– Prendi – gli dissi inorridito, facendomi scudo agli occhi con una mano – mangia.

Alessio allungò la mano, prese il pane e lo portò alla bocca, divorandolo subito.

Lavorai tutta la notte con lena affannosa per piantare la tenda da viaggio, vi stesi sotto Alessio, lo copersi coi miei panni e attesi il mattino. Il cibo sarebbe bastato; ma le forze?

Alessio, appena mangiato il pane aveva preso un quieto sonno; io, appena il sole si levò mangiai dei biscotti e bevetti del cognac, poi stesomi su di una roccia mi lasciai vincere dal sonno: quanto dormii? non lo so; so solo che quando mi svegliai il sole era appena tramontato.

Accesi la seconda e ultima torcia che avevo meco: alla mezzanotte Alessio si svegliò; con un salto mi ruppe la tenda.
– Dottore dove siamo? – chiese con la sua calma abituale.

Mi gettai nelle sue braccia e un pianto terribile m’uscì dalla strozza.

La sera dopo, il ghellung del monastero ci accolse, felice di aver finalmente trovato il padrone del segreto di Fra Ulasse e di aver con ciò terminata la sua missione.

Dopo due giorni arrivammo alla stazione di Kasbeck. Stavamo per passare il Terek, quando vidi in terra una picca rotta, alla cui guardia stava il cane di Alessio.

A quella vista tutta l’orribile avventura mi venne alla mente, portai la mano al cuore e caddi svenuto.

Fui ammalato un mese a Kasbeck. Quando Dio volle mi sentii abbastanza in forze per ritornare in Italia. Alessio, riconoscente, mi accompagnò.

Ora la Russia può vantare varie opere sull’idrofobia e suoi rimedi, di Alessio Polewscki (49), mentre io non ho altro ricordo di questa famosa ascensione che la picca rotta che dall’alto del Kasbeck cadde dalle mani di Alessio sulla sponda del Terek.

Non posso mai guardarla senza ch’io mi chieda: – Ma è proprio vero tutto quello che è successo là su? Sembra un brutto sogno.

Note
(33) Felice Pozzo, Il sorriso di Seghira, la zattera della Medusa e la sete di re Bango, in Emilio Salgari, I drammi della schiavitù, Torino, Viglongo, 1992, pp. XIX-XXXIII.

(34) Cristiano Daglio, L’Egitto di Salgari in Emilio Salgari, Le figlie dei Faraoni. Torino, Viglongo. 1991, pp.XXXIII-XLI.

(35) Luciano Curreri, Il Fuoco, i Libri, la Storia, in Emilio Salgari, Cartagine in fiamme. Roma, Quiritta, 2001. pp. 315-403.

(36) Cfr. Felice Pozzo, Per Terra e per Mare, in Id., Emilio Salgari e dintorni, Napoli, Liguori, 2001, pp. 55-68.

(37) Cfr. Felice Pozzo, Bibliografia delle opere di Emilio Salgari, ibidem, pp. 299-309.

(38) Pubblicato su Per Terra e per Mare in 22 puntate nel 1904 e in volume nel 1905.

(39) Emilio Salgari, I figli dell’aria, Genova. Donath. 1904, pp. 204-205.

(40) Ibidem, p. 217.

(41) Ibidem, pp. 286-287.

(42) Lo stesso titolo ha il capitolo XXXI de I figli dell’aria.

(43) Anche Salgari cita il “diplomatico inglese sir Turner”. Cfr. Emilio Salgari, I figli dell’aria, cit., p. 287.

(44) Emilio Salgari, Attraverso l’Atlantico in pallone, Torino, Camillo Speirani Editore, 1897 (seconda edizione), pp. 68-69.

(45) Il racconto L’entomologo in Escursione (sottotitolo: Caccia d’insetti), è illustrato da ben sei fotografie. Una nota editoriale afferma trattarsi di foto “di Aldo Van den Borre”.

(46) Chi desiderasse avere maggiori ragguagli su questo misterioso paese, legga il bellissimo volume del nostro direttore, intitolato I figli dell’aria, prezzo lire 2 (NdA).

(47) Osseti, popolo che vive nella Gola di Davial (NdA).

(48) Ghellung, prete calmucco (NdA).

(49) Il rimedio contro l’idrofobia qui enunciato si può classificarlo più o meno efficace, certo si è che in Russia adoprano le betonie aurate come rimedio per la rabbia (NdA).

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