La comunicazione digitale – 1

La comunicazione digitale – 1
(ha contribuito a modificare la percezione soggettiva dei rischi e della sicurezza in montagna)
di Sara Polverini
(Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale (DEASS); Bachelor in Leisure Management, relatore Alan Quaglieri, Manno 12 settembre 2025)

Abstract
La presente tesi si pone l’obiettivo di analizzare come la comunicazione digitale abbia contribuito a modificare la percezione soggettiva dei rischi e della sicurezza nell’ambito delle attività in montagna, con particolare attenzione all’influenza esercitata dai social media e dalle community online. Negli ultimi anni, infatti, la frequentazione della montagna ha registrato un notevole incremento, favorito dalla rapida evoluzione della comunicazione digitale e dei social media, che hanno rivoluzionato la modalità di accesso alle informazioni sulle attività outdoor. Comprendere questi fenomeni risulta, dunque, cruciale per la sicurezza dei frequentatori della montagna e per lo sviluppo di strategie di prevenzione efficaci, alla luce dell’aumento degli incidenti attribuiti a una falsa sicurezza veicolata dal web.

Questo lavoro di ricerca offre spunti utili sia per appassionati amatoriali sia per operatori professionisti del settore, evidenziando potenzialità e rischi inerenti alle nuove forme di comunicazione e proponendo buone pratiche per un utilizzo più consapevole degli strumenti digitali. I risultati indicano che la diffusione di contenuti sui social media può produrre sia una maggiore consapevolezza dei rischi sia una sottovalutazione degli stessi. In particolare, l’estetizzazione delle esperienze e la mancanza di informazioni tecniche possono generare comportamenti imprudenti. Emerge in maniera importante l’importanza della formazione e della responsabilizzazione degli utenti nella produzione e nel consumo di informazioni digitali riguardanti la montagna, al fine di incentivare una frequentazione della montagna matura e consapevole.

Ringraziamenti
Ringrazio i miei amici Yuri, Jonas e Paolo per l’aiuto che mi hanno dato con la matematica. Senza di loro, le questioni matematiche che ancora oggi non ho capito sarebbero sicuramente di più.

Ringrazio Dave Lins e Ula, per aver speso un po’ del loro tempo parlando in inglese con me per farmi esercitare prima del mio ultimo tentativo di passare l’esame.

Ringrazio Martina e Annalisa, compagne di classe, di lavori di gruppo e di pause pranzo. Il tempo con loro è volato e lavorare insieme, anche se non sono mai stata una fan dei lavori di gruppo, è stato facile e piacevole

Ringrazio Fulvio Mariani per avermi dato la possibilità di svolgere lo stage presso la Iceberg-Film, azienda nella quale sento di aver imparato davvero moltissimo.

Ringrazio il mio relatore, Alan Quaglieri, che è sempre stato disponibile e reattivo e mi ha aiutata a gestire il lavoro di tesi, e lo stress che ne derivava, al meglio.

Ringrazio Matteo Canova, Alberto Fantone e Alessandro Gogna, per avermi concesso le interviste che ai fini di questa tesi si sono rivelate davvero preziose.

Ringrazio i miei amici Mauro e Luca, per il continuo sostegno morale di questi ultimi 3 (ma in realtà diciamo pure 20) anni.

Ringrazio mia mamma e mia sorella Lisa, che mi hanno sempre supportata nella mia decisione di tornare agli studi e, da quando non ho più uno stipendio, hanno sempre pagato pranzi e cene al sushi.

In ultimo, ma non per importanza, ringrazio Samuele Poletti, il compagno che ogni persona dovrebbe avere al proprio fianco. Mi ha sostenuta nelle mie decisioni, mi ha aiutata a studiare, interrogandomi più e più volte prima di ogni esame e mi è stato vicino in ogni momento. Senza di lui, questo traguardo per me non sarebbe stato possibile.

1)
Introduzione
Attività montane come l’alpinismo e l’escursionismo, da sempre molto apprezzate, al giorno d’oggi sono diventate incredibilmente popolari. Soprattutto in seguito alle limitazioni imposte dalla pandemia di Covid-19 riguardo l’accesso alle strutture sportive, si è verificata una crescita significativa nel numero di persone che hanno cominciato ad avvicinarsi alla montagna.

Praticare attività fisica all’aria aperta è risaputo far bene alla salute. Inoltre, nel corso degli ultimi decenni, importanti progressi tecnologici hanno favorito una crescita delle informazioni disponibili online su itinerari, percorsi e vie in montagna. Grazie alle ottime fotocamere presenti sui telefoni cellulari e alla diffusione di community online, gruppi Facebook dedicati e social media, oggi viene pubblicata una grande quantità di fotografie e recensioni praticamente in tempo reale, rendendo molto più facile l’accesso alle informazioni sulle vie. Ciò presenta sicuramente molti vantaggi per escursionisti ed alpinisti del nostro tempo, ma anche alcuni svantaggi su cui vale la pena soffermarsi, e che questo lavoro di tesi intende esplorare.

La comunicazione digitale è sicuramente un ottimo mezzo per fornire informazioni sulle condizioni delle vie in montagna. Proprio perché immediata, essa rappresenta il modo migliore per sapere in tempo quasi reale se una via è percorribile o meno. Questo permette di risparmiare tempo e denaro, evitando di affrontare un viaggio o pagare un impianto di risalita per poi scoprire che le condizioni non sono adatte alla salita. Dall’altro lato, però, i social media e le community digitali sono spazi liberi, dove ognuno può esprimere la propria opinione e, nella maggior parte dei casi, le informazioni pubblicate non vengono verificate. Pertanto, è possibile imbattersi in informazioni errate o recensioni fuorvianti, che possono avere serie conseguenze. Questo può portare persone con meno esperienza, o che magari non leggono in modo critico le recensioni, affidandosi ciecamente a ciò che trovano online, a sottovalutare i rischi che questi itinerari presentano, e a trovarsi talvolta in situazioni potenzialmente pericolose.

Il fatto che oggi la montagna sia così frequentata e che sia così facile reperire informazioni fa sì che si produca un senso di falsa sicurezza, dettato dall’idea che, se molti si avventurano su un certo itinerario, allora questo deve essere necessariamente sicuro. Questo meccanismo comportamentale può portare a sottostimare la serietà e la preparazione necessarie per intraprendere una determinata ascensione, favorendo in tal modo il verificarsi di incidenti in montagna.

Alla luce di queste considerazioni preliminari, risulta fondamentale interrogarsi su come la comunicazione digitale stia effettivamente influenzando la percezione soggettiva dei rischi e della sicurezza tra coloro che praticano attività in montagna. Comprendere le dinamiche che stanno dietro a questo fenomeno sociale caratteristico di quest’epoca e finora sconosciuto è assolutamente essenziale. Infatti, tale conoscenza non soltanto risulta utile al fine di analizzare i comportamenti digitali degli appassionati, ma anche per individuare possibili soluzioni volte a promuovere sia un uso più critico dei social media, sia una cultura della prevenzione e della sicurezza in montagna più consapevole e responsabile.

Con questo lavoro di ricerca si intende, dunque, analizzare come la comunicazione digitale abbia contribuito a modificare la percezione soggettiva dei rischi e della sicurezza nelle attività di montagna, con particolare attenzione al ruolo svolto dai social media e dalle community online.

Per offrire una visione chiara e completa della problematica, la tesi si struttura in una prima parte teorica. In questa sezione, grazie all’analisi della letteratura, viene fornita una panoramica che va dalla storia dell’alpinismo fino ai concetti psicologici legati sia alla percezione del rischio sia all’utilizzo dei social media. Segue una sezione dedicata all’analisi dei dati raccolti tramite un questionario distribuito online. Successivamente, una sezione specifica è riservata alle testimonianze di esperti del settore, dove le riflessioni qualitative non serviranno unicamente a interpretare i principali dati quantitativi emersi dal questionario, ma anche a comprendere più a fondo l’integrazione tra la dimensione della montagna e il mondo digitale. L’integrazione dei dati numerici con le esperienze e le opinioni degli esperti consente infatti di cogliere aspetti e sfumature altrimenti difficilmente accessibili, conferendo maggiore profondità e significato all’indagine. Il lavoro si conclude con una sintesi dei principali risultati e alcune proposte operative per migliorare la sicurezza, la formazione e la comunicazione digitale in ambito montano.

1.1) Domanda e Obiettivi di Ricerca
La domanda di ricerca è la seguente: In che modo la comunicazione digitale ha contribuito a modificare la percezione soggettiva dei rischi e della sicurezza in montagna?

Questo è l’interrogativo fondamentale che sta alla base e da cui prende il via il presente lavoro di tesi. Nello specifico si intende comprendere se e come la comunicazione digitale, in particolare lo scambio di opinioni e informazioni su social media e community online, abbia modificato il modo in cui coloro che frequentano la montagna percepiscono i rischi e adottano pratiche di sicurezza. Cercare di dare risposta a questo interrogativo permette di raggiungere alcuni obiettivi mirati.

Gli obiettivi di ricerca invece sono i seguenti:
esplorare il ruolo dei social media e delle community digitali nella diffusione delle informazioni relative alle attività in montagna.
L’obiettivo è approfondire il fenomeno delle community digitali nella circolazione di dati riguardo itinerari, condizioni ambientali e strategie di sicurezza in montagna. Si vuole capire quanto e come queste informazioni, facilmente reperibili, incidano sulle scelte, sulle decisioni e sui comportamenti degli appassionati.
indagare se la facilità di accesso alle informazioni digitali porti a una sottovalutazione dei rischi o a una maggiore consapevolezza, distinguendo tra i diversi registri comunicativi presenti nelle community digitali dedicate alla montagna.
L’intento è valutare se la disponibilità così immediata, abbondante e facilmente accessibile di informazioni e recensioni digitali possa indurre una falsa sicurezza e quindi una sottovalutazione dei pericoli reali, oppure se favorisca un aumento della consapevolezza e una migliore prevenzione. Allo stesso tempo, si mira a distinguere tra chi utilizza i canali digitali per veicolare informazioni oggettive e chi predilige narrazioni emozionali, personali o spettacolari, analizzando l’impatto di questi diversi approcci comunicativi sulla percezione del rischio da parte di chi consulta le piattaforme. In particolare, si pone l’accento su come le situazioni di emergenza e le chiamate al soccorso alpino possano essere influenzate da informazioni errate o fuorvianti reperite online, esplorando se la percezione soggettiva alterata dal digitale contribuisca all’aumento di incidenti o situazioni critiche. L’analisi considera inoltre variabili quali età, esperienza, attività praticate e appartenenza a gruppi o club alpini.
Elaborare proposte e strategie per un uso più consapevole e responsabile degli strumenti digitali
Infine, uno degli scopi della conclusione è suggerire strategie volte a promuovere un uso dei social media e degli strumenti digitali più consapevole e responsabile tra chi frequenta la montagna, anche alla luce delle criticità emerse dall’analisi.

Questi obiettivi guidano la costruzione del percorso di ricerca e vengono trattati nei diversi capitoli della tesi, al fine di poter dare una risposta ben articolata e approfondita alla domanda di ricerca.

2) Panoramica sulle attività montane
Per comprendere meglio il rapporto tra le attività in montagna, i rischi e la sicurezza, è importante distinguere tra alpinismo ed escursionismo, ripercorrerne l’evoluzione, riflettere su come viene percepito il pericolo e considerare l’influenza che i social media hanno oggi sul modo in cui queste discipline vengono approcciate e praticate.

2.1) Escursionismo e Alpinismo: distinzione delle attività
Escursionismo
L’escursionismo, come inteso in questa tesi, è un’attività all’aperto che consiste nel percorrere sentieri e itinerari in ambienti prevalentemente montani, con l’obiettivo di trascorrere del tempo nella natura, godendo di splendidi panorami e svolgendo attività fisica. Può includere diversi livelli di difficoltà a seconda del terreno scelto, ma solitamente si segue un sentiero o un percorso ben segnalato. Proprio grazie alla presenza di sentieri tracciati e alla possibilità di poter scegliere tra tutta una serie di itinerari adatti alle proprie capacità, l’escursionismo risulta accessibile ad un pubblico molto ampio.

Alpinismo
L’alpinismo è una disciplina più complessa e impegnativa dell’escursionismo. Le salite alpinistiche si svolgono attraverso itinerari che possono includere diversi tipi di terreno, tra cui arrampicata su roccia, ghiaccio e neve. Sono necessarie competenze tecniche specifiche e un’elevata preparazione fisica e mentale, oltre all’uso di attrezzature specialistiche. L’obiettivo può essere sia il raggiungimento della vetta, sia il superamento di una sfida tecnica in ambiente montano. Inoltre, l’alpinismo comporta spesso la gestione di condizioni ambientali più severe e l’assunzione di maggiori responsabilità personali e di gruppo.

Le differenze principali tra escursionismo e alpinismo riguardano, dunque, le difficoltà tecniche che le due attività vanno ad affrontare e l’attrezzatura necessaria per praticarle. Anche gli obiettivi possono differire, anche se entrambe le attività hanno in comune di voler fare un’ascensione in montagna. In entrambe le attività ci sono dei rischi ai quali ci si può trovare davanti ed in entrambe un’adeguata preparazione è sicuramente consigliata.

2.2) Alpinismo: origini e sviluppo
L’alpinismo è un’attività sportiva diversa dalle altre: non ci sono cronometri, punteggi e altre modalità per stabilire chi vince e chi perde. Storicamente, le popolazioni montane hanno sempre affrontato le vette per necessità, ma l’alpinismo moderno nasce ufficialmente con la prima ascensione del Monte Bianco nel 1786, compiuta da Jacques Balmat e Michel Paccard su iniziativa dello scienziato Horace Bénédict de Saussure.

Nel XIX secolo l’alpinismo assunse un carattere prevalentemente sportivo, con l’ausilio delle guide alpine che accompagnavano facoltosi viaggiatori nella conquista delle principali vette delle Alpi. La fase successiva vide l’interesse spostarsi dalle vette ai versanti più impegnativi. Cresceva la competizione e si sviluppavano nuove tecniche, mentre si diffondeva l’arrampicata senza guide. Il britannico Albert Mummery riassumeva l’evoluzione dell’alpinismo con la frase: “Tutte le montagne attraversano tre fasi: una vetta inaccessibile, la più difficile scalata delle Alpi, una facile salita per signore” (Mummery, 1895).

Nei primi decenni del XX secolo l’uso del chiodo da roccia, del moschettone e della corda doppia consentì di affrontare difficoltà prima impensabili. Fu introdotta la scala di difficoltà Welzenbach (oggi UIAA) e il rampone a 12 punte favorì i progressi delle salite su ghiaccio. La Seconda Guerra Mondiale segnò la fine dell’alpinismo eroico classico. Nel dopoguerra, nuove tecnologie come la suola Vibram e il chiodo a pressione permisero un’ulteriore evoluzione. Si diffusero le scalate invernali e solitarie, tra cui la via aperta da Walter Bonatti sulla nord del Cervino nel 1965. Le grandi spedizioni extraeuropee conquistarono in pochi anni quasi tutti gli Ottomila.

Negli anni ’60 e ’70 emerse un nuovo approccio, proveniente dalla Yosemite Valley in California, con l’idea di scalare per il piacere del gesto e non solo per conquistare vette. Questo movimento, chiamato in Italia “Nuovo Mattino”, contrastava la visione eroica dell’alpinismo. Parallelamente, l’arrampicata su ghiaccio si sviluppava con la tecnica della “piolet traction”, aprendo nuovi possibili itinerari prima di allora impensabili. Dagli anni ’80 l’arrampicata sportiva si diffuse grazie alle falesie attrezzate e alla diffusione di palestre artificiali, diventando accessibile a un pubblico più vasto e rendendo possibile per tutti imparare ad arrampicare (Schöffl & Winkelmann, 1999). L’uso del chiodo a espansione facilitò la progressione e nacquero le competizioni. Le difficoltà superarono il grado 9A.

Nel nuovo millennio il boom tecnologico segnato dall’avvento di internet e dei social media ha trasformato profondamente l’alpinismo. Oggi, chiunque può condividere in tempo reale le proprie imprese e seguire le attività di altri alpinisti. Le imprese sono documentate e condivise in tempo reale, aumentando così il numero di praticanti e arrivando addirittura a causare il sovraffollamento su alcune vie.

3) Rischi, Sicurezza e Soccorso in montagna
3.1) Rischi e sicurezza in montagna
La montagna presenta una serie di pericoli legati al suo ambiente. Le attività alpinistiche, qui intese come tutte le attività praticabili in montagna (escursionismo, alpinismo, arrampicata e scialpinismo) possono comportare diversi tipi di rischi e pericoli.

Rischio e pericolo, è bene ribadirlo, sono concetti distinti: il pericolo è una proprietà intrinseca di un elemento, indipendente da fattori esterni, che ha in sé la capacità di arrecare danno. Ad esempio, un pendio ripido su cui sono stati depositati degli accumuli di neve ventata è pericoloso, in quanto le possibilità che possa generare una valanga sono alte. Il pericolo è dunque legato alle caratteristiche oggettive di una situazione, che è pericolosa indipendentemente da come un soggetto la percepisce (Savadori & Rumiati, 2009).

Il rischio, invece, è un concetto difficile da definire, tanto che sono innumerevoli le definizioni che se ne possono trovare. Tuttavia, nonostante siano tante e tutte diverse, esse condividono tre aspetti principali: la possibilità di perdere qualcosa o subire qualche danno, l’importanza di ciò che si perde o del danno che si subisce, e l’incertezza associata a quella perdita o a quel danno (Savadori & Rumiati, 2009). Nel contesto oggetto di questa tesi, per “rischio” possiamo intendere la probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un dato fattore o agente, oppure alla loro combinazione. In altre parole, il rischio è la probabilità che accada un evento capace di causare conseguenze negative in presenza di una sorgente di pericolo e della possibilità che essa si trasformi in un danno (CAI Firenze, 2019). Se prendiamo sempre lo stesso pendio valanghivo di cui sopra, decidendo di restarmene a casa elimino completamente la mia esposizione a questo rischio, mentre, scegliendo di salirlo o di scenderlo, aumento considerevolmente le possibilità che questo pericolo si trasformi in un rischio effettivo per la mia persona.

L’assunzione del rischio è parte integrante della nostra natura di esseri umani, e spesso non si possono ottenere risultati significativi senza esporsi ad un po’ di rischio. Infatti, tutti noi, anche chi si ritiene più prudente, ci prendiamo quotidianamente dei rischi. (Savadori & Rumiati, 2009). Ciò è ancora più vero in ambito alpinistico, nel quale tutti coloro che si avventurano nelle montagne per forza di cose si espongono a dei rischi. Ciò che cambia è, semmai, il grado di consapevolezza con cui ciò avviene, che sarà un tema cruciale di questa ricerca.

Innanzitutto, è bene specificare che i rischi, in montagna, possono essere di natura oggettiva e soggettiva, e possono dipendere da fattori ambientali, tecnici e umani. I pericoli oggettivi che troviamo in montagna sono prevalentemente legati, come detto precedentemente, al terreno scosceso tipico delle zone montuose. Essi comprendono, tra gli altri, fenomeni quali la caduta di sassi e di ghiaccio, le valanghe, i crepacci, il collasso di ponti di neve e cornici, così come il verificarsi di condizioni metereologiche avverse, con tutto quello che ne consegue (1). Tra tutti questi pericoli, il rischio più importante per il frequentatore della montagna è sicuramente quello della caduta. 6 decessi su 7 in montagna nelle Alpi sono infatti da imputare a cadute (Winkler et al., 2013).

I pericoli soggettivi, per contro, riguardano la condotta dell’alpinista stesso, e possono essere legati a fattori come l’impreparazione fisica o tecnica, l’imprudenza e la mancanza di capacità di valutazione delle proprie capacità così come dell’ambiente in cui si trova. Sebbene la percezione dei rischi sia un elemento personale che può variare da individuo a individuo, essere in grado di comprenderne la natura e valutarne l’effettiva pericolosità sono elementi essenziali per saperli affrontare nel modo più sicuro possibile. La pratica dell’alpinismo, infatti, da sempre non mira all’eliminazione dei fattori di pericolo, che, come detto, non è possibile, bensì alla loro gestione consapevole in modo da ridurne al minimo gli effetti nefasti per i suoi praticanti. Come osserva Masotto (2024), questa distinzione nella percezione del rischio influenza profondamente le scelte, i comportamenti e il livello di preparazione degli alpinisti. Nell’ambiente montano, infatti, il concetto di rischio può essere differenziato in due categorie: è possibile vederlo come una sfida emozionante oppure come un pericolo da evitare, e questa divisione ha sicuramente conseguenze significative sull’atteggiamento delle persone in montagna.

Proprio per questo, la capacità di percepire correttamente i pericoli e di valutarne il rischio diventa fondamentale per la sicurezza. Infatti, per poter evitare un pericolo, occorre innanzitutto riconoscerlo e valutarne il potenziale rischio conseguente. Solo a quel punto, e alla luce di questa valutazione iniziale, sarà possibile adottare comportamenti adeguati a cercare di minimizzarne le conseguenze nefaste (CAI Firenze, 2019).

Contrariamente alle prime salite alpinistiche di fine ‘700 e inizio ‘800, oggi siamo molto più consapevoli e informati riguardo ai rischi che la montagna comporta. Emblematica a tal proposito fu la prima ascesa del Monte Bianco ad opera di Balmat e Paccart, i quali procedettero slegati lungo tutto l’itinerario nonostante questo si sviluppi in gran parte attraverso un terreno glaciale fortemente crepacciato e dunque molto insidioso. Solo in seguito, a causa del verificarsi dei primi incidenti di caduta in crepaccio, spesso con esiti fatali, si capì che legarsi in cordata costituiva la maniera più sicura di procedere, e vennero messi a punto i primi sistemi di legatura.

Nel tempo, con l’ausilio delle nuove tecnologie ora disponibili, sono state elaborate regolari ed accurate previsioni metereologiche, che, per quanto non sempre esatte, influiscono in maniera importante nei processi decisionali, aiutandoci a capire se e quando vi possono essere le condizioni adeguate a intraprendere un determinato itinerario in sicurezza.

Oltre a ciò, abbiamo anche dei bollettini valanghe emessi lungo tutte le Alpi nella stagione invernale, che hanno contribuito significativamente a ridurre i rischi su terreni innevati. A questo ha contribuito poi la messa a punto di apparecchi appositamente pensati per trasmettere la nostra posizione nel caso di seppellimento in valanga, detti ARTVA, oggi obbligatori per chi pratica l’escursionismo invernale. Questi apparecchi sono soggetti a rigorosi controlli prima di poter essere commercializzati, e le tecniche di utilizzo ad essi legate vengono costantemente perfezionate, rendendone l’utilizzo sempre più affidabile in caso di emergenza. Ovviamente, queste tecnologie possono essere di aiuto all’alpinista solo qualora si sia imparato a usare questi dispositivi di sicurezza (DPI) correttamente. “Sicurezza,” infatti, non è solo sinonimo di conoscenza astratta dei pericoli o di utilizzo dei materiali corretti. Occorre innanzitutto affinare la propria consapevolezza attraverso la continua formazione personale.

Nota (1)
Tra i pericoli legati alle condizioni metereologiche troviamo, ad esempio, il maltempo, con bufere e raffiche di vento che possono contribuire ad abbassare bruscamente la temperatura, temporali e nevicate improvvise, e la scarsa visibilità dovuta a nebbia o nevicate. L’esposizione volontaria o meno a questi pericoli può costituire una fonte di rischio molto elevata per l’alpinista che ve se ne trova confrontato.

3.2) Interventi del soccorso alpino
Contattando diversi enti del soccorso alpino – svizzero (Canton Vallese escluso) e italiano – mi sono stati forniti numerosi dati relativi agli interventi compiuti negli anni precedenti. Per quanto riguarda i dati del soccorso alpino Francese invece, questi riguardano esclusivamente la base di Chamonix-Mont Blanc e si riferiscono unicamente agli interventi compiuti durante l’anno 2024. Le informazioni raccolte sono senza dubbio interessanti ai fini di questa tesi e i grafici esplicativi sono stati creati sulla base di tutti i dati a disposizione. Facendo un’analisi di questi dati, possiamo chiaramente notare che, a partire dall’inizio della crisi legata al Covid-19, il numero di interventi è in crescita. Come si può vedere nella figura 1, in Svizzera, secondo i dati del Soccorso Alpino Svizzero (SAS), gli interventi sono passati da 999 nel 2020 a 1.487 nel 2024, con un incremento netto del 49% in cinque anni. Anche in Italia, il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) ha registrato un aumento significativo: dalle 10.367 missioni nel 2022 si è passati alle 12.349 del 2023, con un leggero calo nel 2024 (12.063), dovuto probabilmente anche alla stagione estiva meteorologicamente sfavorevole, ma comunque ben sopra i valori pre-pandemia. I dati della base di Chamonix del soccorso alpino francese (SCSM) registrano 1.753 interventi nel solo 2024, unicamente nella loro zona, in linea con i numeri degli altri Paesi alpini.

Figura 1 – Numero di interventi di soccorso alpino 2020-2024

Fonte: elaborazione propria su dati del Soccorso Alpino Svizzero (2020 – 2024), Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (2022 – 2024), Societé Chamoniarde de Secours en Montagne (2024)

Facendo poi un’analisi delle cause più frequenti che nel corso dell’anno 2024, ma senza sostanziale differenza rispetto agli anni precedenti, hanno coinvolto l’intervento del soccorso alpino, come si evince nella figura 2, si riconferma quanto sostenuto precedentemente da Winkler, Brehm e Haltmeier. La causa più frequente in assoluto riguarda le cadute o scivolate (oltre il 40% degli interventi), seguite da incapacità tecnica o fisica (circa il 25%) e da una serie di cause minori come malori, dispersi e altre cause, che possono includere problemi tecnici o meccanici (malfunzionamento o rottura delle attrezzature), condizioni meteo avverse, errori nella pianificazione dell’itinerario e sopravvalutazione delle proprie capacità.

Figura 2 – Distribuzione Cause d’intervento 2024

Fonte: elaborazione propria su dati del SAS (2020 – 2024), CNSAS (2022 – 2024), SCSM (2024)

Guardando infine le attività maggiormente coinvolte durante gli interventi del soccorso alpino, nella figura 3 si può chiaramente vedere che l’escursionismo risulta essere l’attività più coinvolta in assoluto, con circa il 45% degli interventi. In quasi tutti gli anni, escluso il 2024, troviamo come seconda attività lo sci, seguito a ruota da altre attività, che possono comprendere il trail running, la mountain bike, le ciaspolate, la speleologia e molte altre.

Figura 3 – Distribuzione delle attività coinvolte nei soccorsi 2022-2024

Fonte: elaborazione propria su dati del SAS (2020 – 2024), CNSAS (2022 – 2024), SCSM (2024)

Questi dati ci fanno capire chiaramente che non sono unicamente le attività che richiedono capacità tecniche e specifiche a generare situazioni di pericolo, ma anche – e forse soprattutto – quelle che vengono considerate accessibili a tutti, come l’escursionismo. Il fatto che una semplice passeggiata in montagna o una facile escursione venga sempre più pubblicizzata come “alla portata di tutti” fa probabilmente sì che molte persone, non fisicamente preparate, si rechino in luoghi ammirati sui social media, spesso definiti imperdibili.

Figura 4 – Stato fisico delle persone soccorse 2022-2024

Fonte: Elaborazione propria su dati del SAS (2020 – 2024), CNSAS (2022 – 2024), SCSM (2024)

Il fatto che buona parte delle persone soccorse risulti illesa o solo lievemente ferita (Figura 4) rafforza l’ipotesi che molte persone sottovalutino i rischi che la montagna comporta, forse proprio perché oggi le attività in ambiente alpino sono diventate così popolari. Un’attività praticata da così tante persone rischia di apparire priva di rischi, e le informazioni – spesso raccolte da contenuti appositamente studiati per i social media – possono facilmente trarre in inganno.

3.3) Altre considerazioni
L’alpinismo, oggi, non è più un’attività di nicchia, ma coinvolge un numero crescente di appassionati, anche a livello amatoriale. Questo numero è aumentato nel corso degli ultimi decenni e ha registrato un boom di crescita, soprattutto durante e dopo la pandemia da Covid-19, tanto che, su alcune vie tra le più accessibili, capita ormai di trovare veri e propri ingorghi, dovuti all’elevato numero di praticanti. Considerare l’alpinismo allo stesso modo degli altri sport, è forse, la grande novità del nuovo millennio (Pandolfo, 2018). È proprio di questo ultimo fenomeno che questa tesi intende occuparsi, in quanto l’accessibilità delle informazioni, e la rapidità degli scambi ha avuto notevoli ripercussioni sulla maniera di andare in montagna, con importanti conseguenze, in particolare, sulla percezione del rischio a cui di volta in volta ci si espone.

4) Social Media, Psicologia e Rischi in Montagna
4.1) Psicologia dell’influenza dei Social Media
Negli ultimi decenni, il fenomeno dei social media ha acquisito una rilevanza sempre maggiore a livello globale, e le società in cui viviamo sono sempre più connesse, si stima infatti che il 67,9% della popolazione mondiale utilizzi internet e più del 60% utilizzi i Social Media (DataReportal, 2024). Queste piattaforme vengono utilizzate sia per pubblicare personalmente contenuti, sia per usufruirne, e i contenuti che ogni giorno vengono pubblicati sono più di 3 miliardi (The Best Marketing, 2024). Un’esposizione così ampia a tanti contenuti digitali rende fondamentale capire quali sono i meccanismi psicologici che possono influenzare il nostro modo di percepire ed interpretare le informazioni che ci vengono proposte da fonti più o meno attendibili. L’intelligenza percettiva (PI), ovvero la capacità di capire quando è opportuno seguire il comportamento del gruppo e quando invece affidarsi al proprio pensiero critico, gioca un ruolo molto importante (Boxer Wachler, 2022). Sui social media, questa abilità viene messa duramente alla prova, poiché le numerose interazioni digitali ci portano ad accettare e addirittura a fare nostre informazioni, tendenze, pensieri e comportamenti senza che questi passino attraverso il nostro pensiero critico. Maggiore è il numero di like, condivisioni e commenti su un contenuto, maggiore sarà la nostra tendenza a considerarlo credibile e rilevante, indipendentemente dalla sua effettiva validità, e questo ci porterà a considerare l’autore del post o del video come una fonte di informazioni attendibile (De Vries, 2019).

La presunta autorevolezza dei contenuti digitali è alla base di due potenti meccanismi chiave della psicologia della persuasione, teorizzati da Robert Cialdini (1984) : la prova sociale e il principio di autorità. La prova sociale spiega come tendiamo a considerare corretto un comportamento quando lo vediamo adottato da molte altre persone, soprattutto se le riteniamo simili a noi. Un esempio concreto è quello del ristorante: quando ci troviamo in una città straniera e dobbiamo scegliere tra due ristoranti, uno pieno e l’altro vuoto, siamo più propensi ad entrare in quello affollato, supponendo che vi si mangi meglio rispetto a quello vuoto. Applicato ai social media, questo meccanismo porta le persone a interpretare il numero di follower o di like come un indicatore della qualità e dell’attendibilità del contenuto pubblicato e dell’account che lo ha creato (De Vries, 2019). Il principio di autorità spiega invece come le persone tendano a fidarsi dei consigli e delle opinioni di figure ritenute autorevoli, spesso in modo automatico, senza mettere in dubbio o in discussione il loro parere. Questo accade soprattutto perché, fin da piccoli, siamo abituati a rispettare e seguire chi detiene una posizione di potere o conoscenza superiore alla nostra (genitori, insegnanti, medici, ecc.). Nel contesto dei social media, il principio di autorità si traduce nel fatto che gli utenti tendono ad attribuire maggiore credibilità alle figure percepite come esperte o autorevoli nel loro settore di riferimento ( tanti follower, testimonianze positive di gente che ha seguito i consigli,ecc).

Questi due meccanismi psicologici ci aiutano a comprendere perché i social media riescono a influenzarci in così tanti aspetti della nostra vita: dai più banali, come i consigli per gli acquisti e la scelta dei ristoranti, a quelli più profondi, come la nostra percezione della realtà e, nel contesto specifico di questa tesi, il nostro approccio e la nostra percezione del rischio e della sicurezza nelle attività in montagna. Questo favorisce anche fenomeni di imitazione da parte di persone che decidono di replicare le esperienze così ben presentate imbarcandosi in imprese per le quali non hanno né le conoscenze, né l’esperienza necessaria per essere compiute in sicurezza.

4.2) Effetto Social: Estetizzazione dell’esperienza e banalizzazione dei rischi
Sui Social Media, Instagram soprattutto, siamo soliti a fruire di contenuti che ci sembrano perfetti. Tutto ciò che viene mostrato è interessante, e qualsiasi esperienza che viene pubblicata ci sembra imperdibile. Ciò contribuisce a far sì che in noi possa svilupparsi un senso di urgenza: la paura di perdersi qualcosa. Identificata per la prima volta da Daniel Hermann nel 1996 nell’ambito di un Focus Group di Marketing, questo fenomeno venne nominato “Fear Of Missing Out” (FOMO) nel 1997 (Hermann, 2024). Questo fenomeno è andato man mano amplificandosi con il lancio di Facebook nel 2004, e ancora di più dal 2007 con l’arrivo del primo IPhone, che diede il via alla diffusione degli smartphone. Dal 2010 in poi si comincia a parlare di FOMO associata all’utilizzo dei Social Network, che nel 2013 viene inserita nel Oxford Dictionary (Gupta & Sharma, 2021) con la seguente definizione: “sensazione di preoccupazione che un evento interessante o eccitante stia accadendo altrove” (Oxford Dictionary). In pratica, ciò consiste nello sviluppo di un senso di urgenza che si concretizza nella voglia di andare immediatamente a ripetere l’esperienza narrata tramite le foto, i video e i racconti di chi l’ha vissuta. A differenza dei media tradizionali classici, dove le immagini e la narrazione erano controllati da professionisti del settore, oggi, con i social media, chiunque può diffondere immagini e storie (Conti & Heldt Cassel, 2020). Questo viene anche facilitato dalle nuove tecnologie disponibili sul mercato. Non soltanto oggi abbiamo a disposizione dei telefonini con delle ottime fotocamere ma sono anche facilmente reperibili le action cam con le quali è possibile scattare e filmare anche solo fissando la camera al casco. Questo ha ovviamente moltiplicato la quantità di immagini disponibili sul web. Tendiamo però a dimenticarci che Instagram, ad esempio, ha messo a disposizione di chiunque dei filtri fotografici che prima erano a portata solo dei professionisti (Poulsen, 2018), e che spesso, dunque, le immagini che possiamo ammirare su Instagram e che ci fanno desiderare di recarci in posti bellissimi sono esteticizzate artificialmente attraverso degli strumenti di editing fotografico (Ibrahim, 2015).

L’estetizzazione – o esteticizzazione – è un processo attraverso il quale la realtà viene alterata per assumere caratteristiche estetiche, ovvero diventa visivamente emozionalmente o stilisticamente attraente (Lipovetsky & Serroy, 2013). Questo processo ha assunto nuove forme nell’età dell’“iperconsumo” e del capitalismo creativo, in cui lo stile, la bellezza, il design e la spettacolarizzazione sono diventati elementi centrali non solo nell’arte, ma nella produzione, nella comunicazione e nella vita quotidiana (idem.).

Al giorno d’oggi i social media possono essere visti come un grande palcoscenico, sono sempre meno usati a scopo di tenere i contatti con amici e conoscenti e sempre di più a scopo d’intrattenimento (La Repubblica, 2024). In questo contesto l’estetizzazione si manifesta come una tendenza che tende a trasformare ogni piccola vicissitudine quotidiana, anche solo la foto del caffè alla mattina, in un’esperienza estetica, creata su misura per intrattenere il nostro pubblico, cercando di strappare qualche like o qualche commento in più. Questo processo può avvenire in maniera sia intenzionale sia inconsapevole, e questo sia dalla parte di chi pubblica il contenuto sia dalla parte di chi ne fruisce (Matteucci, 2017).

Le attività outdoor, già praticate in passato da moltissimi appassionati, hanno registrato un boom nella crescita dei praticanti negli ultimi anni, soprattutto in seguito alla pandemia da Covid-19 nel 2020. Questa popolarità senza precedenti ha fatto esplodere il numero di contenuti da pubblicare sui social media inerenti alle attività all’aria aperta: sia contenuti spontanei, che ognuno di noi crea con piacere e pubblica sul proprio canale, sia contenuti sponsorizzati dai brand di equipaggiamento sportivo.

Ovviamente, la tendenza all’estetizzazione ha raggiunto anche questo settore, dove le immagini condivise mostrano panorami mozzafiato, itinerari spettacolari e luoghi che, solo a guardarli in foto, fanno venire voglia di andarci. Come ho potuto più volte constatare personalmente nella mia esperienza di frequentatrice della montagna e dei social media, purtroppo questo tipo di contenuti è spesso soggetto a due tipi di approcci diametralmente opposti. Da una parte, alcuni post, soprattutto quelli che mettono in risalto la bellezza di un luogo, raramente menzionano la fatica, le difficoltà tecniche o gli eventuali pericoli a cui si può andare incontro per raggiungerlo. Questi post si contraddistinguono per foto perfette di panorami spettacolari, protagonisti dell’avventura felici e sorridenti, magari anche truccati e non sudati, senza dettagli tecnici indispensabili per farsi un’idea chiara e obiettiva dell’itinerario, come ad esempio il dislivello o il tipo di sentiero.

Questa rappresentazione filtrata dell’esperienza in montagna, editata ad arte per catturare l’attenzione non soltanto degli assidui frequentatori della montagna ma anche di chi desidera trascorrere più tempo all’aria aperta, rappresenta una banalizzazione del rischio piuttosto pericolosa. Infatti, tutti quelli che potremmo definire pericoli (stanchezza, passaggi esposti, condizioni ambientali, ecc.) non vengono minimamente menzionati, facendo così apparire accessibili itinerari che, in realtà, richiederebbero competenza ed esperienza.

Un caso emblematico risale all’inverno 2024/2025, quando un noto brand di equipaggiamento sportivo, particolarmente in voga tra neofiti e principianti, ha sponsorizzato il video di un influencer italiano. In questo video si vedeva l’influencer, con scarponcini e zaino del marchio da sponsorizzare, arrivare al rifugio Rosalba sulla Grigna Meridionale. Il video mostrava poi lo splendido panorama e invitava a recarvisi, affermando che le uniche cose necessarie per poter ammirare lo stesso panorama erano scarponi e zaino. Qualche settimana dopo la pubblicazione del video, lungo la tratta che va dal parcheggio al rifugio, si è verificato un grave incidente che ha coinvolto una ragazza giovane salita completamente impreparata, la quale si è trovata in difficoltà. Il video in questione è stato subito rimosso dalla piattaforma. Ovviamente, con questo esempio non si intende attribuire la colpa dell’incidente né al brand né all’influencer, ma solo sottolineare i pericoli che un contenuto estetizzato e appositamente studiato può comportare per chi non possiede la dovuta esperienza o preparazione.

Dall’altra parte troviamo le recensioni eccessivamente romanzate per quanto concerne le difficoltà affrontate, con l’intento specifico, più o meno consapevole, di rafforzare la propria immagine sui social. Anche le foto, in questi casi sono spesso scattate in punti precisi che evidenziano le difficoltà dela via o scattate con le nuove action cam a 360°, che distorcono l’immagine a tal punto che spesso anche un bel sentiero, se filmato con queste camere, può apparire un ripido e tortuoso filo di cresta. Questi contenuti si concentrano principalmente sulla narrazione di un’avventura epica, ingigantendo spesso in modo eccessivo le difficoltà tecniche superate, i dislivelli saliti e le distanze percorse.

Il risultato è una rappresentazione distorta e non sufficientemente rappresentativa dell’esperienza in montagna, che in entrambi i casi può portare spiacevoli inconvenienti. Nel primo caso, questa rappresentazione può contribuire a ridurre la percezione del rischio reale, portando persone desiderose di emulare la stessa esperienza ad affrontare attività e condizioni per cui non hanno né la preparazione fisica né quella tecnica. Il risultato dei secondi, invece, può essere quello di scoraggiare chi magari avrebbe tutte le capacità per intraprendere una salita, ma leggendo recensioni che la descrivono come un’impresa sovrumana finisce per perdersi d’animo.

Un episodio simile è capitato a me durante l’estate del 2024. Pronta a partire per una via alpinistica nella zona del Bernina, con lo zaino già pronto, sto caricando la macchina e apro Facebook. Sono membro di una community digitale chiamata “Ice Climbing… Cuori di Ghiaccio”, un gruppo Facebook molto utile e attivissimo, dove tantissime persone scrivono recensioni davvero ben fatte. Purtroppo, mi imbatto subito in una recensione della via che avrei voluto fare il giorno dopo. In quella recensione questa viene descritta come una via molto dura, con un passaggio chiave durissimo e molto fisico. Vengo immediatamente assalita dalla paura di non essere all’altezza, disfo lo zaino e a malincuore cambio i miei piani.

Ho poi scoperto in seguito, leggendo molte altre recensioni e parlando con conoscenti che quella via l’avevano effettivamente scalata, che il passaggio “duro e fisico” descritto dai ragazzi non solo è ben protetto, ma presenta addirittura una corda fissa dalla quale ci si può issare se non lo si riesce a superare in arrampicata libera. Dare retta, dunque, a una recensione romanzata mi ha portata a rinunciare a una via che avrei tanto voluto fare, rovinando l’esperienza non solo a me, ma anche al mio compagno.

Recensioni esagerate, tuttavia, nel peggiore dei casi portano alla rinuncia dell’itinerario previsto, come nel caso sopramenzionato. Il contrario può tuttavia mettere seriamente in pericolo chi, magari alle prime armi e senza esperienza, si avvicina al mondo della montagna senza sapere come affrontarlo in modo adeguato.

Si può comprendere chi pubblica sul proprio profilo personale contenuti relativi alle esperienze vissute in determinati luoghi, scegliendo di raccontarle con una narrazione soggettiva e personale. Diverso è invece il discorso che riguarda gli utenti che scrivono recensioni all’interno di community dedicate, nate proprio per offrire informazioni utili e affidabili a chi frequenta la montagna. Poiché le difficoltà possono essere percepite in maniera molto diversa da ogni singolo alpinista, chi desidera condividere la propria impresa dovrebbe evitare termini assoluti e, al contrario, chiarire fin da subito che quanto descritto riflette unicamente la propria esperienza personale. I social media e le community digitali, così come anche le webcam situate oggi in molti luoghi, rappresentano un’enorme risorsa, in quanto riescono a fornire un quadro praticamente in tempo reale delle condizioni variabili della via. Ad esempio, se c’è neve o meno, se la neve è portante o farinosa, se sulla via si è formato ghiaccio oppure no, ecc. Queste condizioni variano di anno in anno, e la via scelta potrebbe essere praticabile un anno e impraticabile l’anno successivo, ma in realtà anche solo la settimana successiva. Con la condivisione delle recensioni, oggi abbiamo l’incredibile fortuna di conoscere queste informazioni ancora prima di partire da casa, mentre fino a una quindicina di anni fa chi intendeva salire una via partiva spesso alla cieca, affrontando ore di avvicinamento per poi scoprire, all’attacco della via, che magari non vi erano le condizioni per scalarla. Oggi, grazie a foto e recensioni facilmente accessibili, è possibile affrontare un itinerario classico praticamente a colpo sicuro. Per questo motivo è importante che queste pagine continuino a svolgere il ruolo per cui sono nate, vale a dire quello di orientare i frequentatori della montagna diffondendo informazioni utili. Esse non dovrebbero però in alcun caso trasformarsi in vetrine personali o strumenti per mettersi in mostra.

5) Metodologia della Ricerca
La metodologia della ricerca utilizzata per questa tesi combina un approccio misto, unendo uno strumento di raccolta dati quantitativo con tecniche di raccolta dati qualitative. La combinazione di strumenti quantitativi e qualitativi ha permesso di esplorare il fenomeno che lega la comunicazione digitale alla percezione del rischio e della sicurezza in montagna da prospettive molto diverse tra loro, ma sicuramente complementari, offrendo una base di dati quantitativi raccolti in modo randomico nelle community digitali e sui social media, e una comprensione più profonda di queste dinamiche grazie alle voci degli esperti del settore.

Il processo di ricerca è partito con l’analisi della letteratura relativa ai diversi temi chiave che definiscono l’oggetto di analisi di questa tesi.

A questo proposito, il lavoro di revisione bibliografica si è sviluppato attraverso la ricerca e consultazione di pubblicazioni scientifiche, tra cui articoli e libri di testo, e altre fonti come siti internet, relativamente alle seguenti tematiche: storia dell’alpinismo, manuali dei Club Alpini, Rischi e Sicurezza in montagna, Psicologia e in ultimi sui Social Media. Non è stata trovata letteratura specifica riguardante alla comunicazione digitale e ai rischi e alla percezione del rischio e della sicurezza in montagna. Per quanto riguarda le pubblicazioni scientifiche, il lavoro di ricerca e selezione di fonti si è realizzato attraverso l’uso dei motori di ricerca Google Scholar, Sci-Hub e Zlibrary. Tramite i siti internet dei club alpini ho potuto scaricare dei documenti in pdf e in ultimo, ho consultato diversi libri già presenti nella mia libreria inerenti al mondo della montagna.

5.1) Questionario
Per analizzare le questioni relative all’uso dei social media e delle community digitali e la percezione dei rischi da parte dei fruitori della montagna, è stato elaborato un questionario da distribuire online con 16 domande, di cui 15 domande chiuse e una domanda aperta finale (il questionario completo utilizzato per la raccolta dei dati è consultabile in Allegato n. 1). La prima parte del questionario è stata dedicata alla raccolta di dati anagrafici e altre informazioni di base, al fine di poter contestualizzare la provenienza dei dati e le attività svolte dai partecipanti. Seguiva una parte dedicata ai comportamenti digitali e un’ultima sezione relativa alla percezione del rischio. L’ultima domanda, di tipo aperto, chiedeva ai partecipanti se volessero aggiungere qualcosa riguardo al proprio rapporto con la montagna, i social media e la sicurezza. Il questionario è stato distribuito sia in lingua italiana sia in lingua inglese.

Per la costruzione del questionario, l’estrazione dei dati e l’analisi dei dati incrociati è stato utilizzato il programma Qualtrics, messo a disposizione dalla SUPSI.

Per salvare i dati ed elaborare le tabelle e i grafici è stato usato Microsoft Excel.

Il questionario è stato distribuito unicamente tramite internet. Sono stati selezionati alcuni gruppi Facebook molto attivi, e molto seguiti in tutto l’arco alpino, inerenti alle attività montane e, dopo aver fatto richiesta ai rispettivi amministratori per poter pubblicare il sondaggio, questo è stato condiviso all’interno dei gruppi stessi. La scelta è ricaduta sui seguenti quattro gruppi Facebook, che si distinguono per attività diverse:

  • Escursioni e Capanne del Canton Ticino
  • IcE CliMbiNg… CuoRi di GhiAccio
  • Scialpinismo
  • IL MONDO DELLE GRIGNE Escursionismo-Alpinismo-Rifugi

È stata inoltre utilizzata la newsletter dell’Alpine Club britannico, di cui faccio parte, per diffondere la richiesta di partecipazione anche tra i membri del club.

Infine, ho pubblicato il link del questionario sulle mie storie di Instagram e sul mio profilo Facebook, chiedendo non soltanto ai miei amici di partecipare, ma anche di condividerlo con i propri conoscenti. A causa di questa modalità di diffusione, che può essere considerata “a catena” (snowball sampling), il campione di dati raccolti non può essere considerato statisticamente rappresentativo. Questa strategia ha tuttavia consentito di coinvolgere un numero di partecipanti molto ampio e variegato, aumentando così la quantità di dati disponibili per svolgere l’analisi. Inoltre, la scelta di diffondere il questionario in modo mirato, attraverso le community digitali e i social media, ha permesso di ottenere un campione che riflette in modo fedele il fenomeno comunicativo tipico dell’ambiente virtuale che è stato preso in esame.

Alcune delle risposte potrebbero essere state falsate da un bias della desiderabilità sociale.

Non è facile porre determinate domande senza che una delle possibili risposte possa sembrare socialmente indesiderabile, ma allo scopo della tesi questo tipo di dati era necessario. Questa indagine non ha la pretesa di essere rappresentativa dal punto di vista statistico, in quanto il campione, pur essendo ampio e variegato, potrebbe non risultare rappresentativo. Per ottenere un valore scientificamente rappresentativo, avrei dovuto poter disporre di una banca dati nella quale classificare il campione, con l’obiettivo di costruire una base statisticamente valida.

Il questionario è rimasto attivo per un mese esatto, tra il 6 maggio 2025 e il 6 giugno 2025.

I partecipanti totali a questa indagine sono stati 1.085. Questi dati sono stati in seguito puliti, poiché alcuni utenti hanno aperto il sondaggio senza poi fornire le risposte. Il numero di dati effettivi su cui si basa l’analisi è quindi di 948.

La speranza era di raggiungere un minimo di 200 risposte, per cui la grande partecipazione è stata sicuramente oltre le aspettative. Questo potrebbe far pensare che il tema in oggetto sia attualmente oggetto d’ interesse nel mondo degli alpinisti e degli escursionisti.

Purtroppo, si è verificato un problema tecnico nella creazione del questionario su Qualtrics, e la penultima domanda, che era stata impostata per comparire solo a seguito di una determinata risposta nella domanda precedente, non è stata visualizzata da nessun partecipante. La domanda in questione si prefiggeva di indagare sulle conseguenze affrontate da coloro che si erano trovati in difficoltà durante un itinerario montano, a causa di recensioni online poco accurate o fuorvianti. Anche la decisione di inserire una domanda aperta si è rivelata complicata da gestire, in quanto per analizzare le oltre 340 risposte ricevute è servito parecchio tempo.

5.2) Interviste
I dati di tipo quantitativo emersi dal questionario si sono rivelati molto utili per contestualizzare ulteriormente il tema di ricerca; tuttavia, questi dati sono troppo legati all’esperienza personale del singolo alpinista e permettono quindi unicamente un’esplorazione superficiale di questo fenomeno. Sono dunque state condotte delle interviste con dei professionisti del settore per meglio approfondire le problematiche. I professionisti che si sono messi a disposizione per rilasciare delle interviste sono:

  • Alessandro Gogna
  • Alberto Fantone
  • Matteo Canova

Durante queste interviste sono stati trattati temi come la comunicazione digitale e la responsabilità che pubblicare delle recensioni dovrebbe comportare. Si è parlato molto di soccorso alpino e di come questo opera, di sicurezza in montagna e di percezioni di sicurezza e di rischi che la montagna comporta. Sono inoltre state azzardate alcune ipotesi che potrebbero portare in futuro ad una maggior consapevolezza nei frequentatori dei luoghi montani.

Le interviste sono state svolte tramite Zoom e registrate con il dovuto consenso da parte delle persone intervistate. Per la trascrizione delle conversazioni è stato utilizzato il software Whisper Transcription il cui testo automaticamente generato ha richiesto un’attenta revisione manuale per correggere le molte imprecisioni prodotte dalla versione gratuita.

Dopo aver trascritto le interviste, sono riuscita a prendere nota di tutti i concetti chiave emersi da queste importanti discussioni.

Ho avuto il privilegio di poter intervistare Alessandro Gogna, alpinista, guida alpina (ormai in pensione) e storico dell’alpinismo italiano, ma, ancor più importante, scrittore e blogger di grande successo. L’intervista con lui è stata semi strutturata e gli spunti emersi da questa discussione sono stati senza dubbio di grande interesse per questo lavoro.

La seconda persona intervistata è stato Alberto Fantone, guida alpina, soccorritore e istruttore sia delle guide alpine sia dei soccorritori. Con lui abbiamo svolto un’intervista strutturata anche perché il giorno in cui questa si è tenuta lui era ammalato e dunque non volevo disturbarlo troppo con una discussione vera e propria. Questa scelta si è però dimostrata una scelta vincente in quanto mi ha permesso di porre tutte le domande che mi ero preparata e a rispondere a dei quesiti davvero importanti che avevo bisogno di chiarire.

In ultimo sono riuscita ad intervistare Matteo Canova, attualmente responsabile del corso delle guide alpine presso il polo interregionale italiano. Anche Matteo, come Alberto è sia guida alpina sia soccorritore ed è istruttore sia delle guide alpine che dei soccorritori. L’intervista è iniziata come semi strutturata, ma poi ho lasciato che la discussione evolvesse da sé, senza seguire rigorosamente le domande precedentemente preparate. Gli ambiti che sono stati toccati, in particolare il soccorso alpino, mi hanno permesso di arricchire la visione della problematica e ipotizzare ulteriori possibili soluzioni per poter migliorare la sicurezza in montagna.

6) Percezione del rischio e comunicazione digitale: comportamenti dei fruitori della montagna
6.1) Presentazione del campione
Il campione analizzato è composto da 948 partecipanti, rappresentativi di un’ampia varietà di fruitori della montagna. Il campione comprende persone di provenienza sia locale (Canton Ticino, Svizzera), sia dal resto d’Europa, in Italia in particolare, con una parte significativa proveniente anche dalla Gran Bretagna. La sicurezza in montagna è un tema rilevante nell’arco alpino così come in qualsiasi altra zona montuosa; per questo motivo, non ho ritenuto necessario differenziare i partecipanti in base alla provenienza geografica.

Per quanto riguarda la distribuzione per genere, il 68% è composto da uomini e il restante 32% da donne.

Come illustrato nella figura 5, l’età dei partecipanti è piuttosto ben distribuita sulle varie fasce d’età: il 15% ha tra i 20 e i 30 anni, il 47% tra i 30 e i 50, mentre il 38% ha più di 50 anni.

Figura 5 – Distribuzione per fasce d’età

Fonte: elaborazione propria su dati emersi tramite il questionario

Riguardo l’appartenenza a un club alpino, il 76% dei partecipanti dichiara di essere iscritto a un club, mentre il 24% non lo è. Le attività praticate – domanda a cui era possibile fornire più risposte per ogni partecipante – coprono tutte le attività outdoor menzionate nei capitoli precedenti e, come si può vedere nella figura 6, sono ben distribuite: il 75% pratica escursionismo, il 69% alpinismo, il 59% arrampicata, il 46% lo scialpinismo e infine il 36% l’arrampicata su cascate di ghiaccio.

Figura 6 – Attività praticate

Fonte: elaborazione propria su dati emersi tramite il questionario

Per quanto riguarda il livello di esperienza, come mostra la figura 7, la maggior parte dei partecipanti si colloca nei livelli intermedi: il 46% si definisce “di livello medio”, il 36% “avanzato”, il 15% “esperto” e solo il 3% si considera “principiante”.

Figura 7 – Livello di esperienza dichiarato

Fonte: elaborazione propria su dati emersi tramite il questionario

Alla domanda su come i partecipanti si sono approcciati alle varie attività montane, le risposte mostrano che il 49% di loro ha appreso da amici o compagni più esperti, il 39% ha frequentato il corso di un Club Alpino, mentre il 13% ha dichiarato di aver imparato completamente da sé.

6.2) Ricerca di informazioni e uso dei social media
Come illustrato nella figura 8, per la ricerca degli itinerari, le fonti più utilizzate risultano i libri e le guide cartacee (75%) e i consigli di amici e compagni (74%). Seguono community online come

Gulliver, Hikr, Camptocamp (52%), i gruppi Facebook dedicati (46%), i social media come Instagram o YouTube (26%) e infine le app dedicate (25%).

Figura 8 – Fonti di informazioni

Fonte: elaborazione propria su dati emersi tramite il questionario

Un’indicazione interessante emerge incrociando i dati relativi al livello di esperienza e la scelta delle fonti informative. Risulta che i principianti tendono a raccogliere informazioni un po’ ovunque, ma mostrano una preferenza per i consigli di amici e compagni; stessa cosa vale per i partecipanti di livello medio che si affidano anch’essi soprattutto agli amici e conoscenti, seguiti da guide cartacee e libri. I partecipanti di livello avanzato ed esperto, invece, prediligono le guide cartacee seguiti dai consigli di amici e compagni. Con l’aumentare dell’esperienza sembra dunque che i partecipanti tendano a fidarsi maggiormente di fonti da loro ritenute affidabili, come guide stampate ed esperienze di amici e compagni di cordata.

Per quanto riguarda i problemi con le recensioni, la maggior parte delle persone dichiara di non aver mai avuto difficoltà a causa di recensioni poco accurate o fuorvianti. Tuttavia, tra coloro che hanno riscontrato almeno in parte questo tipo di problemi, i più colpiti risultano essere praticanti di alpinismo, escursionismo e arrampicata. Gli scialpinisti, invece, sembrano essere i meno influenzati dall’accuratezza delle recensioni online.

Un altro incrocio rilevante riguarda la scelta dell’itinerario e i problemi con le recensioni: anche in questo caso, coloro che hanno avuto più problemi sono quelli che si affidano a guide cartacee e ai consigli di amici, confermando come il ricorso a fonti tradizionali non sia necessariamente garanzia di informazioni aggiornate o affidabili. Questo è confermato dai dati raccolti tramite la domanda inerente alle difficoltà incontrate da chi ha dovuto ricorrere al soccorso. Molte di queste difficoltà riguardavano le condizioni dell’itinerario, e le guide cartacee non forniscono informazioni in tal senso.

Per quanto riguarda la frequenza di condivisione delle proprie esperienze online, il 49% dei partecipanti dichiara di pubblicare racconti e recensioni “talvolta”, il 25% “spesso”, l’8% “sempre” e il 17% “mai”. I canali di condivisione più usati risultano essere i social media (56%), i consigli diretti ad amici e compagni (64%), i gruppi Facebook (34%), le community online (14%) e, in misura minore, le app dedicate (7%) e altre fonti (8%). Tra queste ultime, sono stati menzionati blog personali, siti web, gruppi ristretti di amici o familiari e, in alcuni casi, anche articoli e libri di montagna.

Relativamente all’approccio comunicativo utilizzato sui social media, il 50% dei partecipanti riporta solo informazioni oggettive e dettagli tecnici come il dislivello, i chilometri percorsi e la difficoltà tecnica dell’itinerario; il 37% aggiunge elementi narrativi per rendere il racconto più coinvolgente, mentre il 12% ammette di enfatizzare gli aspetti più emozionanti per attirare l’attenzione.

Spostando l’attenzione sulle attività praticate, emerge che gli escursionisti sono il gruppo più attivo nella pubblicazione delle proprie avventure sui social media, seguiti dagli alpinisti. Tuttavia, la maggior parte dichiara di pubblicare le proprie esperienze solo “talvolta”, e sarebbe quindi interessante capire per quale motivo alcune ascensioni vengono pubblicate e altre no.

Un ultimo dato raccolto riguarda il rapporto con le recensioni online. Il 16% dei partecipanti dichiara di aver avuto problemi a causa di recensioni poco accurate o fuorvianti, il 59% risponde di non averne mai avuti, mentre un 25% indica che ciò successo “in parte”.

6.3) Analisi della percezione del rischio
Parlando della valutazione sulla percezione personale del rischio in montagna, il 60% dei partecipanti si definisce “equilibrato”, il 33% dichiara di essere “molto prudente”, il 6% ammette di sottovalutare i rischi e l’1% afferma di non averci mai riflettuto davvero.

La percezione del rischio è risultata distribuita in modo simile tra le diverse fasce d’età, mentre l’incrocio tra percezione del rischio e livello di esperienza mostra che i principianti si collocano quasi esclusivamente tra i prudenti e gli equilibrati, con una grande maggioranza di persone molto prudenti. I livelli avanzato ed esperto sono invece maggiormente presenti nella categoria degli equilibrati, mentre i partecipanti di livello medio sono rappresentati in tutte le categorie di percezione del rischio.

Rispetto alla percezione del rischio, si apprezzano interessanti differenze di genere. Le differenze percentuali tra uomini e donne sono meno marcate nella categoria “Tendo ad essere molto prudente” e nella categoria “Mi considero equilibrato/a”, mentre nelle altre categorie le differenze sono più evidenti. Nessuna donna, ad esempio, ha dichiarato di non aver mai pensato a quanto sia effettivamente prudente durante le attività in montagna e poche sostengono di sottovalutare a volte i rischi.

Per quanto riguarda la formazione, la maggior parte dei partecipanti che ha seguito corsi o si è formata con persone esperte si considera equilibrata o molto prudente. Chi invece dichiara di sottovalutare i rischi occasionalmente è soprattutto chi ha iniziato le attività montane con amici o compagni più esperti. Questo suggerisce che una formazione strutturata, offerta da professionisti e/o club alpini, possa effettivamente incidere sulla consapevolezza dei rischi e che, se ben promossa e in grado di coinvolgere un numero maggiore di persone, potrebbe in futuro fare una differenza significativa sul numero di incidenti che si verificano in montagna.

Il dato emerso dall’incrocio tra percezione del rischio e fonti di informazione mostra che chi tende a sottovalutare i rischi si informa prevalentemente tramite guide cartacee o consigli di amici, seguiti dalle community online come Gulliver. La stessa tendenza si osserva tra coloro che dichiarano di non averci mai riflettuto seriamente. Tuttavia, questo risultato potrebbe essere in parte influenzato dal fatto che sia chi sottovaluta i rischi sia chi preferisce queste fonti informative appartengono soprattutto alle categorie di livello avanzato o esperto.

Un’ulteriore analisi incrociata tra livello di esperienza e problemi riscontrati con le recensioni mostra che, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, buona parte di coloro che hanno avuto problemi non appartiene al gruppo dei principianti, ma a quello di chi si considera di livello medio o avanzato. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che i principianti tendano a non cimentarsi in imprese particolarmente rischiose, mentre chi ha un livello più elevato ha probabilmente maggiore fiducia in sé stesso, correndo dunque maggiormente il rischio di esporsi a situazioni più complesse e a percorsi tecnicamente più difficili.

Alla domanda se sia mai capitato di dover chiamare i soccorsi in montagna, il 31% ha risposto affermativamente. Tra i motivi principali, il 70% indica un infortunio personale o del compagno, mentre gli altri hanno menzionato problemi con le condizioni dell’itinerario (11%), problemi legati al partner (10%), difficoltà meteo (6%), problemi con le tempistiche (6%), difficoltà tecniche impreviste (4%), attrezzatura danneggiata o persa (2%) ed eccessiva stanchezza (2%).

Tra le risposte “altro” (14%), sono emersi tre principali ambiti:

  • cause ambientali (valanghe e scariche di sassi),
  • problemi tecnici (principalmente corde incastrate, una sola persona ha segnalato un errore nella scelta dell’itinerario),
  • l’impossibilità di proseguire per mancanza di forma fisica (un solo caso).

Dall’incrocio tra percezione del rischio e chiamate ai soccorsi emerge una relazione piuttosto significativa. Sembra infatti che chi tende a sottovalutare i rischi o non vi ha mai riflettuto a fondo presenti una percentuale più alta di richieste di aiuto al soccorso alpino, rispettivamente il 44% e il 40%. Coloro che invece si considerano prudenti hanno una percentuale del 27,5%, mentre i partecipanti che si definiscono equilibrati sono al 30,7%. Questi dati suggeriscono che una bassa consapevolezza del rischio si associa a un maggior ricorso al soccorso, con conseguenze potenzialmente pericolose.

Sempre in relazione all’attività praticata, gli escursionisti sono anche la categoria che più spesso si definisce molto prudente, un dato che però contrasta con quelli forniti dal soccorso alpino, secondo cui sono proprio gli escursionisti a dover ricorrere più frequentemente al soccorso. Questa discrepanza tra percezione soggettiva e dati oggettivi meriterebbe un ulteriore approfondimento, poiché potrebbe offrire spunti rilevanti e suggerire possibili strategie per ridurre il numero di chiamate al soccorso da parte degli escursionisti.

Infine, concentrandosi sulle chiamate al soccorso alpino, si osserva che le attività con il maggior numero di chiamate risultano essere l’alpinismo e l’arrampicata. Tuttavia, questo dato non risulta coerente con i dati ufficiali del Soccorso Alpino e con il sondaggio realizzato da Matteo Masotto, il quale ha intervistato i volontari del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) su temi affini a quelli trattati in questa tesi. In entrambi i casi, infatti, l’attività responsabile del maggior numero di chiamate è l’escursionismo. Anche la fonte delle informazioni gioca un ruolo importante: coloro che hanno chiamato più frequentemente i soccorsi sono principalmente quelli che hanno reperito le informazioni sull’itinerario tramite guide cartacee e consigli di amici e compagni, seguiti da community online come Gulliver e gruppi Facebook dedicati. Questi dati, di grande rilevanza, saranno ulteriormente approfonditi nel capitolo successivo grazie alle testimonianze di professionisti del settore.

6.4) Considerazioni personali degli utenti
L’ultima domanda presente nel questionario era una domanda aperta facoltativa che chiedeva ai partecipanti se avessero qualcosa da raccontare riguardo al proprio rapporto con la montagna, la sicurezza e i social, e più di 300 persone hanno deciso di dare il loro contributo.

Alcuni sostengono che i social sono potenzialmente pericolosi per i principianti, in quanto le informazioni potrebbero essere incomplete, spettacolarizzate e/o fuorvianti. Potrebbero dunque dare una falsa impressione di accessibilità, portando il principiante a sottovalutare i rischi e le difficoltà. Una persona ha dichiarato: “Penso che i social siano pericolosi soprattutto per i principianti, una volta che si ha una concezione di quello che si sta facendo e si conoscono gli itinerari da guide cartacee (solitamente più oggettive) si tende a essere più preparati.” Un altro partecipante ha sottolineato: “Infondono troppa sicurezza e rendono itinerari da esperti come se fossero alla portata di tutti…”

Viene sottolineata la necessità di imparare a valutare criticamente le informazioni trovate online, senza fidarsi ciecamente di quanto riportato. In questo senso, diversi partecipanti hanno raccomandato di “avere sempre la capacità di valutare rischi e pericoli da soli” e che “le informazioni prese dai social sono sempre da prendere con le pinze”.

Come già visto nei capitoli precedenti, la percezione delle difficoltà e dei rischi è estremamente soggettiva e dipende da una serie di fattori, tra cui l’esperienza personale. Diversi hanno osservato come una relazione può essere letta e interpretata diversamente da persone con livello ed esperienza differenti e qualcuno afferma che “quello che è facile per alcuni può risultare molto difficile o rischioso per altri”. Viene ricordato quanto un approccio graduale alle attività in montagna sia fondamentale, poiché tentare itinerari difficili prima di aver maturato una determinata esperienza potrebbe essere fatale.

Diverse persone si soffermano sull’importanza della formazione e della preparazione tecnica, fisica e mentale. Alcuni consigliano direttamente: “Mai sottovalutare i possibili pericoli e mostrare sempre le attenzioni del caso; le distrazioni spesso sono fatali.” Viene suggerito ai principianti di frequentare dei corsi e, in generale, di non affidarsi unicamente alle informazioni reperite sui social media.

Molti ritengono, invece, che i social media siano un ottimo strumento sia d’ispirazione – poiché tra le migliaia di recensioni pubblicate quotidianamente è facile trovare nuovi itinerari di cui non si era a conoscenza – sia di informazione, visto che le condizioni in montagna cambiano velocemente. Un partecipante osserva: “I social sono utili perché danno informazioni attuali sulle condizioni o eventuali problemi soprattutto per chi abita lontano dalle località. Ma non devono essere presi per ‘oro colato’.” Tanti trovano utile poter avere recensioni fresche e recenti sulle quali basare le proprie scelte d’itinerario. Da questi ultimi viene sottolineato come sia importante che le condizioni riportate, almeno quelle ambientali e della via, siano precise e oggettive. Alcuni invece preferiscono, dopo aver trovato degli itinerari interessanti sui social media, consultare anche guide cartacee, amici e altre fonti oggettive come gli uffici guida, le webcam, ecc.

Troviamo poi diverse critiche inerenti all’aumento della frequentazione della montagna, soprattutto a seguito della pandemia di Covid-19. “I social media hanno reso la ricerca di informazioni più facile, di conseguenza anche persone meno esperte approcciano la montagna, a volte senza la preparazione necessaria.” L’accessibilità alle informazioni online ha portato moltissime persone inesperte ad avvicinarsi a questo mondo, spesso senza la necessaria preparazione. Tra queste critiche troviamo poi diverse lamentele riguardo alla trasformazione di alcuni luoghi in veri e propri set fotografici e cinematografici.

In generale viene criticata la spettacolarizzazione e l’estetizzazione delle esperienze montane sui social media, con la tendenza a condividere unicamente gli aspetti positivi, tralasciando difficoltà e rischi. Viene criticata la ricerca spasmodica di “like” e di visibilità a scapito dell’autenticità dell’esperienza. Qualcuno sintetizza: “Penso che ultimamente, con i numerosi post, reel, video sulla montagna, ci sia un approccio poco responsabile, anche su percorsi semplici.” Anche in questo caso, sarebbe interessante capire come mai, sebbene a nessuno sembra piacere, sia un fenomeno così diffuso.

Infine, troviamo consigli e raccomandazioni a usare la testa e a non sottovalutare la montagna né a sopravvalutare i propri limiti. Commenti come “È importante saper rinunciare e valutare con attenzione ogni situazione” e “La montagna non è moda, bisogna rispettarla e non sottovalutarla” invitano a un approccio prudente e consapevole. Si insiste sulla necessità di “non farsi prendere dall’entusiasmo, e sapere rinunciare,” così come sull’importanza della preparazione: “La montagna è un ambiente pericoloso. Per riuscire al meglio nella gita bisogna informarsi sulle condizioni e sulla gita tramite libri, social o amici, ma soprattutto bisogna saper valutare da soli i rischi e saper soprattutto fin dove vogliamo spingerci.” Queste raccomandazioni si accompagnano all’invito ad adottare un uso critico dei social media, a verificare le informazioni raccolte online e a pianificare con cura ogni uscita, perché “in montagna bisogna sempre essere onesti con se stessi e avere la capacità di capire il proprio livello in relazione all’itinerario da affrontare.”

7) Percezione del rischio e comunicazione digitale: parola agli esperti
Dopo aver analizzato i dati quantitativi raccolti tramite il questionario distribuito online, questo capitolo vuole approfondire i risultati ottenuti, integrando le riflessioni che sono emerse intervistando alcuni esperti del settore. Sono stati intervistati Alberto Fantone e Matteo Canova, guide alpine, soccorritori e istruttori sia delle guide alpine sia del Soccorso Alpino, e Alessandro Gogna, guida alpina in pensione, alpinista, scrittore e divulgatore. Le loro testimonianze sono preziose ai fini di questa tesi, poiché permettono di andare oltre le statistiche, arricchendo la lettura dei dati quantitativi con delle considerazioni qualitative, esperienze dirette, spunti critici ed esempi concreti, offrendo il punto di vista di professionisti del settore su come la comunicazione digitale stia trasformando la percezione del rischio e la sicurezza in montagna.

Uno dei primi dubbi emersi dall’analisi dei dati riguardava l’incongruenza tra i risultati emersi dal questionario e le statistiche ufficiali del soccorso alpino: dai dati raccolti sembrava che le attività più coinvolte nelle chiamate al soccorso fossero alpinismo e arrampicata, mentre secondo gli enti ufficiali del soccorso la maggior parte delle richieste riguarda l’escursionismo. Secondo Alberto Fantone, questa discordanza deriverebbe semplicemente dal fatto che gli escursionisti sono molti di più degli alpinisti, tanto che, come lui stesso riassume, “il rapporto tra alpinisti ed escursionisti è uno a cento o addirittura uno a duecento e quindi parliamo semplicemente della legge dei grandi numeri. Con tanta gente che frequenta la montagna, tanta gente ha possibilità di farsi male.” Anche se l’alpinismo comporta rischi maggiori, i numeri quindi fanno sì che l’escursionismo sia più spesso coinvolto nelle statistiche dei soccorsi. È probabile, inoltre, che il questionario sia stato compilato maggiormente da chi pratica alpinismo rispetto a chi pratica escursionismo, poiché la maggior parte delle community nelle quali è stato distribuito erano perlopiù alpinistiche e questo potrebbe aver influenzato i risultati raccolti spiegando così la differenza osservata.

Questa precisazione aiuta a comprendere quanto il fenomeno di fruizione della montagna sia cambiato nel corso degli ultimi anni, sia in termini di numeri sia di modalità di approccio e percezione del rischio.

Negli ultimi anni, la frequentazione della montagna ha registrato un aumento esponenziale nel numero di fruitori. Questo fenomeno è attribuibile a molti fattori: il desiderio di passare del tempo all’aria aperta, la ricerca del contatto con la natura, la curiosità suscitata dai social media e dai contenuti montani che vengono pubblicati e l’ampia disponibilità di informazioni online. Questa crescita, tuttavia, non è stata accompagnata da una maggiore consapevolezza dei rischi e dei pericoli. Sia Alberto Fantone sia Matteo Canova sottolineano infatti come oggi, grazie alle nuove tecnologie, sia piuttosto diffusa una percezione di falsa sicurezza, alimentata dalla convinzione che grazie ad una buona copertura di rete anche sulle montagne, in caso di necessità si possano contattare i soccorsi ovunque ci si trovi. In passato, si era soliti informare amici e familiari sui propri programmi e spostamenti, soprattutto se ci si recava in zone montuose. Oggi, invece, secondo Canova, questa abitudine si è persa e, in caso di mancato rientro, i soccorritori sono privi di riferimenti precisi sulla zona in cui cercare l’eventuale disperso. La facilità di comunicazione sembra quindi aver portato ad una riduzione della cultura della prevenzione e della pianificazione, e questo senso di falsa sicurezza dato dall’errata convinzione di poter sempre contare sulla tecnologia per consultare le informazioni, le mappe e gli aggiornamenti meteorologici, ha reso più frequenti le situazioni di emergenza, spesso risultato non soltanto delle condizioni ambientali ma di una carente preparazione individuale e organizzativa. Matteo Canova sintetizza efficacemente questo fenomeno: “È cambiato secondo me l’approccio, torno a dire dell’andare in montagna legato al mondo digitale, nel senso che la gente va, conscia che ormai il telefono prende quasi dappertutto e quindi ha una scusa dicendo ma se mi succede qualcosa, chiamo e tanto riesco ad allertare il soccorso. Una volta non era così.”

Sempre sul tema della falsa sicurezza, Alessandro Gogna sottolinea come il modo di vivere la montagna si sia trasformato non soltanto in termini di affluenza e di tecnica ma anche e soprattutto di filosofia stessa dell’alpinismo. Come osserva Gogna, “un tempo l’alpinismo era legato all’avventura e all’imprevisto”, mentre oggi il focus sembra essersi spostato verso una più rassicurante prevedibilità, favorita dall’abbondanza e dalla facilità di informazioni reperibili e dall’attrezzatura fissa spesso strategicamente posta in passaggi tecnicamente difficili o poco proteggibili. Questo però rischia di amplificare il senso di sicurezza illusoria, soprattutto per coloro che non hanno ancora maturato una certa esperienza su degli itinerari classici o da proteggere, e che dunque potrebbero non essere in grado di far fronte ai possibili imprevisti che la montagna può riservare.

Il modo di vivere la montagna, secondo tutti gli intervistati, è stato e continua a essere fortemente influenzato dai social media e dalle dinamiche di visibilità che questi generano. Come descrive Alberto Fantone, “C’è chi pubblica perché è contento e vuole mostrare il proprio entusiasmo, e fondamentalmente non crea grossi danni. Poi c’è chi invece crea davvero gravi problemi: pubblica per il curriculum e quindi tende a bypassare tutte le parti negative riguardanti la sicurezza. Quella è una persona un po’ pericolosa.” Sempre più persone vengono attratte da itinerari iconici che sui social diventano facilmente di moda, grazie alle immagini spettacolari e ai racconti postati nelle community digitali che a loro volta cercano di andare a fare il percorso più spettacolare, anche a scapito della valutazione critica degli eventuali pericoli. Questa tendenza genera due problemi piuttosto rilevanti. Il primo è che l’estetizzazione dell’esperienza montana porta ad una sottovalutazione dei rischi reali che l’itinerario comporta, con delle conseguenze davvero pericolose. In questo tipo di contenuti, infatti, molto spesso non si fa alcun cenno alle difficoltà che la salita comporta, non vengono menzionati dati oggettivi quali la lunghezza del percorso, le difficoltà tecniche e le condizioni della via, spesso soggette a continui cambiamenti. In assenza di queste informazioni risulta molto difficile valutare se un determinato itinerario è adatto o meno alla preparazione del singolo alpinista e diventa quindi molto facile imbarcarsi in imprese che sono ben oltre le proprie possibilità. Questo, nel migliore dei casi, comporta la rinuncia alla salita o una chiamata ai soccorsi; nei casi peggiori, tuttavia, può avere conseguenze fatali.

Il secondo problema è invece legato alla frequentazione massiccia delle vie più pubblicizzate. Questo fenomeno di iper-frequentazione può rivelarsi molto pericoloso in caso di determinate vie come, ad esempio, le creste del Cervino. Queste vie sono tecnicamente piuttosto facili e dunque accessibili a buona parte degli alpinisti. Tuttavia, vi sono una serie di altri fattori da considerare, come la caduta di sassi dovuta alle numerose cordate che scalano sopra, o il fatto che la salita e la discesa sono molto lunghe ed è dunque necessario mantenere la concentrazione per moltissimo tempo. Questi fattori spesso non vengono menzionati nei racconti delle uscite e questo fa sì che le relative recensioni non siano del tutto attendibili.

Proprio l’attendibilità delle recensioni reperibili online e le possibili conseguenze che informazioni incomplete o fuorvianti possono avere sulla sicurezza degli utenti meritano particolare attenzione. Le community digitali, siano esse portali specializzati o gruppi Facebook dedicati, rappresentano oggi una risorsa straordinaria, grazie alla rapidità e alla quantità di recensioni che vengono pubblicate. In un ambiente soggetto a rapidi cambiamenti, soprattutto quelli climatici, è molto importante poter contare su informazioni sempre aggiornate, senza doversi affidare esclusivamente alle guide cartacee che, seppur redatte da persone esperte e sottoposte a dei controlli prima della pubblicazione, sono spesso datate e quindi non sempre rappresentative delle condizioni attuali degli itinerari. Purtroppo, però, molti di questi portali non dispongono di alcun tipo di filtro o di moderazione. Tuttavia, come osserva Alessandro Gogna a proposito dell’affidabilità delle fonti, “su siti come Sass Baloss, qualunque relazione venga inserita è stata verificata dagli amministratori… ma su altri portali chiunque può scrivere e non c’è omogeneità: non puoi paragonare una via all’altra se gli autori sono diversi ”. Questo fa sì che chiunque, con qualsiasi livello di esperienza e per qualsiasi motivo, possa scrivere, e i risultati sono spesso delle recensioni incomplete, fuorvianti o volutamente romanzate. Gli esperti concordano nel ricordare che non tutte le recensioni hanno lo stesso peso: infatti se alcune vengono fatte con il desiderio di poter essere utili, fornendo informazioni oggettive e accurate, molte altre sono motivate dall’ego, dunque scritte al fine di mostrare il proprio presunto valore. Proprio queste ultime spesso minimizzano le difficoltà e i pericoli. In un contesto delicato e rischioso come la montagna, le informazioni pubblicate nei portali e nei gruppi dedicati dovrebbero essere il più oggettive e realiste possibili, lasciando i racconti entusiastici ai profili personali dei singoli utenti in quanto, nei portali più frequentati, questo genere di comunicazione può generare dei malintesi e indurre principianti e utenti meno esperti a sottovalutare i rischi che una determinata via comporta. Ogni utente dovrebbe sentirsi responsabile di quello che scrive e delle conseguenze che il proprio scritto può portare.

Matteo Canova tiene poi ad evidenziare che i social media hanno un impatto anche sull’approccio psicologico che le persone hanno verso le attività in montagna. Sottolinea infatti che capitano con frequenza sempre maggiore interventi di soccorso dovuti non a effettive emergenze come cadute e problemi medici, ma a problematiche organizzative, di valutazione delle difficoltà e di cambiamenti nel meteo. Alcuni esempi possono quelli di essere escursionisti che hanno sottostimato la lunghezza dell’itinerario e sono quindi troppo stanchi per continuare il cammino, oppure persone che si recano in montagna con le e-bike e, una volta scaricata la batteria, non riescono più a rientrare. Questi interventi sono un chiaro segno di come la pianificazione e la prevenzione vengano spesso sacrificate in favore del desiderio di vivere avventure da condividere sui social o di imitare le performance viste online ma senza avere la giusta consapevolezza dei propri limiti.

Gli esperti consultati sono concordi nel sostenere che la comunicazione digitale rappresenta una risorsa estremamente preziosa e ricca di potenzialità, ma che porta con sé numerosi problemi che non possono essere trascurati. Da una parte offre il grande vantaggio di poter accedere con grande facilità a informazioni aggiornate sulle condizioni degli itinerari. Dall’altra parte, rischia di generare situazioni pericolose, soprattutto per i neofiti – situazioni che senza quest’accessibilità non si verificherebbero. Infatti, l’approcciarsi da principianti ad attività potenzialmente pericolose come l’alpinismo e l’escursionismo senza ricorrere a una guida o a un corso è un fenomeno piuttosto recente. Si vede un contenuto online e si pensa di poterlo replicare semplicemente seguendo le informazioni e le istruzioni che si trovano in rete.

Fantone, Canova e Gogna concordano su un punto che emerge come il più importante: la necessità della formazione. I principianti dovrebbero apprendere le basi per praticare queste attività attraverso corsi organizzati da club alpini o dalle guide alpine, come era buona prassi fare in passato. Questi corsi rappresentano il modo migliore non soltanto per acquisire le competenze necessarie nelle attività, utilizzare correttamente l’attrezzatura e sviluppare un senso critico in montagna ma anche per ridurre drasticamente il numero di incidenti causati dall’inesperienza. L’attrezzatura di sicurezza, se non si è in grado di utilizzarla appropriatamente, infatti, non è solo inutile ma rafforza ulteriormente il falso senso di sicurezza, rivelandosi perfino controproducente. La formazione dovrebbe poi estendersi anche all’ambito della comunicazione online. Questo permetterebbe non solo di imparare a riconoscere le fonti affidabili e a valutare con spirito critico i racconti digitali, ma anche di imparare a scrivere e condividere con responsabilità le proprie imprese sui social media.

(continua)

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2 Comments

  1. says: Sergio Costagli

    Ho letto con particolare interesse l’approfondita analisi di Sara Polverini “La comunicazione digitale”, desidero segnalare all’autrice che è molto completo. Dopo oltre venti anni di soccorso alpino ( XV Delegazione -Stazione di Cuneo), ho ritenuto di raccogliere le testimonianze dei soccorritori degli interventi dal 1954 al 2001. E’ uscito il volume “I samaritani della montagna. Esperienze di soccorso alpino sulle alpi Sud-Occidentali 1954-2001”. La parte statistica (riferita alle Alpi Marittime) riprende i dati pubblicati da Sara Polverini. Grazie. Sergio Costagli (sergio.costagli54@gmail.com)

  2. says: Grazia Pitruzzella

    La definizione di “escursionismo” è molto limitata, non includendo i percorsi fuori pista e non segnalati, il terreno innevato e le criticità delle alte quote o di percorsi esposti.

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