Alpinismo e CCCP – 2

Alpinismo e CCCP – 1 (1-2)
(Storia e musica di montagna in Unione Sovietica)
di Sara Fagherazzi
(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/alpinismo-e-cccp-1/)

PARTE SECONDA
Dalla seconda guerra mondiale al crollo dell’URSS

Durante la Seconda guerra mondiale le imprese alpinistiche vedono una lunga pausa dovuta alla chiamata alle armi di tutti gli uomini. I soldati talvolta dovevano presidiare le zone di montagna, in quanto luoghi di conquiste e perdite di confini valorosamente difesi. La “battaglia del Caucaso”, com’è indicata la serie di scontri combattuti tra forze tedesche e armata rossa tra il luglio 1942 e ottobre 1943 sul fronte orientale tra Mar Nero, Catena del Caucaso, Mar Caspio e fiumi Don e Volga. All’inizio degli scontri i russi sembravano essere più deboli dei tedeschi. Tra i tanti fronti aperti nel 1942 uno era a cavallo del monte Elbrus. Nell’estate del 1942 Il generale tedesco Konrad inviò verso il massiccio dell’Elbrus i reparti alpini dei capitani Groth e Gämmerler che il 21 agosto riuscirono a piantare la bandiera del Terzo Reich sulla vetta più alta del Caucaso durante l’operazione Edelweiss. Verso la fine del 1942, in concomitanza con l’arrivo dell’inverno, la situazione iniziò a ribaltarsi a favore dei russi. Sebbene fino alla primavera del 1943 le truppe naziste insieme a quelle fasciste erano ancora in Caucaso a contrastare i russi e il maltempo, le forze rosse si stavano riprendendo i fronti contrariamente a quanto dichiarato dai governi tedesco e italiano. In Archivio Storico Luce una ripresa del fronte occidentale mostra “rottami e cadaveri di bolscevichi dappertutto” ma proprio qualche mese dopo gli alpini russi avanzarono e si ripresero la loro vetta, sostituendo la bandiera tedesca con la bandiera rossa sovietica.

Monte Ušba 4710 m

La seconda guerra mondiale combattuta sulle montagne al freddo e in luoghi angusti doveva essere addolcita dagli soldati in qualche modo. La canzone fu senza dubbio uno strumento di unione, sollievo e talvolta liberazione per i combattenti alpini. Vysockij scrisse nel 1966 la ballata dei bersaglieri alpini, poesia di guerra e di montagna. La guerra è dura e ancora di più montagna ma talvolta risparmia l’uomo e lo lascia tornare a casa. Tornano gli alpinisti e tornano anche i bersaglieri alpini, soldati che difendono la patria sui valichi di montagna.

Il tramonto brillava come l’acciaio di lama
La morte pensava alla sua preda
La battaglia sarà domani, per ora il plotone si è nascosto nelle nuvole,
è scomparso su per il valico

Basta discorsi
Avanti e in alto, e lassù…
Dopotutto sono i nostri monti,
Loro ci aiuteranno!
Loro ci aiuteranno!

Prima della guerra proprio questo pendio ha
un ragazzo tedesco lo stava scendendo!
È caduto giù ma è stato salvato,
ma forse adesso lui
prepara il suo fucile per la battaglia.

Basta discorsi
Avanti e in alto, e lassù…
Dopotutto sono i nostri monti,
Loro ci aiuteranno!

Il plotone sale e va vicino al fiume
C’è quello con cui andavi a scalare
Aspettiamo gli attacchi con angoscia
Ecco i bersaglieri alpini
Oggi qualcosa non va.

Basta discorsi
Avanti e in alto, e lassù…
Dopotutto sono i nostri monti,
Loro ci aiuteranno!

Sei di nuovo qui, pronto e concentrato
aspetti il segnale segreto
e quel compagno, anche lui è qui
tra i bersaglieri della “Stella Alpina”.
Bisogna mandarli via dal valico!

Basta discorsi
Avanti e in alto, e lassù…
Dopotutto sono i nostri monti,
Loro ci aiuteranno![1]

Prima pagina dal libro Alpinizm di Rototaev, 1947.

Gli anni del dopoguerra furono nuovamente ricchi di scalate, soprattutto nel Pamir e nel Tien-Shan. Dopo la guerra il mondo cambia. L’uomo non è più lo stesso, ha attraversato orrori e fatiche. La popolarità della montagna dimostra però che ora prima di tutto è un luogo di evasione e di piacere personale. Se in Europa il dopoguerra si caratterizza per una forte ripresa economica e un cambiamento radicale nello stile di vita delle persone, non si può dire lo stesso nell’Unione sovietica. L’economia del paese non subisce l’impennata europea data dagli aiuti americani, e rimane arretrata e isolata. Questa arretratezza si riscontra anche nell’alpinismo. Se in Europa negli anni compresi tra i ‘40 e gli ’80 vengono aperte in continuazione nuove vie sulle Alpi e iniziano spedizioni internazionali oltreoceano, in Himalaya, sulle Ande e in Patagonia, in Unione sovietica la palestra di arrampicata resta il Caucaso. Sono anni in cui non ci sono più le grandi scalate che hanno caratterizzato il periodo tra le due guerre. Tuttavia, sono anche anni di consolidazione della tecnica, di campi di allenamento militare e alpinistico che consolidano la “scuola russa”, alpinisti cresciuti negli anni della CCCP e che continuano a utilizzare tecniche e materiali più rudimentali rispetto ai “colleghi” europei che tuttavia sono fortissimi perché hanno un allenamento militare intensivo (evidentemente anche per sopperire alle mancanze in attrezzature). A proposito delle attrezzature, Reinhold Messner, in occasione di un incontro in Urss, disse che gli alpinisti sovietici avevano fatto qualsiasi cosa per avere i suoi stivali di gomma e la giacca in goretex. Cedette questa attrezzatura per un fifi fatto in casa per l’arrampicata su ghiaccio[2].

Pagina dal libro Alpinizm di Semenovskij, 1936

L’alpinismo era così popolare come sport che nell’immediato dopoguerra, più precisamente, dal 1949 al 1991, vengono istituiti campionati di alpinismo, ovvero competizioni a squadre, che si tengono nella stagione estiva e in cui ci si sfida in tecnica, velocità e performance, sulle vette del Caucaso. I campionati si svolgevano per tre classi: classe delle ascese tecniche, classe dei traversi e classe delle ascese in altissima quota. Dal 1965 fu aggiunta la classe delle ascese tecniche in altissima quota.

Alla scalata competitiva si affiancarono sia le attività non agonistiche che quelle ufficiali, finanziate dallo Stato a fini propagandistici e celebrativi. In queste salite venivano mobilitate centinaia di persone e non di rado servivano a commemorare eventi o personaggi politici, come nel 1960 la commemorazione del 90° anniversario della nascita di Lenin con la scalata dell’omonimo Pik Lenin, o nel 1972 la scalata del Pik Kommunizm (7495 m) per il 50° anniversario dell’URSS.

Importante fu, nel 1967, l’adesione dell’URSS alla Union Internationale des Associations d’Alpinisme (UIAA), ente che promuove gli sport di montagna, con particolare attenzione verso i giovani, la difesa dell’ambiente montano, lo sviluppo delle comunità locali e la sicurezza degli sportivi impegnati in montagna, nonché gli standard di sicurezza delle attrezzature per l’alpinismo, certificandone l’idoneità. Questo evento fu di significativa importanza perché diede inizio a un dialogo tra alpinisti dell’Unione sovietica ed europei, quantomeno in materia di sicurezza e materiali da utilizzare nelle scalate.

Pagina dal libro Alpinizm di Rototaev, 1947.

Nel 1967 venne inoltre istituito dal Comitato esecutivo centrale un premio che è di grande fama internazionale ancora oggi, ovvero lo Snow Leopard (Снежный барс). Questo riconoscimento veniva dato agli alpinisti che nell’arco della carriera fossero riusciti a scalare le cinque vette dell’URSS che superano i 7000 ovvero Pik Pobeda, Pik Khan-Tengri[3], Pik Kommunizm (o Picco Ismail Samani), Pik Lenin, Pik Pobeda e Pik Korženevskoj[4]. Le medaglie Snow Lepoard sono tutte numerate. La medaglia numero uno fu data al primo salitore di tutte e cinque le vette, Evgenij Ivanov, a cui fu assegnato il titolo di Maestro dello sport nel 1948 e fu il vincitore dei campionati di alpinismo nel 1952. Questo premio, con il crollo dell’Unione sovietica, è stato esteso anche agli alpinisti non russi.

Negli anni dal dopoguerra agli anni ’80, la storia dell’alpinismo sovietico presenta alcuni “buchi temporali” quindi la ricostruzione storica di questo periodo con il testo di Rototaev non è facile. La cronistoria alpinistica di Rototaev doveva, infatti, essere un lavoro encomiastico dell’Unione sovietica per cui cerca di ovviare a certi anni bui dell’URSS. Il governo socialista sotto Stalin terrorizzò il paese per decenni. Gli anni della repressione e delle purghe sono bui e l’alpinismo non fu esente da persecuzioni. Rototaev, che deve esaltare le vittorie e la grandezza dell’Unione Sovietica con questo suo libro encomiatico, non si sofferma a lungo su questi anni. Certo non avrebbe potuto raccontare la situazione drammatica che si viveva in URSS in quegli anni, dato che veniva nascosto sotto la sabbia tutto ciò che contraddiceva il regime. L’alpinismo fu stritolato dalle dinamiche del regime socialista, al quale non c’era via di scampo. Lo stato era ovunque, persino in cima ai settemila con i nomi delle vette come il Pik Lenin o il Pik Stalin, che in precedenza avevano altri nomi, ma che furono ribattezzate dal governo rosso.

Pagina dal libro Alpinizm di Semenovskij, 1936

La storia dell’alpinismo ha, quindi, molte azioni tristi e tragiche oltre che vittorie. Gli alpinisti, in epoca staliniana diventano quasi schiavi della montagna. Non si poteva sgarrare, vigevano rigide regole e missioni, fosse essa quella di piantare una bandiera o portare una statua di bronzo dei leader politici sulla cima. Tanti alpinisti finirono ingiustamente nella macchina delle repressioni socialiste e furono arrestati. Molti morirono, altri sopravvissero ai campi di lavoro ma con grandi sofferenze. Gli alpinisti, essendo di indole libera, venivano spesso accusati di spionaggio e opposizione politica e finivano nei Gulag a meno che non riuscissero a scappare in Europa senza poter più far ritorno in Unione.

Vittime della repressione furono ad esempio Semenovskij, accusato di partecipazione a un gruppo controrivoluzionario e terrorista, Krylenko accusato di aver creato un’organizzazione controrivoluzionaria tra gli alpinisti e Vitalij Abalakov, accusato di essere una spia tedesca e al quale strapparono tutti i denti in prigione ma che perlomeno ne uscì vivo.

È verso la fine dell’Unione sovietica, dagli anni ’80, che si può parlare di cambiamento. Gli anni Ottanta e Novanta saranno, infatti, non più caratterizzati soltanto da spedizioni di massa ma anche da salite di piccoli gruppi o di singoli, impegnati in nuove sfide: prestazioni di velocità, salite tecniche su pareti molto complesse e spedizioni invernali. Ma ciò che caratterizza principalmente la nuova generazione di alpinisti è il nuovo teatro delle loro scalate: l’Himalaya.

Cartina dell’Everest, fine anni Cinquanta

La prima spedizione sovietica ufficiale himalayana è nel 1982, che vede in vetta all’Everest (8848 m) 11 uomini tra cui E. Tamm, B. Romanov e V. Ivanov.  La via scalata dalla spedizione russa, per la parete sud-ovest, a sinistra del canale centrale, è ancora oggi riconosciuta come la via alla vetta tecnicamente più dura. Quell’anno, per celebrare questo successo sovietico, Vizbor scrisse Il terzo polo. Che Vizbor fosse appassionato non solo di alpinismo ma anche di storia dell’alpinismo si evince dalla canzone Il Terzo Polo. Questo titolo indica l’immensa massa glaciale himalayana e fu coniato fra le due guerre dall’alpinista tedesco Gunther Dyhrenfurth, padre di Norman Dyhrenfurth, capo della vittoriosa spedizione americana del 1963 all’Everest. Le montagne dell’Himalaya sono così bianche di ghiaccio da sembrare un altro Polo dallo Spazio[5].

Quando innanzi a te appare
Una bella e difficile montagna
quel pensiero penetra nell’anima,
ed è di nuovo tempo di rimettersi in marcia.
E usciamo in quel mondo aspro,
Dove non a tutti è dato passare,
dove si vede come oscillano i pianeti
sull’asse della Via Lattea.

Ritornello:
là non ti porterà alcun ascensore né elicottero
là non aiutano i lasciapassare
Lassù, amico mio, si va a piedi con lo zaino,
accompagna solo il coraggio.

Immaginate, non svaniscono là fuori nella nebbia,
 le tracce delle persone che ci hanno preceduto.
Là si sente la voce di Miša Chergian,
si scorge la schiena di Krylenko in mezzo alla bufera.
Ma noi ambiremo sempre a salire lassù,
ai luoghi che si elevano dal quotidiano,
poiché all’uomo, come un a un uccello,
è data questa gioia, l’altezza.

Ritornello

Gloria a coloro che sono stati sull’Everest
Chi ha conquistato il terzo polo del mondo,
Chi, oltre l’orgoglio alpinistico personale
l’onore della sua patria non ha dimenticato!
E se c’è da qualche parte una montagna
più alta dell’Everest
qualcuno di noi lassù la scalerà,
e se non basta il giorno, di notte salirà!

Ritornello x2[6]

Khan Tengri

Come ricorda Stefano Ardito ne Le grandi scalate che hanno cambiato la storia della montagna[7], nella primavera del 1989, l’Unione sovietica affronta un momento critico della sua storia: “il 15 febbraio, il generale Boris Gromov è l’ultimo militare dell’Armata Rossa a lasciare l’Afghanistan dopo un conflitto durato nove anni e costato alle truppe di Mosca quindicimila caduti” e “il 9 novembre 1989 crolla del muro di Berlino  segnerà l’inizio del dissolvimento del blocco sovietico e del socialismo reale” (Ardito, 2014).

Contrariamente al disastroso andamento politico per l’alpinismo sovietico la primavera dell’89 vede un grande trionfo. Il teatro di questa vittoria è il massiccio del Kangchenjunga 8586 m, in Himalaya, tra Nepal e Sikkim Indiano. Il nome Kangchenjunga significa “i cinque forzieri della grande neve” e fa riferimento alle cinque vette del massiccio. La traversata da una parte all’altra delle vette del Kangchenjunga venne tentata per la prima volta dai giapponesi nel 1984 e questo progetto non passò inosservato a Mosca. Così nell 1987 una squadra con a capo E. Tamm salì da Taplejung al campo base nepalese del Kangchenjunga per studiare la montagna. Come nel 1982, oltre ad alpinisti di nazionalità russa, alla spedizione partecipano ucraini, kazaki e di altre repubbliche dell’URSS.

Alpinisti in vetta al Pik Kommunizm, 1970

Nella primavera del 1989 i ventotto membri della spedizione arrivano al campo base e con loro sessantacinque sherpa e una troupe cinematografia di cinque persone. Il materiale per la spedizione viene portato in Nepal con un aereo militare sovietico e serviranno seicento portatori per trasportare le dieci tonnellate di attrezzatura e viveri al campo base, ogni operatore aveva quindi un carico di 17 Kg. (Per le regole stabilite dalla IPPG, Porters Progress and International Porter Protection, nata per tutelare dallo sfruttamento i portatori, ogni carico non può superare i 30 Kg.). Il 9 aprile una squadra di quattro alpinisti raggiunge la vetta principale del Kangchenjunga da una nuova via dal Great Shelf, il terrazzo glaciale inclinato che si affaccia sul ghiacciaio Yalung, a circa 7500 metri sulla parete sud-ovest della montagna. Il 15 aprile un’altra squadra di quattro uomini raggiunge la cima Sud per un’altra nuova via, a destra di quella polacca, realizzata da Chrobak e Wroz nel 1978. Lo stesso giorno Anatolij Bukreev con tre compagni apre una nuova via sulla Cima Centrale e il 16 aprile altri otto alpinisti salgono la cima principale. Già così il bilancio della spedizione sarebbe stato un trionfo ma i sovietici avevano ancora altro in mente. Gli alpinisti scendono a quota 3750 m, nelle foreste di Tseram, per riposare e riossigenarsi. L’obiettivo, quando risalgono, è fare una traversata, nei due sensi, lungo cresta sommitale del Kangchenjunga, toccando le quattro vette che superano gli ottomila metri. In pratica, i due gruppi di cinque alpinisti che tenteranno la traversata si dovranno incrociare a metà della cresta e poi proseguire. Una squadra formata da Beršov, Bukreev, Turkevič, Pogorelov e Vinogradskij inizia la traversata dallo Yalung Kang mentre lo stesso giorno il secondo gruppo formato da Elagin, Koroteev, Chalitov, Lunjakov e Balyberdin sale alla Cima Sud e inizia a percorrere la cresta in direzione opposta. Alle due del pomeriggio del primo maggio le due squadre si incontrano sulla sella tra la Cima Centrale e la Cima Sud e poi proseguono per completare le traversate. Alla fine della spedizione, arrivano sulla cima del Kangchenjunga almeno ventotto alpinisti e quattro su cinque della troupe cinematografica. Negli anni che seguono, in Europa e negli Stati Uniti i risultati di questa spedizione vengono sottovalutati perché in occidente non si era interessati a questo tipo di scalata bensì a spedizioni “leggere” e in stile alpino.

Negli anni Ottanta le montagne diventano il palcoscenico di un nuovo tipo estremo di alpinismo, quello di velocità. Il panorama è sempre più competitivo e cresce la disperata esigenza di fare qualcosa di nuovo.

La corsa alle vette inviolate è pressoché finita, persino i giganti erano stati conquistati. Cosa fare ora che la prima assoluta è stata già fatta su quasi tutte vette più importanti? Gli alpinisti di tutto il mondo si ritrovano a doversi mettere in gioco in modo diverso, non basta più salire per avere successo. Bisognava osare di più. Nasce così un nuovo alpinismo estremo, al limite delle possibilità umane. La gara non è più fra chi arriva primo su una vetta inviolata ma chi ci mette un tempo minore ad arrivare su montagne tecnicamente complesse. Se per salire sull’Elbrus ci volevano quattro o cinque giorni, il gioco ora diventa abbattere il tempo e non si parla più di giorni bensì di ore. Ed è così che nel 1987 Anatolij Bukreev, alpinista prima sovietico poi russo, impiegò un’ora e sette minuti a salire l’Elbrus, da 4200 a 5350 metri. 

Alpinisti nel Pamir, 1968. Da sinistra a destra sullo sfondo il Pik Leningrag, Pik Abalakov e Pik Moskva

Nel 1991 crolla l’Unione sovietica e con essa tutto il sistema e le organizzazioni che caratterizzarono gli stati membri per quasi settant’anni. L’alpinismo, come altre attività, aveva già da tempo preso una direzione più europea pertanto i cambiamenti non furono così sconvolgenti, quanto meno a livello tecnico e di conoscenze. Anzi, erano i russi ad avere qualcosa da insegnare agli europei. Quello che senza dubbio ebbe grandissima rilevanza fu la mobilità di persone che comportò il crollo dell’Unione sovietica, che si rifletté in ambito alpinistico con sempre crescenti spedizioni in tutto il mondo. Tuttavia gli alpinisti dell’ex Unione sovietica erano quasi sempre poveri, non avevano più alle spalle lo Stato a finanziare le spedizioni. Andare in montagna era un’esigenza di vita ma per molti comportava un grosso sacrificio. Non era difficile indentificare, fino a pochi anni fa, fra gli alpinisti l’europeo da uno proveniente dall’Unione sovietica: il primo tendenzialmente alla sera lo incontravi al caldo nel rifugio, il secondo dormiva fuori, nella tenda, per risparmiare quella notte al chiuso che sarebbe costata come una settimana di spedizione.

Con la caduta dell’Unione sovietica, inoltre, decade l’alpinismo nel suo carattere di massa e patriottico a favore di un alpinismo individuale e internazionale. Protagonisti sono uomini da record per nuove vie sempre più tecniche. D’altronde, più si specializza la tecnologia e più si hanno strumenti curati nel minimo dettaglio, più si può osare per spingere l’asticella delle proprie capacità sempre più in alto. Come cantava Vysockij nella canzone La Vetta, “si sceglie sempre la via più difficile”, anche a rischio di morire.

Chaširov Kilar, primo salitore dell’Elbrus

Non siamo in pianura, qui il clima è diverso
Cade una valanga dopo l’altra
Rimbombando le pietre rotolano a valle
Si può deviare, aggirare il burrone
Ma noi scegliamo la via più difficile
Insidiosa come un percorso di guerra
Si può deviare, aggirare il burrone
Ma noi scegliamo la via più difficile
Insidiosa come un percorso di guerra
Chi non è mai stato qui, chi non ha rischiato
Non si è mai messo alla prova
Anche se dal fondovalle afferrava le stelle in cielo.
Puoi far di tutto ma in basso non troverai mai,
 nella tua lunga vita felice
nemmeno un decimo di tale bellezza e incanto
Non ci sono rose scarlatte né nastri di lutto,
E non somiglia a un monumento
la roccia che ti ha donato la quiete.

Come fiamma eterna brilla di giorno
Col suo ghiaccio smeraldo, la vetta,
Che non ha mai conquistato
Lasciateli dire, sì, lasciateli dire!
Tanto non è vero che morivano per niente,
sempre meglio che di vodka o di raffreddore!
Altri verranno, cambiando la comodità
con il rischio e una smisurata fatica,
Percorreranno fino in fondo la strada da te non finita
Pareti a piombo – su sveglia!
Qui non fare affidamento sulla fortuna.
In montagna la pietra, il ghiaccio, la roccia sono infidi.
Contiamo soltanto sulla forza delle mani
sulle mani dell’amico e sui chiodi conficcati,
e preghiamo che la corda non ci tradisca
Scaviamo scalini. Non un passo indietro!


E tremano le ginocchia per la tensione,
il cuore è pronto a balzare dal petto verso la vetta,
il mondo è ai tuoi piedi,
sei felice e senza parole,
e solo invidi un po’
quelli che hanno la vetta ancora davanti.[8]

Il rifugio degli Undici, ricostruito nel 1939

La montagna è luogo di eterna bellezza, luogo dove vale pure la pena morire. La montagna mette l’alpinista alla prova, là si può contare solo su stessi e “sulla forza delle proprie mani”. La scalata è un gesto eroico: “Chi non è mai stato qui, chi non ha rischiato, Non si è mai messo alla prova” non può capire. L’unico modo per raggiungere la felicità sembra compiere questo gesto eroico e sconfiggere le proprie debolezze e paure andando in vetta. Arrivare in cima è una vittoria ma a un certo punto di deve scendere e tornare in basso, a quello che in russo si dice “byt”, ovvero alla quotidianità e alle cose di poco conto per quegli uomini che cercano lassù la felicità e che non la troveranno mai qui in basso. Il ritorno a casa per l’alpinista sembra tuttavia essere solo una condizione temporanea e tollerabile in quanto necessaria per l’organizzazione di un’altra scalata[9]. Nel XIX secolo, secondo Kurt B. Richter, l’”idealismo e il misticismo” si erano largamente diffusi soprattutto negli ambienti borghesi. Gli alpinisti assorbono questa tendenza isolandosi dal resto della società e dal quotidiano per vivere solo per la montagna e l’avventura, ignorando tutto il resto. Il perché di questa tendenza è secondo Richter da ricercare nella libertà delle vette, opposta all’oppressione delle città in cui comanda la politica e la lotta di classe[10]. Forse oggi non è più fuga da politica e lotta di classe ma una fuga da un mondo che soffoca: quello degli uffici, delle fabbriche, del chiasso, delle luci, dell’illusione tecnologica. Allora chi va in montagna cerca le radici, forse. Quelle che l’uomo ormai sembra aver perso nel suo progresso-regresso.

Epilogo
“Perché andiamo in montagna?” scriveva Vizbor. Non c’è una risposta a questa domanda. Lui rispose che l’alpinista è un tutt’uno con la natura e le montagne, quindi non può farne a meno: quello per la roccia e il ghiaccio è un richiamo troppo forte[11]. Non potrei essere più d’accordo: in fondo non c’è ragione di andare in montagna, ma non c’è nemmeno ragione per non andarvi. D’altronde la montagna è lì, perché non salirla?

Non ci sono spiegazioni logiche e razionali per l’attrazione che l’alpinista prova per le vette. Se ci fosse razionalità nell’andare in montagna, allora si starebbe a casa. Perché la montagna è bella ma ha tanti pericoli e difficoltà. Ma non sono razionali gli alpinisti, o meglio, non lo sono in questa passione, e sono disposti a mettere a rischio la vita per arrivare in cima alle montagne. E poi, come dice Vysockij meglio morire lassù che di vodka o di raffreddore.

Alpinismo russo per date
In questo elenco sono elencate in ordine cronologico le date chiave per l’alpinismo russo: dalle prime esplorazioni che hanno portato all’alpinismo del 1900 al 1991, anno del dissolvimento dell’Unione Sovietica.

1697
Pietro I scala la vetta del Brocken nella Germania del Sud (ditretto di Harz).

1788
Ascensione della Ključevskaja Sopka 4750 m in Kamchatka da parte della squadra russa formata da I. Billings, G. Saryčev, D. Gauss e due guide.

Muztagata

1815
Prima ascensione del navigatore russo O. Еstaf’evič Kotzebue al vulcano Makušin 2035 m in Alaska (ora Pik Kotzebue).

1829
Spedizione all’Elbrus finanziata dalla Accademia delle Scienze dall’altopiano di Bermamyt). La vetta (da Est) è stata raggiunta da Kilar Chaširov.

Prima salita al Grande 5165 m e al Piccolo 3923 m Ararat. La vetta del Grande Ararat fu raggiunta da F. Parrot, C. Abovjan, O. Ajvazjan, M. Pogosjan, i soldati A. Zdorovenno e  M. Čolpanov.

1835
Viaggio di P. Čichačev nel continente americano dal Canada alla Terra del Fuoco. Nel corso del viaggio ha raggiunto alcune vette delle Ande (da Santiago a Buenos Aires): Pichincha (vulcano in Equador), Pasco (Peru) e altre.

1842
Ascensione di P. Čichačev sul Picco d’Aneto 3404 m nei Pirenei.

1845
Creazione della Società Geografica Russa.

1850
Prima scalata da parte di un gruppo di topografi, guidato da S. Aleksandrov sul Bazardüzü 4466 m in Azerbaijan.

1858
Prima ascensione alla vetta di Munku-Sardyk, montagna russo-mongola situata tra i Monti Sajany, dal membro della Società Geografica Russa G. Radde.

La spedizione di Vitalij Michajlovič Abalakov arriva in cima al Pik Pobeda, 1956. Foto: V. Budanov.

1860
Prima ascensione al monte Damāvand (5604 m) nella catena dell’Elburz in Iran, da parte di un gruppo guidato dal topografo russo P. Žarinov.

1872
Organizzazione del club Alpino di Tiflis (Georgia). Lo statuto del neonato club alpino fu approvato nel 1877. Il club fu sciolto nel 1879.

1889
Ascesa del topografo A. Pastuchov con la guida con T. Carachov sul monte Kazbek 5047 m attraverso il ghiacciaio Majli (catena di Khokh).

1890
Ascesa di A. Pastuchov alla vetta est dell’Elbrus.

Fondazione della Comunità Montana di Crimea a Odessa.

1891
Fondazione della Comunità Montana del Caucaso (Pjatigorsk).

1893
Salita del giornalista russo N. Poggenpole al Cervino.

1895
Fondazione del Touring Club Russo.

1896
Ascesa di A. Pastuchov alla vetta ovest dell’Elbrus.

1901
Nascita della Comunità Montana Russa (fondata nel 1897, lo statuto fu firmato nel 1901).

1912
Ascesa di D. Girev all’Erebus 3795 m in Antartide, membro del gruppo della spedizione R.F. Scott (Spedizione Terranova).

1913
L’ascesa di Lenin al Rysy 2503 m nella catena degli Alti Tatra (Carpazi).

1914
Ascesa al monte Belukha 4506 m in Altaj dei fratelli V. e M. Tronov.

1923
Le prime ascensioni sovietiche: il gruppo di V. Arsen’ev sul vulcano Avačinskij 3456 m in Kamčatka e il gruppo di G. Nikoladze e A. Didebulidze sul Kazbek.

1927
Ascesa al Kazbek dei cadetti di fanteria di Tiflis diretta da V. Klement’ev.

1928
Fondazione della Società per turismo ed escursioni proletarie (ОПТ).

Spedizione sovietico-tedesca sulla catena del Pamir, che si estende tra Tagikistan, Afghanistan, Kirghizistan, Pakistan e Cina. I membri del gruppo tedesco hanno scalato il Pik Lenin (ribattezzato Pik Ibn Sina, 7134 m) da sud mentre il gruppo sovietico guidato da Otto Jul’evič Šmidt un numero di vette sopra i 6000 m.

La via al Cho Oyu in una foto di fine anni Cinquanta. Si vedono anche i campi alti III e IV.

1929
Fondazione della sezione montagna presso la società per turismo ed escursioni proletarie.

Costruito il primo “Prijut 11”, il rifugio per il monte Elbrus. Per 60 anni ha detenuto il primato di rifugio più alto della CCCP.

Pubblicazione della rivista mensile Na suše i na more (На суше и на море) con il quotidiano Smena (смена). La rivista sarà pubblicata fino al 1992.

1931
Iniziarono i primi campi alpinistici nel Caucaso: nelle gorge del massiccio Šchel’da e Balkarskij (ghicciaio del Dychsu).

La prima salita al Dychtau (o Dych-Tau, nel Caucaso) lungo la cresta settentrionale (V. ed E. Abalakov e V. Čeredov).

Conquista del Khan-Tengri 7010 m (la montagna più alta del Kazakhistan), da parte di M. Pogrebeckij, F. Zauberer e B. Tjurin.

1933
Prima alpinistica dell’Armata Rossa sulla ovest dell’Elbrus. Partecipano alla scalata 58 persone.

Prima ascesa al Pik Kommunizm nel Pamir 7495 m, ribattezzato poi Pik Stalin e oggi noto come Pik Ismail Samani) realizzata da E. Abalakov.

1934
Prima ascesa sovietica al Pik Lenin realizzata da da V. Abalakov, K. Černucha, I. Lukin.

Prima ascesa alla sud del Monte Ušba 4710 m in Georgia (Caucaso) da parte degli alpinisti da Alyoša e Alexandr Dzaparidze, Jagor Kazalikašvili, G. Niguriani.

Decreto del Comitato Esecutivo Centrale dell’URSS (ЦИК) istituisce i riconoscimenti “Alpinista della CCCP” livelli I e II.

Il Comitato Centrale della Società per turismo ed escursioni proletarie introduce i riconoscimenti “Maestro d’Alpinismo” e “Maestro Onorario d’Alpinismo”[12].

Prima salita invernale all’Elbrus (A. Gusev, V. Korzun).

1935
Istituzione dei Club alpini del Kazako e Cabardino-Balcario[13].

L’alpinista Pavel Sergeevič Rototaev effettua ascese sportive al Donguzorun 4468 m (oggi noto come Babis Mta), nel Caucaso, e salite su cime della regione dell’Elbrus. Diventa preso leader dell’alpinismo sovietico, ancora agli arbori.

Pavel Sergeevič Rototaev

1936
Istituzione del Club alpino georgiano.

1937
Fondazione della sezione alpinismo sovietico presieduta da N. V. Krylenko.

Fondazione del soccorso alpino sovietico.

Apertura del primo rifugio alpino sui Monti Altai (catena montuosa dell’Asia che si estende per circa 2000 km dal deserto del Gobi al bassopiano della Siberia occidentale attraverso Cina, Mongolia, Russia e Kazakistan).

Fondazione del Club Alpino del Kirghizistan.

1938
Conquista del Pik Pobeda[14] (cima della vittoria) da parte dei membri del Komsomol L. Gutman, E. Ivanov, A. Sidorenko.

1940
Prime competizioni di sci a Mosca.

1943
Gli alpinisti dell’esercito, partecipanti alle battaglie nel Caucaso, rimuovono dalla cima dell’Elbrus i gagliardetti fascisti e li sostituiscono con bandiere rosse[15].

1944
Dopo la pausa alpinistica dovuta alla guerra, viene organizzata una spedizione di 100 persone nel Dombaj, nel Caucaso.

Gli alpinisti M. Anufrikov, E. Abalakov, V. Kolomenskij eseguono la traversata del massiccio del Džuguturljučat (Caucaso) nelle difficili condizioni del tardo autunno.

1945
Intesa stagione alpinistica nell’immediato dopoguerra, con le spedizioni “Locomotiv” nei monti Adylsu (Caucaso), “Medik” nei monti Cej (Ossezia del Nord, Caucaso) e “Nauka” nei monti Alibek (Karačaj-Circassia, Caucaso).

1947
In commemorazione del trentesimo anniversario dello Stato Sovietico si compie la grande traversata del Gran Caucaso, dall’Elbrus al Kazbek. I 489 partecipanti conquistano 92 cime.

Prima competizione di arrampicata tra alpinisti nel Dombaj.

1948
Esce il primo numero della rivista annuale “Pobeždënnie Veršinyi” (Vette Sconfitte).

1955
Primo campionato del paese di arrampicata sportiva (Crimea).

1956
Salita al Pik Pobeda 7439 m da parte della squadra dello spartako-kazaka[16] guidata da V. Abalakov.

Nelle montagne del Pamir orientale vengono conquistate le cime Muztagata 7546 m, da parte del gruppo di E. Beleckij, e Kungur Tagh 7579 m, da parte del gruppo di K. Kuz’min.

1960
In commemorazione del 90° anniversario della nascita di B.I Lenin, 118 alpinisti scalano l’omonima vetta (Pik Lenin).

1962
Spedizione sovietico-britannica al Pik Kommunizm (J. Hunt e A. Občinnikov).

Soldato durante l’operazione Edelweiss nel 1942

1965
Inizio di una nuova categoria di ascese ovvero tecniche in altitudine. L’alpinismo non è più solo conquista delle vette per la patria.

1967
La Federazione alpinistica dell’URSS si unisce alla Unione Sovietica Internazionale delle Associazioni Alpinistiche(UIAA)[17].

Spedizione internazionale al Pik Lenin in commemorazione del 50esimo anniversario dello stato sovietico. Salgono in vetta 300 alpinisti, di cui 49 stranieri.

Pavel Sergeevič Rototaev viene insignito del titolo membro onorario della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa per doti alpinistiche. Rototaev lascia un segno significativo nell’alpinismo nazionale, principalmente come organizzatore di alpinismo militare, personaggio pubblico e soprattutto come storiografo dell’alpinismo in generale.

Scalate dedicate al 50° anniversario della Rivoluzione d’ottobre: sull’Elbrus Salgono in vetta più di 2000 persone, sul Kazbek più di 1500 e sul Pik Komsomol 4330 m, in Kazakhistan (oggi rinominato Pik Nursultan) più di 500.

Gli alpinisti sovietici M. Chergiaii e V. Oniščenko salgono le Gran Jorasses (complesso del Monte bianco) lungo lo sperone Walker facendo una variante alla via Cassin, riconosciuta come variante russa.

1968
I membri della spedizione al Pamir E. Myslovskij, A. Ovčinnikov, V. Ivanov e V. Gluchov salgono al Pik Kommunizm dalla parete sud-ovest, la più complessa delle vie di salita alla vetta.

1972
Per il 50 ° anniversario dell’URSS viene organizzata una spedizione al Pik Kommunizm alla quale partecipano alpinisti delle 15 repubbliche socialiste sovietiche[18].

1982
Prima spedizione sovietica ufficiale in Himalaya: undici alpinisti guidati da E. I. Tamm, B. Romanov e V. Ivanov conquistano Everest 8848 m. I membri della spedizione sono 25 e vengono divisi in 4 squadre Raggiungono la vetta 11 uomini.

Spedizione al Tien-Shan, V. Korzun fa sicura a Valerij Abalakov. Foto: G. Charlampiev.

1987
A.N. Bukreev sale l’Elbrus in velocità (da 4200 m a 5350 m in 1 ora e 07 minuti) guadagnandosi il posto tra i candidati per la squadra nazionale nella spedizione himalayana del 1989

Una squadra composta da E. I. Tamm, E. V. Myslovskij, V. Ivanov S. Beršov, S. Efimov e V. Chričtaj effettua una ricognizione in Himalaya nel Taplejung salendo al campo base del Kangchenjunga ma decide di accantonare il progetto.

1988
Prima traversata delle tre cime del Pik Pobeda e ascenzione al Pik Voennich Topografov 6873m, terza vetta più alta nel Tien Shan, da parte della squadra nazionale dell’URSS in preparazione alla spedizione himalayana a Kanchenjunga.

1989
Crolla il muro di Berlino e inizia il dissolvimento del blocco sovietico. La primavera del 1989 segna un memorabile trionfo per l’URSS. È la seconda spedizione sovietica ufficiale in Himalaya e viene coronata con la conquista della vetta del Kangchenjunga 8586 m, la terza montagna più alta della terra[19] situata al confine fra il Nepal e lo Stato indiano del Sikkim. Notevole la traversata delle vette Kangchenjunga. Nel gruppo guidato da V.N. Chriščatyj c’è A. N. Bukreev.

1990
Traversata unica dal Pik Pobeda al Khan-Tengri attraverso 15 vette in 14 giorni. Il leader del gruppo V.N Chriščatyj viene riconosciuto tra i migliori alpinisti dell’URSS.

A.N. Bukreev compie le prime salite in solitaria e in velocità al Pik Pobeda (in 36 ore) e al Khan Tengri 7010 m.

1991
Prima spedizione kazaka al Dhaulagiri 8172 m lungo la parete ovest e senza ossigeno.

Il 26 dicembre crolla l’Unione Sovietica e con essa l’alpinismo sovietico.

Vasilij Loginovič Semenovskij. Foto dell’arresto.

Bibliografia
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Bukreev, Anatolij – DeWalt, G. Weston, Everest 1996. Cronaca di un salvataggio impossibile, CDA&Vivalda, collana Licheni, 2012

Buvina, Elena – Curletto, Mario Alessandro,  L’anima di una cattiva compagnia, vita e imprese mirabolanti di Vladimir Vysockij, Emil do Odoy srl, Bologna, 2009

De Saussure, Horace-Bénédict, La scoperta del Monte Bianco, Torino, CDA&Vivalda, collana Licheni, 2012

Gorslavskij, Z. I. A – Zjuzin, S. A. – Chaširov, A. V., Pervovoschoždenija na El’brus: leto 1829 goda, zima 1934 goda, Nal’nik izdatel’stvo M. i V. Kotljarovych, 2007.

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Rototaev, P. S. Pokorenie Gigantov. Izdatel’stvo Geografgiz; Географгиз; Moskva; 1958

Salmon Laura – Dickinson Sara, Melancholic Identities, Toska and Reflective Nostalgia Case Studies from Russian and Russian-Jewish Culture, Firenze University Press, collana Biblioteca di Studi Slavistici, Firenze, 2015

Semenovskij, Vasilij Loginovič, Gornyj turizm, Molodaja gvardija, Leningrad, 1930

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Sicouri Pozzolini Paola – Kopylov Vladimir, Montagne proibite. Le vette più belle della Russia e dell’Asia Centrale, Vivalda editori, Torino, 1994

Urubko, Denis,  Colpevole di alpinismo, Priuli & Verlucca Collana Campo quattro, 2013

Venchiarutti R.F., Vladimir Vysockij, i canti del teppista, Olmis, Osoppo (UD), 2012

Vizbor, Jurij Iosifovič, Ja cerdce ostavil v sinich gorach, Fizkul’tura i sport,  1989

Whymper, Edward, La salita del Cervino, Torino, CDA&Vivalda, collana Licheni, 2004

Verso il Pik Pobeda, 1956. Foto: M. Anufrikov.

Sitografia
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Vitalij Michajlovič Abalakov nel 1967

[1] БАЛЛАДА ОБ АЛЬПИЙСКИХ СТРЕЛКАХ, 1966. Мерцал закат, как сталь клинка. Свою добычу смерть считала. Бой будет завтра, а пока Взвод зарывался в облака. И уходил по перевалу. Отставить разговоры. Вперед и вверх, а там… Ведь это наши горы, Они помогут нам! Они помогут нам! А до войны вот этот склон .Немецкий парень брал с тобою!

Он падал вниз, но был спасен, А вот сейчас, быть может, он cвой автомат готовит к бою. Отставить разговоры

Вперед и вверх, а там… Ведь это наши горы, Они помогут нам! Взвод лезет вверх, а у реки – тот, с кем ходил ты раньше в паре. Мы ждем атаки до тоски, А вот альпийские стрелки.Сегодня что-то не в ударе. Отставить разговоры. Вперед и вверх, а там… Ведь это наши горы, Они помогут нам! Ты снова здесь, ты собран весь,  Ты ждешь заветного сигнала. А парень тот, он тоже здесь. Среди стрелков из “Эдельвейс”. Их надо сбросить с перевала! Отставить разговоры. Вперед и вверх, а там… Ведь это наши горы, Они помогут нам!

[2] Cornelia Klauss, Frank Böttcher, Alpinisti illegali in URSS, Keller editore, Rovereto, 2018

[3] Il nome Khan Tengri nelle antiche cronache cinesi indicava il “principe degli spiriti”. Fu raggiunto per la prima volta da un alpinista ucraino, M. Pogrebetskij nel 1931 da sud. Dato che sapeva sarebbe stata una lunga spedizione e quindi avendo necessità di molti viveri, raggiunse la base della vetta con una carovana di cavalli.

[4] Questa montagna fu scoperta solo nel 1910 dal geografo russo Nikolaj Leopol’dovič Korženevskij. Fu scalata la prima volta nel 1953 da A. Ugarov dal versante nord.

[5] Il 30% dei ghiacciai del pianeta sono infatti concentrati in questa enorme catena montuosa. La catena dell’Himalaya si estende per una lunghezza di 2200 km su una larghezza variante da 250 a 350 km. Gli stati sui quali si trova il grande sistema sono Nepal, India, Cina, Pakistan, Bhutan

[6] ТРЕТИЙ ПОЛЮС, 1982. Когда перед тобою возникает Красивая и трудная гора, Такие мысли в душу проникают,Что снова выйти нам в поход пора. И мы выходим в мир суровый этот, Где суждено не каждому пройти, Где видно, как качаются планеты На коромысле млечного пути. Припев: Туда не занесет ни лифт, ни вертолет, Там не помогут важные бумаги,Туда, мой друг, пешком и только с рюкзаком, И лишь в сопровождении отваги. Представьте, что не тают там в тумане, Следы людей, прошедших раньше нас. Там слышен голос Миши Хергиани, Спина Крыленко сквозь пургу видна. Но вечно будем мы туда стремиться – возвышенным над суетой местам, Поскольку человеку, как и птице, Прославим тех, кто был на Эвересте, Кто третий полюс мира покорил,Кто, кроме личной альпинистской чести,Честь Родины своей не уронил! И если где-нибудь гора найдется. Повыше эверестовских высот, Из наших кто-нибудь туда порвется,Не хватит дня – так ночью он взойдет! Припев x2  Дана такая радость – высота. Припев

Vladimir Semënovič Vysockij in una scena del film Vertikal, 1967

[7] Stefano  Ardito, Le grandi scalate che hanno cambiato la storia della montagna, Newton Compton Editori srl, Roma, 2014

[8] ЗДЕСЬ ВАМ НЕ РАВНИНА, 1966. Здесь вам не равнина, здесь климат иной -Идут лавины одна за одной, И здесь за камнепадом ревет камнепад. И можно свернуть, обрыв обогнуть, Но мы выбираем трудный путь, Опасный, как военная тропа. И можно свернуть, обрыв обогнуть,Но мы выбираем трудный путь, Опасный, как военная тропа.Кто здесь не бывал, кто не рисковал,

Тот сам себя не испытал, Пусть даже внизу он звезды хватал с небес. Внизу не встретишь, как ни тянись, За всю свою счастливую жизнь. Десятой доли таких красот и чудес. Нет алых роз и траурных лент, И не похож на монумент. Тот камень что покой тебе подарил. Как Вечным огнем, сверкает днем. Вершина изумрудным льдом, Которую ты так и не покорил.

И пусть говорят, да, пусть говорят…Но нет, никто не гибнет зря! Так лучше – чем от водки и от простуд! Другие пройдут, сменив уют. На риск и непомерный труд, Пройдут тобой непройденный маршрут. Отвесные стены… А ну, не зевай! Ты здесь на везение не уповай:

В горах не надежны ни камень, ни лед, ни скала. Надеемся только на крепость рук, На руки друга и вбитый крюк. И молимся, чтобы страховка не подвела. Мы рубим ступени… Ни шагу назад! И от напряжения колени дрожат, И сердце готово к вершине бежать из груди. Весь мир на ладони! Ты счастлив и нем. И только немного завидуешь тем, Другим, у которых вершина еще впереди.

[9] Mario Alessandro Curletto, Regret for the Time of Heroes and Existential Toska in Vladimir Vysockij in Laura Salmon e Sara Dickinson, Melancholic Identities, Toska and Reflective Nostalgia Case Studies from Russian and Russian-Jewish Culture, Firenze University Press, Firenze, 2015, p. 77 e p.81

[10] K.B Richter, Der Sachsische Bergsteiger, Sportverlag, Berlin (OSt), 1962

[11]  J.I., Vizbor, Ja cerdce ostavil v sinich gorach, Fizkul’tura i sport, 1989, p. 474

[12] Titoli assegnati a meritevoli atleti promotori della cultura atletica sovietica

[13] Adesso la Repubblica di Cabardino-Balcaria, nel Caucaso settentrionale.

[14] Da non confondere con l’omonimo Pik Pobeda 3147 m, nei Monti Čerskij (Siberia).

[15] Nel 1942 il generale tedesco Konrad decise di inviare verso il massiccio dell’Elbrus i reparti alpini dei capitani Groth e Gämmerler che il 21 agosto riuscirono, nonostante le difficoltà climatiche, a piantare la bandiera del Terzo Reich sulla vetta più alta del Caucaso.

Il vulcano Erebus in una foto del 1914 della spedizone di Scott

[16] Spartak è una società polisportiva nata a Mosca nel 1922

[17] La Union Internationale des Associations d’Alpinisme fu fondata a Chamonix nel 1932 allo scopo di studiare e risolvere i problemi legati all’alpinismo. Oggi la UIAA è composta da diverse commissioni che hanno come scopo fondamentale il mantenimento dello standard e la regolamentazione in materia di sicurezza e tutela dell’ambiente oltre che il rispetto per etica alpinistica.

[18] Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazakhistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina, Uzbekistan

[19] I 14 Ottomila in ordine di altitudine: Everest 8848 m, K2 8611 m, Kangchenjunga 8586 m, Lhotse 8516 m, Makalu 8462 m, Cho Oyu 8201m, Dhaulagiri 8167 m, Manaslu 8163 m, Nanga Parbat 8126 m, Annapurna 8091 m, Gasherbrum I 8068 m, Broad Peak 8047 m, Gasherbrum II 8035 m, Shisha Pangma 8027 m.

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